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sabato 22 luglio 2006

Fingersi inglese

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Ricevo e pubblico volentieri un'altra email del mio ex-compagno delle Superiori, che risponde a quanti sono intervenuti sotto il post dove ho riportato la sua prima lettera. Ora, voglio chiarire un concetto: molti se la prendono con il sottoscritto, perché ha dato visibilità ad una lettera che generalizza, che dà la percezione di un "popolo di razzisti". Quindi ripeto quanto ho già affermato in altre occasioni: io stesso ho incontrato tante difficoltà all'inizio. Mi ricordo le linee telefoniche che cadevano miracolosamente e gli appartamenti che si rivelavano altrettanto miracolosamente "già affittati" non appena mi si chiedeva da quale città italiana provenivo e io rispondevo "Veramente sono egiziano" (si, lo so, anche i meridionali...ecc). Ma in pochi mesi ho superato le difficoltà e non ho di che lamentarmi. All'università sono stato persino eletto rappresentante degli studenti italiani, quindi chi meglio di me può testimoniare di una realtà aperta e che sa superare le diffidenze?
Sono profondamente convinto però che nascondervi, come italiani, ciò che veramente pensano molti immigrati in questo paese dopo una breve o lunga permanenza in Italia sia il più grave danno che possa arrecare all'Italia. Vedete, io conosco tantissimi stranieri e vi assicuro che quello che avete letto è ciò che gli stranieri si dicono tra di loro. Certo, se fermate il vostro vicino di casa o il vostro amico extracomunitario e gli chiedete se è così, negherà energicamente. Questa "Taqqiya" (la famosa "dissimulazione" di cui sarebbero capaci solo gli immigrati musulmani che "appoggiano il terrorismo") è praticata da tutti gli immigrati, di qualunque nazionalità o credo, per non farsi nemici anche tra quelle persone di cui hanno conquistato la fiducia e che sicuramente si offenderanno se dovessero generalizzare (e la tentazione è forte, è umano). Ma la percezione che hanno gli stranieri, signori, è questa: che voi, che siete i loro amici, siete l'eccezione e non la regola.
Ebbene, io mi assumo la responsabilità di far emergere questa realtà, ben sapendo che potrei essere additato come agitatore, seminatore di zizzania, uno che butta benzina sul fuoco. Perché ritengo che senza una valvola di sfogo, man mano che l'immigrazione si rinforza (è di ieri il decreto flussi che autorizza al lavoro altri 350.000 immigrati), le cose - se continueranno ad andare avanti come sono andate finora - non potranno che peggiorare. Ora, in una società democratica, questo sforzo di parlare chiaro e in pubblico dovrebbe essere apprezzato. Prevenire è meglio che curare. Io potrei andarmene, e tornare a sorseggiare un aperitivo in un albergo a cinque stelle sulle rive del Nilo o andare altrove. Il mio ex-compagno non avrà difficoltà a emigrare in Canada. Quindi potremmo accogliere in pieno chi ci invita ad "andare altrove se qui non vi piace". Ma quanti altri rimarranno qui per guadagnare qualcosa e mandare da mangiare alle proprie famiglie? Centinaia di migliaia.
La domanda che io pongo a tutti voi è quindi questa: cosa preferite? Avere extracomunitari che vi dicono onestamente cosa pensano e quindi risolvere assieme i problemi? O avere extracomunitari che vi rispettano e vi "amano" ma che in realtà amano solo ciò che questo paese offre loro materialmente ma che poi lo pugnalano alle spalle? Ah: dimenticavo, l'opzione "non avere extracomunitari per niente" non è contemplata. La Storia, l'economia e la demografia vi condannano ad averli. Ho spesso sentito esponenti della Chiesta Cattolica e di partiti politici (non solo la Lega) che parlavano di "canali preferenziali" per immigrati di fede non islamica, di bloccare gli ingressi degli islamici. Benissimo: questo è il secondo motivo per cui ho pubblicato la lettera. Quell'ex compagno è un egiziano cristiano, un copto, uno che appartiene a quelle minoranze che incontrano difficoltà, eppure ha detto ciò che direbbe un immigrato musulmano stressato dalla propaganda islamofoba. Questo dovrebbe essere un segnale chiaro: il problema non è la fede degli immigrati, ma il sistema di "accoglienza".
Infine, rivolgo un invito agli extracomunitari che mi leggono: io so che molti di voi condividono quanto viene detto qui. Mi fermate e mi ringraziate per quanto faccio e per questo vi ringrazio. Ma sappiate che fin quando non saranno tutti gli extracomunitari, assieme, a rivendicare i propri diritti, non cambierà nulla. Sento alcuni di voi che blaterano di "momento politico non opportuno", di "meglio fare le cose in silenzio", di "meglio non aizzarli contro di noi". Ma non è così che le minoranze si sono conquistate i propri diritti altrove. Bisogna rivendicare, protestare, far emergere i vostri sentimenti parlando con i vostri amici italiani, che capiranno. Fate sentire la vostra voce sui giornali quando ne avete l'occasione, nei tribunali se pensate di avere ragione, incrociate le braccia sul posto di lavoro. Si, lo so: vi farete nemici, avrete problemi, perderete un sacco di soldi di cui ha bisogno la vostra famiglia. Ma se sarete uniti, nessuno vi potrà fare male. Meglio non guadagnare per qualche giorno, per una settimana, per un mese che abbassare la testa e ingoiare il rospo per tutta la vita.
Ora, la lettera
Non è una guerra!! Non voglio la guerra! Sto solo chiedendo un comportamento corretto nei miei confronti e basta. Avete ragione: alcuni extracomunitari hanno fatto abbastanza casini in Italia, sono d'accordo e ho il dente avvelenato più di voi per questa cosa.

Ma tu, italiano che vai all’estero, non ti offendi quando, per colpa dei casini di un tuo connazionale, ti trattano male? Se ti dicono che sei un mafioso? Quando anni fa all'estero scrivevano: fuori i cani, fuori gli italiani? Non è giusto fare di tutta l’erba un fascio! E se c'é un aspetto diffettoso nella società va curato, estirpato e basta.

Dopo che ho finito la scuola italiana in Egitto, ero così affascinato dalla cultura e dalla storia italiana sono venuto qui (e sono fiero di aver preso questa decisione) per continuare gli studi al politecnico di Milano. Poi ho trovato un bel lavoro e ho fatto carriera: non sono uno che vende fiori al semaforo. Rispetto pienamente le regole e sono preciso nei miei rapporti con gli altri.

Sono nato in Egitto e vivo in Italia, ho due paesi nel cuore. Mi sono integrato. Ho condiviso gioie e tristezze degli italiani. Ho tantissimi amici italiani a cui voglio un bene dell’anima. Ormai mi sento uno di loro: ORA, PERO', PERCHE’ DEVO ESSERE TRATTATO MALE NON APPENA SALTA FUORI IL DISCORSO DELLA CITTADINANZA?
Perchè un carabiniere quando mi ferma per un controllo normale e scopre che sono straniero mi porta in caserma per "un controllo" abusando del suo potere ferendomi con le parole o con il suo modo di parlare arrogante? Perché devo essere umiliato? Perché devo dire bugie e negare la mia cittadinanza spacciandomi per un inglese per avere un po' di rispetto?

Ok, se la parola razzismo è grossa e grave, mettiamo qualche altra parola che ragruppi quanto sopra detto! Tralascio il discorso della religione (Ma vorrei tanto specificare, come cristiano copto, che i problemi che abbiamo non si chiamano Islam ma l'ESTREMISMO di persone che si nascondono sotto il velo della religione)

Punitemi se sbaglio io, non per colpa degli altri!! Non sono qui per cambiare il mondo VOGLIO SOLO VIVERE IN PACE, ESSERE TRATTATO COME GLI ALTRI.........posso?

Spero di essere stato chiaro senza aver offeso nessuno e se l’avessi fatto senza accorgermi ditemelo, così mi correggo

Ciao
Joe