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lunedì 31 luglio 2006

Il suicidio di Israele

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Personalmente ritengo che la guerra di Israele in Libano, nonostante la totale distruzione dell'economia e delle infrastrutture - per non parlare delle centinaia di vittime civili - del Paese dei Cedri, sia stata la seconda grande sconfitta subita da Israele. Sia ben chiaro che le sconfitte di Israele non sono né militari né strategiche: su questo piano la superiorità di Israele è garantita dall'illimitato appoggio statunitense. Non sono nemmeno diplomatiche, visto che il veto americano è sempre pronto a bloccare qualsiasi risoluzione di condanna e che, come ha fatto sapere il ministro degli Esteri D'Alema ieri, "se Israele vuole fare la guerra noi non abbiamo i mezzi per fermarlo". Non sono nemmeno sconfitte di immagine "istituzionale," visto che alle perdite che Israele subisce e alle sue "ragioni" ci pensano, ed in maniera fortemente parziale, tutti i media ufficiali in Occidente
Le sconfitte di Israele sono invece di simpatia presso i popoli, di credito presso "l'uomo di strada". Quando, nel 1973, le truppe egiziane attraversarono il canale di Suez, e aprirono dei varchi nella linea Barlev - nonostante la propaganda israeliana che dipingeva come insormontabili i due ostacoli - il mito dell'invicibile Israele cadde per sempre presso le popolazioni arabe, e anche presso il popolo d'Israele stesso. E sebbene Israele uscì in seguito vincitore sul piano militare, esso era sostanzialmente sconfitto sul piano mediatico. Oggi invece non è tanto la tenacia degli Hezbollah - che continuano a dar filo da torcere a Tzahal con i missili, i tunnel e le imboscate, accreditantosi sempre di più nel mondo arabo, e la colpa è di Israele, come unica forza capace di opporsi all'offensiva israeliana - a danneggiare l'immagine di Israele, che comunque non si aspettava una guerra lunga, difficile e snervante come questa. E' Israele stesso a danneggiare la propria immagine a livello internazionale.
Il modo in cui si affannano i cronisti occidentali per "ripulire" l'immagine di Israele sono votati comunque al fallimento. E qualcuno lo dica, per favore, a Gianni Riotta che scrive sul Corriere che i suoi continui tentativi di criminalizzare e soffocare la voce di chi mostra al mondo, via web, la barbaria dell'aggressione israeliana, scrivendo che "la poderosa armata della propaganda fondamentalista sul web, arruolano quei volti strappati alla vita nella campagna di odio contro «gli ebrei e il Satana americano»" e che prima ancora puntò il dito contro "chi diffonde su Internet le foto dei bambini libanesi dilaniati" che se egli non ha il coraggio di mostrare ai suoi lettori le immagini che il suo stesso quotidiano mostra sul proprio sito, stia quantomeno in silenzio, santo cielo. Che il suo tentativo di assolvere Israele da ogni colpa, di cancellare ogni sua responsabilità è a tal punto manifesto che uno stenta a credere che sia in buona fede.

La seconda strage commessa da Israele ieri a Cana (la prima fu nel 1996, quando Israele colpì una base ONU facendo più di cento vittime tra i rifugiati), con le sue ennesime 60 vittime innocenti, fra cui ben 37 bambini, è un ulteriore passo avanti nella totale distruzione dell'immagine e della reputazione dello stato ebraico, messa in atto dallo stato ebraico stesso da quando ha cominciato la sua "rappresaglia", che ormai non conosce più limiti. Ma la cosa più preoccupante è che siano le comunità ebraiche sparse per il mondo - che mischiano politica e religione, manco fossero in Arabia Saudita - a rendersi complici, volontariamente o involontariamente, di questa operazione. Al posto di informare chi ha qualcosa da dire, a favore o contro lo stato d'Israele ad andare a dirlo davanti all'ambasciata, assisto attonito e con sempre maggiore preoccupazione alle veglie di solidarietà indette da svariate comunità ebraiche presso i luoghi di culto, presso le Sinagoghe, che con la guerra e la politica non dovrebbero avere nulla a che fare, esattamente come si chiede che lo sia per le moschee.

Mi appello pubblicamente all'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, e ai presidenti delle Comunità Ebraiche italiane affinché pongano fine a questa strategia, che non farà altro che alimentare l'antisemitismo ovunque. Negli Usa un pachistano ha fatto irruzione in un centro ebraico e ha ucciso una donna e ferito altre sei persone perché "arrabbiato con Israele". Ieri l'attore Mel Gibson, in preda ai fumi dell'alcol, ha accusato "gli ebrei" di tutte le guerre nel mondo. E' forse questa la volontà del popolo d'Israele? Che ogni singolo ebreo venga ritenuto - ovunque nel mondo, da ogni folle, da ogni alcolizzato, o anche da ogni uomo semplicemente indignato - responsabile delle politiche del governo israeliano, solo in quanto ebreo?
Credo fermamente che le comunità ebraiche sparse per il mondo debbano riconsiderare, oltre le proprie attuali amicizie, anche il proprio atteggiamento nei confronti dello stato d'Israele. Capisco che la presenza dello stato ebraico sia una garanzia di sopravivenza per gli ebrei residenti in Occidente, che si rendono pienamente conto di vivere in un ambiente che si comporta da amico ma che, sotto sotto, non ha mai smesso di essere un nemico. Lo vedo anch'io - esattamente come loro - nell'esempio dei Cristiani Sionisti, presenti soprattutto negli USA, che sostengono con tutti i mezzi possibili ed immaginabili l'esistenza e persino l'espansione dello Stato d’Israele affinché siano create le condizioni del Secondo Avvento di Gesù, un avvento che però comporterà la fine dello Stato d’Israele, la conversione in massa degli ebrei, e il loro sciogliersi definitivo nel Cristianesimo che trionferà all’indomani dell’Armageddon. Lo vedo anch'io nei vari sostenitori di Israele che fino a non molto tempo fa si riconoscevano nella politica di chi ha istituito le leggi razziali e i campi di concentramento e che in qualche caso tengono persino l'immagine di Goering sul comodino.

Ma proprio per questo motivo le comunità ebraiche devono lottare per l' immagine dello stato d'Israele non solo - e non tanto - in Occidente quanto presso i vicini di casa più immediati, più naturali, più affini sotto svariati punti di vista: gli arabi. E un immagine migliore presso questi vicini non si otterrà mai con le immagini dei bambini tirati fuori dalle macerie. Le comunità ebraiche devono essere critiche - anche nei confronti dello stato d'Israele - e non appiattirsi su posizioni filo-israeliane a prescindere, solo in virtù del legame religioso che conferisce allo stato di Israele il suo carattere "teologico". Mi auguro che le comunità ebraiche si rendano conto un giorno che quando Balfour nel 1917 enunciò il diritto del popolo ebraico a creare uno stato in Palestina, lo scopo era quello di liberarsi dei propri ebrei. Ed è rendendosi conto di questo "vantaggio" nonché dei vantaggi propagandistici offerti dall’atteggiarsi a “protettori” degli ebrei, nonché di quelli economici e strategici di avere un avanguardia occidentale armata in Medio Oriente, che divennero grandi “amici” degli ebrei.

La storia dimostra che non è mai esistita una civiltà giudaico-cristiana. Che in Occidente gli ebrei non erano amati da secoli, ancora prima del Nazismo. E' stato così ieri, è così oggi, sarà così domani. L'appiattirsi su posizioni acritiche nei confronti di Israele in un momento in cui Israele si sta giocando l'immagine e la reputazione, in cui sta facendo un lavoro sporco, che non è quello di bonificare l'area dall'estremismo, ma quello di creare le condizioni di completa destabilizzazione e di alimentazione dello stesso in attesa di un nuovo intervento statunitense, è il peggior servizio che un ebreo - o un qualsiasi cronista - che ha a cuore Israele può rendere allo stato ebraico. Come scriveva Barbara Spinelli, il 6 aprile del 2003 sulla Stampa: "Per il momento, il fondamentalismo cristiano consola Israele, la riempie d’orgoglio (...) Ma le sette evangelicali americane [e non solo queste, aggiungo io] contribuiscono alla fossilizzazione dogmatica dei dirigenti israeliani: sono potentemente anti-islamiche senza avere un piano che tuteli Israele nel lungo periodo, sono contrarie a qualsiasi accordo di pace come all'internazionalizzazione di Gerusalemme, hanno legami intensi con i coloni nei territori occupati, sono favorevoli a un’Israele che non rinunci a Gaza, alla Cisgiordania, al Golan. Solo in apparenza sono amiche di Israele. Alla lunga, sono i complici di quello che potrebbe divenire, apocalitticamente, il suo suicidio".