Notizie

Loading...

sabato 15 luglio 2006

La Mano Pesante del Medio Oriente

Image Hosted by ImageShack.us

Il bombardamento del Libano: aeroporto internazionale colpito, ponti distrutti, strade divelte, morti e feriti, turisti in fuga, viaggi annullati, blocco delle importazioni e delle esportazioni, borsa crollata. L'invasione della striscia di Gaza: distruzione dell'unica centrale che fornisce elettricità alla popolazione, palazzi e case abbattute, centinaia di morti e di feriti, moltissimi i bambini. Ma prima ancora c'è stato il sorvolo a bassa quota con aerei da guerra del palazzo presidenziale in Siria. Queste sono solo alcune delle imprese compiute da Israele in Medio Oriente in questi ultimi mesi. Quasi a voler dimostrare che l'unica minaccia all'esistenza di Israele è Israele stesso, che per liberare tre soldati fatti prigionieri dai miliziani di Hamas e Hezbollah, scatena una guerra ad ampio raggio che coinvolge tutti gli stati che gli sono attorno.
Le reazioni eccessive di Israele nei confronti dei propri vicini sono una costante della sua storia. Per crearsi nel 1948, contro il volere dei palestinesi e degli arabi, invase e occupò anche i territori che, stando alla proposta Onu, non avrebbero dovuto far parte del nascente stato ebraico. Nel 1967, per rispondere alla chiusura dello stretto di Tiran deciso dal Presidente egiziano Nasser, le forze armate israeliane attaccarono improvvisamente l'Egitto, la Giordania e la Siria, occupando la penisola del Sinai, Gaza, la Cisgiordania, le alture del Golan, e ratificando l'annessione di Gerusalemme. Per cercare di eliminare un dirigente di Hamas, a Gaza, le forze israeliane hanno ucciso sette persone, inclusi i bambini, di una famiglia di nove persone: uno dei tantissmi "assassini mirati". Mirati un corno, verrebbe da dire. La "piccola isola in un mare di ostilità" sembra adoperarsi attivamente proprio per trasformare quel mare in un oceano e, incurante degli appelli alla moderazione, delle risoluzioni Onu, delle proteste internazionali, ha sempre voluto dimostrare di essere il paese militarmente più forte della regione.
Per Israele ogni occasione è buona per mostrare i muscoli e terrorizzare i vicini di casa. Il governo israeliano ritiene le incursioni aeree nel territorio di Paesi confinanti operazioni di legittima difesa, come era già successo nell’ottobre del 2003, quando aveva attaccato quello che l’intelligence di Tel Aviv riteneva un rifugio nemico in territorio siriano. Ora, i militari israeliani fatti prigionieri dalle milizie palestinesi e libanesi diventano il casus belli per una nuova guerra che vede, da una parte, Israele armato fino ai denti che fa sfoggio delle ultime armi fornite dagli Usa, dall'altra stati e popoli che devono assistere impotenti alla distruzione della propria economia, delle proprie infrastrutture e centinaia di vittime mentre leader e ministri in giro per il mondo squittiscono, incapaci persino di far passare una condanna dell'Onu, prontamente bloccata dagli Usa con un veto. Dicono che sia in atto una guerra tra Israele e gli stati vicini. In realtà c'è solo l'attacco sproporzionato e unilaterale di uno stato, quello israeliano, ai propri vicini.
Come già sappiamo, fra qualche anno diranno che Israele ha combattuto per difendere il proprio diritto all'esistenza, anche se questo diritto non è di certo stato minacciato perché tre suoi militari sono stati fatti prigionieri nel contesto di una guerra che dura da quasi sessant'anni. E' sempre così: la guerra del 1967 e quella del 1973, per esempio, vengono sempre addebitate sul conto del "diritto alla difesa" di Israele. Eppure è ovvio che nel primo caso Israele era tutt'altro che minacciato (ha distrutto l'aviazione egiziana mentre ancora al suolo e l'esercito egiziano era assolutamente impreparato per un conflitto, cosa che l'intelligence israeliana sapeva benissimo. In soli sei giorni infatti, Tzahal, l'esercito israeliano, invase e occupò territori di quasi tutti i propri vicini, cosa che non aveva niente a che vedere con il "diritto alla difesa") e che nel secondo si trattò di una guerra di liberazione voluta dall'Egitto e dalla Siria proprio per recuperare quei territori occupati, mica per distruggere Israele.
Che l'esistenza di Israele sia minacciata da qualche missile artigianale sparato dalle milizie è un argomento che non convince. E che si debba invadere, bombardare e minacciare tutti gli stati confinanti per far rilasciare tre militari è una cosa inaudita. E poi c'è qualcosa che non quadra: spesso e volentieri, e giustamente, gli israeliani hanno sottolineato come la guerriglia palestinese avesse l'abitudine di prendersela con civili inermi (come se per esempio Israele non lo facesse), sottointendendo che se Hamas e compagnia avessero attaccato dei militari sarebbe stato diverso. Ora che lo fanno, non si tratta di guerra e di prigionieri, no: è sequestro, rapimento, terrorismo. Come se questi militari non fossero dotati di mitra, bombe a mano e pistole d'ordinanza e non fossero assegnati al presidio di una postazione militare di confine su un territorio occupato.
Non è che voglia "giustificare" l'episodio (perché è sempre così che si tenta di deligittimare ogni analisi). Si tratta di contestualizzarlo: nel 2000 Israele si ritirò dal Libano mettendo fine a decenni di occupazione che furono uno stillicidio di militari israeliani. E non è la prima volta che si verificano scambi di prigionieri tra Hezbollah e Israele. Finora però Israele non si è ritirato dalle fattorie di Shebaa, una zona al confine tra Siria, Libano e Israele, che rimane un territorio conteso. Dal 1967 è occupato dalle truppe israeliane che lo considerano parte integrante delle alture del Golan, quindi territorio siriano, in base alla risoluzione 425 delle Nazioni Unite. La Siria e il Libano invece lo ritengono un territorio libanese a tutti gli effetti. Non si capisce quindi perché Israele non lo voglia restituire al legittimo proprietario. Forse per poter tenere sempre sotto tiro il Libano, reo di non aver disarmato gli Hezbollah, considerati da tutti i libanesi - cristiani inclusi - un movimento nazionale di resistenza senza il quale il Libano non avrebbe mai riavuto la propria terra?
Seguendo la politica del bullo del quartiere, Israele non fa altro che accreditare la propria immagine di corpo estraneo al Medio Oriente, in perenne conflitto non solo con i palestinesi a cui non concede l'indipendenza, ma con tutti i suoi vicini. E' molto imbarazzante, anche per leader che hanno sottoscritto accordi di pace con lo stato ebraico giustificare la reazione violenta e spropositata di Israele di fronte alle proprie opinioni pubbliche, che in questo modo si convincono sempre di più che la pace con Israele altro non sia che una tregua armata, che prima o poi Israele stesso infrangerà non solo bombardando ma magari rioccupando dei terreni con qualsiasi scusa. Questo costringe i governi locali da una parte a spendere miliardi in armamenti e tenere sempre all'erta i propri eserciti, dall'altra a prendere atto e venire incontro al sentimento popolare che viene a sua volta strumentalizzato dalle correnti fondamentaliste.
E' il comportamento stesso di Israele a mettere a rischio la sua sicurezza. Le reazioni stile far west mettono in difficoltà i governi che hanno accettato la convivenza e i rapporti economici e diplomatici con lo stato israeliano, sconvolgono gli equilibri faticosamente raggiunti in Libano, che è uno stato confinante, alimentano l'odio e il fanatismo, e portano ad una serie di reazioni a catena che rendono la vita pericolosa per lo stesso Israele. Fin quando Israele non si ritirerà ai confini del 1967, restituendo i territori occupati del Libano e della Siria, smantellando le colonie illegali in Cisgiordania e Gerusalmme Est, permettendo ai Palestinesi di avere un proprio stato nazionale e sovrano in cui possano tornare i profughi e in cui si possa vivere senza dover mendicare l'acqua o l'elettricità da Israele, smettendo di minacciare e bombardare i paesi confinanti, i palestinesi e le loro infrastrutture come se nulla fosse, non ci sarà pace in Medio Oriente.
Se Israele è il più forte nella zona - e lo sta dimostrando, al punto che viene normale chiedersi se questa storia di "Israele è in pericolo", che viene ripetuta da sessant'anni, non sia altro che un'arma di propaganda - sta ad Israele scegliere lo scenario più adatto per il proprio futuro. E non c'è futuro senza giustizia.
«Or il frutto della giustizia si semina nella pace per quelli che si adoperano alla pace» (Giacomo 3:13-18)