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sabato 8 luglio 2006

Letture consigliate (Il Chilometro d'Oro)

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Fishman Daniel, Il Chilometro d'Oro
Ed. Guerini e Associati
227 pagine
18 €
Mi sento un pò in imbarazzo nel consigliare la lettura di un romanzo prefato da Magdi Allam. In effetti il lettore accorto sa che siffatta prefazione non può che essere indice di un contenuto fazioso, noioso, parziale se non addirittura falso e manipolatorio. Ma quello che abbiamo tra le mani è un caso che dimostra, da una parte, che le apparenze ingannano, dall'altra - ahimè - che l'eccezione conferma, come al solito, la regola. Quando si recensisce un libro, si parla del contenuto e dell'autore e poco ci si sofferma sulla prefazione, al di fuori di qualche breve citazione. In questo caso però, non solo parleremo del libro e dell'autore, ma anche della prefazione poiché in qualche modo mi sento nel dover giustificare, ahinoi, la scelta di consigliare la lettura del romanzo nonostante sia prefatto da Allam. Premetto che si tratta, appunto, di un romanzo: chi meglio di Allam, romanziere di successo dalla fertile immaginazione (anche se la Mondadori spaccia - puntualmente - i suoi libri, basati su "fonti autorevoli" quali, ad esempio, il settimanale Gente, come "saggi") poteva scrivere la sua prefazione? Quindi - teoricamente - potremmo chiudere un'occhio sulla prefazione, e - se proprio non ce la fate a leggerla - fare almeno finta che non ci sia. Io invece la prefazione l'ho letta, così come leggo i libri della Fallaci e gli articoli de La Padania. E, vi confesso che dopo una prima, superficiale lettura, mi sono detto che "Ma guarda un pò... quando vuole questo uomo è capace di scrivere belle cose". Poi però, leggendo il romanzo, e analizzando il tutto dal punto di vista strettamente storico e politico, mi sono convinto che Allam era la persona meno indicata per scriverne la prefazione. Come ben sappiamo però, egli è la figura commerciale più gettonata, quindi si può comprensibilmente perdonare all'autore e alla casa editrice la scelta di affidargli la prefazione.
Il libro, Il Chilometro d'Oro, racconta la storia di quell’area cosmopolita del Cairo, dove si concentravao gli europei agli inizi del 900: i ristoranti, gli hotel di lusso, i cinema e i teatri, oltre alle attività commerciali. E’ un mondo vivace, culturalmente attivo quello che emerge dalle pagine del libro con una straordinaria ricchezza di personaggi che testimonia le tante tipologie di stranieri e egiziani che vivevano insieme in un quadro composito e colorito. Mi torna in mente il ricordo tramandato di mio nonno, che ogni settimana andava all'Opera attraversando quei viali alberati e quelle piazze "europee" di cui si parla nel romanzo. Il libro ripercorre la storia di quegli anni fino al momento in cui la maggior parte degli stranieri ha dovuto lasciare l’Egitto, in seguito al consolidarsi del panarabismo e del nazionalismo di Nasser, attraverso le vicende di una famiglia di ebrei del Cairo: il protagonista, Mondo Mosseri, è ebreo e italiano. Un italiano d’Egitto, per dire la verità, che nasce al Cairo nell’anno 1900. Da subito le vicende della sua famiglia si intrecciano con quelle della Storia: Re Fuad e Re Faruk, Saad Zaglul Pascià, Rommel, Montgomery, Nasser. L’arrivo del Sionismo, rappresentato nel romanzo da un giovane biondo che bussa alla porta per chiedere un contributo per "piantare alberi" in Palestina, crea ulteriore scompiglio in una famiglia che inizialmente si rivela antisionista "Parlano Yiddish all'ombra delle piramidi. Ci chiamano Schwarzen, neri. Che c'entrano con noi? Sono fuori luogo, come possono inventarsi un nuovo stato se quando vanno al sole si scottano subito?" afferma Mosseri parlando dei Sionisti. Centro della sua vita sociale è il Cafè Splendor, di proprietà del livornese Alfredo Leali, un emigrato di salda fede fascista arrivato al Cairo in cerca di fortuna. Pur trattandosi di un romanzo, il quadro ricostruito è partito da un lungo lavoro preparatorio di valutazione di materiali di archivio, ed è stato reso vivo dal contributo di decine di interviste effettuate a persone che hanno vissuto in Egitto in quegli anni, e che arricchiscono di aneddoti lo svolgersi delle vicende. Mondo Mosseri, appartenente a una delle più importanti famiglie ebraiche d’Egitto, altro non è infatti che il nonno dell'autore.
Essendo io stesso nipote di una famiglia europea emigrata in Egitto agli inizi del '900, il romanzo mi fece tornare in mente molti dei ricordi e degli aneddoti dei miei nonni. L'episodio accaduto ad uno dei protagonisti, riconosciuto come europeo e inseguito da alcuni cairoti inferociti durante la guerra con Israele in quanto sospettato di essere "ebreo", mi riportò in mente mia nonna, anch'essa riconosciuta come europea e denunciata nel quartiere dove si recò a visitare una sua amica egiziana come "sionista". La voce correva veloce, e si arricchiva di nuove dicerie: "Aveva con sé una trasmittente" e così via. Alla fine la voce raggiunse il marito dell'amica egiziana, che dirigeva un negozio nelle vicinanze, ed egli corse prima che i vicini chiamassero la polizia: calmò gli animi e chiarì l'equivoco. Mia nonna non era né ebrea, né sionista, anche se aveva ottimi rapporti con i vicini di casa ebrei, con cui mio nonno stesso era in affari. Mi venne in mente anche un'altro episodio che mi raccontò mia nonna: era in un negozio assieme ad una vicina di casa ebrea, quando entrò un egiziano del quartiere che chiedeva un contributo economico per sostenere la causa palestinese. Vendeva francobolli a "mezzo franco". Il vicino egiziano si rivolse allora all'altra signora, che - indignata - tirò fuori dal portafoglio un mezzo franco, lo buttò per terra e cominciò a pestarlo gridando: lo vuoi il mezzo franco? Eccoti il mezzo franco! E poi uscì bestemmiando dal negozio. Il vicino egiziano si grattò il capo e si rivolse a mia nonna: ma che cosa è successo? Ho mica detto qualcosa di sbagliato? E mia nonna gli rispose: "Possibile che tu venga a chiedere proprio a lei un mezzo franco? Per finanziare la guerra in cui muoino anche i suoi correligionari? Non sapevi che era ebrea?". Nonostante vivessero a fianco da generazioni, quell'uomo non sapeva neanche che la sua vicina era ebrea.
"In quale posto si possono trovare mussulmani, copti, turchi cattolici, ciprioti, italiani, inglesi, ebrei, francesi, marocchini, maltesi, polacchi, circassi, ortodossi, rumeni, russi, sudanesi?" si chiede all’inizio del libro, Clément Mosseri, il padre del protagonista. La risposta è: in Egitto, nella prima metà del secolo scorso, nel paese che Mosseri stesso descrive ai suoi ospiti europei come "La vera America è qui. Vicina e simile ai vostri paesi. Si, è vero. Qui fa un po' più caldo ma ce n'è per tutti e, se siete capaci, potrete sicuramente fare fortuna anche voi!". "Un paese prestigioso", scrive Fishman, "che faceva gola a molti". Il libro è il risultato di questo ambiente straordinario, colorato e cangiante come può esserlo un caleidoscopio che all’epoca vantava quarantaquattro comunità nazionali, cinquantacinque etnie e ventuno confessioni religiose. Ma che cosa ruppe quell'incantesimo? Allam sostiene nella sua prefazione che è stato il nazionalismo acceso e il fanatismo religioso. Ma la realtà la racconta molto bene Fishmann stesso e gli anedotti dei miei nonni: a rompere l'incantesimo era la nascita di Israele. Tra l'altro il nazionalismo nasseriano e il fanatismo religioso non avrebbero guadagnato terreno se non ci fosse stato il Sionismo, la II guerra mondiale, la guerra del 1948 e tutto quello che ne conseguì. Ma anche gli strascichi del colonialismo britannico e francese: il protagonista del romanzo è consapevole che la storia stava cambiando tutto, il regime delle capitolazioni che tutelavano gli europei, il sistema coloniale, la monarchia egiziana avviata alla decadenza. Era scandalizzato per gli accordi di Montreux, che misero fine allo stato giuridico preferenziale per gli stranieri, l'esenzione dalle tasse, il non poter essere giudicati da un tribunale nazionale. E, in questo senso, egli stesso contribuì a rompere l'incantesimo: lo ruppe nel momento in cui malmenò il giovane pretendente egiziano di sua figlia "colpa di questi maledetti accordi di Montreux".
Eppure quegli accordi mettevano fine ad un vergognoso regime di sfruttamento. Gli stranieri in Egitto si sentivano egiziani ma non volevano essere sottoposti alla legge dello stato che li aveva ospitati, permesso loro di costruire scuole, edifici di culto, club privati e tanti altri vantaggi, e la comunità ebraica, che in maggioranza non era sionista, pagò - come mio nonno d'altronde - le colpe della rivoluzione geopolitica del dopoguerra. Le colpe di chi, come quel giovane biondo sionista, andava a suonare i campanelli e rispondeva a chi gli diceva che il suo paese era l'Egitto: "Mi permetta di dire che sbaglia. Ognuno deve piantare nel proprio terreno e non quello degli altri. E il nostro terreno sta là", indicando la terra dei palestinesi. In questo senso la prefazione di Magdi Allam depista, falsa, mistifica una realtà che non solo il romanzo racconta con grande obiettività e molti dettagli ma che il sottoscritto conosce molto bene, essendo egli stesso - seppur a distanza - parte di quel mondo raccontato nel libro. Gli stranieri non furono "sputati come i semi di un cocomero", come afferma il romanzo: essi furono travolti, tra gli altri e come gli altri, dal forte vento del deserto che spazzò via dall’Egitto - tra anni Quaranta e Cinquanta - gran parte di quel cosmopolitismo leggero, pigro, orientale che affascinò tanti. E le cui tracce è possibile ritrovare ancora tra i palazzi "europei" del Centro e l'ospitalità di tanti egiziani.