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mercoledì 5 luglio 2006

Letture consigliate (Lager Italiani)

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Marco Rovelli, Lager italiani
Edizioni Bur
284 pagine
9.80 €

(Si consiglia l'adozione come testo scolastico per le Superiori)

Ciò che tutti si illudono di aver già visto prima, nel passato, con gli occhi di quella memoria storica e con quei principi nelle orecchie dettati dall’umana presunzione, quello che" non avrebbe mai più dovuto accadere" è quello che nessuno oggi vuole vedere. Lager contemporanei, lager italiani, gironi infernali dalle cui masse di reietti e di dannati - Dio sa in base a quale reato commesso o giudizio emesso - si staccano voci flebili che hanno già scontato la loro pena e compiuto un viaggio in quell’inferno, domandandosi ancora il perché, in una reiterata cantilena con un sussuro che diventa sempre più debole, annullato dal dubbio di essere mai esistiti e di aver mai vissuto in terra e oltre la vita.

Nella morale collettiva e nell’immaginario religioso esiste un luogo di attesa e di penitenza che non ha la consistenza dell’eternità. Nei Centri di Permanenza Temporanea invece no, qui l’eternità è anche solo un attimo, in cui scopri che la crudeltà di un tuo simile non ha limiti, che alla sofferenza non c’è fondo se non lontano, nel baratro dell’incoscienza. Quando sprofondare è l’unica soluzione. In tutto questo, la paura è la parola chiave ed afferisce ad un solo termine, ad un solo campo semantico, quello del silenzio. Il silenzio di chi non si sa esprimere, di chi non può difendersi. Ma anche il silenzio di chi non vuole vedere, di chi non vuole ascoltare, di chi non vuole parlare.

In questo allucinante florilegio dove l’abiezione umana varca qualsiasi soglia e dove l’insostenibile vanità altro non è che il vuoto morale di chi ha deciso per gli altri, di chi si sente al di sopra degli altri, non bastano visioni di membra dilaniate, né sguardi di occhi dilatati dal dolore. Ci vuole il silenzio. Un silenzio che è uguale al nulla. Un silenzio che è il Nulla, l’unico vero prodotto democratico che la società può esportare. La negazione totale di ogni principio di umana dignità. E allora la penna e il coraggio di Marco Rovelli si fanno grido e insieme eco e tolgono dalla massa, lamenti, frasi, nomi, esperienze che toccano l’anima e la coscienza di chi non sa, di chi non immagina.

Storie di abusi ordinari, racconti di vite migranti passate per la detenzione in quelli che, ipocritamente, vengono definiti centri di “accoglienza”. E invece sono veri e propri lager. "Un titolo pienamente legittimo e che corrisponde con coerenza con un'opera che ha un intrinseco valore narrativo e una rilevanza morale indisutibile", scrive Moni Ovadia nella sua postfazione. Finalmente qualcuno ha dedicato un libro a queste strutture avendo il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Un lager infatti è un luogo in cui tutti i diritti sono sospesi, e nei CPT i diritti non solo vengono sospesi, ma vengono totalmente annullati, profanati. Prima di Marco Rovelli c’è stato Fabrizio Gatti, il giornalista de L’Espresso che, fingendosi un clandestino, svelò al mondo l’orrore dei lager italiani. E prima di loro due, ci sono stati decine, centinaia di immigrati che nessuno ha voluto ascoltare, che nessuno ha voluto capire ma che tanti erano pronti a demonizzare perché "clandestini".

Ben venga allora un testo che racconta le storie, o meglio dire le tragedie, di queste persone. Che recupera un passato che loro stessi tentano di superare, di dimenticare, di seppellire. Ben venga un testo che raccoglie le testimonianze del loro dramma italiano, dei profughi e dei rifugiati a cui viene negato ogni diritto d’asilo, degli immigrati regolari che ci finiscono dentro per sbaglio o per punizione arbitraria. E che racconta soprattutto della loro voglia di comprendere, di ottenere delle risposte sul “perché”. Perché sono stati rinchiusi in quei centri, per esempio, pur non avendo commesso alcun reato? Perché vengono trattati come belve e non come esseri umani?Perché alcuni di loro sono stati liberati e altri invece sono stati rimpatriati? Forse perché hanno dovuto ingoiare delle pile, se sono uomini? O perché hanno dovuto concedersi sessualmente, se sono donne? O perché si sono ribellati sull’aereo?

Il sottotitolo del libro “è all’altezza degli occhi”. Nei Cpt i migranti vengono obbligati ad abbassare gli occhi. E guai a chi osa alzarli. Ma alcuni di loro l’hanno fatto, e hanno denunciato gli abusi, con l’aiuto di quei pochi avvocati che hanno scelto di difenderli, pur sapendo di non poter guadagnare alcunché da chi nulla ha da dare o da conservare se non la propria dignità di uomo. Una decisione che questi migranti stanno tuttora scontando con il rimpatrio o con il rischio dell’espulsione. Ma essi si sono ribellati lo stesso. “Io sono uomo. Non scappo” è la sfida che lancia chi non capisce perché viene trattato in malomodo se nel proprio paese, dove pur manca la democrazia, gli stranieri sono trattati come Dei.

“Qua in Italia c’è la democrazia, dicono, però per quel che ho visto io, non ho visto niente”. Il Nulla, appunto. Resta solo la vergogna di questo non conoscere e di questo ottuso non sapere da parte di chi non sa nemmeno cosa sia un CPT, di chi lo immagina o lo dipinge come un albergo di lusso, in un carosello di certezze che hanno il sapore del diritto acquisito ma che devono lasciare spazio alla riflessione e, si spera, alla soluzione. La vergogna degli italiani che non si ribellano, che distolgono gli occhi, in attesa del giorno in cui - come scrive Erri De Luca nella prefazione - "una generazione sputerà in faccia ai persecutori di oppressi ed esalterà i pochi nomi di italiani da salvare dal macero".

Sguardo intarsiato

di tristi tormenti,

trattiene graffiti di sole

tra rughe segnate d'oblio.

Consuma le mani e i pensieri

l'atroce sconfitta.

Ma l'uomo dal volto di terra

ha l'anima illesa,

sigilla la gioia il suo cuore bambino.

Lo sfiorano appena

dai gusci di latta

gli scialbi fantocci,

adorni di ottusi principi

(Volto di terra, di Maria R. Bartiromo. Raccolta di poesie "Ali di Piombo", Ed. Pubblinova Negri)