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venerdì 14 luglio 2006

Siamo tutti sulla stessa barca?

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Voglio prendere spunto da alcune considerazioni che ho colto dai commenti che molti lettori hanno lasciato in questi giorni, per affrontare un nuovo argomento, che non ha nulla a che vedere con il calcio. Qualcuno notava che "se gli Italiani vengono definiti "mafiosi" si tratta di *inciviltà* se si presume che ad un islamico si dia del terrorista ecco che si tratta dei podromi della venuta del Quarto Reich fallaciano-leghista con in Calderoli il suo Fuhrer" e si chiedeva "Perché". Qualcun altro si chiedeva se era "possibile che se un giocatore di origini berbere si renda responsabile di un atto di violenza contro un giocatore italiano, tu devi presumere che vi sia stato un antefatto di stampo razzista". E si chiedeva "Perché". Domande legittime e comprensibili. Ora tenterò di spiegarvi il "Perché" di tutto questo. Agli inizi del 900, dare dei "mafiosi" agli italiani era un atteggiamento ricorrente in molti dei paesi che accoglievano immigrati della Penisola. Certamente definirli mafiosi, rappresentarli con caricature demonizzanti ecc ecc rendeva la loro permanenza all'epoca non solo "meno piacevole", ma persino pericolosa e rischiosa, con conseguenze molto serie sul piano dell'incolumità personale e su quello delle garanzie legali. Si veniva linciati per strada perché italiani, si veniva accusati di reati e incarcerati o giustiziati perché italiani, e di conseguenza si denigrava anche l'Italia. Gli Italiani hanno combattuto all'epoca tantissimo, costituendo associazioni, rivendicando diritti, criticando e protestando con forza, prima di riuscire ad abbattere quei pregiudizi. Certo, non li hanno fatti scomparire, ma se oggi qualcuno afferma che gli italiani "sono tutti mafiosi", nessuno lo prende sul serio. Questa è una sacrosanta verità, non prendiamoci per i fondelli. Ci si può offendere, ed è giusto, se qualcuno definisce gli italiani mafiosi o spaghettari, ma sappiamo tutti che questo non porterà - al giorno d'oggi - nessuno a picchiare un italiano o linciarlo solo in quanto tale e che anzi, porterà tanti a ridere di chi ha fatto l'affermazione. L'ultimo episodio di aggressione di tipo "italianofobo" si è rivelato una vera e propria bufala, che ha persino gettato discredito sull'Italia.

Ora, la volontà di equiparare la situazione odierna degli italiani, raggiunta con grandi sacrifici e in molto tempo, a quella odierna dei musulmani mi sembra un pochino fazioso. La volontà di dimostrare a tutti i costi che siamo sulla stessa barca sarà anche lodevole e rilassante, ma è sostanzialmente falsa. Mi ricorda molte persone che apprezzo che mi ricordano per esempio che se un immigrato ha trovato difficoltà nel trovare casa, non è poi così grave visto che appena qualche anno fa i meridionali al Nord incontravano le stesse difficoltà. O chi mi spiega che se un immigrato deve fare la fila per rinnovare o ottenere il permesso, non è poi così strano perché "anche noi facciamo le fila alle Poste", e via discorrendo. E allora io rispondo: si, nel primo caso, è vero. Ma oggi un meridionale non incontra esattamente queste stesse difficoltà. Incontrerà ancora pregiudizi, è vero, ma non vedrà mai più un cartello con "No meridionali". Sui giornali degli annunci per gli affitti però, un "No extracomunitari" campeggia tuttora. Nel secondo caso invece, paragonare le fila alle Poste di un cittadino italiano con quelle di tre giorni per inviare una raccomandata per il permesso da parte di un extracomunitario mi pare davvero esilarante. E paragonarle a quelle che fa l'immigrato presso alcune questure per il rinnovo mi pare sinceramente offensivo. Il cittadino italiano non deve giustificare ogni anno la sua presenza recandosi alle poste o alla questura, e se qualcuno lo tratta male o percepisce un ritardo, comincia a strillare e vuole incontrare il responsabile. Se un immigrato qualsiasi si azzarda a piantare una scenata simile, non garantisco per la sua permanenza. Ecco perché la volontà di "uniformare" tutto è faziosa. E soprattutto pericolosa, perché ci evita di constatare che in Italia ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B, che ci sono motivi di scontento da parte degli immigrati, istanze che devono essere ascoltate e non demonizzate.

Spesso e volentieri si scambiano queste mie osservazioni per insulti o non so cos'altro, si sospetta che il sottoscritto covi non si sa quali cattiverie nei confronti dell'Italia. E invece non è affatto così: certo ho dovuto combattere anch'io dei pregiudizi all'inizio ma sono stato fortunato, per svariati motivi, e non ho particolari motivi per lamentarmi. Potrei anche stare tranquillo e bearmi della mia tranquillità e non offendere la suscettibilità di nessuno raccontando certe cose o mettendo a nudo certe realtà. E così mi farei amare da tutti, come grande "amante dell'Italia". Ma non mi sembra giusto, sia nei confronti di altri, meno fortunati di me, che non hanno il tempo o non vogliono prendere il rischio di dire certe cose, sia nei confronti dei cittadini italiani, che in questo modo si convincono che sia tutto a posto andando avanti imperterriti sulla propria strada. Signori, ci sono obiettivi e sostanziali problemi di convivenza. Non siamo tutti sullo stesso piano, purtroppo, e se non si fa qualcosa - prima o poi - quando ci saranno nuove generazioni di immigrati in questo paese, ci ritroveremo con lo stesso problema francese, dove i curriculum di cittadini francesi di seconda generazione vengono subito cestinati durante le selezioni, fino ad indurre il governo a emanare una legge che consente di nascondere nome, cognome e foto del candidato, comunque con scarsi risultati. Se oggi, c'è la tendenza di molti immigrati di non avere fiducia, di sospettare subito l'insulto razziale, questo è il frutto di un clima interno che tutti abbiamo sotto gli occhi: inutile negarlo. E' anche il frutto di un clima internazionale che mette in pericolo non solo l'immagine ma la stessa incolumità e le garanzie legali di intere minoranze e interi paesi. Dare del terrorista ad un musulmano, oggi, è come dare del mafioso ad un italiano agli inizi del 900. Non oggi, ma all'inizio del secolo. Può comportare un aggressione, un licenziamento, un'espulsione, una condanna. Tutte ingiuste. C'è una bella differenza, soprattutto se poi consideriamo che l'accusa di terrorismo viene persino rivolta a interi paesi, che poi vengono colonizzati (Fortunatamente nessuno ha voluto colonizzare l'Italia per liberarla dalla Mafia). Non è forse meglio che si dibatta di questo tra di noi, e si cerchi una soluzione?