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lunedì 21 agosto 2006

Hezbollah, il Libano e l'Italia

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Due giorni fa, ho pubblicato un articolo apparso – credo – su Il Riformista, in cui l’autrice tracciava un quadro molto obiettivo della realtà della blogosfera araba, e in particolare del suo comportamento di fronte alla crisi libanese. In breve, l’autrice affermava che in seguito alla guerra scatenata da Israele, per l’élite di bloggers arabi - in particolare egiziani (quelli più attivi) - il movimento libanese dei Hezbollah era diventato un mito e Hassan Nasrallah, il suo leader, la figura più popolare del web arabo e non solo. Non appena ho pubblicato questo articolo, si sono riversati svariati commentatori che mi hanno tacciato di ogni sorta di accusa, dall’integralismo religioso alla mancata integrazione. Qualcuno ha addirittura affermato di essere "rimasto invece molto sorpreso dal suo CV e non ultimo dal suo stesso aspetto fisico", dicendosi sorpreso per le "parole che grondano odio e incitano alla vendetta" a quanto pare in apparente contrasto con il mio "aspetto fisico". Mi piacerebbe sapere cosa c'entri il mio aspetto fisico e dove abbia trovato quelle parole che "grondano odio" nel mio blog, ma tant'è...
Ora, io non capisco cosa spinga certe persone a trarre conclusioni sbagliate da ciò che leggono da queste parti. È la lettura superficiale o, più semplicemente, la malafede? Insomma, se uno riporta un articolo che traccia un quadro molto onesto della realtà internauta araba, non vedo perché debba essere accusato di integralismo o di mancata integrazione. L’articolo in questione illustrava molto bene il risultato della campagna israeliana, gli effetti delle vignette rilasciate dagli aerei israeliani sui cieli del Libano - dove Nasrallah veniva raffigurato come un cobra che inghiottisce Beirut - per giustificare agli occhi degli stessi libanesi il bombardamento della loro capitale. È forse una colpa dimostrare, con le parole di un’autrice italiana e le testimonianze di molti bloggers arabi, questo spettacolare fallimento?
Trovo semplicemente incredibile questa chiusura, da parte di alcuni, nei confronti di altri tipi di analisi, questa voglia di accettare supinamente e senza spirito critico la propaganda mediatica, questa disposizione a seppellire la testa sotto la sabbia e a non guardare in faccia la realtà: piaccia o meno, la campagna militare israeliana, avente come obiettivo la distruzione dell’Hezbollah, l’ha di fatto consacrato – assieme al suo leader – come il nuovo eroe del mondo arabo. Piaccia o meno, la grande maggioranza di libanesi – musulmani, sciiti, sunniti, cristiani, cattolici, ortodossi, drusi e altri – considera l’Hezbollah, oggi più che mai, un movimento nazionale di resistenza, l’unico in grado di reagire alle aggressioni israeliane e l’unico capace di lanciare una campagna di ricostruzione e di risarcimenti a favore delle vittime del conflitto. In Siria, padre Elias Zahlawi, un prelato greco-cattolico prega addirittura pubblicamente per Nasrallah e il suo movimento in chiesa, dicendo che ha "restituito loro la dignità".
Capisco quanto possa essere gratificante per alcuni sentir dire che Israele ha vinto, che l’Hezbollah è stato ridimensionato, che la maggioranza dei libanesi vorebbe liberarsi di Nasrallah. Ma questa non è la realtà, non è ciò che dicono i libanesi, non è ciò che pensa il mondo arabo. Continuare a credere nella propaganda a favore della guerra è la via più breve e sicura per fallire clamorosamente nei rapporti con il vicino di casa più immediato e naturale dell’Europa: il Medio Oriente. Dobbiamo, una volta per tutte, liberarci delle posizioni prefabbricate dai mass-media e metterci nei panni degli altri, sentire ciò che stanno dicendo in prima persona e non ciò che dicono, a loro nome, prezzolati opinionisti comodamente adagiati sulle poltrone delle redazioni nostrane.
Bene ha fatto quindi il ministro degli Esteri D’Alema, quando è andato – in compagnia di un ministro Hezbollah - a vedere con i propri occhi la distruzione provocata dall’esercito israeliano in Libano, restituendo al popolo italiano una visione corretta ed obiettiva del panorama politico e dell’opinione pubblica libanese del dopo-guerra. Con la sua visita e le sue parole, il ministro D’Alema ha parzialmente ricostituito il prestigio italiano in Medio Oriente, andato completamente distrutto negli ultimi anni, ponendo le basi per una proficua collaborazione tra il Libano e l’Italia sotto l’egida dell’ONU. Ma, cosa ancora più importante, ha rimediato alla sconcertante presa di posizione a favore dell’aggressione israeliana espressa da questo governo all’inizio del conflitto, restituendo a questo esecutivo la dignità, l’equilibrio e l’obiettività di sinistra.