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venerdì 18 agosto 2006

Il web arabo insorge

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di Paola Caridi
Il web arabo gronda sangue. E macerie. E disperazione. Il mondo virtuale arabo – che conta ormai molto per il pubblico della regione e non solo - chiede giustizia per i propri morti, promette vendetta verso gli israeliani e solidarietà per i libanesi, pretende che abbia termine il doppio standard e che le vittime abbiano uguale peso per la comunità internazionale. Il web arabo ha un agnello sacrificale, ed è il Libano, e un solo eroe, e si chiama sheykh Sayyed Hassan Nasrallah.Mai come per la guerra del Libano 2006 (quella che gli arabi definiscono ormai la “sesta guerra”), l’arena virtuale è divenuta un’agorà in cui informazione, controinformazione, invettive, litigate, dibattiti politici hanno creato una rete fitta, fatta non solo di parole. Ma soprattutto di foto. Sono le foto di Beirut, Sidone, Tiro, Qana, Shyia, Ghazyeh, Ansar a rappresentare visivamente il tam tam che riempie il mondo virtuale arabo, in un rincorrersi di dolore e di distruzione. Ogni blog, ogni sito di analisi o d’informazione, ogni pagina allestita in tutta fretta dal Libano ha il suo book fotografico caricato su Flickr, l’archivio su rete più usato dagli internauti della regione. E per una foto taroccata, com’ha fatto il fotografo freelance della Reuters Adnan Haj (subito silurato), ce ne sono centinaia, migliaia che a un occhio profano sembrano decisamente poco ritoccabili. Sono foto impressionanti, come la sequenza di Gettyimages che uno dei blogger più seguiti, Haitham di sabbah.biz ha inserito in rete due giorni fa: un bambino libanese di una decina d’anni che assiste impotente alla morte della madre.
Il mondo virtuale arabo – che ormai rappresenta una parte molto consistente delle èlite che risiedono nella regione e nella diaspora – non è solo disperato, di fronte a queste immagini. È indignato verso l’insipienza della comunità internazionale. È rabbioso, verso Israele che accusa di crimini di guerra e di violazione delle convenzioni internazionali, verso gli Stati Uniti a cui vengono attribuite le medesime colpe, e verso i propri regimi. Accusati di acquiescenza per non aver difeso il Libano. Un attacco, questo, che lungi dall’essere stato sottovalutato dai governanti, è diventata una delle ragioni per le quali le capitali arabe si sono unite attorno al Libano dopo un’iniziale disagio: l’agorà virtuale araba ormai conta, e incide sulle scelte politiche e mediatiche. Come dimostra il viaggio di Gamal Mubarak per portare solidarietà al popolo libanese, proprio nei giorni nei quali il web faceva rimbalzare il cartello di una manifestazione al Cairo, in cui papà Hosni veniva ritratto con una stella di David in fronte e la definizione di “ambasciatore d’Israele in Egitto”.
Gli internauti arabi non fanno sconti a nessuno, e combattono con le armi del web una vera e propria battaglia informativa e politica, con strumenti culturali che spesso poco hanno a che fare con l’antimoderno. E che anzi raggiungono punte elevate di raffinatezza analitica. Chi scrive sui web, spesso, è gente con fior di titoli alle spalle. Universitari e non. Gente che lavora negli atenei, che è esperto di informatica, che costituisce la crema del futuro arabo, assieme a un’altra consistente truppa di studenti, piccola borghesia, ceti istruiti. Sostenuti da molta parte dell’accademia occidentale che si occupa di Medio Oriente. Last but not least, non è detto per forza che sia islamista. Anzi. Gli attacchi a Israele, ai regimi arabi, agli Usa di Dubya e Condy, arrivano da tutto lo spettro delle opposizioni. Liberal e laici compresi. Con alcune eccezioni di rilievo, per il mondo virtuale arabo, come i blogger ultraliberali concentrati soprattutto in Egitto. Che però, come fa il notissimo Big Pharaoh, si pongono problemi seri sul futuro della regione, annotando che l’islam politico sciita ha fatto meglio dell’omologo sunnita, con due successi al suo arco. Prima, la rivoluzione khomeinista. E oggi, hezbollah, il “secondo successo sciita”.
Perché sì, Hassan Nasrallah è il vero eroe del web arabo, cristiano, sunnita, sciita che sia. È l’espressione del coraggio contro Israele, della rivalsa contro le altre sconfitte militari. È il simbolo della resistenza: motivo per il quale nello scorso mese a 128 bambini nati ad Alessandria d’Egitto è stato messo il nome Nasrallah. E a differenza dei miti precedenti, come quello di Nasser che oggi viene appaiato al nome di Chavez per la sua posizione su Israele, il mito di Nasrallah è incredibilmente un mito realista. Che non vuole poggiare sulla retorica. Del leader di hezbollah si conoscono benissimo i limiti, si conosce il realismo, si critica l’islamismo, ma si riconosce la furbizia o l’intelligenza politica. Le citazioni di Nasrallah riportate sui blog, per esempio, danno conto di questo cambiamento profondo nella cultura politica araba. Zenobia, di Egyptianchronicles, traduce un pezzo dell’ultimo discorso dello sceicco sciita, in cui Nasrallah avrebbe detto che “in tutte le guerre precedenti di Israele contro i paesi arabi, questi ultimi in genere bloccavano i media dalla copertura delle notizie mentre Israele mostrava tutto quello che aveva. Ora Israele sta bloccando i media dal coprire le notizie e noi stiamo mostrando tutto quello che abbiamo”.
Per l’agorà araba, l’informazione sulle distruzioni in Libano – com’è stato per la primavera delle proteste nel 2005, per la guerra in Iraq e per i palestinesi – è essenziale. E, a differenza di prima, le fonti israeliane sono stracitate. Le foto del campo profughi di Netzarim, per esempio, hanno fatto il giro del web. Spesso, a mo’ di didascalia, c’erano scritte frasi come “voglio essere un profugo israeliano”. E ad accompagnare reportage, testimonianze, foto, le tradizionali caricature politiche arabe, durissime e antiisraeliane come sempre. Sotto una di queste, che descriveva la pioggia di bombe su Beirut e due libanesi intenti a guardare, la vignetta diceva “Sorridi. Potresti essere accusato di antisemitismo”.Per le èlite virtuali arabe, l’antisemitismo è considerata una scusa che copre le colpe di Israele. E quando si parla di Ahmadinejad e della sua minaccia verbale di cancellare Israele dalla carta geografica, l’humor arabo non ha dubbi. “Israele lo sta facendo nei fatti. Sta cancellando il Libano dalle mappe”.