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mercoledì 2 agosto 2006

La strumentalizzazione dell'Ebraismo

Negli ultimi anni i cosiddetti teorici dello scontro di civiltà hanno diffuso l’idea dell’identità giudaico-cristiana come costitutiva dell’Occidente. Occidente, che, "come si sa", "si deve difendere dall’attacco coordinato del jihadismo e del relativismo". Io penso che come ebrei non ci dovremmo riconoscere in quest’identità costruita ad arte che non rappresenta in modo veritiero la realtà storica del rapporto dell’Occidente, e dell’Occidente cristiano in particolare, con l’Ebraismo. L’Occidente si è da sempre rapportato all’ebreo come l’Altro da sé per antonomasia e vi ha espresso contro il suo più profondo razzismo ed etnocentrismo e la Shoah ne è solo il punto di arrivo. La memoria europea è dunque una memoria lacerata e volerla riconciliare a buon mercato e per fini strumentali vuol dire offenderla.
Certo, esistono radici ebraiche nella cultura del nostro continente, ma voler oggi considerare, dopo duemila anni di politica del disprezzo, l’identità occidentale come il frutto di un processo di integrazione giudaico-cristiana, è un tipico esempio di mistificazione, di "invenzione della tradizione". Contro questa retorica va fatta un’operazione di verità. L’ebraismo ha piuttosto visto un suo libero fiorire sotto la dominazione araba in Andalusia e la figura di Maimonide ne è un fulgido esempio. Anche l’Europa cristiana ha visto delle eccezioni come quella olandese, l’illuminismo poi e l’apertura dei ghetti hanno dato nuove speranze di libertà, che però sono state contrastate dal montante nazionalismo moderno oltreché dai rigurgiti dell’ancien regime. L’esito è stata la Shoah e non basta l’aver istituito il giorno della memoria per, non solo riconciliare, ma addirittura ribaltare la memoria stessa.
Stravolgere il senso della storia, al solo fine di presentare l’Occidente come un sol uomo di fronte alla "minaccia islamica" penso sia inaccettabile. Bisogna rifiutarsi di essere arruolati in questa guerra di civiltà e affermare come piuttosto la nostra tradizione e la nostra storia ci abbiano posto nelle condizioni di fare da ponte tra le culture e come oggi questo sia più che mai necessario. La visita del rabbino capo di Roma Riccardo di Segni alla Moschea della capitale e soprattutto le sue chiare parole contro la montante islamofobia nei nostri territori sono un rimarchevole esempio di quest’identità profonda. Antisemitismo e islamofobia hanno una storia parallela che vede uniti nella condizione di perseguitato chi si distingueva dall’Europa cristiana; oggi nella versione culturalista propagandata dai "difensori dell’Occidente" si cerca invece di ricostruire una storia ad hoc dove l’antisemitismo occidentale non esiste più se non in piccole frange di esaltati e nel nostro mondo globalizzato l’unico pericolo rimane l’odio per gli occidentali da parte dei "fondamentalisti islamici". In questo modo e paradossalmente l’antisemitismo occidentale continua proprio nello stravolgimento storico operato da questi fautori dell’"Europa giudaico-cristiana".

Questo vero e proprio revisionismo storico viene purtroppo accettato anche da molti ebrei e ciò è dovuto a quel fenomeno di gratificazione psicologica, "dello stare finalmente dalla parte considerata giusta dalla maggioranza" che è stato analizzato mirabilmente in un articolo su Ha Keillah, un po’ di tempo fa, da Giuliano Della Pergola. Per quanto riguarda poi il fondamentalismo il problema non è evidentemente religioso ma verte sull’uso che delle religioni fa la politica e prima di guardare fuori bisognerebbe osservare come oggi proprio in Occidente si vada sempre più riaffermando questa tendenza e come mascheri una strategia di potere riassunta nella politica cosiddetta neo e teo-con. Io penso che la nostra tradizione e la nostra storia non ci permettano di aderire a visioni che legano il potere e la religione e che è da rifiutare l’invito a far parte di un fronte occidentale che proprio su quest’intreccio forgia la sua costruzione di identità.
Perché se c’è un’identità da difendere, parafrasando Albert Einstein, questa è l’identità della Cultura Umana.
Andrea Billau