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sabato 5 agosto 2006

Omertà

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Il 24 luglio scorso, Lucia Annunziata scriveva sulla Stampa: "Se volete sapere qualcosa di meno astratto, sterilizzato; se volete capire cosa significa essere bruciati da una bomba; se volete immaginare cosa passa nella mente e nei cuori del mondo arabo - cliccate sul seguente indirizzo: www.fromisraeltolebanon.info. Le immagini della morte dei civili del conflitto libanese in corso, non pubblicate e non pubblicabili - e che neppure questo giornale per ragioni di rispetto, nei confronti dei vivi come dei morti, può pubblicare - sono lì. Sono arrivate via internet, inviate - miracolo delle triangolazioni virtuali - da un villaggio dei territori occupati, da un giovane palestinese che non vedo né sento da anni, accompagnate da una sola frase: «Please, pass it on», per favore divulgatele". Nel suo articolo, l'Annunziata ha sintetizzato mirabilmente il nuovo fronte della guerra mediatica quando scrisse di quella "lunga catena di sant’antonio dentro lo spazio virtuale in cui ci si contende la mente e il cuore del consenso popolare. Una operazione la cui efficacia è inversamente proporzionale al poco lavoro e ai pochi soldi che richiede; viaggia infatti velocissima, a zero costo, nelle vene dei computer, e può raggiungere e rimbalzare da ogni angolo del mondo".
Ma la libera catena di cui ha scritto l'Annunziata, indicandone coraggiosamente la fonte su internet - pur legittimamente spiegando la decisione del proprio giornale circa la non ripubblicazione delle immagini - è la stessa che vuole interrompere, persino su internet, Gianni Riotta del Corriere quando scrive della "poderosa armata della propaganda fondamentalista sul web" che arruola "quei volti strappati alla vita nella campagna di odio contro «gli ebrei e il Satana americano»", puntando il suo dito accusatore contro "chi diffonde su Internet le foto dei bambini libanesi dilaniati". Nel primo caso c'è l'invito, pacato ed educato, per chi vorrà farlo (avendo fegato a sufficienza), ad andare a vedere quelle foto per capire il punto di vista e soprattutto l'indignazione del mondo arabo, dall'altro l'isterica criminalizzazione e demonizzazione di chi osa far vedere o semplicemente inoltra quelle stesse foto. Alla luce della visione Riotta, verrebbe quindi da dire che anche la Annunziata è una pericolosa fondamentalista "antisemita", avendo osato fornire ai suoi lettori l'indirizzo dove attingere e inoltrare le foto incriminate. Incriminate perchè documentano in modo inequivocabile la barbaria della campagna israeliana. Ovviamente, l'atteggiamento isterico di alcuni cronisti di fronte alla diffusione su larga scala delle foto e delle prove visive del genocidio che viene perpetrato dalle forze israeliane in Libano la dice lunga sull'indifendibile situazione in cui Israele si è cacciato, e sulla loro impotenza mediatica che non riesce a bloccare la voce della verità. Fortunatamente sappiamo benissimo che dietro alle presunte remore dovute alla volontà di non urtare la sensibilità degli spettatori con immagini oscene, si nasconde una chiusura a priori determinata da ragioni prettamente politiche, e quindi di propaganda.
Ieri tutti i giornali del Bahrein hanno rivelato che le loro direzioni avevano ricevuto una lettera da parte dell'Ambasciata della Gran Bretagna, scritta dal Chargé d'Affaires Stephen Harrison, dove si chiedeva ai giornali di interrompere la pubblicazione di fotografie che mostrano le devastazioni ed i massacri di esseri viventi che l'aeronautica e l'artigleria israeliana stanno compiendo in Libano: "Noi tutti vogliamo vedere la fine delle orribili fotografie di distruzione sulle Vostre prime pagini cui pubblicazione è andata avanti per tutta la settimana scorsa." ("We all wish to see an end to the horrific photos of destruction on you front pages over the past week".) La Gran Bretagna ovviamente non aveva pensato alla possibilità che una lettera così esplicita come quella di Harrison non sarebbe stata trattata "confidenzialmente", ma che sarebbe apparsa sulle prime pagini dei giornali stessi. Perfino il giornale decisamente filo-governativo del Bahrein, Al-Watan (La Patria) mise in mostra la sua indignazione per la lettera dell'Ambasciata britannica pubblicando sulla prima pagina la foto di bambini libanesi che rovistano nelle macerie della loro casa, con didascalia "Questi sono le vittime che l'Ambasciata britannica non vuole che vi mostriamo."
E queste sono le innocenti vittime che mostrerò anch'io, e tutte le persone oneste che si rifiutano di sottostare al vergognoso ricatto morale che vorrebbe nascondere i fatti. Quando si devono pubblicare inutili vignette che prendono in giro una fede e un'intera comunità di credenti, è tutto un coro a favore della sacrosanta Libertà di stampa, ma quando si tratta invece di documentare la realtà di una guerra in corso, che alimenta il circolo vizioso di violenza che tocca tutti noi, è tutto un farfugliamento con scuse che non stanno nè in cielo, nè in terra, un invito più o meno minaccioso a nascondere quelle foto, altrimenti l' "uomo di strada" farebbe due conti e capirebbe che quella che è in atto altro non è che un' illegale guerra di aggressione che nessuno in Occidente vuole o ha il coraggio di fermare. Ebbene, carissimi ed esperti cronisti, "Pensate - come scrive Carlo Bertani - che quando ci hanno sparato sui teleschermi e sui monitor quei cadaveri grigi, piccoli e leggeri dei bambini libanesi con il rivolo di sangue alla bocca – invece d’esser colti da un ragionevole dubbio sull’utilità dei bombardamenti israeliani – abbiamo ricordato le tante volte che abbiamo preso in braccio i nostri figli addormentati, per portarli dall’auto al loro lettino. Scusateci se – mettendo per un attimo da parte le vostre erudite sentenze – ci siamo chiesti quali potessero essere i sentimenti di quei padri e di quelle madri: vi chiediamo scusa, perché non riusciamo a capire che “le masse arabe non conteranno mai nulla”, non abbiamo sufficiente materia grigia per riflettere che l’obiettivo essenziale è “la guerra al terrorismo”. Siamo limitati ed anche un poco ignoranti: d’altronde, mica ci chiamano per esporre il real pensiero dal pulpito di “Porta a porta”.