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mercoledì 30 agosto 2006

Sul comunicato dell'UCOII (II)

Per avere un’idea dell’entità del disastro in termini di immagine per l’UCOII, basta pensare che non solo l’intera classe politica (Dalla Destra alla Sinistra) e mediatica (Dal Corriere al Manifesto) si è schierata contro, ma persino Beppe Grillo, che ad alcuni sembrava difendere, seppur ironicamente, le esternazioni antisemite di Mel Gibson (e quelle si che erano esternazioni antisemite) ha preso le distanze invocando la condanna dei giornali che hanno pubblicato l’appello per “istigazione all’odio razziale”. Stento a credere che persino Grillo abbia volutamente ignorato che in quell’appello c’era solo un paragone provocatorio, dettato dall’indignazione e dalla disperazione, da parte di un organizzazione nei confronti di un governo, della sua politica e delle sue guerre e non nei confronti della religione o della comunità ebraica. Ma probabilmente persino Grillo, così tanto attento ai giochi dei media e così critico nei confronti dell’intera classe politica e giornalistica, ci è cascato in buona fede, facendosi trascinare dalla tempesta mediatica e dalla sua sensibilità personale. Ad ogni modo, sia le lettere inviate al Manifesto che i commenti lasciati sotto il post di Grillo testimoniano che non tutti hanno condiviso cio' che sembra pensare la maggioranza: molti si sono espressi a favore del paragone usato dall’UCOII e questo ci deve far riflettere tutti, ma deve soprattutto far riflettere Israele sul deterioramento della propria immagine, specie dopo la guerra-disastro in Libano.

Detto questo, torno a ribadire che il paragone tra le stragi naziste e stragi israeliane era improponibile, soprattutto in Italia dove l’alleanza con i nazisti e le leggi razziali rimarranno per sempre un marchio infamante nella storia di questo paese. Nel mondo arabo e islamico tali paragoni sono all’ordine del giorno, poiché in quel mondo – nonostante la lunga storia del conflitto arabo-israeliano – non è accaduto, fortunatamente, nulla di simile all’orrore nazista dei campi di concentramento: la percezione di quel crimine risulta quindi tramortita presso l’opinione pubblica mentre la portata della provocazione nei confronti di Israele, e dell’Occidente più in generale, risulta aumentata. Stefano Allievi ha colto egregiamente la sostanza del problema quando disse che si tratta di una questione di diversa sensibilità: per i popoli arabi, africani, asiatici, la II Guerra Mondiale era solo una guerra, nulla di più, e cosi viene insegnata. Un giovane cresciuto in un clima occidentale sa invece che cosa rappresenta il Nazismo per l’Occidente in termini di responsabilità collettiva in un dramma umano e quindi stenta ad approvare il paragone dell’UCOII, aspetto intelligentemente rilevato dal presidente dei Giovani Musulmani Italiani che ha stigmatizzato il comunicato. In Europa - come per Israele - il Nazismo è tuttora espressione del Male Assoluto, non così in Medio Oriente. Tant’è vero che in questi giorni si parla spesso sui giornali di riconoscere nell’Olocausto un “evento unico e irrepetibile”.

Quest’ultima è una definizione che mi trova in assoluto disaccordo. Primo Levi, illustre sopravissuto di Auschwitz, ha già sconfessato questa definizione quando disse “se è successo, significa che potrebbe succedere ancora”. Chi osa contraddire Primo Levi? Chi ci garantisce che l’Olocausto ebraico fu l’ultima espressione della malvagità umana organizzata? Le pulizie etniche sono all’ordine del giorno da quando l’uomo è comparso sulla faccia della terra: moltissimi sono stati sterminati per la loro fede, per le loro origini o persino per le loro idee e ogni pulizia etnica ha richiesto un’ organizzazione metodica e scrupolosa da parte dei carnefici: basti pensare alle stragi ruwandesi, alle stragi indiane o a quelle serbe. L’Olocausto non è stato, purtroppo, né la prima né l’ultima espressione della malvagità umana. Ciò che ci sconvolge nell’Olocausto, semmai, sono le sue dimensioni e il fatto che sia potuto accadere nella civile Europa, immediatamente dopo l’epoca d’oro della Repubblica di Weimar, e non in qualche sperduto villaggio africano o provincia indiana.

In Occidente il senso di colpa nei confronti delle minoranze ebraiche è ancora, come dovrebbe essere tra l’altro, una ferita aperta e viva, poiché le responsabilità degli occidentali – governi e popoli – sono lampanti. Il paragone quindi riporta in mente essenzialmente l’orrore dei campi di concentramento ed erroneamente ci si dimentica degli orrori - oserei dire più "banali", e non potete immaginare quale violenza mi faccio nell’usare questo termine - della guerra a favore di un orrore più grande, che è quello dell’Olocausto. In questo modo si finisce per scambiare un paragone provocatorio, di uso comune nel mondo arabo, per una negazione della Shoah. Ma basta soffermarsi un attimo e riflettere per capire che se qualcuno paragona il governo israeliano a quello nazista, di fatti sta ricordando al governo israeliano - in maniera decisamente dolorosa - la necessità di comportarsi diversamente, in nome delle sofferenze inflitte al popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale.

Si sta chiedendo al governo israeliano di riflettere sulle sofferenze della guerra e non solo sui ricordi dei campi di concentramento, anche se molti attivisti israeliani paragonano, di fatti, Gaza ad un enorme lager. Con quel paragone i musulmani di fatti si chiedono come è possibile che un popolo che ha tanto sofferto nella sua millenaria storia, e ancor di più durante l’ultima guerra mondiale, abbia potuto infliggere simili sofferenze - e intendo per sofferenze quelle conseguenti alla guerra e non un ipotetico piano di sterminio simile a quello nazista - ad altri popoli, che hanno una secolare tradizione di convivenza con le minoranze ebraiche, nell’illusione di poter vivere in pace e sicurezza. E, ancora una volta, non sono io a dire che Israele infligge indicibili sofferenze ai palestinesi e ai libanesi, ma coraggiosi giornalisti e attivisti ebrei ed israeliani, in Israele e non solo.

L’Occidente non è in grado di capire questo paragone, poiché giustamente si vergogna così tanto che non è in grado di percepirne la portata provocatoria. E in un clima emotivamente carico, sopraffatto dal senso di colpa e dalla vergogna, i mistificatori di professione e gli agenti di propaganda hanno il gioco facile. Il paragone non nega affatto la Shoah bensi la invoca, supplicando il popolo d’Israele a mettere fine alle sofferenze inflitte ai suoi vicini, così come tanti israeliani che hanno a cuore il loro paese fanno ogni giorno. Nessun occidentale si può permettere una cosa simile, poiché ogni occidentale sa di essere, in qualche modo, corresponsabile di quell’orrore: chi si alzò, in Germania e in Italia, contro le leggi razziali, contro lo sterminio pianificato? Nessuno: molti polacchi erano persino felici di consegnare personalmente i propri vicini di casa alle SS. Gli arabi, i musulmani, no: una millenaria storia di convivenza - eccettuata la parentesi storica che inizia con la contesa della terra palestinese- depone a loro favore e rappresenta un credito, tuttora non riscosso, presso il popolo ebraico.

Oggi, ogni parola proferita da un musulmano rischia di diventare una condanna, figuriamoci se quelle parole sono un paragone che l’Occidente non è in grado di capire o che parte di esso vorrebbe strumentalizzare. Personalmente, ritengo che ci siano metodi diplomaticamente più efficienti ed propagandisticamente più efficaci per fare quello che l’UCOII intendeva fare, ovvero attirare l’attenzione dei lettori italiani sul dramma del mondo arabo, dei palestinesi, dei libanesi. Piuttosto che pubblicare l’elenco di massacri addebitati ad Israele, a cui corrisponde un elenco speculare di massacri addebitati ai palestinesi da parte israeliana, sarebbe stato molto più intelligente far ripubblicare l’articolo di Gideon Levy, con un brevissimo incipit che sottolinea la sua fede ebraica e la sua cittadinanza israeliana, le ragioni degli arabi condivise da molti israeliani e la volontà di pace di entrambi.

L’UCOII avrebbe avuto tutto da guadagnare da una mossa simile, dando voce ai costruttori di pace dell’altra sponda, mettendo in luce – con le parole di un accreditato cronista israeliano – le sofferenze inflitte ai palestinesi da parte di Israele e sfatando, una volta per tutte, le accuse di antisemitismo. Avrebbe detto ciò che voleva dire, con le parole di un giornalista israeliano ed ebreo e avrei voluto vedere allora quale opinionista, o portavoce, o politico avrebbe potuto accusare l’UCOII di antisemitismo o di fondamentalismo. Peccato che l’UCOII abbia perso una simile preziosa opportunità. Ora è da vedere se, in futuro, qualche altro quotidiano accetterà di pubblicare un comunicato a pagamento da parte dell’UCOII: il rischio, infatti, è con quella mossa e la bufera conseguente che anche i quotidiani si rifiutino di accettare le future campagne stampa a pagamento di questa o di altre organizzazioni islamiche, costringendole quindi a ricorrere ai giornali esteri (e l’UCOII non è la multinazionale kuwaitiana che ha comprato una pagina dell’Herald per paragonare gli Israeliani ai fascisti, mostrando le foto delle vittime libanesi), prestando il fianco stavolta ad accuse di diffamazione internazionale e tradimento della Patria. Esattamente ciò che vorrebbero i neoconservatori nostrani, per dare il colpo di grazia alla comunità islamica italiana, indipendentemente dal fatto che si riconosca nell’UCOII o meno.