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venerdì 11 agosto 2006

Viaggiare dopo l'11 settembre (I)

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Sono una persona a cui piace viaggiare e ho una famiglia sparsa in tutto il mondo. Sono stato spesso e volentieri nel continente americano, e molte volte – prendendo l’aereo - mi sono anche posto una domanda, alla luce del clima di insicurezza che si è creato dopo l’11 settembre e di cui abbiamo avuto conferma anche con l'ultimo piano terroristico sventato. La mia domanda, semplicemente, era: che cosa succederebbe, se su quel particolare aereo su cui mi trovavo anch'io si fosse trovato un attentatore? La mia preoccupazione in quel momento, non sarebbe stata per l’imminente morte, mia o degli altri passeggeri, nel caso gli attentatori riuscissero nel loro intento. Da quel punto di vista sono molto "orientale", credo nel maktub, ovvero nel destino scritto e prestabilito che l’uomo può deviare con le proprie decisioni ma che alla fine si conclude comunque così come era "inteso".

La mia preoccupazione essenziale sarebbe invece per la memoria che verrà tramandata dell’accaduto. Vi confesso infatti che la mia più grande preoccupazione, per così dire personale, oltre il dolore dei famigliari, è per quello che verrà tramandato della mia “memoria”. Chi mi garantisce che il sottoscritto, di cittadinanza egiziana, con un nome arabo, non verrà indicato – a torto – dai media di tutto il mondo come uno dei supposti attentatori? Nelle inchieste giornalistiche e nelle indagini di prima ora è molto più che probabile che i sospetti ricadano su tutti i musulmani presenti sull’aereo. E se il nome del sottoscritto fosse trascinato accanto a quello degli altri attentatori, in virtù della comunanza di fede e di origini? Queste sono, purtroppo, le domande che un mediorientale qualsiasi è obbligato a farsi oggi, salendo su un aereo.

Non ci saranno, probabilmente, testimoni che smentiscano questi sospetti. Probabilmente i miei genitori, già affranti per la perdita, non si capaciteranno dell’idea di essere indicati come i genitori di un fanatico terrorista. Ancor più probabilmente moltissime persone che mi hanno conosciuto riterranno inverosimile persino il pensiero di una cosa simile. Ma sono altrettanto sicuro che verrà fuori anche chi dirà che è molto probabile: in fin dei conti ero uno che condannava le aggressioni di Israele, uno contrario alla politica estera statunitense, uno che criticava il moderato e benvoluto Magdi Allam. Quest’ultimo, poi, dalle pagine del Corriere e dagli studi di Matrix, avrebbe pontificato che non c’era nulla di strano, che in virtù della sua teoria sulla “dissimulazione”, era più che probabile che un insospettabile immigrato si rivelasse un pericoloso terrorista.

È questa la cosa che mi fa arrabbiare di più. Che gente come Andrea Sartori, l’Emilio Fede del forum di Magdi Allam, venga su questo blog, immediatamente dopo aver saputo del piano terroristico sventato a Londra per dirmi: “quanti ne volevano far fuori di CIVILI i tuoi amichetti sugli aerei da Londra?”. Che dei mentecatti privi di educazione e di buon senso si permettano di insozzare la mia reputazione, il mio onore, il mio nome, indicando nei terroristi i miei “amichetti”. Ma mi rendo conto che anche questo è frutto della perversa propaganda che ha accomunato le posizioni critiche nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, nei confronti della logica delle Civiltà "superiori" ed "inferiori", al “filo-terrorismo” e all’ “Islam militante”.

Prima di venire in Italia, non mi sarei mai sognato di mettermi a difendere le ragioni del mondo arabo o del mondo islamico. Ero venuto per proseguire gli studi universitari, magari trovare un lavoro o anche immigrare altrove. Avevo lasciato un Egitto in cui, piano piano, l’eccessiva osservanza della religione in stile wahabita faceva letteralmente impazzire la gente: guardare la televisione era un peccato, vestirsi in un certo modo - anche rispettabile - era peccato, il tutto accomunato ai soliti piccoli problemi quotidiani: i mezzi di trasporto pubblici che non rispettano gli orari, i marciapiedi invalicabili, la burocrazia dinosaurica. Ma in fin dei conti non avevo qualcosa di grave da cui sfuggire, come la fame, la miseria o la persecuzione. Nonostante tutti i suoi problemi, il mio paese d'origine era e rimane il mio paese d'origine: solare, ospitale, in continuo cambiamento, sia in meglio che in peggio.
Arrivato in Italia però, mi resi conto che l’ignoranza e la propaganda islamofobica avrebbe reso la mia vita in Europa un inferno. Ho incontrato, ancor prima dell'11 settembre, persone che - in assoluta buona fede - credevano che in Egitto vivessi sotto una tenda vicino alle piramidi, che da noi le donne venissero scambiate con i cammelli, che leggi egiziane fossero la fotocopia di quelle saudite. Ho dovuto, per forza di cose, mettermi a spiegare questo e quello, a sfatare miti e pregiudizi, a spiegare le ragioni e le convinzioni del mondo arabo, che – soffocato da tanta propaganda negativa e dalle campagne “liberatorie” di bombe – rischia davvero di sprofondare nel fanatismo religioso, nel generare ancora più terroristi.