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sabato 12 agosto 2006

Viaggiare dopo l'11 settembre (II)

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E questo perché? Perché finora l’unico musulmano laico che il panorama mediatico italiano ha accreditato come voce dell’ "Islam moderato", come portavoce della “maggioranza silenziosa dei musulmani” è uno che campa confondendo le acque, scambiando la moderazione religiosa, la laicità, l’integrazione con l’appiattimento sulle posizioni statunitensi e israeliane. Secondo lui, non si può essere moderati religiosamente, o laici, o integrati se si critica la politica d’Oltreoceano. Non si possono chiamare le cose con il loro nome: non si può definire quella americana in Iraq “occupazione” o quella israeliana in libano “aggressione” senza rischiare di essere bollati come sostenitori di Bin Laden, come “amichetti” dei terroristi, come "antisemiti", come “islamisti”.

La prima volta che mi vidi definire con questo termine era su un blog tocque-villano. Sono ancora indeciso se considerarlo sinonimo di “uno che studia o che si occupa di Islam” o come “dissimulatore amico dei terroristi che sfrutta politicamente l'Islam”, in virtù della confusione che regna fra neoconservatori e similari nell’uso di una terminologia a loro essenzialmente sconosciuta. Propendo comunque per la seconda ipotesi, considerato che è proprio l’ambiente neocon a ritenere chiunque critichi gli USA o Israele, specie se arabo e musulmano, un amico dei tagliagole fondamentalisti. Quel giorno mi sono guardato allo specchio e mi sono chiesto: “Io, islamista? In che senso?”. Io, cresciuto nel segno della laicità, di formazione occidentale, in scuole francesi, italiane, greche, tra chiese ortodosse, cattoliche, tra amici ebrei e musulmani? Sono arrivati al punto di definirmi “islamista”, nel senso di uno di quelli che vorrebbero – secondo la loro concezione malata del mondo – “islamizzare il mondo e sottometterlo alla Shariah”?

Sinceramente non sono ancora riuscito ad arrivare alla soluzione del problema. Come posso spiegare la frustrazione, le angosce, le paure e i legittimi sospetti del mondo arabo nei confronti dell’Occidente, come spiegare a quest’ultimo che il suo sostegno illimitato e acritico alla logica delle armi, alla politica della contrapposizione, alla rinuncia a ogni principio democratico e a ogni garanzia legislativa, altro non è che la via più breve per vanificare gli sforzi degli arabi laici e persino dei musulmani moderati, che proprio per aver promosso una lettura moderna della religione, un'autocritica sincera e disinteressata nei confronti della politica autoritaria, corotta del mondo arabo - vengono derisi, criticati e persino condannati nei loro paesi d'origine - fino al punto di dover sfuggire ed essere quindi strumentalizzati in Occidente? Come posso farlo, senza essere messo sul conto degli "Islamisti", intesi come coloro che "vorrebbero islamizzare tutti con la forza"?

In Libano c’era un microcosmo di quella democrazia multiconfessionale e multietnica che si vorrebbe esportare in Medio Oriente. L'hanno letteralmente distrutta e ne hanno consapevolemente distrutto anche l’immagine, mandando in onda solo Ayatollah, barbe e moschee e nascondendo le immagini di piscine piene di donne in bikini, di cristiani in preghiera nelle chiese, di occidentali in lacrime per la distruzione di un paese che si è ricostruito faticosamente. Ma è proprio guardando questo microcosmo in macerie, vedendo lo sgomento dell’opinione pubblica mondiale che fatica a credere nella propaganda unilaterale dei media, che mi rendo conto che ora più che mai c’è bisogno di gridare che chi è su posizioni critiche nei confronti degli Usa, di Israele e dei loro alleati non è, nonostante tutta la criminalizzazione e la demonizzazione in atto, un nemico dell’Occidente o un sostenitore della distruzione di Israele.
È semplicemente qualcuno che vorrebbe far capire, allo stesso Occidente, che seguendo quella via si appresta a immergersi in un infinito circolo vizioso di violenza. Abbiamo proprio Israele davanti, come esempio: sessant'anni di aggressioni, di ritorsioni, di punizioni, di "lotta al terrore" e ancora oggi nessun israeliano si sente al sicuro. Nonostante le guerre in Afghanistan e in Irak, nulla è cambiato in Medio Oriente, ci sono sempre più giovani disposti a farsi saltare in aria. Certo, c'è dietro il fanatismo. Ma cosa alimenta il fanatismo, se non il desiderio di vendetta? E' questo che vuole l'Occidente? Fornire ai predicatori d'odio materiale su cui lavorare, in base al quale dimostrare la sua iniquità ? Mi rifiuto di avvallare la politica del terrorismo psicologico, dei guerrafondai che hanno tutto l'interesse nello smuovere i loro laboratori militari, le loro aziende di mitragliatrici, le loro compagnie petrolifere sui cadaveri di innocenti arabi e non.
Non sono disposto a non vedere un'altra soluzione se non le campagne di bombardamenti e le occupazioni. So che l'altra soluzione c'è. E la soluzione è nella cultura, nella promozione di scuole, di microprogetti economici, nel combattere l'analfabetismo e nel lasciare ogni popolo percorrere la strada che ritiene migliore e imparare dai propri errori. Da soli, senza tutori, senza intermediari e - forse - proprio con l'aiuto culturale ed economico dell'Occidente percorerranno la strada meno sanguinaria. Altrimenti, lasciate che gli arabi facciano le loro rivoluzioni francesi, le loro guerre civili americane, e impareranno comunque. Gli interventi militari esterni inquinano il panorama, forniscono ragioni a tutte le parti in conflitto, alimentano l'anarchia, piuttosto che calmare le acque. A chi chiede perchè i morti musulmani uccisi da musulmani non suscitino condanne, non sollevino indignazione, ebbene, questa è la mia risposta.