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domenica 17 settembre 2006

16-18 settembre, la strage di Oriana

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Oggi è stata seppellita Oriana Fallaci. Nell'indifferenza generale, accompagnata dagli applausi di poche decine di ammiratori riuniti davanti al cimitero e da appena una decina di mazzi di fiori lasciati davanti alla clinica in cui è spirata. Il nipote ha criticato le "molte manifestazioni di affetto tardive, non particolarmente gradite, in quanto anacronistiche e ridicole". E' vero, lei non voleva pubblicità, ma probabilmente aveva già capito che - nonostante lo strombazzamento dei media - sarebbe stata seppellita ignorata da tutti, tranne che dai suoi fan, il cui "silenzio reverenziale" di fronte alla sua morte si traduce in insulti e minacce a ogni musulmano che l'ha criticata.
A qualcuno piace sottolineare la coincidenza: "Vedete, Oriana Fallaci viene seppellita mentre il Papa che lei ammirava porge le sue scuse al mondo islamico". Io preferisco ricordarla, nel giorno dei suoi funerali, con un'altra coincidenza, il cui ricordo verrà perpetrato ancora più a lungo del suo. In questi giorni infatti, si è consumata la strage di Sabra e Chatila. Come da tradizione quindi, su questo blog si propone la testimonianza di Oriana Fallaci - oggi ricordata per la sua islamofobia e la sua "lotta all'antisemitismo" - sulla strage in questione. Una testimonianza che risale a 23 anni fa, tratta dal suo libro "Insciallah".

“Erano piombati alle nove d’un mercoledì sera, i falangisti di papà Gemayel…E con la complicità degli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta, avevano circondato i due quartieri per bloccarne ogni via d’uscita. Una manovra cosi’ veloce, perfetta, che pochi avevano avuto il tempo di nascondersi o tentare la fuga. Poi, fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori, erano irrotti nelle case. S’erano messi ad ammazzare I disgraziati che a quell’ora cenavano o guardavano la televisione o dormivano. Avevano continuato tutta la notte. E tutto il giorno seguente. E tutta la notte seguente, fino a venerdi mattina. Trentasei ore filate. Senza stancarsi, senza fermarsi, senza che nessuno gli dicesse basta. Nessuno. Nè gli israeliani, ovvio, nè gli sciiti che abitavano negli edifici attigui e che dalle finestre vedevano bene l’obbrobrio. E fortunati gli uomini uccisi subito a raffiche di mitra o colpi di baionetta, fortunati i vecchi sgozzati nel letto per risparmiare le munizioni. Le donne, prima di fucilarle o sgozzarle, le avevano violentate. Sodomizzate.

I loro corpi, zangole per dieci o venti stupratori per volta. I loro neonati, bersagli per il tirassegno all’arma bianca o da fuoco: intramontabile sport nel quale gli uomini, che si ritengono superiori alle bestie, hanno sempre eccelso e che da qualche secolo viene chiamato strage-di-Erode. Un ragazzo ferito era riuscito a scappare malgrado il blocco delle vie d’uscita e a rifugiarsi nel piccolo ospedale che tre medici svedesi gestivano di fronte a Shatila. Ma I soldati di Erode lo avevan raggiunto e liquidato mentre giaceva sul tavolo operatorio. Spintone al chirurgo che estrae la pallottola, revolverata alla tempia dell’infermiera palestinese che cerca di opporsi e via. All’alba di venerdi, stanchi di dargli la caccia e ammazzarli uno a uno , avevano minato le case nelle cui cantine s’erano nascosti i superstiti. Quasi tutte case di Chatila. Poi avevano lasciato il quartiere cantando spavalde canzoni di guerra e lasciandosi dietro un carnaio da film dell’orrore. Bambini di due o tre anni che ciondolavano dalle travi delle case esplose come polli spennati e appesi ai ganci di una macelleria. Neonati spiaccicati o tagliati in due, mamme intirizzite nell’inutile gesto di ripararli. Cadaveri seminudi di donne coi polsi legati e le natiche sozze di sperma e di sterco. Cataste di uomini fucilati e coperti di topi che gli mangiavano il naso, gli occhi, gli orecchi. Intere famiglie riverse sulle tavole apparecchiate, vecchi sgozzati nei letti rossi di sangue rappreso, e un fetore insopportabile. Il fetore della decomposizione accelerato dal caldo greve di settembre. Cinquecento morti, s’era detto all’inizio. Ma presto i cinquecento erano diventati seicento, i seicento erano diventati settecento, i settecento erano diventati ottocento, novecento, mille. C’erano voluti due bulldozer per scavare la fossa comune, quasi un giorno per buttarceli tutti…”
Oriana Fallaci