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giovedì 7 settembre 2006

Esempi (degeneri) di ospitalità italiana

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Io mi ritengo una persona perfettamente integrata in Italia. Mi sono a tal punto integrato che fra pochi giorni ospiterò un mio amico italiano e ho pronto un programma del tutto speciale per la sua accoglienza. Dalla pulizia dei cessi al giardinaggio, ho fissato tutta una serie di mansioni che non intendo svolgere e che lui dovrà non solo svolgere per me ma essere addirittura felice di farlo, in cambio della mia gentilissima ospitalità. Sono ancora indeciso se chiedere in prestito anche la sua fidanzata in cambio di un paio di giorni in più di accoglienza: devo quantomeno vederla, prima. Ma alla fine, credo che tutto sommato mi toccherà accusarlo di aver rubato la collana di diamanti della mamma.
Perché questa accoglienza alla Lapenna? Semplice...L'altro giorno stavo leggendo l'inchiesta dell'ottimo Fabrizio Gatti sui raccoglitori clandestini di pomodori, intitolata "Io schiavo in Puglia", e pubblicata su L'Espresso. Ovviamente, nulla di nuovo, almeno per chi si interessa da sempre al fenomeno migratorio: le storie di sfruttamento, dei soprusi e del trattamento inumano inflitto agli immigrati-lavoratori che confluiscono sotto la forma di bei pomodori rossi sulle tavole degli ignari italiani - alcuni dei quali proprio mentre ingoiano l'insalata o la pasta al sugo si lamentano di quelli che "vengono a rubarci il lavoro" (mentre in realtà accade il contrario) - sono all'ordine del giorno.
Mi ha colpito però, stranamente, nel racconto di questa tragedia, un breve passaggio che la dice lunga sulla concezione che alcuni hanno dell'ospitalità in questo paese: "Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete pagare la carne". Sembra una battuta di Totò, eppure è tutto vero. Vero come la tragedia di questi poveri Cristi.
Nel reportage di Gatti sono numerose le storie di piccoli "servizi" quotidiani, tipo essere portati in nove su una macchina al campo per lavorare o passare la notte in una capanna fatiscente con un buco per gabinetto, che vengono regolarmente pagati, con cifre esorbitanti, dagli stessi immigrati. A volte in natura, cedendo la fidanzata al padrone di turno: da quelle parti è persino un requisito essenziale per lavorare. E stiamo parlando di poveracci che guadagnano 20 euro per un'intera giornata di lavoro, che spesso si conclude alle dieci di sera. Poveracci che - guarda caso - prima di essere pagati vengono rastrellati dalla polizia.
L'invito al pranzo luculliano che viene "offerto" da Giovanni - previo pagamento ovviamente - non è quindi un'eccezione, ma la regola. E' la base del sistema che fa finta di fare un favore all'immigrato, ma che in realtà lo sfrutta e poi ha pure la sfrontatezza di rinfacciargli il presunto favore. E persino di meravigliarsi se l'immmigrato in questione non si mostra soddisfatto. Il meccanismo mi ha ricordato quelli che sento parlare nei commenti di questo blog ma anche nei bar, sui pullman e per strada, degli immigrati come "ospiti". Ospiti di chi? Ospiti come? Ospiti in che senso?
Tanto per incominciare, e come spesso e volentieri molti sottolineano, "Nessuno ti ha invitato qui". Inutile dire che se non sono stato invitato da nessuno, non sono un ospite di nessuno. Sono un uomo libero, che poteva andare ovunque nel mondo, ma che ha deciso di venire qui. Perché? Ci sono mille motivi, diversi a seconda delle persone e delle situazioni. Nel mio caso, per esempio, sono qui per rompere le balle a "rispettabili cittadini italiani", tipo Stefania Lapenna e Andrea Sartori!
Quante volte abbiamo sentito tutte queste signore e questi signori fare l'esempio dell'ospite (l'immigrato) che ti arriva in casa (L'Italia) poi "si permette di cambiare la disposizione dei mobili, il colore delle pareti, ecc"? Al di là del fatto che non mi sembra che sia cambiato nulla nella disposizione dell'Italia (La Lega c'è ancora e nessuno ha chiesto il suo scioglimento in base alla Legge Mancino), continuo a non capire dove la vedono tutta questa "ospitalità".
Insomma: l'immigrato viene un giorno si e l'altro pure criminalizzato e demonizzato dai politici e dai media, praticamente insultato (il bingo-bongo di Calderoli cos'è? Un complimento?). Gli viene detto in faccia che la sua permanenza non è gradita, anche se contribuisce alle casse dell'erario, tutti i servizi di cui gode sono pagati con le sue tasse e il suo reddito, e nessuno gli regala nulla. Appena viene licenziato o non riesce a dimostrare di aver contribuito attivamente al PIL, viene sbattuto fuori, con tanto di famiglia al seguito. Che razza di ospitalità è mai questa? Il semplice diritto di stare su questa terra e respirarne l'aria, fin quando si è in grado di lavorare?
Sono anni che vivo in Italia. Non ho mai visto sconosciuti (al di fuori dei missionari) fermarsi per strada e dire agli immigrati, "venite, gentili signori, accomodatevi, vi offriamo un piatto di pasta". Il piatto di pasta gli immigrati lo pagano, eccome se lo pagano, e a volte lo pagano più degli altri! Non ho mai sentito di un padrone di casa che regalasse un anno d'affitto ad un extracomunitario, semmai ho sentito di padroni di case che stipavano in spazi angusti ed angoscianti decine di extracomunitari in cambio di cifre folli. Le storie di sfruttamento, raggiri, ricatti sono all'ordine del giorno.
Chi continua a parlare dell'immigrazione in termini di ospitalità, ebbene, sappia che la sua è quantomeno pessima. Spesso si blatera dei paesi del mondo arabo, di "quello che mi accadrebbe se andassi nei loro paesi e non osservassi le loro regole", ma altrettanto spesso e volentieri si tratta di persone che hanno visto i paesi arabi su una cartolina che ritrae il feroce Saladino. Finora non mi è mai capitato un visitatore reale del mondo arabo che non abbia cantato le lodi delle persone sempre sorridenti - anche le più povere - che lo hanno accolto festose dentro le loro umili case, offrendogli tutto quello che avevano, anche se poco, senza chiedere nulla in cambio. O degli impiegati e delle autorità che facevano a gara per soddisfare i suoi desideri. Per non parlare della loro meraviglia per la possibilità che hanno avuto di andare in bikini o di baciarsi in pubblico in una società islamica, attirando si qualche sguardo curioso ma mai invettive furiose.
Insomma, non mi è mai capitata una persona che si lamentasse dell'ospitalità araba, resa leggendaria da film, cronache, resoconti di viaggio di ogni epoca e luogo. Quell'ospitalità che spinge il padrone di casa (nei racconti e nelle fantasie occidentali, lo "sceicco della tribù") ad offrire il proprio giaciglio allo straniero, a sacrificare in suo onore il bestiame migliore, ad invitarlo a trattenersi dando sua figlia in matrimonio, o donandoli il suo cavallo più veloce, fornendogli cibo e acqua e guida per il lungo viaggio. Ecco, questa si che è "ospitalità", altro che dare agli "ospiti" dei "Bingo-bongo", intascare i loro soldi poi accusarli di "sputare nel piatto dove mangiano". E magari questi poveracci ci sputano dentro solo perché lo vogliono pulire.
Ovviamente nessuno chiede agli italiani di lasciare i propri letti per farci dormire un africano, o dare le proprie figlie in matrimonio ai marocchini, o invitare gli egiziani a gustare le prelibatezze locali nelle loro case. Semplicemente, si chiede a quelli di loro che non fanno altro che parlare male degli immigrati di rendersi conto del fatto che sono casualmente nati su questa terra e che questo non li rende né migliori, né superiori dei loro cosiddetti ospiti: sarebbero potuti nascere non solo in un altro paese, ma anche in un'altra epoca, quando dall'Italia emigravano milioni, che - al contrario di ciò che vuole il mito - non erano sempre "brava gente" e non erano sempre ben visti dai loro nuovi "padroni di casa", anzi. Spero che nel nuovo "Museo dell'Immigrazione" voluto dal Sindaco Veltroni ci sia un riferimento anche a quest'aspetto, per ricordarlo a lorsignori dalla memoria labile.
Conviviamo in uno stesso spazio, e dobbiamo lavorare tutti per renderlo ancora più funzionale e vitale: ma nessuno sta regalando nulla agli immigrati che arrivano qui. Tutto quello che hanno se lo guadagnano con il sudore della loro fronte, e con sacrifici enormi, inimaginnabili per gli adolescenti che scorazzano con l'ultimo modello del telefonino in tasca. Certo, ci sono regole di convivenza e leggi stabilite da generazioni di Italiani, che tutti quelli che desiderano convivere in questa "casa" devono rispettare, come dice il Presidente Napolitano. Ma anche contestare, civilmente, se è il caso. Rifare, se è necessario. Ci sono doveri da adempiere. Ma anche diritti da rivendicare. L'immigrato è, piaccia o meno, Bossi-Fini o meno, un cittadino, a tutti gli effetti, con diritti uguali a quelli di tutti gli altri. E soprattutto, anche se povero, anche se ricattabile, anche se deriso, ha una sua dignità. Conviene non dimenticarlo.