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lunedì 4 settembre 2006

Il Dilemma e l'Opportunità (I)

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Qualche giorno fa ho ricevuto una email da uno dei numerosi “lettori silenziosi” di questo blog: “Ciao caro, ti segnalo questo articolo sapendo già che ne sei al corrente, ma volevo condividere con te un paio di considerazioni. Allam che si agguerrisce sempre di più contro le scuole arabo-islamiche perché in contraddizione con i presunti valori fondanti della società italiana - che essendo laica dovrebbe essere aperta a tutte le culture e religioni -, non è forse reduce da una lunga formazione-educazione in una scuola cristiana (le salesiane) in una società musulmana? Strano ragionamento, o quando si tratta di Islam i parametri cambiano? Caro Sherif ti dico questo - sapendo poi che anche tu hai avuto una formazione simile (con le dovute riserve sul paragone) - sperando che tu faccia (sempre che lo ritenga opportuno) una riflessione sulla questione”.. Eccomi quindi qui a parlare di nuovo di scuola e di immigrazione. In questi giorni si è dibattuto molto sulla riapertura della scuola araba a Milano e del caso di Maha Saidi, la dicianovenne tunisina che ha accusato suo padre e suo fratello di averla segregata in casa. I due casi hanno un minimo comun denominatore, che tutti quelli che si occupano di immigrazione e di integrazione devono, prima o poi, affrontare: l’educazione dei figli degli extracomunitari in un paese per loro straniero, soprattutto per costumi e abitudini, e le difficoltà incontrate dagli immigrati nel portare avanti il loro compito di genitori.

Dopo la chiusura forzata della scuola di Via Quaranta a Milano (per problemi di agibilità, mica per propaganda filo-terrorista) un centinaio di genitori di alcuni dei ragazzi e delle ragazze che frequentavano l’istituto hanno rifiutato l’offerta di iscrivere i propri figli nella scuola pubblica italiana, ricorrendo all’istruzione paterna e minacciando di rimandare i piccoli (soprattutto le figlie) in Egitto per la prosecuzione degli studi. La Destra, con Magdi Allam al seguito, sostiene che quei genitori sono degli integralisti islamici che rifiutano l’integrazione nella società italiana, che prediligono i ghetti confessionali islamici, che vorrebbero uno stato dentro lo stato. La riapertura della scuola - definita “laica” dall’associazione di genitori che l’ha promossa, in accordo con il consolato egiziano - sarebbe secondo costoro un grossolano errore, e un pericolo per l’Italia. Ovviamente si tratta di una forzatura mediatica e di una banalizzazione populista: quei genitori non sono né integralisti, né fautori della separazione. Sono semplicemente terrorizzati dalla fine che farebbero i loro figli e le loro figlie nella scuola pubblica italiana, e se avessero avuto i mezzi e le possibilità, avrebbero mandato le mogli con i bimbi appena nati nei paesi d'origine, come fanno moltissimi altri immigrati. Ho molti amici insegnanti, e ascolto le loro lamentele quasi tutti i giorni: la fatica di insegnare semplici concetti, di inculcare i principi più elementari della buona educazione, il menefreghismo dei genitori, gli studenti non più governabili, ecc. Volete che i genitori di cui stiamo parlando non abbiano mai sentito simili lamentele?

Mettetevi nei panni di un immigrato arabo e musulmano, cresciuto ed educato in un mondo dove non c’è “Il grande fratello” con scene di coperte che nascondono alle telecamere corpi ondeggianti in diretta televisiva, dove non ci sono i programmi con vallette, veline e letterine varie che ancheggiano con microgonne in prima serata, in un mondo dove c’è di tutto e si fa di tutto, ma di nascosto, nel privato degli appartamenti e nell’ipocrisia generale. Ecco, quell’uomo non vuole vedere suo figlio o sua figlia influenzati in un età critica da coetanei adolescenti che scorazzano con il motorino per le vie della città prima, dopo e durante la scuola, che frequentano le discoteche fino a tardi, che indossano vestiti succinti come se fossero in spiaggia, che si palpeggiano e mimano atti sessuali, che si passano pillole strane e contracettivi di fronte ai docenti. Alzi la mano chi non ha sentito almeno un insegnante lamentarsi di queste scene e della maleducazione dei ragazzi a cui viene fatta notare l’inadeguatezza dell’abbigliamento o del comportamento in questione a scuola, e della mancata collaborazione da parte dei genitori che si mettono addirittura a difendere i figli e ad accusare gli insegnanti. Gli stessi genitori che firmano senza battere ciglio il foglio che esonera i loro figli dall’ora di religione, e che dopo schiamazzano istericamente per il crocefisso in aula. Ora, quel genitore-immigrato è di fronte ad un dilemma: nel suo paese, gli è facile imporre dei limiti e stabilire delle frontiere, con l’aiuto di una scuola che - pur nelle sue carenze di mezzi e di strutture – impone uniformi, ha l’ora di religione obbligatoria, dove l’insegnante ha l’autorità di punire lo studente se si comporta male, con tanto di bacchetta e di schiaffi. Chi si indigna di fronte a questo, gridando alla “barbarie”, probabilmente non ha frequentato le scuole cattoliche di una volta.

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