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mercoledì 6 settembre 2006

Il Dilemma e l'Opportunità (III)

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Proprio per i motivi citati nelle puntate precedenti, molti genitori tentano di ricreare, nei paesi di immigrazione, il clima dei paesi di origine: vietando ai figli di guardare la Tv, di uscire la sera, di frequentare amici italiani, di avere un fidanzato. Le restrizioni sono ancora più feroci nei confronti delle figlie, dato che la loro verginità rimane un requisito essenziale per il matrimonio - libero o combinato che sia - nelle società islamiche. Come può un immigrato sperare che sua figlia, che ha provato il primo rapporto sessuale a 16-18 anni e che magari non ha mezzi per sottoporsi all'operazione di ricostituzione dell'imene (pare che sia un'operazione molto praticata in Francia dalle ragazze arabe, ma anche nelle società islamiche stesse per chi ne ha i mezzi) non venga definita “prostituta” da tutti quelli che lo circondano nel paese d'origine, con conseguenti problemi d'immagine per sé e persino per fratelli e sorelle minori? O come può sperare che sua figlia trovi marito (nelle società islamiche la famiglia è un requisito: a 25-30 anni le ragazze possono essere considerate già zitelle e spesso la presenza di un uomo è una garanzia di sopravvivenza o comunque di sostegno in una società maschilista, come quella saudita), una volta tornati – volenti o nolenti – in patria, dal momento che nessun marito considererebbe la sposa "adatta" dopo aver sentito dai vicini le malevoli osservazioni sulla "candidata" che torna tardi la sera, accompagnata da ragazzi sconosciuti, dopo aver vissuto in Occidente?

Ovviamente non è facile per un genitore imporre queste limitazioni in Occidente, poiché i figli, nati o cresciuti comunque in Italia, hanno di fronte un sistema che è completamente contrastante con quanto imposto dai loro genitori. Loro vedono i figli del vicino tornare a casa la sera tardi, sbirciano in assenza dei genitori qualche programma televisivo, sentono discorsi “all'avanguardia” e i loro genitori sembrano retrogradi: in effetti, essi non hanno vissuto né l'era né la società dei loro genitori. Sono invece sostenuti dal clima che li circonda, dalle legge che dà loro la maggior età a 18 anni, dalla possibilità di denunciare i propri genitori - tutte cose impossibili nel mondo arabo, dove la maggiore età è fissata sui 21 anni (non c'entra niente con l'Islam) e dove un ufficiale della polizia si metterebbe a picchiare egli stesso un figlio che denuncia il padre per averlo picchiato – e i genitori si esasperano, frustrati dalla mancanza di rispetto (molti dei genitori del mondo arabo sono cresciuti in un clima in cui si baciava la mano del padre, e in cui si chiamava la sorella maggiore “signora”) perdono il controllo e a volte il tutto si conclude con una tragedia, che con la religione c’entra ben poco, come nel caso di Hina.

Per quanto riguarda invece Maha Saidi, io non so chi fosse o quali fossero le circostanze del suo “sequestro”. Quello che so è che conduceva uno stile di vita che mandava fuori dai gangheri i suoi genitori, frequentando il pub e i ragazzi di sera e che è accusata dal padre e dal fratello di aver dilapidato 800 euro destinati alle bollette e all'affitto. Ma queste ovviamente non sono scuse sufficienti per chiudere in stanza una ragazza di 19 anni, soprattutto in una società occidentale. Ma ci sono altre circostanze, che hanno spinto molti a chiedersi dove stesse la verità: Maha era “sequestrata” con il suo cellulare, anche se scarico di soldi (colpa sua e non dei genitori), con le porte del balcone aperte e le chiavi di casa in mano e i suoi “sequestratori che la controllavano 24 ore su 24” erano in giro “nelle vicinanze”??? Tali domande diventano ancora più pressanti dopo che si constata che l’opinione dei vicini di casa è unanime: il padre è una persona per bene, non ha mai creato problemi, non è un integralista.
Non sono pochi quelli che pensano che la signorina si sia ispirata al caso della povera Hina, barbaramente uccisa dal padre e il cui caso ha fatto la prima di tutti i giornali e i canali televisivi per svariati giorni, per liberarsi una volta per tutte dal giogo paterno, conquistando la propria indipendenza e lanciandosi nella vita come nessun'altra giovane alla sua età e nelle sue condizioni avrebbe sperato. All’ospedale le hanno dato solo due giorni, ma il giorno dopo ha rilasciato un’intervista in cui, oltre dare addosso ai musulmani “che non si integreranno mai. Mai”, in linea con la tesi mediatica ufficiale, diceva di “offrire sé stessa con quell’intervista”, sottolineando le sue conoscenze linguistiche e la sua voglia di fare. Offerta subito accolta dal Ministro delle Pari Opportunità, che l’ha personalmente chiamata, offrendole - oltre all’assistenza legale - una borsa di studio. Qualcuno le ha anche offerto un lavoro, e presto Maha sarà in un’altra città, a condurre una vita propria, lontano dai genitori e dalle loro restrizioni.

A questo punto non posso non rilevare che c’è stata una fretta eccessiva da parte di chi si è occupato del caso, sull’onda emotiva dell’omicidio della povera Hina. L'intervento delle forze dell'ordine e il supporto legale era doveroso. Ma bisognava aspettare l’esito delle indagini prima di elargire medaglie, borse di studio e offerte di lavoro. Non vorrei che ogni ragazza extracomunitaria desiderosa di vivere una vita propria scateni un caso dal nulla per accelerare la propria indipendenza e il proprio riscatto sociale, a spese della famiglia, considerata una zavorra (e quindi macchiata a vita con una denuncia e il trambusto mediatico, con seri rischi di espulsione) e a spese della collettività, scavalcando magari migliaia di altre ragazze che non hanno avuto opportunità simili. Non c’è nulla di male nell’aiutare le ragazze desiderose di condurre la propria vita lontano dai genitori e dalle loro imposizioni, nel spingerle a denunciare eventuali abusi o violenze, ma questo non deve avere luogo con espedienti sensazionalistici che nuocciono oltre ai propri famigliari, a tutti gli immigrati, pregiudicando il faticoso percorso di integrazione e il dialogo sulla cittadinanza.
Dobbiamo renderci conto che ci sono obiettive difficoltà da parte dei genitori immigrati nell’educare i propri figli. Queste difficoltà sono dovute ad una diversa concezione dello stile di vita e dei valori, e all’eterna paura dell’immigrato di ritrovarsi prima o poi con dei figli sfuggiti di mano nel paese di origine. Un percorso di rieducazione dei genitori ai valori occidentali, intesi come indipendenza dei figli, libertà sessuale ecc sarebbe molto difficile: è quasi impossibile far cambiare idea a uomini e donne di cinquanta e passa anni, nati e cresciuti tutta la vita all’ombra di un altro sistema di educazione e di valori, paragonabile a quello che c’era in Italia alcuni decenni fa. E nessun “esame di cittadinanza” rappresenterebbe garanzie sufficienti di condivisione di tali valori, ammesso che questi siano poi i veri "valori" e non la fedeltà al paese, l'onestà intelettuale ecc. Ma è fuor di dubbio che si deve puntare sui giovani che immigrano o che nascono in Italia, molto più aperti e adatti all’integrazione e alla condivisione dello stile di vita occidentale, con i suoi vantaggi e i suoi difetti.
Si può quindi anche pensare di alleviare le paure dei genitori, dando loro la sicurezza di avere dei figli con la cittadinanza italiana e di sapere che se i figli cresceranno alla maniera occidentale, quanto meno potranno continuare a condurre la propria vita in Occidente, e non tornare per affrontare la condanna e l’emarginazione sociale nei paesi di origine, mettendo anche i propri genitori in difficoltà. Non so se l'avete notato, ma lo stesso accade anche con i matrimoni misti: fin quando si è in Occidente, tutto fila liscio: quando si torna nel paese d'origine, fioccano i problemi. Le restrizioni imposte dalla società, le critiche dei vicini, le osservazioni dei famigliari e la legge che sta dalla parte del marito trasformano la vita felice di una coppia in un incubo, con conseguente divorzio, rapimento dei figli e tutto il resto. Proprio per questo ritengo che l’adozione dello “ius soli” e il dimezzamento dei tempi necessari per la concessione della cittadinanza, voluta dalla Sinistra, sia un passo importante verso la realizzazione dell’integrazione prima dei giovani e poi dei loro genitori.