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venerdì 15 settembre 2006

Quando l'antisemita è un rabbino (I)

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I fatti sono ormai stranoti, oltre che dalla stampa e dalla Tv, anche dal dettagliato resoconto di cronaca riportato su queste pagine nei giorni scorsi: la IADL (Islamic Anti Defamation League) ha organizzato, l'11 settembre scorso, un convegno in cui tre religiosi (uno ebreo, uno musulmano e uno cattolico) hanno parlato di guerra, di pace, di Israele, di Libano e di terrorismo. Il suddetto convegno si è tenuto presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, prenotata per l'occasione dal gruppo del Partito dei Comunisti Italiani. Alla luce di quello che è successo dopo, un fine umorista ebreo alla Woody Allen avrebbe detto "Come al solito è colpa degli ebrei". Effettivamente, se non ci fosse il rabbino, o meglio quel rabbino, tutto sarebbe filato liscio: l'imam ha denunciato i paesi arabi che sostengono il terrorismo e ha affermato, addirittura prima ancora del Papa, che non si fa la guerra in nome di Dio mentre il missionario comboniano si è appellato ad una pace giusta. Di che leccarsi le dita, nel giorno in cui tutto il mondo commemora l'11 settembre. Il rabbino invece aveva un programma diverso: ha preferito scagliarsi contro il Sionismo e contro la leadership dello stato di Israele, sostenendo che entrambi sfruttano l'Olocausto senza rappresentare legittimamente l'Ebraismo. A leggere le cronache dell'evento, quanto è accaduto ha tutto il sapore di un'opera di Molière piuttosto che un convegno di dialogo interreligioso: normalmente uno si aspetta che sia l'Imam scalmanato o il missionario esaltato ad attaccare Israele, mentre il rabbino tenta di difenderne le ragioni. E' accaduto invece il contrario, con la differenza che in questo caso gli altri due religiosi sono rimasti zitti ad ascoltare, allibiti.
Per capire come è potuta accadere una cosa simile, bisogna capire chi era esattamente il rabbino in questione: si tratta del rabbino capo della comunità ebraica ortodossa a Vienna - comunità che si proclama appunto "anti-sionista" - Moishe Arye Friedman, cittadino statunitense di fede ebraica. Per un attimo uno potrebbe pensare che si tratti di un singolo mitomane o di un attore professionista che si presta occasionalmente a simili comparsate. E invece no, perché come Friedman ci sono altre migliaia di ebrei - persino in Israele - che la pensano se non proprio uguale, quantomeno in maniera non troppo dissimile. Friedman in particolare è incluso in una lista, segnalata dal filosofo Gianni Vattimo pochi giorni fa sulla Stampa, di quelli che vengono definiti da un movimento fondamentalista sionista presente sul web "Ebrei che odiano sé stessi" e il cui acronimo in inglese, molto elegantemente, forma la parola "shit", ovvero "feci". Evidentemente si tratta dell'unica definizione che questi signori sono riusciti ad escogitare, dal momento che non si poteva di certo chiamare anche questi ebrei "antisemiti" o "antiebraici". La lista include circa ottomila ebrei non graditi al movimento sionista, dal momento che o non riconoscono affatto lo stato d'Israele, oppure perché lo riconoscono ma ne criticano ferocemente le politiche.

Diciamo subito che Friedman appartiene ad una minoranza nella minoranza. Non esattamente quantificabile, ma sicuramente degna di essere conosciuta, che non solo non si riconosce nel Sionismo ma addirittura ritiene totalmente illegittimo lo stato di Israele e ne invoca persino lo smantellamento. Questa minoranza appartiene o si riconosce nel movimento denominato "Neturei Karta", termine che significa in aramaico "guardiani della città". La città in questione è Gerusalemme, dove il gruppo è stato fondato nel 1938 da ebrei che da molte generazioni vivevano in Palestina, per lo più discendenti da ebrei ungheresi che si erano trasferiti lì all'inizio del XIX secolo e da ebrei lituani che erano lì anche da più tempo. L'attività dei Neturei Karta si è poi estesa al di fuori della Palestina, in diversi casi per l'abbandono volontario, lamentando di aver subito violenze, imprigionamenti, torture e pressioni di ogni tipo da parte dei sionisti, e comunque nel rifiuto di vivere in uno Stato che non riconoscevano come legittimo, al punto di non volerne nemmeno impugnare le banconote. Attualmente il movimento consta di diverse migliaia di famiglie, con un numero elevato di simpatizzanti difficilmente quantificabile, ed è presente oltre che a Gerusalemme anche negli USA, Belgio, Inghilterra e Austria. I rabbini e i membri di tale movimento si sono fatti conoscere, in questi anni, non solo per le regolari manifestazioni contro Israele, spesso assieme agli arabi, ma anche per aver pregato per Arafat a Parigi e per aver solidarizzato con il presidente iraniano Ahamdinejad a Teheran.

Oggi però gran parte degli ebrei nel mondo si riconosce pienamente nello stato di Israele, nella sua leadership eletta e nelle sue strutture. Magari essi non vi risiedono fisicamente, e si limitano ad andarci in vacanza o per prestare servizio militare, ma ci risiedono con la mente e il cuore. A volte dissentono sulle politiche adottate dal governo di turno, ma sostanzialmente fanno fronte comune per mantenere in vita quello stato, a cui guardano come a una casa ideale, se un giorno le cose dovessero andare male, là dove stanno ora. C'è chi accusa gli ebrei di "doppia fedeltà" o magari anche di "fedeltà univoca" nei confronti di uno stato estero, ma chi afferma una cosa simile probabilmente non ha capito cosa significhi per una comunità essere l'oggetto di discriminazioni e persecuzioni per migliaia di anni, fino ad appena sessant'anni fa, quando ha vissuto la tragedia della Shoah e che ancora oggi assiste alla rimonta dell'antisemitismo. Ma questo atteggiamento non ci deve far dimenticare, come ben spiega Miguel Martinez, che fino a qualche decennio fa, appena prima della II guerra mondiale e dell'Olocausto, per gran parte dei religiosi ebrei, e persino per quelli laici - come racconta egregiamente anche Daniel Fishman nel suo romanzo "Il chilometro d'oro"- il Sionismo era un estraneo. Un movimento nazionalista laico, che vagheggiava di uno stato che non c'era e che con l'Ebraismo non aveva nulla a che fare. Persino Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana, criticando il convegno e il rabbino, definì il movimento di cui fa parte ''piccola e minoritaria'' parte dell'ortodossia ebraica che non ha mai accettato la rinascita dello Stato di Israele, in quanto non prevista dalle Scritture ed essendo avvenuta su presupposti laici".
Sono quindi le parole di Pacifici stesso, e non quelle del rabbino, a sbugiardare l'equivalenza "Ebraismo = Sionismo = Stato di Israele", propagandata e alimentata in tutti questi anni, con le buone o con le cattive (tipo piazzare bombe nelle sinagoghe e far credere che siano stati altri a metterle per favorire l'immigrazione ebraica), tanto da spingere perfino gli stessi ebrei a crederci. E ovviamente, sono parole che non sarebbero state mai pronunciate se a mettere in discussione l'assetto dello stato israeliano fosse un musulmano o un cristiano, che sarebbe stato prontamente liquidato come "antisemita". Il pregio della visita del rabbino Friedman sta quindi tutto qui: con la sua presenza e la sua testimonianza - seppur minoritaria - ha obbligato il portavoce di una comunità ebraica ufficiale ad ammettere che lo stato di Israele non ha nulla a che vedere con le scritture o con la religione ebraica, essendo nato su presupposti laici. Questa affermazione, da sola, basta per vanificare gli sforzi di tutti quelli che sostengono la versione del "diritto di ritorno", il ricordo della "palestina biblica" o la definizione di Israele come stato "ebraico". Effettivamente, se uno stato ambisce a definirsi laico, esso non può nascere sulla base delle scritture o facendosi etichettare con l'aggettivo che definisce una fede. E se invece lo stato israeliano non fosse davvero laico, evidentemente non sarebbe conforme alla cultura occidentale contemporanea e verrebbe meno tutta la propaganda che lo sostiene in quanto unica democrazia - se non addirittura l'avamposto della civiltà occidentale moderna - in terra islamica poiché uno dei cardini della democrazia occidentale è, appunto, la laicità dello stato.
Ma Israele è un paese molto particolare: esso è a tutti gli effetti un paese laico, dove ognuno è libero di portare avanti la propria vita senza essere soggetto a restrizioni o divieti di tipo religioso, anche se vi sono importanti realtà conservatrici persino sul panorama politico. Eppure non ha una costituzione e garantisce automaticamente e rapidamente la cittadinanza israeliana ad ogni ebreo del mondo, sulla sola base della fede religiosa di appartenenza (Legge del ritorno). Qualcuno giustamente fa notare che ci sono anche cittadini israeliani di origine araba, ma si tratta sostanzialmente dei discendenti di quella minoranza che l'ha presa nel 1948, lamentando tuttora un trattamento di serie B. Un emendamento alla Legge sulla Nazionalità israeliana, approvato nel 2003 e approvato dall'Alta Corte Costituzionale, impedisce ai/alle Palestinesi di vivere in Israele con uno/a sposo/a israeliano/a dentro il paese e viene loro negata anche una vita coniugale nei territori occupati, dai quali i cittadini israeliani sono banditi dai regolamenti militari, il che di fatto rende l'ottenimento della cittadinanza israeliana praticamente impossibile, persino via matrimonio. Un racconto illuminante è quello di Susan Nathan, sionista emigrata dall'Inghilterra in Israele per ricongiungersi alla sua Terra Promessa che ha poi scelto di denunciare la discriminazione degli arabi.