Notizie

Loading...

domenica 17 settembre 2006

Quando l'antisemita è un rabbino (II)

Image Hosted by ImageShack.us

Leggi la prima parte

C'è qualcosa di molto curioso nella faccenda del convegno della IADL. Il convegno è stato infatti definito da Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana, "un'iniziativa notevolmente più grave dell'inserzione (a pagamento, ndr) dell'Ucoii sulle pagine del Quotidiano Nazionale in cui si equiparavano gli attacchi israeliani alle stragi naziste", e si è augurato "una reazione ancora più forte, e con la stessa enfasi, di condanna all'iniziativa dell'Iadl". Effettivamente, la reazione c'è stata. Però possiamo tranquillamente affermare che non è stata quella auspicata da Pacifici, e si ha decisamente la sensazione che sia stata persino prontamente contenuta. E' vero, molti deputati e politici – incluso il Presidente Bertinotti - l'hanno stigmatizzata, e alcuni giornali le hanno dedicato ampi articoli se non addirittura le aperture ma, tutto sommato, non c'è stata la stessa reazione che ha coinvolto l'UCOII, che per settimane - e fino all'altro ieri praticamente - è stata il bersaglio di ogni singolo politico e giornalista presente in Italia. Non solo: al di fuori di rarissimi personaggi, pochi hanno parlato di "antisemitismo" e molti hanno preferito ignorare la presenza del rabbino. Si è parlato di vaghe affermazioni “gravi”, “inaudite”, “vergognose”, “pericolose”, “indegne”, “ingiuriose”, “indicibili”, di "esistenza dello stato d'Israele" e di "fiancheggiamento del terrorismo", ma la parola "antisemita" non è comparsa per nulla negli articoli che hanno trattato la faccenda, e mi è sembrato di assistere a un “scarica-barile” inaudito in un’istituzione chiave.

Ancora più curioso analizzare il meccanismo mediatico: nei primi articoli è stato menzionato il rabbino e gli sono state addebitate le frasi incriminate, ma nell'arco di poche ore (la faccenda durerà in tutto 48 ore), la colpa era diventata non più del rabbino che ha effettivamente pronunciato quelle parole, ma stranamente di chi ha organizzato il convegno (la IADL), rea di averlo invitato (!), fino a coinvolgere, praticamente e esclusivamente, chi ha richiesto la sala (il Pdci) (!!). In altre parole, in nemmeno 48 ore, la notizia non era più "un rabbino che attacca Israele", bensì "I comunisti che insultano gli ebrei". Affermazione usata dall’incompetente giornalista di Studio Aperto, tal Luigi Fenderico (vedi video), che ha ben evitato di menzionare il rabbino, prediligendo foto di archivio del direttivo del Pdci, che si erano solo prestati a prenotare la sala. Ma anche questo la dice lunga sull'imbarazzo dei media e dei politici nel dover affrontare la questione, tanto da doverla ridurre ad uno scontro fra maggioranza e opposizione, evitando la condanna unanime e corale. Non tanto per il fatto che sia stata concessa un'aula del parlamento - proprio l'11 settembre - per celebrare quel convegno, quanto per il fatto che a pronunciare quelle "gravissime" affermazioni fosse un rabbino, ovvero un ebreo, seppur definito “screditato”, “esaltato”, “non riconosciuto”, “minoritario”, persino "non meglio precisato" (eppure sembra che fosse presente in carne, ossa e carta d'identità).

Probabilmente hanno pesato anche altri fattori, tipo il fatto che qualcuno avrà ritenuto controproducente, specie di fronte all'opinione pubblica, scatenare un nuovo cancan contro "l'antisemitismo islamico che alza la testa" in meno di un mese, per poi dover spiegare che, in realtà, l'antisemita islamico era un rabbino ortodosso "anti-sionista", come è stato correttamente definito dai media inizialmente (da cui, lo ripeto, era miracolosamente scomparso l'aggettivo "antisemita"). Sicuramente molto più controproducente e imbarazzante, sarebbe stato spiegare veramente al pubblico cos'è la differenza tra sionismo ed ebraismo: un movimento politico nazionalista il primo, una fede religiosa il secondo. Tutto sommato, anche se non gradito, il rabbino Friedman ha fatto un favore alla comunità ebraica italiana: quello di riportare la questione israelo-palestinese su un piano strettamente politico, e non più religioso. Mi auguro che ci si renda conto un giorno che l'eccessiva esposizione mediatica a favore delle politiche attuali di Israele, spesso fallimentari come durante la guerra in Libano, non fa altro che rispolverare un passato di antisemitismo mai sopito in Europa. Aprire le sinagoghe per ricevere i politici che sostengono Israele non fa altro che alimentare le fantasie popolari sugli ebrei che controllano il paese, identificando pacifici cittadini italiani in una politica estera aggressiva, di cui la gente si è sostanzialmente stufata, ritenendola anche all'origine del terrorismo che ora ha preso di mira la stessa Europa.

La tecnica con cui si tenta poi di tacciare le critiche a tali politiche, bollando tutti con l'aggettivo "antisemita" è sostanzialmente fallita, ha svalutato il termine e l'orrore che esso indica. Dopo l'aggressione al Libano, la voce degli intellettuali non più disposti a sottostare a tale ricatto si è fatta più forte che mai. Angelo D'Orsi, storico e docente di storia del pensiero politico, ha scritto che "chi critica Israele, ci si dice, ne vuole la distruzione, chi condanna la sua politica è marchiato come antisemita. Ebbene, noi che ci siamo battuti contro fascismo, militarismo, razzismo (in specie l'antisemitismo), e ogni forma di ingiustizia e di illegalità, contro le disuguaglianze, contro la prepotenza dei forti e dalla parte dei deboli, oggi diciamo basta. Oggi dobbiamo avere il coraggio di essere impopolari (...)". Su La Stampa, Gianni Vattimo ha accolto l'invito e ha scritto: "Non ignoro le ragioni che hanno condotto Israele a misure così estreme; anche se abbattere interi quartieri di case solo perché da una di esse proveniva l'ultimo kamikaze mi sembra un orrore niente affatto minore delle rappresaglie naziste", appellandosi al boicottaggio accademico dello stato di Israele. Ha pagato queste affermazioni a caro prezzo, oggetto di un fuoco incrociato di critiche (legittime e condivisibili, quando gli si critica per esempio l’elogio della diaspora che comunque – piaccia o meno e, su questo, Vattimo ha ragione – all’origine dell’ammirabile cosmopolitismo delle comunità ebraiche) ma anche di vergognosi insulti senza precedenti dai tempi delle sante inquisizioni.

Devo ammettere che condivido pienamente ciò che ha detto Rav Friedman sul Sionismo. La rappresentatività della millenaria cultura e religione ebraica non spetta ad una corrente politica nata nell'800, che ha largamente beneficiato delle disgrazie e degli squilibri della seconda guerra mondiale, con organizzazioni e elementi che non hanno esitato a ricorrere a metodi terroristici, tipo piazzare bombe presso l'ambasciata britannica a Roma, presso il king David Hotel di Gerusalemme, presso le sinagoghe di Baghdad, facendo centinaia di vittime civili, fino ad arrivare ad offrire supporto al Nazismo. Presso il Memoriale dell'Olocausto (Yad Vashem) a Gerusalemme, si possono ancora vedere le lettere dove estremisti sionisti offrivano la propria collaborazione alla "benevole politica del Reich" tesa a svuotare l'Europa degli ebrei. Terroristi e criminali che sono poi confluiti all'interno dell'esercito israeliano. In questo senso, ha ragione Vattimo quando afferma che Israele è un danno collaterale di una grande tragedia, l'Olocausto, cosi come – aggiungo io – il Sionismo era una danno collaterale dell’Affare Dreyfus. E’ inutile indignarsi di fronte a queste affermazioni: se non fosse per l’antisemitismo, non sarebbe nato il sionismo e se non fosse per lo sterminio nazista, difficilmente gli ebrei europei sarebbero immigrati in Israele e questo nonostante i secoli di antisemitismo europeo. Cosi come se non fosse per la nascita di Israele e le guerre che ne sono conseguite, difficilmente migliaia di ebrei arabi avrebbero lasciato i paesi in cui vivevano da secoli, spesso e volentieri in condizioni che facevano invidia ai loro correligionari europei.

Ciononostante, non condivido l'invito di Rav Friedman allo smantellamento - seppur pacifico - dello stato d'Israele, al cui posto dovrebbe sorgere un unico stato palestinese con uguali diritti e doveri per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla religione. E non perché, come afferma Magdi Allam e altri, questa sarebbe "la versione edulcorata di un nuovo olocausto", dal momento che è un rabbino ebreo a sostenerla, sottolineando l'aggettivo "pacifico", quanto perché ritengo che sia eccessivamente utopica e quindi impraticabile. Proprio l'immane tragedia della Shoah continuerà ad alimentare, non tanto nell'immaginario occidentale quanto in quello ebraico, l'idea-necessità di avere uno stato proprio e la perenne paura di essere un giorno, dopo tanti anni, sopraffatti dalla demografia araba e quindi ritornare alla condizione di minoranza, col rischio di essere perseguitati, soprattutto ora che c'è una grande eredità di astio tra musulmani ed ebrei - inesistente prima - dovuta all'incancrenirsi della crisi palestinese. E' vero che la retorica del "Due popoli-due stati", a cui ricorre anche il Presidente Bertinotti, ha perso il suo fascino. Sono sessant'anni che vediamo un solo stato - quello israeliano - che bombarda incessantemente un popolo, quello palestinese. Ma questa rimane, allo stato attuale, l'unica prospettiva valida, a patto che sia ben applicata. Oggi Israele, idealmente inteso come stato esclusivamente costituito da cittadini di fede ebraica (anche se in realtà non lo è, e anche se prova a diventarlo) è una realtà consolidata, non tanto dal punto di vista politico, militare, mediatico e storico, quanto dal punto di vista sociologico e psicologico. E' duro "sconfiggere" la storia, ma è ancora più duro "sconfiggere", anche se pacificamente, un ideale, tra l'altro dal mio personale punto di vista legittimo. Come afferma il brillante Spiegelman non ci resta che lavorare con, e sulle, conseguenze dell'errore storico commesso. Israele non è un semplice stato e tanto meno un'entità esecrabile, è sempre stato un'ideale simbolico: bisogna rendersene conto e accettarlo pienamente.