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mercoledì 4 ottobre 2006

I Cristiani di Allah

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«Caro Papa, sono Hakan Ekinci, sono un cristiano e non voglio servire in un esercito musulmano». Questo è il messaggio, trovato su un blog, che il dirottatore del volo Tirana-Istanbul aveva già scritto al Papa il 30 agosto scorso per raccontargli il suo "caso". Nel messaggio l'uomo, un disertore dell'esercito convertito al Cristianesimo nel 1998, chiedeva l'intervento di Benedetto XVI «come leader dei cristiani e del mondo cristiano» per aiutarlo a non fare il servizio militare e a non vivere in un paese musulmano perché afferma di non riuscire «a respirare in una società musulmana». Inutile dire che, come al solito, una schiera di avvoltoi mediatici si accalcherà su questo singolare episodio per dimostrare che i paesi musulmani sono paesi intolleranti, dove i cristiani non riescono nemmeno a respirare. Ci diranno che, in quei paesi, quando i cristiani non vengono fucilati o sgozzati, sono costretti come minimo a dirottare un aereo per chiedere asilo politico.
Beh, c'è qualcosa che non quadra: l'uomo si è convertito al Cristianesimo nel 1998, cioè la bellezza di otto anni fa. In qualche altro paese islamico - uno di quei paesi che vengono chiamati "moderati" poiché alleati degli Stati Uniti e di cui gli esperti, anche loro "moderati", non parlano quasi mai - sarebbe stato condannato a morte molto tempo fa. Se è ancora vivo, dovrebbe quindi ringraziare l'establishment militare turco che, con un pugno di ferro, mantiene i principi di laicità ed occidentalità della Turchia. Si sa benissimo che l'esercito turco ha giocato un ruolo centrale nella storia moderna di quel paese, fino ad arrivare ad interrompere la dinamica parlamentare con una serie di quattro colpi di stato seguiti da brevi governi militari volti a ristabilire i principi laici del Kemalismo, l'ultimo dei quali avvenne nel 1980. Negli ultimi anni, l'esercito Turco ha evitato il ricorso ai colpi di stato, ma alla fine degli anni '90 ebbe un ruolo di certo non marginale nello scioglimento del partito islamico allora al governo.
Ebbene, Hakan Ekinci ha ringraziato l'establishment militare che gli ha permesso di vivere la sua nuova fede senza essere sfiorato da nessuno, rifiutandosi di "servire in un esercito musulmano". Ora, chiamare l'esercito turco un "esercito musulmano" è una barzelletta bella e buona. L'esercito turco è l'esercito più aconfessionale esistente sulla faccia della terra, un esercito in cui il principio dell'assoluta laicità è una vera e propria fede che annulla qualsiasi altra confessione che possa saltare in mente alle reclute e agli ufficiali. Se c'è un'istituzione al riparo da qualsiasi spinta, corrente, tendenza religiosa e tantomeno estremista, disposta a ricorrere alle armi pur di difendere la laicità, è proprio l'esercito turco. Anche il quadro che l'uomo offre del sistema scolastico turco è una caricatura, che poco si concilia con un paese in cui un musulmano ha potuto per otto anni frequentare chiese e farsi persino battezzare. Cerchiamo quindi di essere un pochino meno sensazionalisti: l'uomo ha voluto semplicemente disertare, dal momento che - si sa benissimo anche questo - l'esercito turco è uno di quelli che vengono sottoposti alle più faticose e difficili preparazioni militari. L'esercito convenzionale della Turchia è, tra i membri della Nato, secondo soltanto a quello degli Stati Uniti. E la decisione dei comandanti di Ekinci di metterlo per due volte in prigione non c'entra affatto con la sua fede. Tant'è vero che nella sua lettera il disertore dice che ha tentato di "spiegare la sua situazione" ai comandanti (lo voglio vedere spiegarla in qualche altro paese "moderato"), ma probabilmente aveva sottovalutato le decisioni della corte marziale che qualsiasi esercito al mondo applica in caso di indisciplina.
Trovo comunque assolutamente preoccupante la nuova tendenza di assolvere chiunque partendo dal semplice presupposto che è "cristiano", ancor di più se proveniente dal mondo islamico. Nel caso dei tre condannati indonesiani, la notizia della loro condanna era stata presentata in maniera decisamente strumentale dai media e politici italiani: non si trattava più di una protesta per l'applicazione della pena di morte - altrimenti non si spiegherebbe come mai le quotidiane esecuzioni negli USA non sollevino analoghe preoccupazioni - o per il modo in cui si è svolto il processo, bensì del fatto che i condannati erano cristiani e che ad applicare la pena erano governi musulmani che, tra l’altro, eseguiranno la fucilazione di tre islamisti accusati di aver ucciso 202 persone in un attentato contro obiettivi turistici a Bali. In questo caso, invece, sembra che parte dell'opinione pubblica sia disposta a perdonare Hakan Ekinci proprio in quanto "cristiano" in fuga dal feroce esercito "musulmano" in cui avrebbe dovuto servire. Il fatto che abbia dirottato un aereo, mettendo in allarme la Turchia, la Grecia, l'Albania e l'Italia, e dando l'impressione - in un primo momento - che a bordo ci fossero estremisti islamici disposti a far precipitare l'aereo sul Vaticano per "protesta" contro l'ormai famosa citazione del Papa, è passato in secondo piano.
C'è qualcos'altro di molto preoccupante: l'attuale clima politico e mediatico sta veicolando ai disperati di tutto il mondo il messaggio: "Convertitevi, e sarete accolti". Ora, milioni di disperati sono disposti ad affrontare il deserto del Sahara con poca acqua, il Mediterraneo senza cibo, gli scafisti e la malavita, lo speronamento delle navi militari e i centri di permanenza temporanea, pur di arrivare in Europa. Quanti di loro resisteranno alla tentazione di sbarcare in Italia, per un motivo o per l'altro e con un mezzo o con un altro, e poi dichiararsi cristiani per chiedere l'asilo politico? Ancora più gravi le ricadute di simili scelte sui cristiani che non hanno nessuna intenzione di lasciare i propri paesi a maggioranza islamica. Il messaggio veicolato dalle azioni dimostrative alla Ekinci è che i cristiani non sono parte integrante del tessuto della società islamica, ma un corpo estraneo ad essa che si riconosce in un capo straniero, che sarebbe il Papa. Inutile sottolineare l'estrema gravità di un simile messaggio, se strumentalizzato dai fondamentalisti. I cristiani verranno dipinti come una quinta colonna che si rifiuta di servire l'esercito del proprio paese in un momento in cui la politica neocon mostra il suo volto aggressivo.
Per secoli, nel mondo islamico, ai cristiani veniva chiesto il pagamento di una tassa (la Jizya) in cambio della protezione, poiché ai cristiani non era permesso far parte dell'esercito islamico. Una scelta comprensibile in un'epoca cui gli eserciti si combattevano su basi confessionali e non su basi nazionaliste. Era assurdo chiedere ad un cristiano di combattere per una fede in cui non credeva, sostenevano gli islamici, anche se sono frequenti casi di principi cristiani che si sono alleati con i musulmani contro un nemico comune, in cambio dell'esenzione dalla Jizya. Con la caduta del sistema della Dhimmah, e la relativa tassa, una delle più grandi conquiste dei cristiani del mondo islamico era proprio quella di poter entrare a far parte dell'esercito del paese in cui sono nati, rivendicando con orgoglio il tributo di sangue versato nelle lotte per l'indipendenza dal colonialismo e per le cause nazionali. L'appartenenza ad un unico stato, in cui tutti i cittadini avevano uguali diritti e doveri era di fatto sancita dalla possibilità di entrare a far parte di un esercito che difendeva non più la fede di alcuni, ma la nazione di tutti. Quanto successo ieri, invece, rischia di vanificare questo traguardo, dando nuovi strumenti all'estremismo fondamentalista.