Notizie

Loading...

martedì 24 ottobre 2006

Lettera di Metref

Ricevo e ripubblico con la visibilita' che si merita questo commento di Karim Metref (*)
Caro Sherif,
Premesso che sono d’accordo con te sul clima di caccia alle streghe e sul fatto che le pressioni esercitate sulle donne perché non indossino il velo sono in fondo della stessa natura di quelle che invece vogliono farglielo indossare a tutti i costi. Sempre di controllo del corpo della donna si tratta. Barba e qamis, per gli uomini, non creano tutto questo scompiglio.
Però permettimi di dissentire con le tue dichiarazioni che il velo non c’entra niente con l’oppressione della donna. Tu lo sai benissimo che il così detto velo islamico o in arabo Hidjab è una specie di uniforme istituito dai movimenti integralisti e che si è diffuso poco a poco grazie alla pesante apparato di propaganda istituiti dai paesi del Golfo (Arabia Saudita e Koweit in testa) dagli anni 70 ad oggi.
Se tu prendi una foto scattata negli anni 80 in qualsiasi paese musulmano (eccetti quelli del golfo appunto), e ce n’è una ad esempio anche nel tuo libro La dimora della felicità, è difficile vedere una donna velata con quello che si chiama Hidjab e che è indossato ugualmente da Agadir fino all’isola di Borneo. È successo qualcosa nel frattempo che ha fatto sì che una donna per essere musulmana deve indossare un uniforme.
Le donne una volta portavano vestiti e basta. Questi vestiti potevano essere tradizionali o moderni, rurali o cittadini, fatti con quella o quell’altra materia secondo vari criteri, e più o meno coprenti anche qua secondo cultura, clima, tipo di economia, tipo di ambiente (urbano o rurale)… Oggi ci sono due categorie di donne musulmane quelle con il velo e quelle senza. Una donna marocchina vestita con la djellaba tradizionale dirà che è vestita così perché lo ha sempre fatto, perché l’ha trovato così, perché non lo sa esattamente… mentre una donna vestita con il Hidjab “ufficiale” dirà che lo fa perché è costretta o perché è una scelta di fede. Come se quella con la Djellaba non fosse della stessa fede. È questo il punto.
Tu lo sai benissimo, che il movimento integralista quando è apparso, come ogni movimento fascista, ha cercato di far distinguere i suoi fedeli dal resto della società imponendo loro vestiti, barba, profumi… Aderire al loro movimento voleva dire cambiare e distinguersi dal resto della massa. Poi mano a mano che il loro numero cresceva e che la loro influenza sulla società aumentava, altri meno impegnati hanno cominciato ad imitargli (nel caso maschile), nel caso femminile i militanti prima hanno obbligato mogli e figlie e sorelle a indossare “l’uniforme”. Certo che tra i militanti della prima ora c’erano anche tantissime donne e quelle lo indossavano per scelta.
Ma quando andavo io all’università, c’erano i “Khouangi” (sopranome dato in Algeria agli integralisti) Maschi, con Barba e qamis, e le “Khouangiyat” femmine, con Hidjab, e poi c’era il resto della società. Ora se siamo d’accordo che il Hidjab, come Barba e qamis, è apparso prima come uniforme del movimento integralista e se siamo d’accordo che il movimento integralista è un movimento che fa una lettura retrograda dell’Islam e che vuole attuare oggi letture antiquate che considerano la donna come una eterna minorenne. Non si può non considerare il Hidjab come un simbolo di sottomissione.
Poi che questo simbolo sia adottato da giovani donne per scelta propria e liberamente a volte anche come segno di ribellione, questo non cambia la sua natura iniziale. È un po’ come se uno scegliesse di indossare (esagerando un po’ le cose) un collare da cane. Ora è una scelta libera, lo fa per scelta di fede (perché aderisce ad una setta qualsiasi, o per pura provocazione nei confronti degli altri. Ma rimane che il collare da cane ha un anello per attaccare il guinzaglio e quindi non si può dire che non è un simbolo di schiavitù. Poi le forme di pressione sono tante. Oggi, negli ambienti dove è molto diffuso il hidjab.
Ci sono tante famiglie che non lo fanno indossare alle proprie figlie, ma le figlie lo indossano lo stesso, anche contro il parere dei padri e delle madri che sono laici… Perché fuori c’è una pressione terribile. In certi ambienti se non hai il velo sei una donna facile allora ti becchi tutti i frustrati maschi che ti corrono dietro, oppure non hai nessuna chance di sposarti o è quella l’impressione che hai, o quello di cui cercano di convincerti le tue compagne…
Ora non voglio fare il Magdi ALLAM di turno e dipingere tutto in nero. Ma non voglio nemmeno presentare un quadro primaverile, quando in realtà sappiamo sia te che me che dalle nostre parti regna l’inverno. Un inverno lungo e tanto tanto scuro. Possiamo solo sperare che qualche rondine ci porti la primavera.
Karim METREF
(*) Karim Metref, nato in Algeria nel 1967, dopo studi di scienze dell’educazione ha lavorato come insegnante per circa dieci anni in Algeria. Contemporaneamente ha messo il suo massimo impegno nella militanza per i diritti culturali dei Berberi e per l’accesso ai diritti democratici in Algeria. Il giornalismo e la scrittura sono strumenti per veicolare le sue convinzioni politiche e le nuove forme di pedagogia che ha imparato e ha contribuito a diffondere come formatore a partire dal 1998 (anno del suo trasferimento in Italia) dopo varie specializzazioni in educazione alla pace e alla nonviolenza, intercultura e gestione nonviolenta dei conflitti. E' autore di "Baghdad e la sua gente".