Notizie

Loading...

lunedì 23 ottobre 2006

Menti velate e veli liberati

Image Hosted by ImageShack.us

Ieri, l'Ansa ha battuto la notizia di un'egiziana che ha divorziato dal marito, dopo 40 anni di matrimonio, per poter indossare un velo che le incornici il viso. Naama, 63 anni, madre di quattro figli e nonna di nove nipoti, ha preferito lasciare il marito, un oftalmologo di 65 anni, perchè lui le consigliava piuttosto di portare un foulard leggero che coprisse solo i capelli, a mò di cuffia. La notizia la dice lunga sull'infondatezza delle "analisi" che vengono propinate in questi giorni sul velo: non è un'imposizione maschilista, non è uno strumento inventato dagli uomini per sottomettere le donne. Sono proprio quest'ultime a volerlo, con tutte le loro forze. E ve lo dice uno che non è certo un sostenitore del velo, pesante o leggero, integrale o parziale che sia. Non voglio entrare nel merito delle interpretazioni dei versetti coranici sul velo. Quest'ultimo, infatti, è ben più antico del Corano e di Maometto: è attestato tanto nell'impero persiano quanto nei quadri occidentali che raffigurano Madonne e sante. Ma - per quanto mi riguarda almeno - la fede è una questione ben più profonda dell'ostentazione di un capo coperto (nel caso delle donne) o di una barba e una tonaca (nel caso degli uomini, convinti di seguire "l'esempio del Profeta"). Ho visto tante donne velate e tanti uomini barbuti e intonacati comportarsi in modi tutt'altro che corretti nei confronti dei poveri e dei bisognosi: non sarà il velo o la barba a farne, ai miei occhi, dei musulmani migliori. E poi sinceramente mi offendo, come uomo, quando il velo viene presentato come uno strumento per "proteggere le donne" da occhi indiscreti. Non dovrebbe esserci bisogno di un velo, per non guardare la donna come una potenziale preda.
Un conto però è essere contrari al velo come simbolo esclusivo e totalizzante di osservanza religiosa femminile, un altro è quello di demonizzarlo e fantasticare, come fanno gli "esperti" nostrani, di "una maggioranza di donne musulmane sottomesse" che non lo vuole e che anzi vorrebbe addirittura "liberarsene". Passi pure l'On. Santanché (pare che si accinga ad occupare il posto di Vicedirettore ad personam del Corriere, scorta inclusa), ma i nostri "musulmani moderati" hanno mai tentato di discutere con le donne musulmane nei loro ex-paesi di origine - incluse quelle colte, quelle laureate, quelle che lavorano, quelle che studiano, quelle economicamente indipendenti, persino quelle appartenenti a classi decisamente agiate - per constatare con i propri occhi che sono proprio loro le prime sostenitrici del velo? Eppure all'inizio del secolo, in particolare in Egitto, furono - di nuovo - proprio loro a toglierselo per prime dando vita al movimento femminista arabo. Ciò significa che quando vogliono ce la fanno benissimo da sole. Non è vero che le donne musulmane non vogliono mettere il velo: anzi, fanno a gara per convincere un numero sempre maggiore delle loro correligionarie ad indossarlo. Ve lo dice uno che in questi anni ha visto sempre più donne musulmane tentare di convincere altre conoscenti, e persino sconosciute incontrate sui pullam e nei mercati, a seguire il loro esempio.
La favoletta del velo come strumento di oppressione e di prevaricazione maschile è, appunto, una favoletta. Ci sono numerosissimi motivi per cui le donne arabe portano oggi il velo, tipo le abitudini importate dagli emigrati nei paesi del Golfo che fanno ritorno in patria o l'istruzione impartita sin dalla più tenera età: è difficile per una donna che ha vissuto trent'anni della propria vita in Arabia Saudita accanto al marito o abituata ad indossare il velo sin da giovane, seguendo tra l'altro l'esempio della madre, a toglierlo: si sente nuda. Poi c'è anche la sensibilità nei confronti di un messaggio che ne sottolinea il valore spirituale: una sola attrice famosa, invecchiata e in pensione, che decida di "pentirsi" ed indossarlo vanifica decenni di diffusione di videoclip "alla MTV", divieti di immagini di donne velate sui testi scolastici, e restrizioni sul velo negli uffici pubblici, da parte dei governi laici. Spesso c'entra pure la moda, la tendenza del momento, la voglia di non apparire diversa o a disagio in mezzo ad una maggioranza di compagne velate, la pressione delle vicine di casa e delle colleghe nei posti di lavoro. Quanto al velo come messaggio politico, ebbene si, anche questo può accadere. Ma succede laddove la situazione politica o economica non riesce a fare da contraltare all'influenza della propaganda religiosa, tesa a fornire un modello alternativo a quello fallito e corrotto del potere laico. Le donne iraniane che non indossavano il velo all'epoca di Khomeini erano, agli occhi delle masse, quelle che si riconoscevano nello Shah e nel suo regime corrotto. Nell'Iraq laico e nazionalista di Saddam Hussein sono bastati dieci anni di embargo e di bombardamenti per trasformare una delle società femminili più emancipate del Medio Oriente in un esercito di donne velate, coperte dalla mantella, l'"abaya", tipica delle loro nonne quando vivevano in campagna.
Il problema non è il velo, le donne musulmane dovrebbero essere libere di indossarlo e di sfoggiarlo in mille colori e mille forme, così come altre sono libere di sculettare in abiti succinti nelle trasmissioni televisive e sulle scrivanie dei politici che procurano loro i contratti. Sbaglia chi vorrebbe vietarlo per legge: ci hanno provato in Turchia in tutte le salse e poi hanno avuto un premier con la moglie velata. Il punto non è indossare il velo, o ciò che rappresenta questa scelta: le donne velate sono contentissime ed orgogliosissime di indossarlo, non vogliono essere liberate da nessuno e non hanno nemmeno bisogno dell'aiuto di un Imam che perde le staffe prestandosi a consolidare l'immagine del dispensatore di fatwe per difendersi (non avendo seguito la puntata incriminata di Controcorrente, mi limito a commentare ciò che riportano i media, ossia che tale Abu Shuwaima avrebbe tacciato di "infedele" l'On. Santanché). Il problema è, semmai, quando dal velo si passa al Niqab, cioè alla tenda nera che copre il volto e che non è prescritta da nessuna parte nel Corano. O quando con la scusa di coprirsi si scade nel ridicolo, fino a fare il bagno in mare coperte da capo ai piedi con tonache, veli e chi più ne ha più ne metta col rischio addirittura di annegare. O quando un'impiegata velata si rifiuta di fornire informazioni ad una cliente non velata, poiché sarebbe una "poco di buono". Più che liberare le donne islamiche dal velo, quindi, bisognerebbe liberare il velo dal significato estremista e strumentale che molte donne islamiche gli attribuiscono.