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lunedì 9 ottobre 2006

Tu quoque Brute fili mi

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Niente Afghanistan per il giovane Harry. Troppo rischioso per il principino britannico partecipare a qualsivoglia operazione in una zona eccessivamente calda come quella (sono morti 41 soldati del Regno in cinque mesi). Così, dopo aver ricevuto un netto "no" anche all'ipotesi di partire per l'Iraq, il figlio più giovane di Carlo d'Inghilterra ha incassato un off limits anche per il Paese dei talebani. In passato si era parlato della possibilità che Harry potesse essere mandato in servizio nel Paese asiatico accompagnato da guardie del corpo (sic). Ma evidentemente anche questa ipotesi è stata scartata. Il bando vale anche per il fratello maggiore William, 24 anni, che in dicembre dovrebbe entrare a far parte dello stesso reggimento. Probabilmente li manderanno a prestare servizio militare su una spiaggia delle Caraibi, sotto la stretta sorverglianza di un reggimento di conigliette playboy.
Che dire? Alcuni millenni fa, quando i governanti decidevano di muovere guerra a qualcuno, indossavano l'armatura, impugnavano la spada e cavalcavano alla testa dell'esercito. E si facevano accompagnare pure dall'erede al trono, per consacrarlo sul terreno di battaglia. Gli imperatori romani più amati e rispettati, quantomeno quando venivano nominati, erano i comandanti che si erano distinti per coraggio e intelligenza sul campo, che avevano condiviso la vita difficile e i pericoli affrontati dai soldati che comandavano. Quando si voleva scongiurare il conflitto, o prima di iniziarlo, gli eroi di entrambi gli schieramenti si scontravano fino alla morte, e l'esito del duello determinava la vittoria o la sconfitta, incoraggiava o demoralizzava gli eserciti di ambo le parti.
Ad un certo punto però, la classe politica si fece più furba. I comandanti hanno deciso di stare sulla collina, a godersi lo spettacolo della battaglia, assistiti e difesi dai loro pretoriani, con bacinelle d'oro e morbidi cuscini ad attenderli nelle tende di seta dove riposare per meglio concentrarsi sulle "strategie", lontano dalla zona dove si combatteva. Con l'invenzione delle armi a fuoco, dell'artiglieria e delle lenti, la situazione è degenerata: i comandanti se ne stavano sulle alture a seguire con il binocolo il massacro dei propri soldati e quelli dell'esercito nemico, e - a seconda dell'esito del bombardamento - si congratulavano con i loro generali o scappavano a gambe levate.
Nell'era moderna, invece, siamo arrivati alla frutta: agili mani battono codici e manipolano joystick, sganciano bombe a migliaia di chilometri di distanza e degli effetti dei loro bombardamenti non vedono quasi nulla. La guerra è diventata un gioco elettronico, e nemmeno le opinioni pubbliche dei paesi che attaccano si rendono pienamente conto degli effetti micidiali delle proprie armi: solerti direttori dei telegiornali risparmiano loro le immagini diffuse dalla "poderosa armata del fondamentalismo", che potrebbero rovinare loro la cena o il buon umore con cui si guarderà "La Pupa e il Secchione". Nel frattempo, alcuni poveri immigrati sudamericani reclutati con la speranza di ottenere la cittadinanza statunitense o dei ragazzi che non trovano lavori più tranquilli e decenti nei propri paesi, combattono la guerra sul campo e ogni tanto saltano sulle mine piazzate per le strade dei paesi "liberati".
E cosa fanno, invece, quelli che la guerra l'hanno voluta, progettata, ordinata, sostenuta, propagandata? Stanno sulle loro comode poltrone, pontificano, sentenziano, e soprattutto ci informano. Come Magdi Allam, che non si è nemmeno vergognato di raccontare, nel suo libro "Io amo l'Italia", che ai tempi della guerra all'Iraq - che lui ha seguito dal fronte di "Porta a Porta" -"un gruppo di colleghi italiani, a proprio rischio e pericolo, penetrarono ugualmente nella zona militare interdetta, attraversarono la frontiera e una volta raggiunta Bassora, furono fatti prigionieri dall'esercito iracheno. Personalmente non ho mai avuto la smania di realizzare degli scoop mettendo a repentaglio la mia vita. Né ritengo che sia sensato farlo. Per me la salvaguardia della vita è al primo posto. E' un atto di fede, una responsabilità nei confronti di sé stessi, dei propri cari e delle tante persone che, consapevolmente oppure no, finiamo comunque per coinvolgere nella nostra azione scellerata" (p.101)
Azione scellerata? Andare sul fronte per informare le opinioni pubbliche di ciò che sta accadendo non solo ai civili bombardati ma anche ai propri figli mandati al fronte è diventato un'azione scellerata? E il giorno in cui Magdi Allam ha deciso di andare "in Farmacia e acquistai una confezione di un sedativo abbastanza potente. Salii all'ufficio culturale austriaco e dopo un po' mi diressi in bagno. Senza chiudere a chiave la porta. La mia intenzione non era di suicidarmi, bensì lanciare un disperato grido d'aiuto. Ingerri l'intero contenuto della confezione.Quando mi svegliai era su un letto d'ospedale" (p.48) solo per costringere sua madre a lasciarlo venire in Italia, ebbene, quella non era un'azione scellerata? E se nessuno si fosse accorto della messinscena del suo suicidio, che fine faceva "la responsabilità nei confronti di sé stessi, dei propri cari e delle tante persone che, consapevolmente oppure no, finiamo comunque per coinvolgere"? Sorge spontanea una domanda: se personalmente non ha mai avuto "la smania di realizzare degli scoop mettendo a repentaglio la sua vita", come mai ci ricorda ad ogni pié sospinto che la sta rischiando con i suoi "scoop" attuali (tipo quello sull'iftar del Viminale)? Perché non va a combattere in Iraq, magari con la scorta pure lui? Forse al suo ritorno i senatori lo acclameranno non più ministro dell'immigrazione - come avrebbe voluto - ma Dittatore di tutta l'Italia!