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martedì 31 gennaio 2006

Satira, religione e soldi

"Mi ricordo di quando ho disegnato una vignetta con il candelabro a sette punte trasformato in una sorta di cannone da cui venivano sparati dei razzi. Era il tempo del massacri di Sabra e Shatila e mi sono arrivate le piu' pesanti contumelie. Non sono solo i musulmani a dimostrare una grande suscettibilita' nei confronti della religione. Quella volta gli israeliti si sono fatti sentire, eccome". A parlare e' Emilio Giannelli, vignettista del Corriere della Sera che aggiunge: "I cristiani sono forse piu' abituati a tollerare la satira nei confronti dei propri simboli religiosi, generalmente manifestano una minore intransigenza". Sergio Staino, il papa' del famoso Bobo invece afferma "Anche da noi, comunque, non e' facile trovare spazi per fare satira anticlericale - continua - Pensiamo agli ultimi giorni di Papa Giovanni Paolo II, quando l'infatuazione religiosa ha raggiunto livelli isterici. Sono dovuto andare in Francia per respirare una boccata d'aria". Giannelli invita invece alla mediazione: "Bisogna considerare che cio' che oggettivamente non e' offensivo, soggettivamente puo' essere percepito come tale. Mi ricordo che una volta, a Repubblica, Scalfari mi ha riferito che si era stati minacciati per una vignetta: era appena scoppiato il caso dello scrittore Salman Rushdie. Occorre calarsi nella mentalita' degli altri e averne rispetto senza pero' diventarne succubi. Io credo che 'affinando la penna' si possa arrivare lo stesso al bersaglio senza offendere". Rinuncia invece a un confronto Bruno Bozzetto, il Disney italiano: "Bisogna sapere che, quando si ha a che fare con il mondo arabo ci si confronta con popoli che prendono tutto sul serio e non hanno un grande senso dell'umorismo per questo non farei della satira nei loro confronti: se le vignette non vengono capite, a farle che gusto c'e'?". Il problema del rapporto fra satira e religione e' esploso con il caso delle dodici vignette sulla vita di Maometto pubblicate sul quotidiano danese Jyllands-Posten, poi riprese dalla rivista norvegese Magazinet, e considerate blasfeme dai musulmani. Nei paesi arabi un tam tam via internet ha fatto scattare il boicottaggio delle merci danesi e non sono mancate le formali proteste diplomatiche. Le scuse fornite dai due giornali scandinavi non sono bastate. I ministri dell'Interno dei paesi Arabi riuniti a Tunisi hanno infatti chiesto oggi al governo danese di "punire con fermezza i responsabili di queste offese" e di "assicurare che cio' che e' accaduto non si ripetera' in futuro". Il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen, lo stesso che ha rifiutato di incontrare in passato ben 11 ambasciatori musulmani, ha detto questa sera di considerare l'ipotesi dell'invio di una missione a Riad per far cessare il boicottaggio contro i prodotti danesi in seguito alla pubblicazione di vignette su Maometto su un giornale del paese scandinavo. ''Accogliamo tutte le idee costruttive'', ha detto Rasmussen, esortando poi ''ogni parte ad astenersi da dichiarazioni o azioni che potrebbero creare ulteriore tensione in Danmarca o in altri paesi''. Rasmussen aveva detto ieri che ''personalmente non avrebbe dipinto Maometto, Gesu' o altre figure religiose in modo da poter offendere altre persone'', e il suo ufficio ha diffuso oggi una simile dichiarazione. Il sito del ministero degli Esteri ha pubblicato un testo che spiega i principi danesi di liberta' di stampa, protezione della religione e del ruolo indipendente dei media. Intanto il capo della diplomazia danese Per Stig Moller ha discusso della questione con colleghi arabi, il segretario di stato americano Condoleezza Rice e il segretario generale dell'Onu Kofi Annan a margine della conferenza di Londra sull'Afghanistan. Prosegue invece la protesta: Il danno e' tale che la Nestle' e' corsa a pubblicare un annuncio sul principale quotidiano panarabo al Shark al Awasat per mettere in chiaro che non e' danese: ''gli onorevoli consumatori possono verificare l'origine sull'imballaggio''. La campagna di boicottaggio rischia di costare molto cara alla Danimarca, e in particolare al gruppo Arla, che vende ogni anno in Medio oriente per 3 miliardi di corone danesi (402 milioni di euro).

Iran-Irak: democrazia in corso

Anche il grande Ayatollah Ali Al Sistani e il governo iracheno intervengono nella vicenda delle vignette del profeta Maometto pubblicate in Danimarca. Il leader religioso sciita, attraverso un suo portavoce, ha chiesto al "primo ministro Ibrahim Al Jaafari di convocare l'Ambasciatore danese a Baghdad per riferire la condanna di Najaf (sede dell'ufficio di Sistani) delle offese recate al profeta". Il governo iracheno ha eseguito subito le sue indicazioni. Il ministro degli esteri Hoshyar Zebari, a quanto riferito da un portavoce del ministero degli esteri iracheno all'agenzia di stampa nazionale irachena NINA, ha convocato oggi l'ambasciatore danese in Iraq per comunicargli "la condanna del governo iracheno per le offese ed il non rispetto dimostrati da un quotidiano danese, chiedendo il rispetto per i sentimenti e per i simboli sacri dei musulmani". A quanto scrive la Associated Press, poi, anche il primo ministro Abrahim al Jaafari ha consegnato all'ambasciatore danese una lettera nella quale sostiene che le caricature del Profeta "insultano i sentimenti di un miliardo e mezzo di musulmani". Il portavoce di Sistani, Hamed Al Khaffaf, in conferenza stampa ha anche chiesto al governo danese di "prendere i necessari provvedimenti repressivi nei confronti di chi ha volutamente offesa il profeta".
L'ambasciatore danese in Iran, Klaus Jan Nielson, e' stato convocato oggi al ministero degli Esteri, dove gli sono stati espressi ''il rammarico e la protesta'' del governo di Teheran per le vignette pubblicate da un quotidiano di Copenaghen che raffigurano il profeta Maometto, la cui immagine non puo' essere pubblicata secondo i dettami dell'Islam. Il vice direttore generale del ministero iraniano per gli affari europei, Abolqassem Delfi, ha chiesto invece anche le scuse dell'esecutivo di Copenaghen, sottolineando l'esigenza di ''rispettare i valori sacri delle diverse religioni''. Il ministro degli Esteri Manuchehr Mottaki, nei giorni scorsi, aveva gia' inviato lettere ai suoi omologhi in Danimarca e Norvegia - dove una rivista ha ripubblicato le vignette - esprimendo il ''rammarico'' del suo Paese per l'episodio.

Danesi danneggiati

Il boicottaggio contro i prodotti danesi deciso da alcuni Paesi arabi per rappresaglia contro le ormai famose vignette su Maometto sta già danneggiando le aziende esportatrici: ''Ieri sera Arla food ha deciso - scrive Berlingske Tidende online - di licenziare 100 lavoratori ed entro la mattinata di oggi comunicherà i nomi dei malcapitati. Una analisi della Jyske Bank dello Jylland, regione che è la roccaforte del quotidiano Jyllands-Posten, colpevole di aver pubblicato per primo le caricature del profeta, calcola che un bando prolungato in Medio Oriente sui prodotti danesi potrebbe causare la sparizione di 11.200 posti di lavoro, in gran parte nell'industria alimentare.
Come al solito, governi e giornali giocano alla provocazione e a rimetterci sono i popoli e i lavoratori. Voglio vedere adesso quanti degli 11.200 lavoratori danesi (con famiglie annesse) prossimi al licenziamento ringrazieranno il governo danese per il suo menefreghismo prolungato o quel giornale che ha pubblicato e ripubblicato le vignette per la sua geniale trovata.

La carta vincente

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La vicenda delle "Vignette di Maometto" che ha messo sotto sopra l'Unione Europea e il mondo musulmano in questi ultimi due giorni è, per dir la verità, una vicenda assai datata e che si trascina ormai da mesi. Se non fosse per l'ostinazione dei "Colpiti dalla fattah", dei provocatori mediatici e degli agitatori professionisti che si trincerano dietro la libertà di espressione per buttare benzina sul fuoco dello scontro tra le civiltà, probabilmente sarebbe persino passata sotto silenzio, dopo la fase iniziale di indignazione che aveva suscitato fra i musulmani residenti in Danimarca. Ricapitoliamo velocemente la storia: qualche mese fa, lo scrittore danese Kare Bluitgen ha lamentato il fatto di non essere riuscito a trovare un artista disposto a illustrare un suo libro, destinato ai bambini, sulla vita di Maometto. E' noto infatti che, al di fuori di alcune miniature medievali indiane, persiane o ottomane (e quindi tutte influenzate da culture non arabe), Maometto viene solitamente rappresentato con il volto coperto o non rappresentato affatto per rispetto della tradizione ortodossa islamica che vieta le raffigurazioni umane, in particolar modo quella della persona di Maometto. Non si tratta affatto di un'inclinazione isolata ma di un atteggiamento comune a tutto il mondo islamico (anche se particolarmente esacerbato dai Wahabiti dell'Arabia Saudita che avevano - almeno inizialmente - persino distrutto la tomba del profeta prima di ricostruirla nuovamente) che già durante il secondo e terzo secolo dell'Egira (VIII e IX secolo), concepì nella sua tradizione teologica-giuridica una forte ostilità verso le immagini antropomorfe e degli esseri viventi facendo risalire - tramite tradizioni ed aneddoti - a Maometto stesso la condanna. La comune credenza popolare considerava che tutte le raffigurazioni di esseri viventi con un'anima (nafs) o un respiro (ruh) fossero povere imitazioni o copie e pertanto un affronto all'opera stessa di Dio. Tuttavia la legge islamica concedeva ai propri artisti delle raffigurazioni imitative purché fossero di alberi, foglie, fiori, selle, e cioè di oggetti "senza anima". Ovviamente il divieto non è stato spesso osservato - anzi - e l'arte islamica ci ha lasciato in eredità mirabili raffigurazioni di battute di caccia, feste regali e altro ancora. Ma è indubbio che la pressione dell' opinione pubblica musulmana portò pian piano gli artisti a limitare l'uso delle forme antropomorfe e raffigurative del raffinato mondo (persiano, greco, romano, bizantino ecc.) che li aveva preceduti a favore delle comunque meravigliose composizioni geometriche, floreali e calligrafiche a carattere astratto che oggi ricoprono i soffitti, le pareti e le porte delle moschee e dei palazzi islamici: in poche parole anche in mancanza di arte figurativa il mondo islamico ha dimostrato di avere una fertile creatività, confermando il detto "il mondo è bello perché vario". Considerazioni artistiche e storiche a parte, il divieto era anche motivato da una paura di ritorno all'idolatria, il cui ricordo era considerato assai recente specie nei primi anni del messaggio islamico, e da un atteggiamento simile riscontrabile anche nelle altre religioni: In Deuteronomio 5,6-10, Dio disse infatti a Mosè: "Io sono Iavhé, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto, da una casa di schiavitù. Non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è nel cielo in alto, né di ciò che vi è sulla terra in basso, né di ciò che vi è nelle acque al di sotto della terra". Il divieto della raffigurazione umana è stato superato nei secoli ma quello relativo alla figura di Maometto rimase scrupolosamente osservato: Maometto infatti era ed è tuttora considerato un semplice uomo e i teologi sostengono che la sua raffigurazione potrebbe trasformarne la figura in un santo a cui rivolgersi costantemente, atteggiamento ritenuto blasfemo dai musulmani osservanti (anche se in molti paesi musulmani sia tuttora in voga la pratica del pellegrinaggio presso tombe di personaggi musulmani o anche cristiani considerati santi). Curiosità: persino nei filmati e nei documentari che ne raccontano la biografia, Maometto stesso - ovvero il protagonista principale - non appare. E' il caso de "Il Messaggio", con Anthony Quinn e Irene Papas, dove non c'è nemmeno qualcuno che ne riproduca la voce e addirittura del documentario della History Channel ultimamente allegato a Il Giornale (che forse in buona fede ha piazzato in copertina una miniatura che raffigurerebbe Maometto nonostante il video stesso affermi che Maometto non appare nel filmato per rispetto nei confronti della tradizione islamica).

Ebbene, una volta scoperto questo "punto debole" di natura strettamente teologica, il quotidiano danese Jillands Posten, a mo' di sfida, ha indetto un concorso per delle vignette satiriche su Maometto da accompagnare a una sedicente inchiesta sulla "libertà di espressione", la foglia di fico con cui ormai si giustifica tutto e tutti, inclusi gli imam che ineggiano alla guerra "santa". Le 12 vignette ricevute, vengono pubblicate lo scorso 30 settembre: non paghi di aver raffigurato Maometto, cosa ritenuta di per sè offensiva dai musulmani di tutto il mondi islamico, dall'Egitto al Sudan, dalla Libia alla Giordania, dalla Siria al Pakistan, lo raffigurano con un turbante pieno di bombe o con un coltello in mano o, ancora, alle porte del paradiso mentre esclama "Non abbiamo più vergini". L'intento provocatorio è palese: persino un laico, che non si offenderebbe per la raffigurazione del personaggio storico rimarebbe offeso per il modo in cui è stato rappresentato, ovvero per questo disgustoso connubio tra Islam e terrorismo. La Comunità musulmana in Danimarca protesta, scende in strada e manifesta pacificamente ma nessuno vuole scusarsi e persino le autorità se ne strafregano dei sentimenti religiosi degli immigrati residenti sul loro territorio. Il tutto, ovviamente, in nome della "libertà di espressione". Evidentemente nessuno ha insegnato a lor signori che la "libertà" di ognuno finisce là dove comincia quella altrui, e che è non è nemmeno tanto civile barzellettare sulle credenze religiose e la spiritualità degli altri. Guarda caso, proprio quelli che si sono sentiti - giustamente - offesi dalle parole di Adel Smith, per il crocefisso descritto come un cadavere in miniatura e poi buttato dalla finestra in nome della laicità dello stato, della scuola o degli enti pubblici, si sono subito riscoperti acerrimi difensori della "libertà di espressione" specie se la cosiddetta libertà consiste nel provocare i musulmani e nell'offendere la loro spiritualità, per quanto possa sembrare assurda agli occhi occidentali che poco sanno del Deuteronomio. E meno male che nemmeno tre mesi fa gioivano per la condanna in primo grado inflitta a Smith per vilipendio della religione cattolica. Smith a parte, è noto che la figura di Gesù viene altamente tenuta in considerazione nel messaggio islamico. Come semplice profeta, anche questo è risaputo, il che potrebbe anche risultare riduttivo per un cristiano osservante, ma comunque una posizione di riguardo che lo mette al riparo delle trasmissini satiriche che lo raffigurano tirato al guinzaglio di cui abbiamo avuto modo di "apprezzare" la creatività in passato. Per carità, ognuno è libero di fare ciò che vuole dei propri simboli religiosi, non si capisce però perché - in nome della libertà di espressione - lo si vuole fare anche con gli altri, che magari gradirebbero essere lasciati in pace, a praticare o non praticare la loro religione, specie se sono musulmani e quindi già nel mirino dei media.

La vicenda rimase confinata, anche e soprattutto mediaticamente, alla Danimarca fino al giorno d'oggi. I colpiti dalla fattah si erano accorti che, al di fuori delle proteste civili e delle manifestazioni pacifiche degli immigrati, spacciate anch'esse dai cialtroni/e di turno per un "ignobile ricatto", nessun esaltato aveva lanciato una condanna di morte o una minaccia di attentato. Quindi cosa si fa? Elementare, Watson: il settimanale norvegese Magazent, pubblica anch'esso le vignette. A questo punto la vicenda comincia a dilagare e a diventare "internazionale" e, puntualmente, compaiono i soliti messaggi che annunciano morte e vendetta via internet che già mettevano la bava alla bocca degli agitatori: "speriamo in un altro caso Van Gogh!". Ma il vero motivo per cui la storia è diventata di dominio mondiale non erano tanto le minacce quanto le formali ed energiche proteste dei governi musulmani. Gli ambasciatori musulmani sono stati richiamati per protesta, la Libia ha persino chiuso la propria sede diplomatica a Copenaghen, la Lega Araba, l'Organizzazione per la Conferenza islamica e la Lega musulmana mondiale hanno deciso di interessare del caso le Nazioni Unite per far approvare una risoluzione che denunci il razzismo, la discriminazione e l'islamofobia, i parlamenti di vari paesi - inclusa la Giordania - hanno discusso della faccenda pubblicamente, per decidere il da farsi. Ma la carta vincente è stata quella economica, come ebbi occasione di sottolineare già altre volte: Dall'Arabia Saudita alla Mauritania è stato promosso il boicottaggio delle merci danesi e norvegesi. Indovinate infatti chi è stato il primo a convincere il premier liberale danese Rasmussen, che a differenza del collega socialista norvegese Stoltenbergs, non voleva prendere posizione, rifiutando persino di incontrare - alcune settimana fa - una delegazione di ben 11 ambasciatori musulmani ? La Confederazione danese degli Industriali. Tanto il governo quanto Jyllands Posten hanno dovuto prendere atto che il boicottaggio da parte dei consumatori musulmani si era esteso ormai a molti altri paesi islamici comprendendo non solo i formaggi ed il burro della grande industria lattiero-casearia Arla Food, ormai costretta a fermare la produzione in queste regioni, ma anche molti altri prodotti come il pollame e i farmaci che la Novo Nordisk ha dovuto togliere dagli scaffali delle farmacie saudite. La Camera di Commercio del Cairo ha deciso il boicottaggio dei prodotti danesi e ha chiesto alle agenzie marittime di bloccare qualsiasi accordo con le linee di navigazione che trasportano merci danesi. La crisi che ha colpito le aziende danesi stava portando alla perdita di molti posti di lavoro e in mattinata il sindacato LO aveva chiesto al primo ministro di prendere le opportune iniziative.

Ennesima figuraccia quindi per gli agitatori professionisti che speravano in un conflitto allargato fra mondo occidentale e mondo islamico sulla vicenda della vignette "satiriche" raffiguranti Maometto: l'editore del quotidiano danese che ha pubblicato le 12 vignette sul Profeta Maometto si è scusato. Il direttore del quotidiano danese "Jyllands-Posten", Carsten Juste, ha scritto in una lettere all'agenzia di stampa giordana Petra, poi pubblicata anche sul sito del quotidiano "Queste vignette non violano la legge danese ma hanno in modo irrefutabile offeso molti musulmani, e per questo noi presentiamo le nostre scuse". Il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen si è "felicitato" con il quotidiano che si è scusato "Ne sono molto lieto, perché il 'Jyllands-Posten' ha compiuto di certo un passo molto importante", ha detto il premier alla Tv danese per dire di non aver apprezzato "personalmente" la loro pubblicazione. "Ho personalmente un tale rispetto per la fede delle persone, che non avrei mai potuto rappresentare Maometto, Gesù o altre figure religiose in un modo che possa essere insultante per gli altri", ha detto il premier alla televisione Tv2. Il ministro degli Esteri austriaco, Ursula Plassnik - presidente di turno dell'Ue - al termine della riunione con i colleghi europei, ha sottolineato che "la liberta' di stampa e di espressione fanno parte dei fondamentali valori ma crediamo che le fedi religiose vadano rispettate nelle nostre societa' poiche' anch'esse rappresentano valori fondamentali". Sarebbe stato carino se simili affermazioni fossero spontanee, e non determinate dall'efficiente boicottaggio economico. Ma non scoraggiamoci, non è finita. La storia potrebbe avere un seguito: qualche intraprendente giornale italiano - come La Padania ad esempio - tanto attento alla situazione economica nazionale (non particolarmente brillante in questo periodo a dir la verità), potrebbe ripubblicare le vignette e rilanciare la sfida. Attendiamo fiduciosi.

domenica 29 gennaio 2006

Bella memoria...

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Antisemitismo "islamico"?

E' successo l'altro-ieri

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Il 27 gennaio scorso, l'Europa ha celebrato la Giornata della Memoria. Come al solito riaffiorano le stesse domande e gli stessi dubbi : che senso ha ricordare il passato? Ebbene, la prima ragione per cui lo si dovrebbe ricordare è che questo cosiddetto passato si è consumato appena sessant'anni fa, nel cuore dell'Europa "civile e democratica". La seconda è che, come disse Primo Levi, "è successo, quindi potrebbe succedere ancora": potrebbe soprattutto succedere con chiunque, in particolar modo con qualsiasi minoranza si ritrovi sfortunatamente al centro di losche manovre mediatico-politiche tese a conservare o consolidare i poteri costituiti in Occidente, specie se funzionali al piano neoconservatore d'Oltreoceano. La Giornata della Memoria dunque, oltre a ricordare l'Olocausto, ricorda anche che qualcuno, per i propri interessi strategici - nella fattispecie i Nazi-fascisti e i loro più disparati complici e collaboratori - ha tentato di cancellare un'intera minoranza dalla faccia della terra adducendo come motivo la religione da essa professata, assimilata per l'occasione ad una "razza" separata e degenerata, incline ai complotti e alla dissimulazione.
Come ebbi occasione di ricordare alcuni giorni fa, la Giornata della Memoria è una ricorrenza molto particolare, che persino gli arabi dovrebbero commemorare: si tratta, in effetti, della prova concreta dell' inesistenza delle cosiddette radici giudaico-cristiane dell'Occidente di cui alcuni vanno cianciando a sproposito in questi ultimi anni, contrapposta alla reale e tangibile esistenza di una comune civiltà giudaico-islamica, o quanto meno una pacifica e proficua convivenza tra le due fedi fino al 1948, data che segna l'inizio di una situazione politica difficile in Medio Oriente creata dalle dinamiche che hanno portato alla nascita dello stato d'Israele. Un altro motivo per cui gli arabi dovrebbero commemorare la Giornata della Memoria, è il significato attuale che questa ricorrenza ricopre per le stesse minoranze musulmane che vivono in Occidente e che dall'11 settembre soffrono forme striscianti o palesi del fenomeno dell'anti-islamismo (che sarebbe meglio definire in questo contesto come "antisemitismo", essendo semiti anche gli arabi): non si possono in effetti passare sotto silenzio o nell'indifferenza generale i manifesti, gli slogan, le dichiarazioni o le iniziative impregnate di razzismo e incitazioni alla violenza che in questi ultimi anni hanno avuto per oggetto la minoranza musulmana, tutte azioni palesemente e spudoratamente ispirate al Nazismo nella sua forma più becera e pericolosa.
Ovviamente i protagonisti e i promotori di questo ritorno al passato, che poi è di soli sessant'anni fa come sopra precisato, negano l'evidenza: la propaganda nazista oggi è diventata "libertà di espressione" e "denuncia del fondamentalismo". E così, impunemente, si può affermare - come fa Ida Magli - che "i musulmani possiedono enormi ricchezze con le quali comprano le nostre aziende, le nostre case, i nostri negozi, i nostri territori, le nostre banche, i nostri giornali" esattamente come - appena sessant'anni fa - il Fuhrer dichiarava che gli ebrei possedevano e accumulavano richezze daneggiando l'economia e l'identità del Reich. Una cialtrona qualsiasi può imbastire un blog dove raccatta il peggio delle esternazioni e delle stranezze fondamentaliste disponibili sul web, magari condite da un po' di falsità e da alcune strumentalizzazioni, esattamente come - appena sessant'anni fa - i gerarchi del Reich allestivano le mostre sulle degenerate e perverse consuetudini della "razza israelita" estrapolando massime del Talmud o inventando minacce. Si tapezzano le città con manifesti che ritraggono i musulmani in preghiera definendoli palesemente come terroristi e ci si vanta della chiusura delle moschee, esattamente come - appena sessant'anni fa - si affiggevano i manifesti con la faccia del "giudeo" e ci si vantava di aver distrutto qualche sinagoga.
Solo delle persone in malafede possono negare che oggi sia in atto una campagna istituzionalizzata da parte di alcuni movimenti tesa ad alimentare e proteggere questa propaganda, che poi sfoccia in appelli per l'espulsione in blocco dei musulmani (in altre parole: evacuazione o deportazione, gli stessi termini usati nella burocrazia nazista) o il loro bombardamento ed arbitraria reclusione (ovvero la loro eliminazione, come accadeva nei campi di concentramento). In Francia la Commissione consultiva sui diritti umani, incaricata ogni anno di fare il punto sugli episodi di antisemitismo nel paese, ha registrato alcuni atti vandalici contro cimiteri ebraici e, nello stesso periodo contro cimiteri musulmani, attributi all'estrema destra. L'unico episodio di antiebraismo ascrivibile ai musulmani che si è "verificato" due anni fa si è rivelato una montatura: la giovane che aveva denunciato di essere stata aggredita da un gruppo di marocchini era una mitomane. False aggressioni contro gli ebrei ce ne sono state anche altre come quella del rabbino Fahri o quella che ha coinvolto la scuola ebrea di Gagny, a cui la stampa francese ha riservato una copertura spropositata. "Distante - afferma Nacèra Benali, autrice di "Scontro tra inciviltà" - da quella riservata agli atti di razzismo verso la comunità maghrebina in Corsica che negli ultimi anni hanno conosciuto uan recrudescenza inquietante, tanto da portare il 24 ottobre 2004 più di 2000 maghrebini a manifestare per le strade di Ajaccio contro questo fenomeno". Un rapporto del Collectif contro l'Islamophobie en France denuncia che tra l'ottobre 2003 e l'agosto 2004 vi sono stati ben 182 episodi di violenza contro la comunità marocchina, 28 moschee devastate e 11 cimiteri musulmani sono stati oggetto di atti vandalici. Il rapporto dell'Unione Europea sull'Italia mette in evidenza che che i rari episodi di ostilità contro gli ebrei erano opera di gruppi dell'estrema destra italiana, e nessuno di essi era ascrivibile a musulmani, che però sono essi stessi soggetto di una feroce campagna mediatica che demonizza le loro persone, i loro luoghi di culto, le loro scuole e persino le associazioni o le persone che si adoperano per la difesa dei loro diritti. Questa breve esposizione dimostra che il pericolo affrontato con grande coraggio e spirito di sacrificio da parte dei fratelli ebrei, rischia di riaffacciarsi per la stessa minoranza musulmana.
E' molto apprezzabile quindi, in questo contesto, che sul programma Otto e Mezzo mandato in onda su La Sette, la conduttrice Ritanna Armeni che affianca Ferrara abbia posto una domanda azzeccatissima all'ospite della serata, uno scrittore di cui mi sfugge purtroppo il nome, che suonava più o meno così: "Oggi c'è anche il rischio dell'anti-islamismo, ovvero il rischio di confondere tutto con l'Islam e i musulmani, scatenando meccanismi simili a quelli dell'antisemitismo, cosa ne pensa?". Questa domanda ce la dobbiamo porre tutti quanti, come me la sono posta io stesso e come l'ho posta alle varie comunità ebraiche in Italia in una lettera aperta a cui ha risposto il Presidente della Comunità ebraica di Torino, Tullio Levi. In questa occasione mi piacerebbe chiudere questo post ricordando la sua apprezzabilissima dichiarazione di comunanza di intenti nella lotta contro il razzismo, una battaglia che accomuna da sempre i destini di ebrei e musulmani: "A nome della Comunità ebraica di Torino raccolgo il suo grido d'allarme e d'angoscia spedito il 19 settembre a tutte le Comunità ebraiche. Non solo in quanto ebrei che hanno vissuto secoli di vessazioni e persecuzioni in svariate aree geografiche, di cui la Shoa rappresenta l'apice, ma anche in quanto cittadini democratici di questo Paese, condividiamo tutte le sue preoccupazioni. Riteniamo che la lotta al razzismo debba essere per tutti un impegno inderogabile insieme all'impegno per la salvaguardia della democrazia e della libertà. Un caloroso shalom".

giovedì 26 gennaio 2006

E allora?

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Ha vinto Hamas. Ha vinto Hamas!
Lo ripetono, strabuzzando gli occhi, bande incredule di neconnard. E allora ripetiamo con Lia: "Ripeto ciò che ho già detto a suo tempo, quindi, e propongo un gioco: li vogliamo andare a vedere, i pronostici neoconi del 2003, del 2004, sul futuro del Medio Oriente?Le vogliamo ripescare, le pensose analisi degli esperti bloggatori di allora, giusto per domandargli quale delle loro profezie si è avverata?Sarebbe interessante.Perché ne avessero azzeccata una, santo cielo. Epperò, niente da fare, parlano ancora. Pontificano ancora. Continuano a puntare il dito contro chi gli dà torto, impermeabili ad ogni principio di realtà. Invece di darsi all'ippica, all'arredamento o all'uncinetto, nobili attività in cui farebbero meno danni e sarebbero infinitamente più utili alla collettività". Sono anni e mesi che diciamo infatti che se un giorno dovessero esserci elezioni libere in uno qualsiasi dei paesi del Medio Oriente - Egitto e Palestina in primis - finirebbero per regalare la vittoria ai movimenti islamisti. Il sottoscritto scrisse questo in un articolo datato 5 febbraio 2005 pubblicato su Aljazira.it mentre i cosiddetti esperti titolavano dalle pagine dei quotidiani che le elezioni democratiche l'Occidente avrebbe dovuto esportarle anche a suon di bombe e di sanzioni, come ha fatto in Iraq (trasformando la spregevole dittatura laica in una prossima teocrazia iraniana). Lo scrissi proprio mentre i cosiddetti esperti quasi supplicavano Bush di muovere gli eserciti per democratizzare il resto del Medio Oriente salvo mettersi ora a piagnucolare dopo che si sono resi conto che la tanto desiderata democrazia stava andando in una direzione contraria alle loro aspettative.
Lo vogliamo rileggere quello che avevo scritto? "Che fine farebbe l'Egitto all'ombra delle tanto acclamate "elezioni libere"? Si dovrà riconoscere ufficialmente l'organizzazione dei Fratelli musulmani, tanto per far un esempio. Peccato che sia stata demonizzata dagli stessi personaggi che sollecitano le riforme democratiche. Nascerebbe una miriade di partiti di ispirazione islamica - da quelli moderati a quelli intrasigenti - che farebbero man bassa della quasi totalità dei voti. E non è che la loro politica nei confronti degli Stati Uniti o di Israele cambierebbe. Come minimo, si assisterà ad un notevole regresso nelle relazioni diplomatiche egiziano-statunitensi ed egiziano-israeliane. A volte non si capisce se questi individui (quelli che stanno alla Casa Bianca o sul libro paga della stessa) siano consapevoli delle conseguenze delle loro azioni, spesso in contraddizione tra di esse. Viene il sospetto che non siano altro che agitatori professionisti che vorrebbero, come dice il proverbio egiziano, "il funerale per battersi il petto fino alla sazietà" ['Ayez ganaza w yeshba' fiha latm, n.d.r.]". Lia, segnalando l'articolo, scrisse di rimando: "Così come a Gaza votano per Hamas, qui in Egitto voterebbero, con tutta probabilità, per i Fratelli Musulmani. "Con che percentuale vincerebbero, secondo te?" chiedevo poco fa all'amico islamista. "Bah, secondo me un 60% ci starebbe tutto." diceva lui.Ma te lo dice chiunque, proprio. E Israele? Che sentimenti esprimerebbe verso Israele un governo democraticamente eletto? E verso la politica americana?Io lo so, che queste cose le ho scritte un milione di volte. Ma, giuro, leggere i discorsi "pro-democrazia in Egitto" fatti proprio da coloro che hanno tutto da guadagnare dalla sua assenza mi fa un effetto troppo strano".
Ieri hanno votato per i Fratelli musulmani, oggi hanno votato per Hamas.
E allora?

Riflessioni sulla potenza virtuale

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Vorrei prendere spunto da un'affermazione fatta da Lucia Annunziata, che ho avuto occasione di conoscere nel corso di una conferenza rotariana, per fare qualche riflessione sul potere virtuale di internet. L'Annunziata, partendo dal racconto della sua esperienza quale ex-presidente di Garanzia della Rai (ha cominciato la sua carriera al Manifesto) afferma "La Tv contava qualcosa negli anni cinquanta-sessanta. Ora la gente ha un rapporto discincantato con il mezzo: c'è internet, le informazioni passano volentieri fuori dai canali ufficiali e la Tv non conta più come prima". A confermare le sue parole è il sito del Corriere, che ha deciso di lanciare - oltre la homepage in inglese - anche una in cinese, precisando: "Sfatiamo subito un luogo comune: la rete non è il regno di giovani «smanettoni». Nel 2005 l'età media degli utenti di Internet è salita a 41 anni. La cultura online è diventata predominante; un fenomeno contagioso che si affida alla facilità con cui è possibile creare e diffondere contenuti. In dieci anni sono state realizzate 600 miliardi di pagine web, 100 per ogni abitante del Pianeta, messe a disposizione di un miliardo di persone, un sesto della popolazione mondiale". Sconvolgenti anche le motivazioni per cui Luttazzi ha chiuso il proprio blog: "La forma blog tende a creare un fenomeno massa più leader, tende a dare potere a chi gestisce la vicenda e a condizionare i contenuti e il modo in cui questi vengono ricevuti. [...]. E' il tipo di mezzo a condizionare la cosa. La tv non tende a creare masse più leader, è la radio che riesce a farlo, così come il blog. Se ci fosse stata la televisione alla sua epoca, Hitler non avrebbe avuto speranza".
L'elemento basilare dell'economia capitalistica è - e lo dice l'aggettivo stesso - il capitale finanziario. Le idee innovative sono destinate a rimanere tali, se non si è dotati di mezzi finanziari. Nessun imprenditore o meglio, innovatore, riesce a produrre qualcosa - qualsiasi cosa - senza aggregare a sè determinati fattori produttivi che si trovano nell'ambiente circostante come potenzialità individuali. E per aggregare a sé tali fattori, bisogna - appunto - disporre di denaro. Ora, chi detiene il potere, è - normalmente - chi può aggregare a sé anche i fattori produttivi necessari per produrre "politica" e cioè, semplicemente, "immagine". Ma per creare immagine, bisogna creare informazione. E se intendiamo l'informazione come prodotto - come effettivamente è - nessuno, ancora una volta, ne può produrre se non dotato di adeguati mezzi finanziari. Da questo si conclude che per fare politica, produrre immagine e creare informazione (tutte facce della stessa medaglia), bisogna innanzittutto disporre di denaro, di capitale. L'informazione, in una dittatura, è un bene primario. Ecco perché in quei paesi tutte le Tv, satellitari e internet inclusi, sono in mano allo stato o sotto il suo controllo. Ed è per lo stesso motivo che, una volta messo in moto il meccanismo del colpo di stato, uno dei primi obiettivi da assicurare militarmente è l'emittente radio-tv locale, da cui parte anche il primo annuncio della rivoluzione, nonché i ministeri delle telecomunicazioni e dell'informazione. In una democrazia però non è necessario disporre di carri armati, per assicurarsi l'informazione e cioè l'immagine, quindi la politica: basta comprarla.
I mezzi di informazione tradizionali, e cioè quelli più diffusi, sono le Tv e i giornali. E proprio per questo c'è stata fibrillazione sulla scalata Rcs, per fare un esempio. In realtà però, oggi, nelle democrazie esiste - come sottolinea Lucia Annunziata - un'altro sistema di informazione diffusa, che sfugge alle logiche del mercato e del controllo, perché gratuito: internet. Uno strumento ideale per creare e distribuire informazione: ci vuole un computer, una linea telefonica e un abbonamento internet, tutti beni che un qualsiasi individuo più o meno benestante può procurarsi. Quante persone comprano il giornale in Italia e quante sono invece quelle che hanno un computer, in azienda, a scuola o a casa? Il quotidiano più venduto d'Italia vende a malapena 600.000 copie al giorno, gli internauti invece sono oltre 18 milioni. Internet è un eccezionale mezzo di visibilità per creare una capacità critica, favorire la mobilitazione di massa alle campagne, fare rete e creare comunità di interesse su determinate tematiche. E, tutto - ripeto - gratis o quasi. Non c'è bisogno di carri armati e non c'è bisogno di soldi, non cè bisogno di una tv o di un giornale, basta un sito o un blog, aggiornato quotidianamente, pazientemente e efficacemente.
I blog che trattano, in maniera costante ed efficace, tematiche relative all'antislamismo o islamofobia si contano sulle dita di una mano. Non credo di sbagliare se li inviduo, appunto, in quei quattro blog (e cioè il mio, quello di Miguel, quello di Dacia e quello di Lia) che ho denominato, in maniera ironica, "il Quadrumvirato virtuale di Allah". Ora, è chiaro che il quadrumvirato rappresenta una specie di think-tank virtuale capace di creare opinione o quanto meno di innescare processi di analisi critica nei lettori. Lettori che poi comunicano le loro scoperte e le loro considerazioni con pochi click, da casa o dall'ufficio. Nell'arco di una sola giornata, grazie alle newsgroup, mailinglist, siti e blog che riprendono con un semplice copia- incolla, gli articoli scritti dai tenutari di questi blog vengono letti da un numero di persone superiore alle vendite giornaliere di un un gruppetto di quotidiani locali. A volte basta cliccare in un motore di ricerca certi nomi, come quello della Fallaci, per trovare proprio qualcuno di questi blog in prima pagina. Che il mondo virtuale possa sconvolgere le regole dell'informazione reale o del giornalismo più in generale, è indubbio: i casi Calipari - Macchianera / Drudgereport - Dagospia lo hanno dimostrato ampiamente. Per non parlare delle dimensioni che il fenomeno ha assunto nel Nord America. Ecco perché liquidare internet come mezzo inaffidabile ed inconsultabile potrebbe rivelarsi un pensiero disastroso per chi è convinto che internet sia solo un ambiente di serie B.

Agenzia

APBS (POS) - 25/01/2006 - 15.34.00. ISLAM/ TARIQ RAMADAN: NON SONO UN DISSIMULATORE (ALJAZIRA.IT)

Chi mi accusa di doppia verita' è falso, e 'copia' Daniel Pipes Roma, 25 gen. (Apcom) - In un'intervista esclusiva al portale Aljazira.it, Tariq Ramadan, consulente della Task Force Anti-Terrorismo del governo inglese e già consulente della UE, denuncia l'inconsistenza di certo "autorevole giornalismo" che in Italia lo dipinge come un abile dissimulatore. "Chi dice che sono un dissimulatore è un copiatore. Ha ripreso praticamente tutta la sua argomentazione dal sito di Daniel Pipes, Campus Watch. Se prende gli articoli dove sono mosse queste accuse nei miei confronti, vedrà che sono praticamente la traduzione dall'inglese di interi passaggi degli articoli di Pipes" afferma Ramadan nell'intervista concessa a Sherif El Sebaie, redattore del portale Aljazira.it nonché collaboratore de Il Manifesto. "Ci sono individui malsani che agiscono sulla scena europea e statunitense: gente che fa dell'ideologia spacciandola per giornalismo" è l'accusa precisa di Ramadan, attualmente Senior Research Fellow presso la Lokahi Foundation nonché ricercatore e docente a Oxford. "Gente come Daniel Pipes vuole presentarmi come figura controversa. Ma perché sono "controverso", e chi c'è dietro questo progetto? Evidentemente ci sono potenze e gente dietro a questo." Ramadan respinge in particolare le accuse che affermano che farebbe in arabo affermazioni contrarie alla moderazione che predica altrove: "Falsità. Non hanno nessun documento. Hanno tagliato parti delle mie citazioni e non hanno seguito lo sviluppo dei miei discorsi." Ramadan è nipote di Hasan al-Banna, fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani. In più di un'occasione questa eredità è stata causa di polemica nei suoi confronti. "Non ho alcun problema con questa eredità - afferma al riguardo Ramadan - Rispetto questa filiazione. Inserisco mio nonno nel suo contesto storico e sono fiero di essere il nipote di qualcuno che ha lottato contro la colonizzazione, che ha costruito scuole e centri di educazione popolare. Ha sempre rifiutato la violenza, ma era anche responsabile di un organizzazione che ha utilizzato degli slogan con cui non sono d'accordo anche se li inserisco nel loro contesto storico". Sui suoi rapporti con la confraternita dei Fratelli Musulmani precisa "C'è gente della mia famiglia che fa parte dei Fratelli Musulmani, come mio zio, figlio di Hasan al-Banna. Sono quindi in contatto e ho un dibattito critico con loro. Ma i servizi segreti francesi e svizzeri hanno messo in evidenza e perfino pubblicato che non ne facevo parte. Anche la Guida Suprema del movimento ha precisato che non facevo parte del movimento e che avevo posizioni diverse dalle loro." Ramadan chiarisce inoltre nel corso dell'intervista i motivi per cui gli è stato vietato di entrare in Arabia Saudita "Mi considerano molto critico nei confronti del governo e nei confronti della lettura letterale del Corano che hanno promosso", in Francia per dieci mesi nel 95 "per pressioni del governo egiziano" e negli USA "Ufficialmente non mi è vietato l'ingresso, e attualmente stanno riesaminando il caso". Ramadan chiarisce inoltre il suo ruolo all'interno della Task Force voluta da Blair "Tengo a precisare che ho posto come condizione di poter agire come indipendente e quindi di poter essere critico nei confronti della politica inglese e di ciò che accade sulla scena internazionale. Ma ad ogni modo credo sia necessario essere presenti, è necessario per i musulmani esserci" e afferma in merito alla Consulta islamica recentemente nominata da Pisanu "L'idea che i governi possano facilitare la consultazione con i musulmani non ha mai rappresentato un problema per me. Sono le condizioni che contano. Tutto deve essere trasparente, Ogni organo concepito e deciso dai governi come un organo di controllo non funzionerà con le comunità musulmane". In rete
(link: http://www.aljazira.it/index.php?option=content&task=view&id=753&Itemid=1)

mercoledì 25 gennaio 2006

Intervista a Tariq Ramadan

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di Sherif El Sebaie

Tariq Ramadan, nato nel 1962 a Ginevra, è docente di Filosofia e Islamologia. Dopo la laurea in Filosofia e Letteratura Francese (una delle sue due tesi di dottorato è sul pensiero di Friedrich Nietzsche) e il dottorato in Islamologia Araba in Svizzera, ha proseguito i suoi studi presso l'Università del Cairo. Negli anni si è impegnato attivamente nel dibattito internazionale sul rapporto tra Islam e Occidente, e, più in generale, sull'Islam nel mondo. In diverse occasioni è stato consulente al Parlamento Europeo, in commissioni dedicate a questi temi nonché membro del "gruppo dei Saggi per il dialogo fra i popoli e le culture" presso la Commissione europea. Partecipa a diversi gruppi di lavoro e tavoli di discussione sull'Islam, sul dialogo interreligioso e, più in generale, sullo sviluppo e le questioni sociali. Attualmente è stato invitato in Gran Bretagna come Senior Research Fellow presso la Lokahi Foundation e come ricercatore e docente a Oxford. Ha pubblicato numerosi saggi, tra i quali Essere musulmano europeo (1999), Possiamo vivere con l'Islam? Il confronto tra la religione islamica e le civilizzazioni laiche e cristiane (2000) e Il riformismo islamico. Un secolo di rinnovamento musulmano (2004). Definito dal “Time” come uno dei cento innovatori del XXI secolo, per il suo lavoro finalizzato alla creazione di un Islam europeo indipendente, e al contempo tacciato da alcuni di essere un “predicatore dell’odio” dissimulato, Tariq Ramadan è un personaggio poliedrico e controverso, soprattutto a causa della sua storia familiare, che in più di un’occasione è stata causa di polemica nei suoi confronti. Ramadan è infatti nipote di Hasan al-Banna, fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani. Nel 1995 la Francia gli ha rifiutato l’ingresso nel paese, salvo poi modificare la decisione e invitarlo a partecipare alla commissione sull’Islam. Nel 2004 gli Stati Uniti gli hanno revocato il visto, costringendolo ad abbandonare la cattedra che deteneva presso l’Università di Notre Dame. Infine, è di pochi mesi fa la "querelle" che ha visto la stampa e l'opinione pubblica dividersi sulla decisione di Tony Blair di invitare Tariq Ramadan come consulente di un tavolo di lavoro contro l'estremismo e il terrorismo di matrice religiosa, pensato dopo gli attentati del 7 luglio a Londra.
Leggi l'intervista su Aljazira.it

martedì 24 gennaio 2006

Con Nasr Hamid Abu Zayd

Nasr Hamid Abu Zayd è nato in Egitto nel 1943, ed ora è docente di letteratura e linguistica all'università di Leiden, in Olanda. Negli anni Novanta, a seguito dei suoi scritti in cui ha prospettato di applicare al Corano l’analisi letteraria e i procedimenti dell'ermeneutica classica, fu accusato dai fondamentalisti islamici di apostasia e quindi obbligato a riparare in Olanda con la moglie Ibtihal Yunis, da cui una Corte civile del Cairo l'aveva forzatamente divorziato nel 1995. Due anni prima dei fondamentalisti avevano ucciso lo scrittore egiziano Farag Fouda e appena un anno prima, il premio Nobel Nagib Mahfuz veniva accoltellato da un fondamentalista (è rimasto con il braccio destro semi-paralizzato). Da allora Abu Zayd, che continua a professarsi musulmano, porta avanti i suoi studi, gira il mondo per spiegare la sua lettura del Corano, ma soprattutto sfrutta la sua posizione di islamologo trapiantato in Europa per proporsi come osservatore informato di quello che da qualche anno è diventato uno degli argomenti più alla moda nei circoli intellettuali europei e statunitensi: la visione di un presunto scontro tra Islam e Occidente. Ciononostante, Abu Zayd afferma: "Mi manca il confronto, soprattutto con l'opinione pubblica musulmana. Per questo, ogni volta che vengo invitato, mi precipito: le cose si possono cambiare solo dall'interno". Sulla condanna che lo ha colpito, Abu Zayd è chiarissimo: "Nella tradizione esiste un hadith che racconta come il Profeta abbia chiesto giustificazioni a un uomo che aveva ucciso un altro uomo. A sua difesa, l'uccisore disse che l'ucciso aveva abbandonato la fede: il Profeta si infuriò e gli chiese: "Hai forse aperto il suo cuore per controllare?". Il principio dell'Inquisizione non esiste nell'Islam. Anche se fossi un non credente, non mi si potrebbe condannare perché l'Islam concede la facoltà di non credere, checché ne dicano i fondamentalisti. Il Corano recita "Non vi sia costrizione nella fede" ma anche "Ma dì: la verità viene dal nostro Signore: chi vuole creda, chi vuole respinga la fede".
Sono disponibili in traduzione italiana due sue pubblicazioni: Islam e storia: critica del discorso religioso (Bollati Boringhieri 2002) e Una vita con l'Islam (Il Mulino 2005). Quest'ultimo, di cui custodisco una copia con la bellissima dedica "Al fratello Sherif El Sebaie, con saluti e considerazione", ve lo consiglio vivamente: è una biografia all'insegna della demistificazione dei luoghi comuni occidentali sul mondo musulmano, ma anche una storia di vita travagliata e appassionante. Da uomo a cavallo tra Oriente e Occidente, Abu Zayd si sforza infatti di smascherare i luoghi comuni dominanti e i pregiudizi classificatori. Una visione di scontro che lo studioso liquida come «banale, contraddittoria e basata sull'ignoranza». «L'Islam di cui l'Occidente ha paura è un'entità immaginaria, una costruzione, una finzione, tanto quanto lo è quell'Occidente di cui abbiamo paura noi musulmani», scrive l'autore in uno dei capitoli del suo libro, dedicato per l'appunto al rapporto esistente tra «religione e politica». La demonizzazione dell'islam trae origine, secondo lui, da una visione unitaria e onnicomprensiva della religione, che diventa il solo elemento caratterizzante del vissuto di centinaia di milioni di persone. Così, l'Islam è responsabile del dispotismo politico, della arretratezza della condizione della donna, del sottosviluppo economico, e in ultima istanza del terrorismo.
Abu Zayd sostiene che “la via della democrazia è lunga e tortuosa: bisognerebbe evitare di teologizzare la questione come fanno alcuni movimenti radicali che nel mondo islamico sfruttano la religione per giustificare il blocco di ogni innovazione. Credo che Islam e democrazia siano su due piani distinti e non andrebbero mischiati, così come non si dovrebbe confondere un discorso religioso con un discorso politico. In realtà il multipartitismo esiste in Egitto da tempo. Il mondo islamico, in realtà, non è un blocco unico. Storicamente non esiste un centro bensì possiamo parlare di Islam indonesiano, di Islam indiano e così via, ma non di un unico Islam”. All'idea secondo cui il fenomeno degli attentatori suicidi in Medioriente (in Palestina come in Iraq) sia strettamente interconnesso a una lettura fanatica della religione, l'autore oppone una lettura più eminentemente socio-politica: “l’Islam è molto chiaro nel condannare il suicidio. Io personalmente – ha aggiunto - lo ritengo un gesto orribile, soprattutto se oltre a se stessi si uccidono anche persone innocenti come succede in Iraq e in Palestina. Credo che ci sia una distinzione netta tra cercare di capire le motivazioni di chi compie gli attentati suicidi e giustificarli: è impossibile giustificare gli attentati suicidi, ma posso capire che in una situazione di guerra può succedere di tutto. Le cose andrebbero considerate dall’interno: è terribile, ma molti giovani morendo non perdono nulla. Secondo me il problema non è religioso, tuttavia dal punto di vista umano il suicidio è incomprensibile". "Le bombe umane sono figli della miseria e del disincanto, di condizioni di esistenza senza vie di uscita, di una lotta contro l'occupazione che non ha più altri mezzi di espressione", ha detto anche Abu Zayd «Bisogna cercare di capire le ragioni di questi individui che si fanno esplodere solo perché ormai non hanno più nulla da perdere». Un episodio curioso: tra le esperienze più importanti che ha fatto in Siria rientra l'incontro con lo Sheikh Fadlallah, leader spirituale dello Hezbollah. «E' stato uno dei pochi studiosi musulmani a giudicare la sentenza contro di me e l'intera vicenda che mi aveva visto coinvolto come una farsa. Egli affermò che nell'Islam nessuno può dichiarare eretica un'altra persona. Fu questa l'unica critica alla sentenza di divorzio da parte di un islamista che non sentisse il bisogno di aggiungere subito dopo "non bisogna però dimenticare che Abu Zaid ha detto e ha fatto". Pur affermandosi di non trovarsi d'accordo con molte delle mie idee, sottolineò che queste idee non giustificavano la sentenza nè la rendevano più plausibile. Non fu tanto una mia difesa, quanto una difesa dell'Islam, offeso da questa sentenza».

lunedì 23 gennaio 2006

Con Assia Djebar

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Fatma-Zohra Imalhayène, in arte Assia Djebar, scrittrice, cineasta e Silver Chair Professor alla New York University, nasce a Cherchell in Algeria (l’antica Cesarea dei tempi romani che per cinque secoli fu la capitale della Mauritania) il 30 giugno del 1936, a un centinaio di chilometri a ovest da Algeri. La famiglia appartiene alla piccola borghesia tradizionalista. Il padre compie gli studi da insegnante all’Ecole normale musulmane. Tra gli antenati da parte di madre si trova il bisnonno Malek Sahraoui el Berkani, che nel luglio 1871 capeggia una ribellione contro i francesi e muore in combattimento il 2 agosto 1871. Fatma-Zohra frequenta la scuola coranica e quella francese di Mouzaïaville (ora Mouzaïa) nella Mitidja. L’esperienza che la segna maggiormente è la lettura, a 13 anni, de La Correspondance d’Alain Fournier et de Jacques Rivière, la storia di due giovani studenti di 18 anni che scoprono Gide, Claudel, Giraudoux. Grazie a questo libro comincia a farsi strada precocemente la consapevolezza di una differenza nell’esperienza letteraria: ci sono libri di evasione e libri di formazione. Secondo la testimonianza della stessa Djebar, la sua vocazione letteraria risale alla primissima infanzia, verso i 3-4 anni, vocazione che è innanzitutto amore per la complessità, per ciò che non si comprende della letteratura per i “grandi” e che fa desiderare essere “grandi”, grandi abbastanza per comprenderla. L’opera della Djebar spazia dalla poesia, ai drammi, ai racconti, ai romanzi, ai saggi. Nel 1979 vince il premio della critica internazionale alla Biennale di Venezia con il suo film La Nouba des Femmes du Mont Chenoua.

Fatma-Zohra studia e si forma durante gli anni della guerra anti-coloniale algerina (1954-62). E' stata la prima donna algerina ad essere ammessa alla Scuola Normale Superiore di Parigi nel 1955. Nel 1957 pubblica il suo primo romanzo, La Soif, con lo pseudonimo di Assia Djebar. E’ subito un grande successo in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1958 si laurea a Tunisi e pubblica il suo secondo romanzo Les Impatients. Con l’indipendenza dell’Algeria, arriva anche la difficoltà a pubblicare le sue opere e l’esilio a Parigi. I nazionalisti algerini la condannano perché scrive in francese, la lingua dei coloni, e non in algerino. Segue un silenzio di dieci anni rotto finalmente da una raccolta di racconti (Les Femmes d'Alger dans leur appartement). La scrittrice quarantenne accetta completamente il fatto di scrivere in francese pur sentendosi profondamente algerina. Femmes d’Alger denuncia l’alienazione del femminile attraverso la strumentalizzazione politica e religiosa della donna. Dagli anni ’80 la Djebar diventa il punto di riferimento femminista della letteratura nordafricana, testimone della battaglia contro la regressione e la repressione sempre in agguato. Durante la guerra civile algerina le donne senza velo e le intellettuali “occidentalizzate” vengono assassinate senza pietà. Quando si tratta di torturare gli aguzzini praticano l’uguaglianza. Questa atroce consapevolezza si riflette nelle sue opere e nel suo impegno. Negli anni ’90, mentre in Algeria infuria la guerra civile, decide di trasferirsi negli Stati Uniti per dirigere il Centro di Studi Francofoni della University of Louisiana Baton Rouge. Dall’autunno del 2001 insegna lingua e letteratura francese alla New York University. Già candidata al premio Nobel per la letteratura, è stata insignita nel 2000 del Premio per la pace dei librai ed editori tedeschi e nel 2005 eletta membro dell'Académie française: è una delle quattro donne-membro dell'Académie, e la prima personalità araba ad ottenere l'ingresso in questa prestigiosa istituzione.

domenica 22 gennaio 2006

Con Lilia Zaouali

''La letteratura mi ha permesso di scoprire l'Europa prima di esserci venuta. Balzac, Voltaire, Pirandello, Goethe: ogni scrittore europeo mi ha portato nel suo Paese e mi ha fatto venir voglia di attraversare il Mediterraneo per conoscerlo''. Ad affermarlo e' Laila Zaouali, scrittrice tunisina che a 20 anni e' diventata ''cittadina d'Europa''. L'occasione e' stata il convegno 'Scrittura velata' del Grinzane Cavour. Zaouali, con un semplice ricordo personale, e' in grado di ribaltare la prospettiva con cui di solito si guarda alla letteratura araba come al prodotto di un mondo che deve farsi scoprire. ''Se noi occidentali la smettessimo di sentirci superiori sarebbe piu' facile avvicinare le culture e anche la scrittura araba non parrebbe cosi' lontana come sembra ai piu''', e' il commento di Isabella Camera d'Afflitto. Lei e' una che di letteratura araba se ne intende davvero, dal momento che la traduce in italiano da piu' di trent'anni. L'abbattimento delle barriere culturali, dice Zaouali, ''non si fonda sulla tolleranza, termine che non vuol dire niente, ma sul riconoscimento reciproco''. Vale anche per la cultura mediterranea. ''Se lo vogliamo, puo' esistere, dipende solo da noi - dice la scrittrice tunisina - Basterebbe che il Nord smettesse di dire che il Sud ha bisogno e riconoscesse la necessita' di un rapporto di scambio''. ''Ma la gente del Sud, a sua volta, deve prendere coscienza delle sue affinita' storiche con l'intero Mediterraneo, piu' importanti di qualsiasi religione - dichiara Zaouali, autrice di 'L'Islam a tavola dal Medioevo a oggi', pubblicato nel 2004 da Laterza - Ciascuno di noi e' un po' tutti gli altri. Io sono tunisina, ma anche greca, italiana, turca e quant' altro''. Soprattutto c'e' un filo conduttore che lega tutte le donne, del bacino del Mediterraneo come del mondo. ''Le rivendicazioni sono le stesse dappertutto, nel Maghreb come in Calabria'', osserva la scrittrice tunisina. ''Nei libri non esiste una peculiarita' del mondo arabo - continua Isabella Camera d'Afflitto, docente di lingua e letteratura araba all'Universita' La Sapienza di Roma, che sabato ha ricevuto il premio Grinzane Traduzione - ne', nel dettaglio, delle scrittrici arabe. Ciascuna porta nelle proprie opere il mondo da cui proviene. Lo sfondo e' spesso sociale, la scrittura non dissimile. Ma non c' e' un carattere specifico''. ''Dal Marocco all'Iran le scrittrici hanno lo stesso immaginario collettivo - afferma Zaouali - Siamo imbevute della stessa cultura islamica, della stessa poesia mistica dei sufi, del Corano e delle Mille e una notte''. ''In Italia hanno successo solo gli scrittori che offrono gli stereotipi che vuole l'Occidente: il velo, il cammello, i diritti violati delle donne'', lamenta Camera d'Afflitto, che conclude: ''Il lettore medio italiano e' immaturo. Anzi, lo sono anche gli intellettuali''

venerdì 20 gennaio 2006

La Parola sequestrata

Sara' Siviglia la citta' che, dal 19 al 22 marzo prossimo, ospitera' il secondo Congresso Mondiale di imam e rabbini: si prevede la partecipazione di circa 150 esponenti religiosi ebrei e islamici, con l'obiettivo di "recuperare la parola sequestrata dai terroristi", come hanno spiegato oggi a Parigi gli organizzatori dell'evento. Nel dare l'annuncio, Alain Michel, presidente dell'associazione "Uomini di Parola", organizzatrice del primo congresso l'anno scorso a Bruxelles, ha sottolineato che a Siviglia ci saranno piu' rappresentanti musulmani, provenienti da molti paesi arabi, nonche' i rabbini piu' importanti di Israele.

Fuori dai giochi le cameriere di colore

di Maria Teresa Martinengo, La Stampa
La proposta, per una donna disoccupata senza esigenze di cura dei figli, può funzionare: novecento-mille euro per un mese a San Sicario o Sestrière, assoldata da alberghi o residence, da imprese di pulizia o servizi, mobilitati in questi giorni per coprire le ultime carenze di personale. I contatti sono a 360° e privilegiano, direttamente o tramite agenzie per il lavoro, centri e associazioni di volontariato laico e religioso. Perché è lì che si possono trovare immigrate disponibili a una trasferta di lavoro duro e senza pause. Ma la buona volontà non basta... «Le richieste si portano dietro una “precisazione”. E cioè che le donne non devono essere nere e non devono portare il velo. Molte agenzie di lavoro interinale ci dicono questo», denuncia don Fredo Olivero, direttore dell’Ufficio Pastorale Migranti della Diocesi. Stessa denuncia, stesso pugno nello stomaco per chi ha a cuore il rispetto della persona, arriva da suor Licia Curzi, animatrice del centro «Gentes» di corso Casale 48. «Ci dicono che è per ragioni di sicurezza», spiega suor Licia. «Non danno indicazioni di nazionalità messe al bando - ribadisce Olivero -, ma sottolineano sempre questi due elementi: niente velo e niente pelle nera».Ma in Questura, riferimento per tutte le questioni legate alla sicurezza nei siti olimpici, alle autorizzazioni, ai controlli, delle discriminazioni religiose e razziali non sanno nulla: «La richiesta ovvia è che le persone che soggiorneranno nei luoghi dei Giochi siano riconoscibili». Per questa ragione non è possibile, ma va da sé, che una donna con il volto coperto lavori come cameriera ai piani in un hotel. Dei paletti razzisti alle assunzioni temporanee non sanno nulla neppure al Toroc. Dove, anzi, le reazioni - attraverso l’ufficio stampa - non si fanno attendere: «Queste notizie ci allarmano e ci offendono perché sono contro ogni principio e valore che anima i Giochi Olimpici, contro l’internazionalità che ne è alla base». Ancora: «Siamo tenuti a non avere segni discriminanti di qualsiasi genere». Poi: «Noi abbiamo dato l’appalto della pulizia nei villaggi olimpici a un gruppo di società che hanno costituito un’”agenzia temporanea d’impresa”». La selezione del personale è, a quel punto, un passaggio molto lontano dal diretto controllo del Comitato organizzatore. «Ma qualsiasi richiesta discriminante può leggersi solo come una cattiva interpretazione di regole. Le nostre indicazioni vanno proprio in senso opposto: al Toroc lavorano moltissime persone nere e di ogni parte del mondo».Una volontaria che nei giorni scorsi ha partecipato a un incontro per il reclutamento di lavoratrici da impiegare nel settore pulizie (non nei villaggi olimpici, ma in complessi privati), ha raccontato l’imbarazzo dei responsabili dell’impresa nel dire «le donne nere è inutile che ce le mandiate perché è la “sicurezza”, su in Alta Valle, che ci ha dato indicazione di non assumerle». Ancora la volontaria: «All’incontro c’era una ragazza marocchina con una versione invernale del hijab, una cuffia di lana unita a una sciarpa stretta intorno al collo. Le hanno detto che se in pubblico si presenterà in quel modo, potrà avere il posto. Poi, le hanno assicurato di inserirla in una squadra - se accetterà di lavorare a capo scoperto - dove non incontrerà uomini». La volontaria ha spiegato che «la reclutatrice, originaria di una regione da cui in passato sono partiti molti emigranti, raccontava di essere stata lei stessa vittima di pregiudizio in Piemonte. E di essere dispiaciuta nel dover dire no a donne che chiedono solo di lavorare». Un no in nome della sicurezza. Di cui nessuno sembra avere responsabilità.
Commento:
Lasciamo da parte la questione del velo (al di là del fatto che la parola "velo" non significa per forza una tenda integrale e che è ovvio che una donna tutta coperta difficilmente potrà lavorare in un albergo), il colore della pelle cosa c'entra con la "sicurezza"? Dopo la storia dei tedofori, questo è l'ennesimo episodio che ripropone il solito indovinello: in quale altro paese del mondo o in quale altra fase storica si è avuto sentore di malumori o disagi a causa del colore della pelle di qualcuno nel corso delle Olimpiadi? Ora sentiremo gridare - da varie parti - che il sottoscritto "offende" l'Italia. A me invece sembra che l' "Italia" - in quella sua versione spero minoritaria ma alquanto rumorosa - provveda ad auto-offendersi benissimo da sola: se l'ente internazionale che sovrintende i giochi ha avuto sentore di simili storielle, dubito che riaffiderà al Bel Paese qualche altro evento sportivo in futuro.

giovedì 19 gennaio 2006

La Fallaci decapitata

Un quadro che mostra la testa mozzata della scrittrice e giornalista Oriana Fallaci sara' esposto a Milano il 19 gennaio. L'opera, che si può ammirare qui, dell'artista Giuseppe Veneziano, sara' esposta nella galleria di Luciano Inga-Pin in via Pontaccio. Il quadro raffigura un primo piano dell'autrice di ''La rabbia e l'orgoglio'', il libro sul conflitto tra Occidente ed Islam, con il collo che gronda di sangue. A denunciare per primo la singolarita' dell'opera e' stato il quotidiano Libero in un articolo del 23 dicembre scorso. L'immagine secondo l'autore e' il simbolo visivo dell'Occidente e personificazione delle sue paure collettive enfatizzate sul piano estetico con l'efficacia di una posa e di uno sguardo. Il quadro fa parte della personale dell'artista siciliano Veneziano dal titolo ''American Beauty''. Roberto Calderoli, Ministro delle Riforme commenta all'ADNKRONOS il quadro che mostra la testa mozzata di Oriana Fallaci ''Se Oriana Fallaci e' l'immagine dell'Occidente che si contrappone all'Islam ci aspetta un triste futuro. Un futuro molto probabile, se non ci difendiamo da questa invasione''.

La Fallaci decollata
di Lucia Annunziata


L’immagine è sicuramente efficace. Materializza perfettamente il collegamento emotivo fra due potenti simboli: Oriana e al Zarqawi. Stiamo parlando di una tela, opera dell’artista Giuseppe Veneziano, in esposizione a Milano tra due giorni. E’, semplicemente, la decapitazione di Oriana Fallaci. Se sia un ottimo risultato artistico lo debbono dire i critici. Ma vedere la testa recisa, il mozzicone di collo grondante di sangue, di una giornalista nota non è esattamente solo una questione artistica, e impone di ragionare invece sui limiti della legittimazione all’odio. Al di qua di ogni censura dell’arte ma anche al là di ogni compiacenza modaiola.

La Fallaci è divenuta in Italia il simbolo di uno sfrenato spirito occidentale, e come tale le sue invettive sono state brandite come arma da chi concorda con lei e da chi la attacca. Ci aspettiamo che questa stessa saga tra fan e nemici si riproporrà a Milano fra due giorni dove è già annunciato, contro l’esposizione, un corteo a favore della giornalista. In questo senso, l’intera operazione potrebbe essere fin da ora archiviata come «gazzarra mediatica» - con tutti i dubbi che questa gazzarra e seguente esposizione non dispiaccia a nessuna delle due parti. La pubblicità rimane dopotutto l’anima del commercio.

Assumere tuttavia l’atteggiamento dei «giusti», di coloro che sono troppo superiori a queste «sciocchezze» per occuparsene, è sbagliato: arriva infatti sempre per la classe dirigente e la società il momento in cui bisogna saper valutare quando si è superato un limite. Il superamento dei limiti è la tracimazione morale di un Paese da uno stato d’animo a un altro - da un set di valori a un altro. In quel momento affettare indifferenza e fastidio, lavarsi le mani, è un gesto di vigliaccheria intellettuale che porta a sottrarsi alle proprie responsabilità.

Nel caso di questa tela, la tracimazione non ha a che fare con Fallaci o al Zarqawi, ma con il livello di odio che vogliamo accettare in modo permanente nel nostro sistema.

Certo, il caso Fallaci è difficile da usare come esempio, perché le posizioni prese dalla scrittrice hanno alienato da lei molte simpatie anche di persone che l’hanno sempre stimata e ammirata. I suoi scritti sul terrorismo, sull’Islam sposano interamente l’idea che l’unica difesa è la guerra. L’odio, molto più che la rabbia, è il vero centro dei suoi ultimi scritti. E’ difficile dunque per molti moderati simpatizzare con lei. Si potrebbe così sfuggire al giudizio invocando la natura particolare del caso e scartandolo come «estremo». Ma invece è proprio la sua particolarità che ci permette di porre senza giri di parole la domanda: fino a che punto va accettata un’accumulazione di odio nella società? Quando è il momento in cui bisogna dire basta?

Una tela con una decapitazione è, a mio parere, uno di questi momenti. La decapitazione è un pessimo spettacolo, è uno strumento con cui è stata data una orribile morte a molte persone, la sua rappresentazione si avvicina straordinariamente a una minaccia, a un desiderio partecipato di condanna a morte. Senza alcuna condivisione degli scritti ultimi della Fallaci, penso che accettare quest’opera senza indignarsi significhi far salire di un’ulteriore tacca il livello dell’indifferenza alla convivenza.

L’odio non può essere strumento di battaglia politica: e l’esperienza di questi ultimi anni nel nostro Paese ne è una prova. L’odio ha nutrito infatti una buona parte dell’opposizione a Berlusconi - e l’unico effetto che ha avuto è quello di aver alimentato sentimenti uguali e contrari che ora vengono scatenati contro la sinistra. Con il risultato di una progressiva accettazione della degenerazione del confronto, e del dibattito civile, di cui tanto ora tutti si lamentano.

Giuseppe Veneziano - American Beauty
Milano


La personale di Giuseppe Veneziano intitolata “American Beauty”, presenta una serie di lavori che prendono spunto dalla lettura di notizie della cronaca quotidiana, con uno sguardo privilegiato alle immagini provenienti dalla società americana

GALLERIA LUCIANO INGA PIN
Via Pontaccio 12 (20121)
+39 02874237 (info), +39 02874237 (fax)
info@lucianoingapin.com

orario: da martedì a sabato 15,30–19,30
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: ingresso libero
vernissage: 19 gennaio 2006. ore 18,30
ufficio stampa: APSTUDIO
curatori: Chiara Canali, Ivan Quaroni
autori: Giuseppe Veneziano
genere: arte contemporanea, personale

mercoledì 18 gennaio 2006

Un premio per l' "Esiliata"

''Il conferimento della medaglia d'oro da parte della Regione Toscana alla scrittrice Oriana Fallaci e' la migliore risposta a chi, come il sindaco di Firenze Leonardo Domenici ha recentemente ricevuto e ritirato il 'Premio Mezzaluna d'Oro' per aver snobbato la concittadina fiorentina, e al pittore Giuseppe Veneziano, autore del quadro con la testa della scrittrice sanguinante''. Lo afferma, in una nota, il capogruppo di Forza Italia al Consiglio regionale della Toscana, Maurizio Dinelli. ''La medaglia rende onore ad una scrittrice, ad una fiorentina, ad una cittadina toscana ed italiana - aggiunge l'esponente azzurro - che ha avuto il merito di indurre tutti i cittadini democratici, europei e non, a riflettere sui rischi che la nostra societa' sta correndo a causa dell'invasione della cultura islamica. Una medaglia che ristabilisce un feeling privilegiato tra la nostra terra e la scrittrice, che in piu' occasioni e' stata offesa pesantemente da esponenti noglobal e da esponenti istituzionali del mondo ulivista''. Centrosinistra e consiglio regionale della Toscana sono spaccati su Oriana Fallaci. Una nota del Consiglio regionale, diffusa stamani, ha annunciato che la scrittrice fiorentina ricevera' una medaglia d'oro dell'Assemblea, spiegando che ''la decisione, su proposta del presidente dell'Assemblea toscana Riccardo Nencini, e' stata discussa ieri nell'ufficio di presidenza''. In giornata, pero', sull'iniziativa si sono detti contrari il partito di maggioranza in Toscana, i Ds, e i Verdi, oltre al Prc che e' all'opposizione. Divisioni si sono manifestate anche all'interno dello stesso ufficio di presidenza del consiglio regionale, con i no degli esponenti Diessini e del Prc, e il si' della Margherita, dell'Udc, di Fi e di An. Anche il senatore a vita Giulio Andreotti, a Firenze per un convegno organizzato dall'Osservatorio permanente giovani, si e' detto ''sorpreso nel vedere che nella citta' di La Pira, dove avvenne il colloquio tra mondo islamico e cristiano, si dia una medaglia d'oro a Oriana Fallaci''. Pronta la risposta di Nencini, ''Firenze e' citta' vocata al dialogo interculturale e interreligioso. Questo dialogo e' stato costruito da governanti ed amministratori prima e dopo La Pira''. Spiegando le motivazioni della decisione, una nota del Consiglio regionale ricorda che ''nel dicembre scorso, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi aveva conferito alla Fallaci una medaglia d'oro quale 'benemerita della cultura'''. ''Oriana Fallaci - spiega la motivazione - e' stata testimone dei conflitti e delle tragedie che hanno segnato la storia del secondo Novecento. Autrice di saggi e romanzi tradotti in piu' di 30 paesi che hanno ottenuto prestigiosi riconoscimenti. Come accaduto a molti grandi giornalisti e intellettuali ha stimolato con le sue opinioni, dibattiti e confronti di idee''. Fra gli esponenti toscani della sinistra, i primi a esprimere le loro perplessita' sono stati i componenti dell'ufficio di presidenza del Consiglio regionale. Il vicepresidente, Sandro Starnini (Ds), si e' detto ''contrario'' anche perche' ''riguardo ad alcune iniziative che si sono svolte in Toscana, come il Social forum, la Fallaci ha espresso opinioni legittime, ma che hanno profondamente diviso e lacerato, e che non sono andate nel senso del dialogo''. Poi Starnini ha precisato che ''l'ufficio di presidenza del consiglio regionale, nel quale a piu' riprese si sono manifestate anche opinioni diverse e contrarie a tale iniziativa, tra cui quella del sottoscritto, non ha alcuna prerogativa decisionale in tal senso''. Gianluca Ciabatti (Prc), sempre dell'ufficio di presidenza dell'Assemblea, ha spiegato che le ''procedure per l'assegnazione di una medaglia d'oro non sono regolamentate, spetta al presidente del consiglio regionale valutarne l'opportunita'. Pur non mettendo in discussione la legittimita', rimangono tutte le mie riserve. Io mi sono subito detto contrario''. D'accordo con il riconoscimento, invece, la Margherita: ''Mi sono espresso a favore'', ha detto Gianluca Parrini (Dl), dell'ufficio di presidenza. Se il centrosinistra si divide, il centrodestra esulta. ''Ha fatto bene Nencini - ha commentato l'altro vicepresidente del Consiglio regionale, Paolo Bartolozzi (Fi) - era un dovere della Toscana dare un riconoscimento a una figlia di questa terra, che ha avuto riconoscimenti da tutto il mondo'', mentre per Achille Totaro, di An, ''e' innegabile che Oriana Fallaci sia una scrittrice di spessore internazionale, che ha dato lustro a quella Toscana che le ha dato i natali''. In ogni caso, ''l'onorificenza a Oriana Fallaci - come spiega la nota del Consiglio regionale - sara' consegnata a New York, nella sede del Consolato italiano, da una delegazione del Consiglio regionale, guidata dal presidente Riccardo Nencini, in occasione di una visita che ci sara' nelle prossime settimane''. In passato, dopo il Social forum del 2002, in Palazzo Vecchio il consiglio comunale, a maggioranza di centrosinistra, aveva bocciato la proposta di assegnare alla Fallaci il Fiorino d'oro, massima onorificenza cittadina

Un grande statista

''Sono rimasto sorpreso nel vedere che nella citta' che fu di Giorgio La Pira, dove ci furono i primi colloqui tra il mondo islamico e quello cristiano, si dia una medaglia d'oro a Oriana Fallaci''. Lo ha detto il senatore a vita (ci auguriamo lunga) Giulio Andreotti a proposito del riconoscimento assegnato alla scrittrice e giornalista fiorentina dal Consiglio regionale della Toscana. ''In un mondo nel quale il rischio e' lo scontro frontale tra Islam e il resto e' stato sbagliato e pericoloso il modo frontale con cui la Fallaci ha affrontato questo tema'', ha affermato l'ex presidente del Consiglio durante l'intervista con Lucia Annunziata al convegno 'Giovani lettori, nuovi cittadini', organizzato a Firenze dall'Osservatorio Permanente Giovani

La Fede e lo sport

Una accanto all' altra, unite persino negli stessi luoghi di culto: e' il 'miracolo' di Torino 2006, che attraverso il Comitato Interfedi del Toroc riesce a mettere insieme le sette grandi religioni di tutto il mondo. Un dialogo che non si e' limitato all' organizzazione dell' assistenza spirituale alla famiglia olimpica, ma ha dato vita ad un confronto che proseguira' anche dopo i Giochi. Per piu' di due anni, i rappresentanti delle maggiori confessioni religiose - oltre ai cattolici, anche induismo, buddismo, islam (stando a La Padania si tratterebbe di una moschea dell'UCOII), protestantesimo, ortodossi ed ebraismo - hanno preparato l' accoglienza spirituale ai 2.500 atleti in arrivo a Torino. ''Il 95% - racconta il vicedirettore Toroc dei Rapporti con il territorio, Erminio Ribet - proviene da aree cristiane, in particolare protestanti, mentre la presenza degli altri culti e' piu' modesta''. Anche per i pochi che li professano, pero', sara' possibile ricevere assistenza: ''Nei villaggi di Torino e Sestriere - spiega Ribet - sono state allestite quattro sale, due per il culto e due di servizio''. Accadra' cosi' che persone dal differente credo si troveranno accanto nella preghiera, ''perche' l' unica distinzione che abbiamo fatto - continua - e' quella tra religioni scalze e non''. Non manchera', inoltre, la possibilita' di parlare con veri e propri padri spirituali. All' interno di queste strutture si alterneranno infatti, secondo un dettagliato programma, i 'cappellani olimpici' messi a disposizione degli atleti dalle diverse organizzazioni religiose che hanno costituito il comitato Interfedi. Un' esperienza che ora viene raccontata anche da un libro, ''Le religioni e lo sport'', pubblicato dalla Effata' Editrice. ''Questa occasione - rivela Ribet - ci ha permesso di annodare dei legami fra le religioni per aiutarle a comprendersi meglio''. Un dialogo improntato all' assoluta eguaglianza che continuera' anche dopo le Olimpiadi: il Comitato Interfedi, infatti, dovrebbe diventare un tavolo permanente per il confronto interreligioso al servizio della Citta' di Torino. ''Le modalita' non sono ancora state individuate - afferma Ribet - ma la Citta' ha gia' espresso questa intenzione''. Intanto, il Toroc ha pensato anche all' anima degli spettatori (oltre un milione) che dal 10 al 26 febbraio si riverseranno sul territorio a cinque cerchi: un opuscolo stampato in 20 mila copie indichera' loro tutti i luoghi di culto esistenti.

martedì 17 gennaio 2006

Maometto

La seguente è l'introduzione fatta da Il Giornale ad un dvd della History Channel su Maometto allegato al quotidiano il 2/01/2006, con buona pace dei neoconnard che lo descrivono come "tagliagole". Ne consiglio vivamente l'acquisto.
Muhammad, tradotto in italiano con Maometto, è il fondatore della religione islamica, nonché l’ultimo e decisivo profeta. Dalla trascrizione degli insegnamenti del Profeta Maometto ha avuto origine il “Corano”, il libro sacro dell’Islam, considerato a tutti gli effetti la parola diretta di Allah. Il programma narra la vita di Maometto, dalla nascita alla sua trasformazione in capo religioso e uomo politico, mettendo in evidenza l’innovazione apportata dai suoi insegnamenti e dai suoi messaggi religiosi. Nel DVD, di bruciante attualità, vengono messe in luce anche le errate interpretazioni delle parole di Maometto compiute dagli estremisti islamici. Gli insegnamenti del Profeta dell’Islam, seppur risalenti a quattordici secoli fa, rivelano la loro contemporaneità e appaiono utili per comprendere alcuni dei molti aspetti del mondo in cui viviamo.

Mahfuz

Suscitando le rimostranze e le proteste di vari autori arabi, il premio Nobel egiziano per la letteratura (1988) Nagib Mahfuz, vittima nel 1994 di un attentato ad opera di fondamentalisti islamici ha posto come condizione per la ripubblicazione di un suo romanzo "I figli del nostro quartiere", censurato nel 1959, l'autorizzazione alla pubblicazione da parte dell'Università teologica dell'Azhar, la più grande istituzione sunnita nel mondo islamico. La grande sopresa era anche la richiesta che sia un membro dei Fratelli Musulmani a scriverne l'introduzione. Va ricordato che nelle ultime elezioni democratiche che si sono svolte in Egitto, il gruppo dei Fratelli musulmani si è conquistato circa un terzo dei seggi del Parlamento.
Fonte: Alarabiya.

lunedì 16 gennaio 2006

Una Memoria per gli Arabi

Le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Islamica dell'Iran in uno dei suoi discorsi pubblici, hanno messo in dubbio - forse per la prima volta in assoluto nel mondo islamico - la realtà dell'Olocausto, definito come "il mito del massacro degli ebrei". Non a caso, il presidente iraniano ha ricevuto la solidarietà e l'appoggio dei massimi esponenti del movimento negazionista occidentale, che hanno proposto di organizzare un convegno a Teheran sul tema. Si tratta di una nuova moda che rischia di portare in seno al mondo islamico una diatriba tipicamente occidentale e che tale deve rimanere. Il "negazionismo" è definito come un movimento vasto che spazia dai nostalgici del Nazismo che negano totalmente l'Olocausto per ripulire la faccia del Terzo Reich a chi vorrebbe invece condurre - per puro interesse storico - ricerche che stabiliscano il numero preciso di vittime piuttosto che le modalità con cui sono state sterminate. E questo perché solo l'Occidente ha interesse a minimizzare o addirittura assolversi da questa colpa, o quantomeno condurre ricerche storiche su di essa, considerato che il tragico evento fa parte del proprio percorso storico. Il punto è che sono morti comunque centinaia, migliaia, centinaia di migliaia, milioni di esseri umani, pacifici cittadini integrati e ignari che non avevano nessuna colpa se non la religione, ed è quindi irrilevante - specie per un osservatore esterno - se se siano morti in sei milioni o in centomila, se siano morti nelle camere a gas piuttosto che per le condizioni igienico-sanitarie dei campi di concentramento: basterebbero le leggi razziali per marchiare la storia di quei paesi che le hanno promulgate d'infamia ad aeternam, altro che "negazionismo". Niente di simile ha mai avuto luogo nei paesi dell'Islam. Negare l'Olocausto, ovvero mettere in dubbio l'esistenza, l'entità o le modalità di un deliberato processo organizzato di sterminio del popolo ebraico da parte del Terzo Reich, coadiuvato da gran parte delle autorità e delle popolazioni dei paesi alleati o sottomessi come l'Italia e la Polonia, equivale a liberare dalle sue colpe storiche il mondo occidentale (Stati Uniti e Inghilterra inclusi considerato che si sono soffermati a guardare pur avendo notizia di quanto accadeva, per non parlare di chi ha aiutato vari criminali nazisti a fuggire in Sud America). E negare le colpe storiche dell'Occidente nei confronti del popolo ebraico, quindi l'Olocausto, è negare la prova concreta dell' inesistenza delle cosiddette radici giudaico-cristiane dell'Occidente di cui si va cianciando a sproposito in questi ultimi anni. Quando si parla infatti di queste supposte radici, lo si fa con l'intento di contraporre un'unica civiltà occidentale giudaico-cristiana a quella musulmana, dando l'impressione che la prima sia sempre stata aperta e tollerante con gli ebrei a differenza della seconda. E ciò viene fatto in totale spregio alla storia che conferma che non solo l'Occidente non ha mai accettato la presenza del popolo ebraico, da duemila anni a questa parte, ma che fino ad appena 70 anni fa tentava di sbarazzarsene, al punto di ordire un progetto politico-militare totalmente dedicato a questo fine, esattamente il contrario del mondo islamico dove - salvo alcuni rari episodi di intolleranza dipendenti dal tempo e dal luogo storico - convivevano fianco a fianco ebrei e musulmani (e cristiani). Si badi bene, non si ricorda questo passato in chiave "anti-occidentale", ma per pura onestà storica. Nel mio modesto parere quindi, il mondo dell'Islam non solo dovrebbe allontanarsi da ogni discorso negazionista, ma commemorare egli stesso la Giornata della Memoria, che ricorda giustamente eventi che contraddicono l'etica islamica e che appunto non si sono mai verificati nella storia del mondo musulmano.
In questa storia della persecuzione degli ebrei, gli arabi e i musulmani cosa c'entrano, al di là dell'infelice alleanza del Muftì di Gerusalemme con Hitler, motivata da una situazione politica difficile creata dalle dinamiche che hanno portato alla nascita dello stato d'Israele, e facilmente contestualizzabile se si tiene in considerazione che persino altri paesi occidentali hanno cercato l'alleanza con la Germania Nazista prima di ritrovarsi dall'altra parte della barricata? Nulla. In nessun paese arabo, nemmeno nei periodi più bui del conflitto arabo-israeliano, c'è stato il progetto - eppure sarebbe stato possibile - di usare le migliaia di cittadini ebrei ivi residenti come scudi umani. Nè tantomeno si pensò di rinchiuderli in campi di concentramento per usarli nei lavori forzati o per sterminarli dalla faccia della terra nel corso del conflitto. C'è stato un esodo di cittadini ebrei, a volte "incoraggiato" dal movimento sionista, a volte volontario, a volte forzato con conseguente confisca di beni ma nessun progetto di togliere il diritto alla vita ad inermi cittadini. Quando i governi arabi affermavano che bisognava "buttare gli ebrei al mare" - frase retorica decisamente infelice - non lo dicevano perché i nuovi arrivati erano ebrei (altrimenti le varie comunità ebraiche non sarebbero sopravvisute in mezzo agli arabi fino al 1948. E, quando è nato lo stato ebraico, non avrebbero permesso loro di andarsene per ingrossare le fila del neonato esercito dello stato israeliano) ma perché erano immigrati clandestini - accomunati dalla religione ebraica - che sbarcavano a migliaia rivendicando - armati - uno stato indipendente su un territorio abitato da una popolazione araba a cui l'Inghilterra aveva ipocritamente promesso l'indipendenza. Frasi simili e anche peggiori le abbiamo sentite molto più recentemente da illustri esponenti politici che hanno anche invocato le "cannonate per fermare i clandestini", spesso e volentieri identificati - nell'immaginario comune - come arabi e musulmani. Ma nessun paese arabo ha buttato davvero al mare gli ebrei che vivevano sul proprio territorio durante quel periodo.
Certo, la Palestina non esisteva. Ma se è per questo non esisteva neanche Israele, così come non esisteva prima l'Iraq, il Kuwait e la Siria e altri stati arabi nati dall'accordo di Sykes-Picot, e che si sono formati nel corso degli anni successivi. Lo Stato di Israele poteva nascere ovunque. Poteva nascere sugli immensi territori tuttora deserti negli Stati Uniti, sulle pianure distese ancora non abitate in Canada, sui terreni dell'Uganda - opzione rifutata dal sesto congresso sionista del 23 agosto 1903 - o addirittura nella Germania del dopo-guerra, come prospettato dall'autore ebreo Spiegelman. La volontà del movimento sionista, quella della Gran Bretagna (potenza mandataria in Palestina) e in seguito dell'ONU, ha voluto invece che lo stato d'Israele nascesse in Palestina, terreno che godeva di una particolare simbologia spirituale per il popolo ebraico. "Ora non ci resta che lavorare con, e sulle, conseguenze dell'errore commesso" afferma Spiegelman. Ha ragione. Dobbiamo fare i conti con la realtà e quest'ultima dice che lo Stato di Israele esiste da più di mezzo secolo, e che vi vivono sei milioni di esseri umani: nonni, figli e nipotini. Molti sono nati e cresciuti su quella terra e non ne hanno conosciuto un'altra. Hanno diritto ora, piaccia o meno, di stare in quella terra quanto i palestinesi. Ma noi sappiamo altrettanto bene che lo stato di Israele è nato grazie alle ondate di disperata immigrazione clandestina proveniente dall'Europa del dopo-guerra: la storia non si cancella. Su questo non ci sono dubbi: episodi come quello della nave Exodus, carica di immigrati clandestini e rimandata indietro dalle autorità britanniche, nonché documenti fotografici dell'epoca mostrano navi stracolme di ebrei europei alla ricerca di un futuro migliore in Palestina: non tutti avevano acquistato terreni e non tutti erano residenti legalmente su quel territorio appartenente originariamente all'Impero ottomano.
L'unica cosa che non esiste e la cui esistenza è tuttora una grande incognita da quelle parti è lo stato palestinese. In questo contesto, il comportamento attuale del presidente della repubblica islamica dell'Iran, assomiglia perfettamente a quello che viene definito da Sergio Noje Noseda, islamologo, in un'intervista a Il Giornale, come un "Bossi dei Poveri", specificando ''Io non ho nulla contro il leader del Carroccio. Pero' se Bossi smette di aizzare i suoi elettori contro qualcuno, la Lega crolla. Hanno imparato entrambi da Lenin: il modo migliore per superare i problemi interni e' scaricare l'odio del popolo all'esterno''. Anche se le traduzioni delle affermazioni del presidente iraniano sono estremamente divergenti e - in questi contesti delicati - ogni parola ha un senso e un proprio peso, egli ha effettivamente messo in dubbio l'Olocausto. Altre frasi si prestano a interpretazioni diverse: secondo Il Foglio di Ferrara, Ahmadinejad avrebbe dichiarato: "Il regime che sta occupando Gerusalemme deve essere cancellato dalle pagine della storia" affermazione che - nel gergo geopolitico - ha un significato ben diverso da "Israele deve essere cancellato dalla mappa geografica". Dobbiamo infatti renderci conto che una frase come quella pronunciata da Ahmadinejad, non è più retaggio dell'era Khomeini o del post 1948. E' diventata, purtroppo, la normale dialettica politica di quest'era: gli Stati Uniti d'America si augurano quotidianamente la cancellazione dei regimi dell'Iran, di Cuba, della Corea del Nord, del Venezuela, forse anche dell'Arabia Saudita e chi più ne ha più ne metta. Non vorrei entrare nel merito della correttezza o della convenienza dell'atto, ma gli Stati Uniti d'America sono gli unici che - in quest'era - hanno messo in pratica i propri propositi cancellando i regimi dittatoriali dell'Iraq e dell'Afghanistan. E non solo dalle pagine della storia. E non sarebbe nemmeno la prima volta, altre volte i loro interventi hanno cancellato governi eletti democraticamente e non solo regimi barbarici come quelli sopra indicati.
Il punto però è che il presidente di uno stato ha determinate responsabilità nei confronti del proprio popolo. E un presidente populista, come lo è - piaccia o meno - lo stesso Ahmedinejad, ce l'ha aggravata. Le frasi pronunciate, ad uso e consumo interno, nel momento in cui l'Iran è indicato come il prossimo obiettivo della campagna militare neocon, con centinaia di migliaia di soldati americani alle porte, mentre l'Iran si rifiuta di adeguarsi ai diktat riguardanti l'uso dell'energia atomica, non potevano che suscitare indignazione. Avrebbe dovuto saperlo, prima di pensare ai voti e al consenso delle masse. Anche l'Egitto ha avuto il suo Ahmadinejad, di nome Gamal Abdel Nasser. Andava in Tv e copriva di insulti e minacce gli Stati Uniti, Israele ma anche l'Arabia Saudita, la Libia e lo Yemen. Usava slogan forti e il popolo lo adorava: al suo funerale gli egiziani si stracciavano le vesti, piangevano e svenivano per strada. Ma la sua retorica populista, ben nutrita di solgan ed affermazioni à la Ahmadinejad, è finita con il disastro del 1967: l'aviazione egiziana distrutta mentre era ancora a terra, migliaia di soldati egiziani scalzi e in mutande che vagavano per il deserto senza provviste o ordini, i territori del Sinai (e non solo) occupati dall'Esercito Israeliano che ha colto l'occasione per caricare l'opinone pubblica a favore di un intervento armato "a difesa dello stato ebraico", allorché era evidente che l'Egitto non aveva né l'intenzione ne la capacità di intraprendere azioni militari in tal senso.
E' ovvio che Ahmadinejad non può e non vuole mettere in atto nessuna minaccia nei confronti dello stato d'Israele: non ne ha nè l'interesse nè le capacità. Come ha detto Noseda "l'Iran e' grande quattro volte l'Irak ed e' una democrazia. E poi can che abbaia non morde''. Le frasi dette avevano evidentemente lo scopo di galvanizzare gli animi di una popolazione che si sente quotidianamente minacciata dall'esercito americano di stanza in Afghanistan e in Iraq, postazioni dalle quali accerchia totalmente il paese. E si tratta dell'esercito del paese di cui - decine di anni addietro - gli iraniani avevano occupato l'ambasciata, prendendone in ostaggio i diplomatici e rompendo ogni tipo di rapporto economico e politico, con conseguente perdita di potere strategico e militare nei confronti dell'allora esistente e minacciosa Unione Sovietica. Se prendiamo in considerazione come è stata bombardata Falluja e come ne è stata massacrata la popolazione, rea di essere stata il teatro dell'uccisione di quattro contractors americani, e di cosa ha patito l'Irak che pur è stato il principale alleato degli Usa nella zona per un bel po' di anni, possiamo solo immaginare la preoccupazione del popolo iraniano e del suo establishment, che sa bene di essere un nemico giurato degli Stati Uniti e non solo da quando c'è Bush al potere. Per Noseda, inoltre, il presidente iraniano ''e' astuto, intelligentissimo, per nulla preparato sotto il profilo religioso. Non ha niente a che vedere con la gerarchia degli ayatollah. E' sensibile solo a quello che vuole il popolo''. E la minaccia della bomba atomica e' solo ''un ricatto per ottenere aiuti economici''.
Ma questo uso retorico e strumentale non è altrettanto chiaro alle popolazioni occidentali che si fidano di chi traduce lo slogan del manifesto appeso sotto il palco da cui parlava il Presidente iraniano, "Un mondo senza sionismo", come "un mondo senza gli ebrei". Non tutti infatti sanno che il sionismo è una precisa ideologia politica, ferocemente nazionalista e equiparata - nei documenti ufficiali delle Nazioni Unite alla conferenza di Durban del 2001 - al razzismo. Pochi sanno che ci sono rabbini ortodossi che sfilano con i cartelli "un mondo senza il sionismo", che c'è una grande numero di ebrei non o addirittura anti-sionisti. E pochi sanno che la famosa citazione di Martin Luther King, quella in cui avrebbe asserito che "quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei" era una bufala bella e buona. Così come pochi sanno che in Iran si parla il farsi e non l'arabo e che la cosiddetta "bandiera iraniana" esposta durante la fiaccolata pro-Israele organizzata da Il Foglio altro non era che lo stendardo imperiale dello Shah Reza Pahlavi, tuttora odiato dagli iraniani, inclusi quelli contrari al regime degli Ayatollah e considerato, seppur laico, corrotto e brutale almeno quanto Saddam Hussein. Un nome su tutti: la Savak, il feroce servizio di sicurezza interna dello Shah. Una scelta irresponsabile: era come sfilare in un paese arabo a cento metri dall'ambasciata italiana sventolando la bandiera dell'Italia fascista e augurandosi il ritorno della Repubblica Sociale. Se è vero che gli iraniani di oggi odiano il governo degli Ayatollah (e non è affatto una cosa scontata, considerati i risultati delle elezioni, lo stesso Noseda la definisce una "democrazia"), è bene che chi partecipa a simili manifestazioni sappia che l'ultima cosa che vorrebbero gli iraniani è il ritorno dell'era dello Shah. La prospettiva migliore era quella del governo laico e nazionalista di Mossadeq, rovesciato - guarda caso - dai tumulti finanziati e commissionati proprio dalla Cia. Chi è causa del suo mal...