martedì 31 gennaio 2006
Satira, religione e soldi
Iran-Irak: democrazia in corso
Danesi danneggiati
La carta vincente

Ebbene, una volta scoperto questo "punto debole" di natura strettamente teologica, il quotidiano danese Jillands Posten, a mo' di sfida, ha indetto un concorso per delle vignette satiriche su Maometto da accompagnare a una sedicente inchiesta sulla "libertà di espressione", la foglia di fico con cui ormai si giustifica tutto e tutti, inclusi gli imam che ineggiano alla guerra "santa". Le 12 vignette ricevute, vengono pubblicate lo scorso 30 settembre: non paghi di aver raffigurato Maometto, cosa ritenuta di per sè offensiva dai musulmani di tutto il mondi islamico, dall'Egitto al Sudan, dalla Libia alla Giordania, dalla Siria al Pakistan, lo raffigurano con un turbante pieno di bombe o con un coltello in mano o, ancora, alle porte del paradiso mentre esclama "Non abbiamo più vergini". L'intento provocatorio è palese: persino un laico, che non si offenderebbe per la raffigurazione del personaggio storico rimarebbe offeso per il modo in cui è stato rappresentato, ovvero per questo disgustoso connubio tra Islam e terrorismo. La Comunità musulmana in Danimarca protesta, scende in strada e manifesta pacificamente ma nessuno vuole scusarsi e persino le autorità se ne strafregano dei sentimenti religiosi degli immigrati residenti sul loro territorio. Il tutto, ovviamente, in nome della "libertà di espressione". Evidentemente nessuno ha insegnato a lor signori che la "libertà" di ognuno finisce là dove comincia quella altrui, e che è non è nemmeno tanto civile barzellettare sulle credenze religiose e la spiritualità degli altri. Guarda caso, proprio quelli che si sono sentiti - giustamente - offesi dalle parole di Adel Smith, per il crocefisso descritto come un cadavere in miniatura e poi buttato dalla finestra in nome della laicità dello stato, della scuola o degli enti pubblici, si sono subito riscoperti acerrimi difensori della "libertà di espressione" specie se la cosiddetta libertà consiste nel provocare i musulmani e nell'offendere la loro spiritualità, per quanto possa sembrare assurda agli occhi occidentali che poco sanno del Deuteronomio. E meno male che nemmeno tre mesi fa gioivano per la condanna in primo grado inflitta a Smith per vilipendio della religione cattolica. Smith a parte, è noto che la figura di Gesù viene altamente tenuta in considerazione nel messaggio islamico. Come semplice profeta, anche questo è risaputo, il che potrebbe anche risultare riduttivo per un cristiano osservante, ma comunque una posizione di riguardo che lo mette al riparo delle trasmissini satiriche che lo raffigurano tirato al guinzaglio di cui abbiamo avuto modo di "apprezzare" la creatività in passato. Per carità, ognuno è libero di fare ciò che vuole dei propri simboli religiosi, non si capisce però perché - in nome della libertà di espressione - lo si vuole fare anche con gli altri, che magari gradirebbero essere lasciati in pace, a praticare o non praticare la loro religione, specie se sono musulmani e quindi già nel mirino dei media.
La vicenda rimase confinata, anche e soprattutto mediaticamente, alla Danimarca fino al giorno d'oggi. I colpiti dalla fattah si erano accorti che, al di fuori delle proteste civili e delle manifestazioni pacifiche degli immigrati, spacciate anch'esse dai cialtroni/e di turno per un "ignobile ricatto", nessun esaltato aveva lanciato una condanna di morte o una minaccia di attentato. Quindi cosa si fa? Elementare, Watson: il settimanale norvegese Magazent, pubblica anch'esso le vignette. A questo punto la vicenda comincia a dilagare e a diventare "internazionale" e, puntualmente, compaiono i soliti messaggi che annunciano morte e vendetta via internet che già mettevano la bava alla bocca degli agitatori: "speriamo in un altro caso Van Gogh!". Ma il vero motivo per cui la storia è diventata di dominio mondiale non erano tanto le minacce quanto le formali ed energiche proteste dei governi musulmani. Gli ambasciatori musulmani sono stati richiamati per protesta, la Libia ha persino chiuso la propria sede diplomatica a Copenaghen, la Lega Araba, l'Organizzazione per la Conferenza islamica e la Lega musulmana mondiale hanno deciso di interessare del caso le Nazioni Unite per far approvare una risoluzione che denunci il razzismo, la discriminazione e l'islamofobia, i parlamenti di vari paesi - inclusa la Giordania - hanno discusso della faccenda pubblicamente, per decidere il da farsi. Ma la carta vincente è stata quella economica, come ebbi occasione di sottolineare già altre volte: Dall'Arabia Saudita alla Mauritania è stato promosso il boicottaggio delle merci danesi e norvegesi. Indovinate infatti chi è stato il primo a convincere il premier liberale danese Rasmussen, che a differenza del collega socialista norvegese Stoltenbergs, non voleva prendere posizione, rifiutando persino di incontrare - alcune settimana fa - una delegazione di ben 11 ambasciatori musulmani ? La Confederazione danese degli Industriali. Tanto il governo quanto Jyllands Posten hanno dovuto prendere atto che il boicottaggio da parte dei consumatori musulmani si era esteso ormai a molti altri paesi islamici comprendendo non solo i formaggi ed il burro della grande industria lattiero-casearia Arla Food, ormai costretta a fermare la produzione in queste regioni, ma anche molti altri prodotti come il pollame e i farmaci che la Novo Nordisk ha dovuto togliere dagli scaffali delle farmacie saudite. La Camera di Commercio del Cairo ha deciso il boicottaggio dei prodotti danesi e ha chiesto alle agenzie marittime di bloccare qualsiasi accordo con le linee di navigazione che trasportano merci danesi. La crisi che ha colpito le aziende danesi stava portando alla perdita di molti posti di lavoro e in mattinata il sindacato LO aveva chiesto al primo ministro di prendere le opportune iniziative.
Ennesima figuraccia quindi per gli agitatori professionisti che speravano in un conflitto allargato fra mondo occidentale e mondo islamico sulla vicenda della vignette "satiriche" raffiguranti Maometto: l'editore del quotidiano danese che ha pubblicato le 12 vignette sul Profeta Maometto si è scusato. Il direttore del quotidiano danese "Jyllands-Posten", Carsten Juste, ha scritto in una lettere all'agenzia di stampa giordana Petra, poi pubblicata anche sul sito del quotidiano "Queste vignette non violano la legge danese ma hanno in modo irrefutabile offeso molti musulmani, e per questo noi presentiamo le nostre scuse". Il primo ministro danese Anders Fogh Rasmussen si è "felicitato" con il quotidiano che si è scusato "Ne sono molto lieto, perché il 'Jyllands-Posten' ha compiuto di certo un passo molto importante", ha detto il premier alla Tv danese per dire di non aver apprezzato "personalmente" la loro pubblicazione. "Ho personalmente un tale rispetto per la fede delle persone, che non avrei mai potuto rappresentare Maometto, Gesù o altre figure religiose in un modo che possa essere insultante per gli altri", ha detto il premier alla televisione Tv2. Il ministro degli Esteri austriaco, Ursula Plassnik - presidente di turno dell'Ue - al termine della riunione con i colleghi europei, ha sottolineato che "la liberta' di stampa e di espressione fanno parte dei fondamentali valori ma crediamo che le fedi religiose vadano rispettate nelle nostre societa' poiche' anch'esse rappresentano valori fondamentali". Sarebbe stato carino se simili affermazioni fossero spontanee, e non determinate dall'efficiente boicottaggio economico. Ma non scoraggiamoci, non è finita. La storia potrebbe avere un seguito: qualche intraprendente giornale italiano - come La Padania ad esempio - tanto attento alla situazione economica nazionale (non particolarmente brillante in questo periodo a dir la verità), potrebbe ripubblicare le vignette e rilanciare la sfida. Attendiamo fiduciosi.
domenica 29 gennaio 2006
E' successo l'altro-ieri

giovedì 26 gennaio 2006
E allora?
Riflessioni sulla potenza virtuale

Agenzia
mercoledì 25 gennaio 2006
Intervista a Tariq Ramadan

martedì 24 gennaio 2006
Con Nasr Hamid Abu Zayd
Nasr Hamid Abu Zayd è nato in Egitto nel 1943, ed ora è docente di letteratura e linguistica all'università di Leiden, in Olanda. Negli anni Novanta, a seguito dei suoi scritti in cui ha prospettato di applicare al Corano l’analisi letteraria e i procedimenti dell'ermeneutica classica, fu accusato dai fondamentalisti islamici di apostasia e quindi obbligato a riparare in Olanda con la moglie Ibtihal Yunis, da cui una Corte civile del Cairo l'aveva forzatamente divorziato nel 1995. Due anni prima dei fondamentalisti avevano ucciso lo scrittore egiziano Farag Fouda e appena un anno prima, il premio Nobel Nagib Mahfuz veniva accoltellato da un fondamentalista (è rimasto con il braccio destro semi-paralizzato). Da allora Abu Zayd, che continua a professarsi musulmano, porta avanti i suoi studi, gira il mondo per spiegare la sua lettura del Corano, ma soprattutto sfrutta la sua posizione di islamologo trapiantato in Europa per proporsi come osservatore informato di quello che da qualche anno è diventato uno degli argomenti più alla moda nei circoli intellettuali europei e statunitensi: la visione di un presunto scontro tra Islam e Occidente. Ciononostante, Abu Zayd afferma: "Mi manca il confronto, soprattutto con l'opinione pubblica musulmana. Per questo, ogni volta che vengo invitato, mi precipito: le cose si possono cambiare solo dall'interno". Sulla condanna che lo ha colpito, Abu Zayd è chiarissimo: "Nella tradizione esiste un hadith che racconta come il Profeta abbia chiesto giustificazioni a un uomo che aveva ucciso un altro uomo. A sua difesa, l'uccisore disse che l'ucciso aveva abbandonato la fede: il Profeta si infuriò e gli chiese: "Hai forse aperto il suo cuore per controllare?". Il principio dell'Inquisizione non esiste nell'Islam. Anche se fossi un non credente, non mi si potrebbe condannare perché l'Islam concede la facoltà di non credere, checché ne dicano i fondamentalisti. Il Corano recita "Non vi sia costrizione nella fede" ma anche "Ma dì: la verità viene dal nostro Signore: chi vuole creda, chi vuole respinga la fede". lunedì 23 gennaio 2006
Con Assia Djebar
Fatma-Zohra studia e si forma durante gli anni della guerra anti-coloniale algerina (1954-62). E' stata la prima donna algerina ad essere ammessa alla Scuola Normale Superiore di Parigi nel 1955. Nel 1957 pubblica il suo primo romanzo, La Soif, con lo pseudonimo di Assia Djebar. E’ subito un grande successo in Europa e negli Stati Uniti. Nel 1958 si laurea a Tunisi e pubblica il suo secondo romanzo Les Impatients. Con l’indipendenza dell’Algeria, arriva anche la difficoltà a pubblicare le sue opere e l’esilio a Parigi. I nazionalisti algerini la condannano perché scrive in francese, la lingua dei coloni, e non in algerino. Segue un silenzio di dieci anni rotto finalmente da una raccolta di racconti (Les Femmes d'Alger dans leur appartement). La scrittrice quarantenne accetta completamente il fatto di scrivere in francese pur sentendosi profondamente algerina. Femmes d’Alger denuncia l’alienazione del femminile attraverso la strumentalizzazione politica e religiosa della donna. Dagli anni ’80 la Djebar diventa il punto di riferimento femminista della letteratura nordafricana, testimone della battaglia contro la regressione e la repressione sempre in agguato. Durante la guerra civile algerina le donne senza velo e le intellettuali “occidentalizzate” vengono assassinate senza pietà. Quando si tratta di torturare gli aguzzini praticano l’uguaglianza. Questa atroce consapevolezza si riflette nelle sue opere e nel suo impegno. Negli anni ’90, mentre in Algeria infuria la guerra civile, decide di trasferirsi negli Stati Uniti per dirigere il Centro di Studi Francofoni della University of Louisiana Baton Rouge. Dall’autunno del 2001 insegna lingua e letteratura francese alla New York University. Già candidata al premio Nobel per la letteratura, è stata insignita nel 2000 del Premio per la pace dei librai ed editori tedeschi e nel 2005 eletta membro dell'Académie française: è una delle quattro donne-membro dell'Académie, e la prima personalità araba ad ottenere l'ingresso in questa prestigiosa istituzione.
domenica 22 gennaio 2006
Con Lilia Zaouali
''La letteratura mi ha permesso di scoprire l'Europa prima di esserci venuta. Balzac, Voltaire, Pirandello, Goethe: ogni scrittore europeo mi ha portato nel suo Paese e mi ha fatto venir voglia di attraversare il Mediterraneo per conoscerlo''. Ad affermarlo e' Laila Zaouali, scrittrice tunisina che a 20 anni e' diventata ''cittadina d'Europa''. L'occasione e' stata il convegno 'Scrittura velata' del Grinzane Cavour. Zaouali, con un semplice ricordo personale, e' in grado di ribaltare la prospettiva con cui di solito si guarda alla letteratura araba come al prodotto di un mondo che deve farsi scoprire. ''Se noi occidentali la smettessimo di sentirci superiori sarebbe piu' facile avvicinare le culture e anche la scrittura araba non parrebbe cosi' lontana come sembra ai piu''', e' il commento di Isabella Camera d'Afflitto. Lei e' una che di letteratura araba se ne intende davvero, dal momento che la traduce in italiano da piu' di trent'anni. L'abbattimento delle barriere culturali, dice Zaouali, ''non si fonda sulla tolleranza, termine che non vuol dire niente, ma sul riconoscimento reciproco''. Vale anche per la cultura mediterranea. ''Se lo vogliamo, puo' esistere, dipende solo da noi - dice la scrittrice tunisina - Basterebbe che il Nord smettesse di dire che il Sud ha bisogno e riconoscesse la necessita' di un rapporto di scambio''. ''Ma la gente del Sud, a sua volta, deve prendere coscienza delle sue affinita' storiche con l'intero Mediterraneo, piu' importanti di qualsiasi religione - dichiara Zaouali, autrice di 'L'Islam a tavola dal Medioevo a oggi', pubblicato nel 2004 da Laterza - Ciascuno di noi e' un po' tutti gli altri. Io sono tunisina, ma anche greca, italiana, turca e quant' altro''. Soprattutto c'e' un filo conduttore che lega tutte le donne, del bacino del Mediterraneo come del mondo. ''Le rivendicazioni sono le stesse dappertutto, nel Maghreb come in Calabria'', osserva la scrittrice tunisina. ''Nei libri non esiste una peculiarita' del mondo arabo - continua Isabella Camera d'Afflitto, docente di lingua e letteratura araba all'Universita' La Sapienza di Roma, che sabato ha ricevuto il premio Grinzane Traduzione - ne', nel dettaglio, delle scrittrici arabe. Ciascuna porta nelle proprie opere il mondo da cui proviene. Lo sfondo e' spesso sociale, la scrittura non dissimile. Ma non c' e' un carattere specifico''. ''Dal Marocco all'Iran le scrittrici hanno lo stesso immaginario collettivo - afferma Zaouali - Siamo imbevute della stessa cultura islamica, della stessa poesia mistica dei sufi, del Corano e delle Mille e una notte''. ''In Italia hanno successo solo gli scrittori che offrono gli stereotipi che vuole l'Occidente: il velo, il cammello, i diritti violati delle donne'', lamenta Camera d'Afflitto, che conclude: ''Il lettore medio italiano e' immaturo. Anzi, lo sono anche gli intellettuali''
venerdì 20 gennaio 2006
La Parola sequestrata
Fuori dai giochi le cameriere di colore
giovedì 19 gennaio 2006
La Fallaci decapitata
La Fallaci decollata
di Lucia Annunziata
L’immagine è sicuramente efficace. Materializza perfettamente il collegamento emotivo fra due potenti simboli: Oriana e al Zarqawi. Stiamo parlando di una tela, opera dell’artista Giuseppe Veneziano, in esposizione a Milano tra due giorni. E’, semplicemente, la decapitazione di Oriana Fallaci. Se sia un ottimo risultato artistico lo debbono dire i critici. Ma vedere la testa recisa, il mozzicone di collo grondante di sangue, di una giornalista nota non è esattamente solo una questione artistica, e impone di ragionare invece sui limiti della legittimazione all’odio. Al di qua di ogni censura dell’arte ma anche al là di ogni compiacenza modaiola.
La Fallaci è divenuta in Italia il simbolo di uno sfrenato spirito occidentale, e come tale le sue invettive sono state brandite come arma da chi concorda con lei e da chi la attacca. Ci aspettiamo che questa stessa saga tra fan e nemici si riproporrà a Milano fra due giorni dove è già annunciato, contro l’esposizione, un corteo a favore della giornalista. In questo senso, l’intera operazione potrebbe essere fin da ora archiviata come «gazzarra mediatica» - con tutti i dubbi che questa gazzarra e seguente esposizione non dispiaccia a nessuna delle due parti. La pubblicità rimane dopotutto l’anima del commercio.
Assumere tuttavia l’atteggiamento dei «giusti», di coloro che sono troppo superiori a queste «sciocchezze» per occuparsene, è sbagliato: arriva infatti sempre per la classe dirigente e la società il momento in cui bisogna saper valutare quando si è superato un limite. Il superamento dei limiti è la tracimazione morale di un Paese da uno stato d’animo a un altro - da un set di valori a un altro. In quel momento affettare indifferenza e fastidio, lavarsi le mani, è un gesto di vigliaccheria intellettuale che porta a sottrarsi alle proprie responsabilità.
Nel caso di questa tela, la tracimazione non ha a che fare con Fallaci o al Zarqawi, ma con il livello di odio che vogliamo accettare in modo permanente nel nostro sistema.
Certo, il caso Fallaci è difficile da usare come esempio, perché le posizioni prese dalla scrittrice hanno alienato da lei molte simpatie anche di persone che l’hanno sempre stimata e ammirata. I suoi scritti sul terrorismo, sull’Islam sposano interamente l’idea che l’unica difesa è la guerra. L’odio, molto più che la rabbia, è il vero centro dei suoi ultimi scritti. E’ difficile dunque per molti moderati simpatizzare con lei. Si potrebbe così sfuggire al giudizio invocando la natura particolare del caso e scartandolo come «estremo». Ma invece è proprio la sua particolarità che ci permette di porre senza giri di parole la domanda: fino a che punto va accettata un’accumulazione di odio nella società? Quando è il momento in cui bisogna dire basta?
Una tela con una decapitazione è, a mio parere, uno di questi momenti. La decapitazione è un pessimo spettacolo, è uno strumento con cui è stata data una orribile morte a molte persone, la sua rappresentazione si avvicina straordinariamente a una minaccia, a un desiderio partecipato di condanna a morte. Senza alcuna condivisione degli scritti ultimi della Fallaci, penso che accettare quest’opera senza indignarsi significhi far salire di un’ulteriore tacca il livello dell’indifferenza alla convivenza.
L’odio non può essere strumento di battaglia politica: e l’esperienza di questi ultimi anni nel nostro Paese ne è una prova. L’odio ha nutrito infatti una buona parte dell’opposizione a Berlusconi - e l’unico effetto che ha avuto è quello di aver alimentato sentimenti uguali e contrari che ora vengono scatenati contro la sinistra. Con il risultato di una progressiva accettazione della degenerazione del confronto, e del dibattito civile, di cui tanto ora tutti si lamentano.
Giuseppe Veneziano - American Beauty
Milano
La personale di Giuseppe Veneziano intitolata “American Beauty”, presenta una serie di lavori che prendono spunto dalla lettura di notizie della cronaca quotidiana, con uno sguardo privilegiato alle immagini provenienti dalla società americana
GALLERIA LUCIANO INGA PIN
Via Pontaccio 12 (20121)
+39 02874237 (info), +39 02874237 (fax)
info@lucianoingapin.com
orario: da martedì a sabato 15,30–19,30
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: ingresso libero
vernissage: 19 gennaio 2006. ore 18,30
ufficio stampa: APSTUDIO
curatori: Chiara Canali, Ivan Quaroni
autori: Giuseppe Veneziano
genere: arte contemporanea, personale
mercoledì 18 gennaio 2006
Un premio per l' "Esiliata"
Un grande statista
La Fede e lo sport
martedì 17 gennaio 2006
Maometto
Mahfuz
Suscitando le rimostranze e le proteste di vari autori arabi, il premio Nobel egiziano per la letteratura (1988) Nagib Mahfuz, vittima nel 1994 di un attentato ad opera di fondamentalisti islamici ha posto come condizione per la ripubblicazione di un suo romanzo "I figli del nostro quartiere", censurato nel 1959, l'autorizzazione alla pubblicazione da parte dell'Università teologica dell'Azhar, la più grande istituzione sunnita nel mondo islamico. La grande sopresa era anche la richiesta che sia un membro dei Fratelli Musulmani a scriverne l'introduzione. Va ricordato che nelle ultime elezioni democratiche che si sono svolte in Egitto, il gruppo dei Fratelli musulmani si è conquistato circa un terzo dei seggi del Parlamento.lunedì 16 gennaio 2006
Una Memoria per gli Arabi




