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mercoledì 31 maggio 2006

Dati preoccupanti

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La mia grande soddisfazione per la vittoria strameritata del sindaco Chiamparino e degli altri sindaci uscenti dell'Unione è stata rovinata da alcune notizie spiacevoli, per non dire preoccupanti, che ci devono far riflettere. La prima, riportata dal Corriere, afferma che sono bastati 23 voti ottenuti in un paese dove hanno votato 287 persone per permettere ad un movimento neonazista di ottenere quattro seggi in un consigilio comunale in provincia di Verbania sul Lago Maggiore. Francesco Saverio Garofani, della Margherita, esprime - giustamente direi - «grande preoccupazione» per questo «dato assolutamente non trascurabile. Bisogna riflettere sui risvolti sociali che si celano dietro l’affermazione politica di un partito che si richiama, apertamente e senza alcun senso critico, all’ideologia di Hitler. Una formazione il cui leader si dichiara nazista, afferma che ‘i morti ebrei sono presunti’ e che ‘i campi di sterminio sono diventati tali solo dopo il 1948». Un altro dato preoccupante sono i 1025 voti che tal Max Loda, distributore di manganelli e passeggiatore di maiali in mezzo ai quartieri ad alta concentrazione islamica, ha ottenuto alle elezioni comunali torinesi, per non parlare dei 9685 voti raccolti dalla Lista del candidato sindaco appoggiata dalla lista "Immigrati Basta" e capeggiata da questo stesso Loda. Certo che in queste elezioni si incontrano figure assai preoccupanti e dichiarazioni alquanto vergognose: a Cagliari, è candidata tale Stefania Lapenna, già conosciuta su questo sito sia per aver irresponsabilmente definito Maometto "barbuto fanatico, terrorista e pedofilo" in piena crisi vignette sia per aver incautamente dichiarato ancora prima "Sceriffo dei miei stivali: non ho nessuna paura, tantomeno di un'individuo come te che ha solo il permesso di soggiorno". Sottolineo il "solo" che presuppone una sua relativa tranquillità circa una mia eventuale espulsione in caso di qualsiasi controversia. Non si sa sulla base di cosa esattamente, ma anche con la Destra al governo se la poteva sognare. Aggiungiamo a queste notizie le dicharazioni sconcertanti del Senatore Pera: "Walter Veltroni, cui faccio gli auguri di una pronta guarigione, è il sindaco buono, il sindaco più buono di tutti, talmente buono che per lui tutti sono uguali: ama i bianchi e i neri, i musulmani quanto gli ebrei, gli asiatici quanto gli europei, gli omosessuali e gli eterosessuali, i cattolici come i laici. Questa è assenza di gerarchia, questo è relativismo". Pensavo che i tempi in cui bianchi e neri (ecc ecc) erano "gerarchizzati" fossero finiti per sempre, e invece mi sbagliavo. Probabilmente si è trattato di un malinteso: scommetto che anche in questo caso, come per la famosa battuta sui "meticci", si sono scordati delle "virgolette". Per completare il quadro, l'Oriana Furiosa minaccia di fare la terrorista facendo saltare in aria la moschea di Colle Val D'Elsa (e poi si chiedono e chi mai avrà fatto saltare le moschee in Iraq?). Speriamo che decida di fare almeno la Kamikaze.

martedì 30 maggio 2006

Un unico fiume di Civiltà

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Testo dell'intervento del sottoscritto al Seminario Informativo Presidenti Eletti, dedicato ai Presidenti di club Rotaract 2006/2007, e alla presentazione delle Linee Guide Morali dei Rappresentanti distrettuali Rotaract d'Italia, Malta, Albania e San Marino presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Modera Orlando Perera.
Di tutti gli elementi formali che definiscono le civiltà, il più importante - come sottolineavano gli ateniesi - è generalmente la religione. Quasi tutte le maggiori civiltà nella storia dell’umanità sono state strettamente identificate con le grandi religioni del mondo. E delle cinque religioni mondiali definite da Weber, quattro - Cristianesimo, Islam, Induismo e Confucianesimo - sono associate a grandi civiltà. Come ha affermato Christopher Dawson “Le grandi religioni sono le fondamenta su cui poggiano le grandi civiltà”. Gli imperi sorgono e cadono, i governi vanno e vengono, le civiltà invece restano e sopravvivono ai rivoluzionamenti politici, sociali, economici e finanche ideologici. Le grandi ideologie politiche del XX secolo hanno un elemento in comune: sono prodotti della civiltà occidentale. Nessun’ altra civiltà al mondo ha dato vita a un’ideologia politica di rilievo. L’Occidente dal canto suo, non ha mai prodotto una grande religione. Tra le maggiori religioni del mondo nessuna nasce in Occidente e tutte, nella maggior parte dei casi, sono antecedenti ad esso.

Proprio per questi motivi, la religione è un mezzo privilegiato per il dialogo e la comprensione reciproca. In tutte le religioni esistono basi positive ma bisogna tenere in considerazione che all’interno di ciascuna di esse ci sono anche varie interpretazioni, per cui il dialogo tra religioni deve essere collegato al dialogo all'interno delle religioni stesse, ovvero tra le loro varie interpretazioni. Il pericolo vero sta nella banalizzazione, nella superficialità che cura solo alcune formalità, senza comprendere il messaggio e lo spirito di base. Non dobbiamo dimenticare che la grande mistica di ogni fede comprendeva che Dio era più grande di ogni fede. Allo stesso modo possiamo partire dalla premessa che la dignità umana è troppo grande per essere imprigionata in una sola cultura. In altre parole, ogni cultura alimenta e sviluppa una certa dimensione della dignità umana, e il progresso verrà sempre da un dialogo tra culture. Se l’Occidente comincia ad agire come un blocco monolitico, ignorando il fatto che al suo stesso interno include una diversità di vedute e culture, finirà per tradire le sue radici liberali e gli obiettivi democratici.
Oggi non viviamo uno scontro di civiltà, quanto piuttosto uno scontro di intolleranze. Non si può parlare di scontro di civiltà, ma di scontro di fondamentalismi. L’intolleranza è infatti l’incapacità o l’indisponibilità a vivere qualcosa di diverso, è l’incapacità di accettare l’idea, sempre sapientemente riassunta da Cardini nell'introduzione del mio libro che “Non c’è identità che non conosca meglio se stessa e si rafforzi di quella che ama a conoscere e ad amare anche il “diverso da sé” e a imparare fino a che punto il “diverso” stia dentro di noi, viva in noi, sia parte di noi, ci appartenga”. Dobbiamo scoprire chi siamo a livello di essere umano unico e che il dialogo fra le civiltà non deve essere limitato a l'Islam e Occidente, ma deve coinvolgere tutte le culture, tutte le civiltà e tutti i popoli. Gandhi ha saputo esprimere meglio di tutti il senso di questo dialogo tra culture e di questo scambio di idee, quando ha affermato: “Non voglio che la mia casa abbia muri su tutti i suoi lati e che le finestre siano tappate. Voglio che le culture di tutti i paesi soffino nella mia casa il più liberamente possibile”.

Ciascuna civiltà si considera, purtroppo, il centro del mondo e descrive la propria storia come trama principale della storia umana. Tali interpretazioni monocentriche, che vedono – come disse Spengler “un unico fiume della Civiltà, il nostro, e che tutti gli altri sono o suoi affluenti o vanno a spegnersi nelle sabbie del deserto” assumono tuttavia sempre minore utilità e rilevanza in un mondo costituito da più civiltà. Le civiltà muoiono, ma hanno anche una vita molto lunga; si evolvono, si adattano, e sono le più durature fra tutti i tipi di associazione fra uomini, come afferma Hutington. “La loro essenza peculiare e particolare consiste nella loro prolungata continuità storica. Quella della civiltà è di fatto la più lunga di tutte le storie”. Ed è per questo motivo che sarebbe opportuno, indagare ogni tanto se le civiltà stiano diventando più o meno civili.

Nella Spagna musulmana, per un periodo di quasi ottocento anni, esisté una società che superava i rigidi confini di tipo etnico, culturale, sociale e religioso, in cui musulmani, ebrei e cristiani vissero insieme in pacifica coesistenza, condividendo conoscenza, cultura e comprensione. Nell’incontro con altri popoli, la Civiltà islamica ha saputo relazionarsi senza perdere la propria unità di fondo pur nella diversità. “Oggi, questa civiltà – scrive Pietro Citati – è completamente scomparsa. La sua scomparsa è stata uno dei peggiori disastri della storia, questa follia di disastri accumulati, insieme alla dissoluzione dell’Austria-Ungheria e dell’Impero Ottomano. I cristiani non sanno più niente dell’Islam e del Giudaismo: gli ebrei non sanno più niente del Cristianesimo e dell’Islam; e l’Islam, come diceva Maometto, vive “esule” nella storia”. Il nostro compito come rotaractiani, è stato già in parte raggiunto con l’approvazione delle linee guide morali dei rappresentanti distrettuali, che sostanzialmente ribadiscono i concetti sopra esposti: la dignità dell’essere umano, la pace, la democrazia, il confronto e il dialogo, la difesa delle radici culturali e delle tradizioni dei popoli. Ora ci tocca lavorare affinché questi principi ci guidino nella nostra vita quotidiana, con l’augurio che i cristiani comincino a conoscere di più l’Islam e il Giudaismo, che gli ebrei conoscano di più il Cristianesimo e l’Islam e che quest’ultimo, superata questa fase storica, torni a conoscere tutti gli altri. Se questo mondo esemplifica quello dell’Aldilà allora può rappresentare un auspicio che la Dimora della Felicità che stiamo tentando di costruire tutti quanti assieme testimoni la Felicità in terra, perfetto equilibrio ed armonia tra i popoli.

lunedì 29 maggio 2006

Altro che spallata!

Altro che spallata al governo. L'Unione esce bene, perfino rafforzata, dal voto espresso per le amministrative da 20 milioni di italiani. Il quasi pareggio di Milano, il successo netto di Napoli, i trionfi di Torino e Milano, il recupero in Sicilia, il ribaltone alla provincia di Reggio Calabria, il sorpasso in altri comuni capoluogo: il bilancio è di tutto rispetto, e per il leader del centrosinistra è il momento di trarne un segnale di incoraggiamento.
Commento di Repubblica

La Dimora della Felicità

Apc-ISLAM/ VADEMECUM SULL' "ALTRO ORIENTE", UN LIBRO PER COMPRENDERE

Sherif El Sebaie combatte i pregiudizi con un saggio storico

Roma, (Apcom) - Un progetto per promuovere comprensione e convivenza, ma soprattutto, per dirla alla Franco Cardini, un "ottimo vademecum per impostare la sfida" del rapporto fra Occidente cristiano e Islam. Il libro "La Dimora della Felicità. L'altro Oriente tra fede e società" sarà distribuito gratis, nei prossimi giorni, grazie al contributo congiunto della Regione Piemonte e del Politecnico di Torino, con il Patrocino della Provincia di Torino, Città di Torino, Centro Interculturale del Comune di Torino, Università degli Studi (Cattedra di Lingua e Letteratura araba) e dei Patriarcati Ortodossi (Moscovita, Greco e Copto).

La presentazione si è svolta venerdì, 26 maggio, alle 19.30 presso l'Aula Magna Giovanni Agnelli del Politecnico di Torino [Presenti, oltre all'autrice della prima parte - dedicata all'Impero di Bisanzio - del saggio, Dott.ssa Maria R. Bartiromo, l'Assessore alla Solidarietà Sociale della Provincia di Torino, Dott.ssa Eleonora Artesio, l'Assessore alle Politiche Demografiche del Comune di Torino, Dott. Gavino Olmeo, la Dott.ssa Susanna Fucini, Consigliere Comunale presso il Comune di Torino, il Prof. Younis Tawfik, Premio Grinzane e membro della Consulta Islamica del Ministero degli Interni, il Prof. Michele Vallaro, titolare della Cattedra di Lingua e Letteratura Araba presso L'Università degli Studi di Torino, il Prof. David Sorani, direttore del gruppo studi ebraici Hakillah, Padre Andrew Wade del Patriarcato Russo Ortodosso e il Prof. Macii, delegato del Magnifico Rettore del Politenico di Torino].

"Al di là del suo valore storico" il testo "ne ha uno politico e uno etico che non possono esser dimenticati. Esiste un 'altro' oriente: uno diverso rispetto a quello delle 'vulgate' propagandistiche e massmediali" come osserva lo storico medievalista Cardini nella sua introduzione. "Certo, tutti abbiamo bisogno d'identità e di radicamento - aggiunge Cardini - Ma non c'è identità che non conosca meglio se stessa e si rafforzi di quella che ama a conoscere e ad amare anche il 'diverso da sé' e a imparare fino a che punto il 'diverso' stia dentro di noi, viva in noi, sia parte di noi, ci appartenga. Il conoscere è presupposto indispensabile all'amare; il distinguere e l'articolare è un preliminare necessario all'unire. Questa la lezione preziosa che emerge da queste pagine serie, sobrie, serene, documentate, eppur appassionate e appassionanti".

Nelle intenzioni di El Sebaie, collaboratore de Il Manifesto e studioso di storia del Medio Oriente, c'è quella di sfatare il "pregiudizio secondo cui l'Islam è incapace di convivere pacificamente con le altre religioni". Un messaggio, questo, che viene accolto da esponenti di spicco delle altre comunità, come Andrew Wade, rappresentante del Patriarcato Russo Ortodosso, che rileva nella prefazione uno "spirito di amicizia e di tolleranza che andrebbe incoraggiato perché il mondo moderno deve rispettare la diversità culturale". Il libro, prosegue Tullio Levi, presidente della Comunità ebraica di Torino, "suscita alcune considerazioni della massima attualità: l'integralismo e l'intolleranza nei confronti di altre religioni, in particolare di quelle monoteiste, non sono certo elementi caratteristici della cultura islamica: anzi, sono delle involuzioni che hanno alterato il messaggio originale di cui essa era portatrice. La storia dimostra che la convivenza tra islam ed ebraismo è stata non solo possibile ma fertile".

Sebaie non è nuovo a esperimenti di questo genere: nel 2004 ha curato la mostra 'Islam e Cristianesimo ortodosso', finanziata dal Politecnico di Torino, in collaborazione con l'Università degli Studi, i Patriarcati Greco, Moscovita e Copto e il Centro Interculturale del Comune di Torino. L'anno scorso è stato insignito, assieme al Sindaco di Firenze Leonardo Domenici e il giudice Maria Clementina Forleo del premio 'Mezzaluna d'Oro' per l'onestà intellettuale dimostrata e il suo impegno a favore del dialogo e dell'integrazione della comunità islamica.

domenica 28 maggio 2006

Un imperativo morale

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Si potrebbero dire tante cose, per riconfermare Sergio Chiamparino alla guida di questa magnifica città per altri cinque anni. Ma da qualche giorno, i suoi avversari ci hanno dato un motivo in più affinché questa riconferma diventi un imperativo morale inderogabile. Sto parlando della Lista "Immigrati basta", il cui fondatore, capolista e via discorrendo - in un altro paese - sarebbero già stati processati e condannati per razzismo. Basterebbe il logo della Lista in questione, il suo slogan, i suoi gadgets elettorali (dei manganelli) e la faccia del suo candidato per farlo. E invece non solo il candidato in questione, tale Max Loda, aspira al posto di consigliere comunale, ma ha persino avuto la brillante idea di andare in giro per le strade del quartiere di Porta Palazzo (dove è concentrata la maggior parte degli immigrati di fede islamica) con un maiale di tre quintali chiamato "Maometto". Fortunatamente il questore lo ha "caldamente invitato" a desistere, e Torino non è diventata lo scenario di un'ennesima provocazione gratuita dalle conseguenze incalcolabili (Vignette docet). La domanda sorge spontanea: con quale faccia simili individui irresponsabili, che mettono in pericolo non solo Torino ma l'intero paese, si presentano per amministrare una città? Meno male che la questura gli ha impedito di portare avanti la sua eroica impresa, anche perché immagino che avrebbe dovuto essere scortato. E credo sarebbe stato molto più utile mandare due poliziotti in più vicino ai Murazzi, infestati dagli spacciatori, che non a garantire l'incolumità di un porco a passeggio per Porta Palazzo.

Criminali in missione di "pace"

Una bambina irachena, Iman, racconta nell'edizione odierna del quotidiano britannico The Times come i militari statunitensi hanno sterminato la sua famiglia, tutte persone inermi, assassinate nella loro casa, il 19 novembre del 2005. Il terribile racconto...

sabato 27 maggio 2006

La Marcia su Roma

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"Se continuano con arroganza a tirare la corda, sarà giusto e doveroso scendere in piazza. E allora varrà l’insegnamento biblico: "Dio li salvi dall’ira dell’uomo paziente". [...] Non credo che i signori della sinistra possano dormire sonni tranquilli: la parte dell' Italia che noi rappresentiamo è incollerita a un punto molto avanzato: vado in giro nell' Italia che mi dice che sarebbe pronta a scendere in piazza ma a modo nostro. [...] Se continuano con la stessa arroganza credete che dobbiamo andare tutti a Roma?"
La risposta è stata un'ovazione.

giovedì 25 maggio 2006

Un confronto impari

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Da più parti si tenta di confrontare il "caso" del "Codice Da Vinci" con quello delle "Vignette sataniche". O meglio si tenta di confrontare la reazione "civile, composta, educata" del mondo cattolico con quella "barbara, scalmanata e fondamentalista" del mondo islamico. Ebbene, si tratta di un confronto fazioso e strumentale per svariati motivi. Innanzitutto non è un mistero che nel mondo occidentale, essenzialmente laico, la fede abbia perso il suo "valore" quotidiano e la sua "forza" di attrazione sulle masse. Non lo dico io, ma chi - in questi anni, dal Papa a Marcello Pera - si è costantentemente battuto per rivendicare e far rivivere "le radici cristiane" della "nostra civiltà". Con scarso successo, devo dire, ma non è questo il punto. Nei paesi occidentali è quindi moneta corrente raffigurare Gesù, la Vergine e Dio stesso, in vignette, fumetti, cartoni animati e chi più ne ha più ne metta. E non sempre in una veste "santificata", dobbiamo dire. E se una trasmissione "satirica" olandese raffigura un Cristo a quattro zampe tirato al guinzaglio suscitando poche reazioni indignate, portando al massimo quattro persone a protestare con dei volantini davanti alla regia, non sarà di certo un filmato che afferma che abbia avuto una moglie e una discendenza a spingere le masse ad incendiare i cinema. Ovviamente non intendo dire che bruciare i cinema sia una reazione corretta o giustificabile: sto solo dicendo che in un mondo che vive la sua fede con la stessa forza di 1400 anni fa, che tratta Maometto come se fosse ancora vivo e vegeto in mezzo alla sua comunità, che non è abituato a mancargli di rispetto, è più che probabile che delle vignette che lo raffigurano come un terrorista suscitino reazioni emotivamente più forti tali da sfuggire a qualsiasi controllo. Il secondo motivo è il contesto, completamente diverso, in cui si svolgono entrambe le vicende. Il mondo occidentale non è minacciato dalle bombe e dagli embarghi, non è dipinto come l'origine di tutti i mali sui media, mentre il mondo musulmano lo è quotidianamente, un motivo in più affinché viva la sua fede con ancor più forza e la consideri un elemento identitario unificatore. In Occidente quindi non potevano esserci reazioni violente o proteste massiccie che possano trovare linfa vitale in rivendicazioni politiche o sociali contro un'altra parte. E qui viene il punto più interessante: il film è un prodotto della civiltà occidentale. E' un film Hollywoodiano di impronta statunitense, tratto da un tipico romanzo thriller occidentale, con riferimenti e spunti tratti dalla storia occidentale e essenzialmente rivolto ad un pubblico occidentale (ammesso che sia in grado di districarsi in mezzo ai mille e uno riferimenti a sette, quadri e eventi storici, veri o falsi che siano). Non è quindi il film di qualche regista musulmano sulla figura divina e umana di Cristo, sull'istituzione Chiesa e l'Opus Dei. L'impatto di un prodotto occidentale su un pubblico occidentale (specie se secolarizzato) è molto diverso dall'impatto che potrebbe avere un prodotto occidentale su un popolo orientale (specie se osservante) e viceversa. Questo vale in linea di massima, per questioni di diversa formazione culturale e sensibilità socio-religiosa ma lo è ancora di più se si prende in considerazione la parabola dei rapporti storici tra Occidente e Oriente, arrivata oggi ad uno dei suoi punti minimi. E poi, scusate, ma io ho avuto l'impressione che l'accoglienza riservata a questo film sia stata talmente unanime da sembrare quasi concordata, se non addirittura dettata. Un film che ha fatto un record assoluto di incassi nel primo giorno di proiezione, tratto da un best-seller che ha venduto oltre 50 milioni di copie, è stato accolto con il gelo più totale da parte di tutti i critici cinematografici. Finora, personalmente, non ho visto neanche una recensione positiva. Quasi a voler convincere la gente a non andare a vedere il film, ovvero a boicottarlo (questa fu anche la reazione iniziale dei popoli musulmani nei confronti di chi ha promosso o difeso la pubblicazione delle vignette). I media e le case editrici fanno a gara oggi per intervistare prelati, studiosi, guarda caso tutti denigratori del film o quanto meno critici nei suoi confronti, per pubblicare libri e opuscoli che fanno le pulci ad ogni virgola del romanzo - un romanzo, appunto - di Dan Brown, dipinto come cialtrone e copiatore. Nel caso delle vignette invece i media facevano a gara per pubblicare le vignette, rincarando la dose con editoriali in cui si affermava, in termini più o meno espliciti, che se Maometto è stato dipinto come un terrorista qualche motivo ci sarà pure. E che questo motivo era da ricercare non solo nel fenomeno del fondamentalismo islamico ma nella figura storica di Maometto, se non nella religione islamica stessa. Alla faccia dell'informazione obbiettiva e rispettosa, che però ha dovuto, volente o nolente, far marcia indietro - ed è triste constatarlo - solo quando la situazione era degenerata, quando le ambasciate furono date alle fiamme e i prodotti danesi alle spazzature. Ed è proprio in questa reazione corale di informazione contraria al film, al romanzo e all'autore, che possiamo individuare un motivo in più per ritenere assolutamente fuorviante il tentativo di stabilire un parallelo o un confronto tra il caso Da Vinci e quello delle vignette danesi.

No bravery

mercoledì 24 maggio 2006

No Ferrero? No party!

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Un nuovo decreto che potrà regolarizzare 484 mila persone immigrate in Italia è stato annunciato dal ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, durante un incontro con i giornalisti che si è svolto a Lampedusa. «Non ci piace definirla sanatoria di immigrati», ha detto Ferrero, «ma si tratta di rendere visibile queste persone che già nei mesi scorsi avevano chiesto di essere regolamentate attraverso le domande inoltrate. Si tratta dunque di migranti che in Italia possono avere o hanno già un datore di lavoro e andrebbero regolarizzati». Il sottosegretario agli Interni, Marcella Lucidi, ha riferito che le domande inviate il 17 marzo per chiedere la regolarizzazione degli immigrati presenti sul territorio nazionale che avevano un posto di lavoro sono risultate 484.065. Il decreto flussi 2006 prevede l’ingresso di 170 mila lavoratori extracomunitari e 20 mila lavoratori stagionali. Destra e leghisti sull'orlo di una crisi di nervi...

martedì 23 maggio 2006

Una fedina immacolata

Il rapporto annuale di Amnesty sottolinea il ruolo dell'Italia nella "guerra al terrore", che giudica sbagliata nei modi e nelle premesse. Le istanze presentate da Amnesty rivelano poi come la passata legislatura non abbia fatto nulla per risolvere le situazioni che già il rapporto del 2005 indicava come lesive dei diritti umani. In più si è aggiunta la violazione delle norme internazionali delle "operazioni coperte" della Cia, della quale l'Italia è stata complice. Il fatto che gli aeroporti di Pisa e Roma Ciampino siano stati utilizzati per il trasferimento di persone detenute in segreto e la loro consegna a paesi dove hanno subito maltrattamenti e torture è una violazione grave delle norme internazionali, sulle quali, secondo Amnesty, l'Italia ha l'obbligo di svolgere indagini approfondite. L'attenzione dell'organizzazione internazionale si concentra anche sulla legge antiterrorismo del 2005, che ha modificato le norme italiane sull'espulsione "per motivi di ordine pubblico e di sicurezza dello Stato". Una legge, secondo Amnesty, che consente l'allontanamento di cittadini stranieri anche solo sulla base dei primi elementi acquisiti a loro carico, senza che questi siano accusati formalmente di un reato e che pregiudica perciò il rispetto dei loro diritti. Amnesty indica ancora come il disegno di legge sulla prevenzione della tortura sia rimasto all'attenzione della presidenza della Camera, ma non abbia proseguito il suo iter e così l'Italia non ha allineato la sua legislazione alla Convenzione delle Nazioni Unite. Infine, come già era accaduto lo scorso anno, l'Italia non si è ancora data una legge organica sull'asilo ai migranti, "lasciando così intatte le lacune in cui proliferano le possibilità di abusi dei diritti umani a danno di richiedenti asilo e rifugiati". Quello dei migranti e della loro accoglienza nel nostro paese è un tema che trova ampio spazio nel rapporto di Amnesty, che reitera le accuse fatte nel 2005 a proposito di persone rinviate da Lampedusa in Libia "in spregio delle norme di diritto internazionale e senza alcuna base legale nel diritto interno". Amnesty chiede di fare luce sugli accordi siglati tra il governo Berlusconi e la Libia, entrati in vigore nel 2002 senza alcuna ratifica da parte del Parlamento. Nella tragedia dei migranti Amnesty sottolinea soprattutto quella degli "invisibili", i minori che arrivano alla frontiera marittima e in spregio alla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia vengono avviati ai centri di accoglienza temporanea, in pratica detenuti. La Convenzione considera la detenzione di un minore un provvedimento eccezionale, da adottare solo in casi estremi, mentre secondo Amnesty le cifre rilasciate dal ministero dell'Interno lasciano intendere che è la prassi comune.

lunedì 22 maggio 2006

Condoglianze

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Mahmoud Hammd Schweita, Imam della Grande moschea di Roma, e' morto la notte scorsa. Malato da tempo, Schweita ha ricoperto la carica per nove anni. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, in una nota ha affermato che "La sua lunga malattia, purtroppo gli aveva impedito di incontrarmi durante la vista dello scorso marzo alla Grande Moschea. Ho avuto modo di conoscerlo personalmente apprezzando il suo equilibrio e la sua saggezza. Esprimo a tutta la comunità islamica, le mie condoglianze". Chissà se proveranno un po' di vergogna i neoconnard che, all'epoca della storica visita del rabbino capo alla moschea di Roma, sottolinearono "maliziosamente" l'assenza dell'Imam "taqeyeggiante".

sabato 20 maggio 2006

Chi compra disprezza

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Tempo fa, negli Stati Uniti, sono stati svelati alcuni episodi assai indicativi sullo stato dell'informazione nel cosiddetto "mondo libero". George W. Bush aveva convocato i direttori del New York Times e del Washington Post per fermare le rotative su articoli che stavano andando in stampa: quelli sulle prigioni segrete in Europa ad esempio, in nome della "sicurezza dello stato". Alla fine di novembre scorso, un'altra "stupefacente" notizia: il britannico Daily Mirror ha scritto che nell’aprile del 2004, in un incontro alla Casa Bianca con il primo ministro britannico Tony Blair, George W. Bush ha accarezzato l’idea di bombardare la sede centrale di Al Jazeera in Qatar e altrove. La rivelazione si basava su una fuga di notizie riguardante appunti “top secret” del summit. Lord Goldsmith, il procuratore generale britannico, ha attivato addirittura la legge sul segreto di stato, minacciando ogni pubblicazione che riporti anche solo parte del memorandum. Un'altra notizia "bomba" anche se del tutto scontata e ovvia, fu che il Pentagono paga giornali e giornalisti in Iraq affinché pubblichino e scrivano articoli che dipingano la guerra in rosa e favoriscano gli Stati Uniti. Il suo tramite è, secondo il Los Angeles Times e il New York Times in possesso entrambi di una copia del contratto di 5 milioni di dollari, una società di Washington, il Lincoln Group, che versa centinaia di dollari a testa al mese a circa 12 commentatori iracheni, che fanno pubblicità sui media a Bagdad pubblicando del materiale fornito dai militari Usa e tradotto in arabo. Il New York Times porta a esempio dell'abuso della stampa da parte del Pentagono un articolo, «Le sabbie soffiano verso un Iraq democratico», inviato al quotidiano Azzaman, un quotidiano in teoria indipendente. «La stampa occidentale - dice tra l'altro l'articolo - critica spesso noi iracheni per come procediamo», dando l'impressione che l'autore sia di Baghdad mentre è americano. Il New York Times citava anche Muhammed Abdul Jabbar, il direttore di un altro giornale, Al Sabah, sussidiato dal governo iracheno: «Talvolta riceviamo da agenzie pubblicitarie dei testi di cui ignoriamo la provenienza, ma non ho mai pensato che ci fosse dietro il Pentagono». Secondo il New York Times, il contratto del Lincoln Group prevede altresì che, per propagandare la versione Usa della guerra, vengano assoldati «portavoce temporanei» e che in caso di sviluppi negativi «siano lanciati messaggi che distolgano l’attenzione del pubblico da essi». Rileva il quotidiano: «Gli articoli da noi visionati sono pieni di buone notizie sull'economia, la sicurezza, gli insorti, il futuro dell'Iraq».

Nonostante questi scandali, negli ultimi tempi si è saputo anche che il Pentagono si apprestava a mettere in atto una nuova operazione di propaganda. Questa volta l'obiettivo non era l'Iraq, bensì i Paesi nei quali vi sono Governi che hanno "problemi" con l'amministrazione di Washington (come quelli dell'Europa occidentale, Spagna e Italia incluse). Secondo quanto ha riportato il periodico statunitense "Usa Today", il ministero diretto da Donald Rumsfeld si è preparato per spendere oltre trecento milioni di dollari per una campagna di propaganda che ha lo scopo di rendere migliore l'immagine degli Stati Uniti agli occhi dell'opinione pubblica delle nazioni alleate. Il giornale ha spiegato che gli esperti di guerra psicologica del Comando per le Operazioni Speciali stavano per mettere a punto un piano che prevede l'invasione di periodici, siti internet, radio e televisioni dei paesi alleati con messaggi destinati ad incrementare la simpatia del pubblico per gli Stati Uniti. Messaggi che - ovviamente - l'opinione pubblica non potrà riconoscere come propaganda, ma che crederà totalmente indipendenti dal Governo Usa, esattamente come succede in Irak. Gli artefici di questo sistema fasullo di comunicazione saranno senz'altro gli appartenenti alla categoria dei «giornalisti arabi liberali o progressisti». Il politologo Mohammed El Oifi su Le Monde Diplomatique ha tracciato un ritratto accurato delle idee di questa categoria. Essi dovranno "perorare l'accettazione dei rapporti di forze esistenti, e quindi il dominio straniero; mostrarsi favorevoli ai progetti americani in Medioriente; incitare gli arabi a fare autocritica e a liberarsi della «mentalità del complotto». [...] Esibire una ostilità a tutta prova al nazionalismo e all'islam politico, e addirittura disprezzo per la cultura araba. [...] prendere di mira innanzitutto i religiosi e, più in generale, le società che sarebbero in ritardo rispetto ai leader arabi più illuminati. [...] inneggiare alle libertà individuali, senza insistere peraltro sulle libertà politiche e ancor meno sulla sovranità nazionale. Allorché tratta della riforma politica, il «giornalista arabo liberale o progressista» si occuperà innanzitutto dei regimi repubblicani, in particolare l'Iraq prima dell'occupazione americana, la Siria o l'Egitto: da escludere, invece, ogni forma di allusione a una riforma politica in Arabia saudita. In questo non c'è nulla di sorprendente, considerando che la maggioranza dei professionisti cari al Memri scrive essenzialmente sulla stampa finanziata da taluni principi o uomini d'affari sauditi". L'uso di questa categoria è tutt'altro che una novità: René Guénon, già nel 1924, scriveva in Orient et Occident, (in trad. it, René Guénon, Oriente e Occidente, Luni Editrice, 2005): "Siamo stati spesso colpiti dalla facilità con cui qualche scrittore incompetente e senza nessuna autorità, talvolta addirittura al soldo di una potenza europea, riesce a farsi accettare come rappresentante autentico del pensiero orientale, pur se non esprime che idee completamente occidentali. A costoro si crede sulla parola solo perché portano un nome orientale, e poiché mancano i termini di paragone, si fa loro credito per attribuire a tutti i loro compatrioti concezioni od opinioni che a essi soli appartengono e sovente sono agli antipodi dello spirito orientale; e beninteso, i loro scritti sono strettamente riservati al pubblico europeo o americano, e in Oriente nessuno ne ha mai inteso parlare."

Di questa categoria fanno parte tantissimi personaggi, tutti accomunati - guarda caso - dal fatto di essere in qualche modo dei truffatori professionisti: Ahmad Chalabi, il truffatore scappato negli Usa con i soldi delle famiglie giordane, artefice e suggeritore della propaganda pro-guerra in Irak, tanto per incominciare. Gli esponenti sedicenti copti negli Usa, sconfessati dallo stesso Papa Shenuda, che praticamente reclamano l'invasione dell'Egitto e lo smantellamento di uno stato vecchio di migliaia di anni per creare un'enclave confessionale, e molti altri ancora. L'ultima della serie, è Ayan Hirsi Ali, la sceneggiatrice di “Submission” - un film che vorrebbe affrontare un problema esistente ma in un modo gratuitamente provocatorio e tutt'altro che obbiettivo - che ha mentito sul nome, sull'età, e sui motivi che l'avevano portata in Olanda pur di ottenere asilo. Era arrivata lì nel 1992, perché "in fuga da un matrimonio combinato dalla sua famiglia, da un uomo che lei non aveva scelto". La scorsa settimana è stato trasmesso un documentario nel quale il fratello e la zia smentiscono questa versione dei fatti: le nozze avvennero con il suo consenso. E' istruttivo constatare che fine fanno questi personaggi: vengono sempre scaricati in fretta e furia dai loro datori di lavoro, quando necessario. Ahmad Chalabi è finito al centro di uno scandalo per i soldi che intascava truffando persino la Cia non appena sono sbarcate le truppe americane in Irak. La Hirsi è stata cacciata prima dalla sua casa (I suoi vicini avevano sostenuto che la sua presenza e quella delle guardie del corpo avrebbe potuto provocare attentati nel loro edificio, che il suo valore immobiliare si riduceva e che i controlli della polizia minacciavano la loro vita privata. La Corte d’appello dell’Aia ha dato loro ragione: la Convenzione europea dei diritti umani garantisce agli abitanti la quiete e l’integrità del loro domicilio) poi dall'intero paese. E sono stati i militanti del suo stesso partito ad accanirsi su di lei: la ministro Rita Verdonk ha affermato che “sulla base dei fatti così come si conoscono finora, non é logico che Hirsi Ali abbia ottenuto la nazionalità olandese” e ha fatto di tutto pur di cacciarla via dal paese. In altre parole quando il "musulmano/a liberale" diventa un imbarazzo o una minaccia mediatica o politica, egli diventa automaticamente vittima del clima di islamofobia, paranoia e odio che egli/essa stesso/a ha contribuito a creare. E il sostegno e la solidarietà spese a palate dai loro fan e adoratori si trasformano immediatamente in preoccupazioni per il valore del loro immobile e della loro vita privata. Per carità, questi personaggi si riciclano sempre, pronti a vendersi al miglior offerente. E in effetti la Hirsi è stata "acquistata" dall' American Entreprise Institute, un Think Tank neo-conservatore, che - in barba alla legge statunitense che sbatterebbe fuori chiunque abbia mentito sul suo passato al momento della presentazione della domanda - la accoglie, le assegna l'indispensabile e preziosa "scorta", una specie di status symbol necessario per questo tipo di lavoro (E giustamente direi: essere un venditore di balle è di per sè un lavoro rischioso. Il problema è che quando i padroni si stancano, la scorta la levano. E pure la cittadinanza se necessario). Unico difetto: l'immagine della Hirsi, anche se riuscirà a riprendersi la cittadinanza revocata, è irremediabilmente danneggiata: lo scandalo le ha tolto persino il sostegno delle associazioni femministe che l'avevano eletta a loro paladina in virtù delle battaglie sulla condizione delle donne islamiche.

venerdì 19 maggio 2006

Brava gente

Il Tribunale Penale di Berlino ha spiccato un ordine di arresto a carico di Gianni Congia, il trentenne gelataio italiano che nella notte fra il 13 e il 14 maggio scorsi sostenne di essere stato aggredito e ferito con una mazza da baseball da una banda di naziskin a Berlino. Le sue contraddittorie affermazioni cominciarono quasi subito a sollevare dubbi e perplessità, fino a farle ritenere con ogni probabilità false. L'ipotesi criminosa formulata dai magistrati tedeschi nei confronti di Congia è simulazione di reato.

martedì 16 maggio 2006

Tra amici ci si intende

Rinuncia al suo seggio di deputato al parlamento olandese per un incarico al neoconservatore American Enterprise Institute la sceneggiatrice del regista assassinato da un estremista islamico Theo van Gogh, l'attivista di origini somale Ayaan Hirsi Ali. Contestata nel Paese in cui ha ricevuto la cittadinanza nel 1997 per aver fornito informazioni false nella domanda di asilo presentata all'Aia cinque anni prima e per le minacce ricevute da estremisti islamici, Hirsi Ali ha anche raggiunto un accordo con il dipartimento di stato americano per beneficiare di un programma di protezione, come ha reso noto il quotidiano olandese Volkskrant.

domenica 14 maggio 2006

Tutti uguali tutti diversi

E' scampato ad un agguato compiuto da tre naziskin vestiti di nero nel centralissimo quartiere berlinese di Prenzlauer Berg, una zona piena di locali e molto frequentata fino a tarda notte. La vittima è un italiano di 30 anni che lavora e vive da diversi anni in Germania. Gianni Congia abita in Germania da dieci anni; a Berlino è arrivato nel 2003. Lo hanno assalito all'una di notte nel quartiere alternativo di Prenzlauer Berg, la piazza dei giovani. L'agguato è sicuramente di carattere razzista: i tre skinheads gli hanno infatti prima chiesto la nazionalità e poi hanno infierito su di lui con botte, calci e colpi di mazze da baseball. Per un mese, il povero gelataio non potrà camminare. Sembra che gli aggressori abbiano iniziato il pestaggio al grido di «Scheiss Auslaender» (straniero di merda). Il giovane è stato colpito più volte alla testa e al corpo. I tre si sono poi dati alla fuga. L'italiano è stato immediatamente soccorso e trasportato in un ospedale di Berlino dove è stato operato al ginocchio, ma le sue condizioni non sono gravi. È stato visitato da un funzionario del consolato italiano che gli ha fornito assistenza. La polizia ha avviato le indagini per arrestare i responsabili dell'aggressione xenofoba. Sempre nella notte tra sabato e domenica, un tunisino è stato aggredito con le stesse modalità da due naziskin a Eisenach, la città natale di Bach nel Land orientale della Turingia. A Pasqua c'era stata una gravissima aggressione xenofoba a Potsdam, alle porte di Berlino: un ingegnere con passaporto tedesco di origine etiope era stato picchiato selvaggiamente da un gruppo di naziskin ed era rimasto in coma per 13 giorni. Il caso è stato avocato dal procuratore generale di Karlsruhe, Kay Nehm, per dare un segnale forte. Ora in Germania c'è inquietudine in vista dei mondiali che cominceranno tra meno di un mese.

Le murshidat

Fra qualche giorno 50 donne potranno esibire il diploma di murshidat e andare a predicare la parola sacra nelle moschee di tutto il Marocco. Eccole riconosciute sacerdoti, dopo numerose selezioni (sembra ci siano state 500 candidate all’inizio e 10 devono ancora essere eliminate) e un anno di corsi intensivi presso il Consiglio locale degli Ulema di Rabat. «Trasmetteremo il messaggio di Dio e del Profeta a tutto il mondo, affinché il Corano sia applicato meglio», dice con entusiasmo una delle future murshidat, Zhor Bourbach. Dovranno infatti insegnare nei corsi di educazione islamica nelle moschee. Ma non finisce assolutamente qui, anzi. La portata della loro missione, ma anche la loro formazione e il loro profilo, le differenziano dalle murshidat di «prima generazione» che si accontentavano della loro funzione centrata sull’educazione islamica. Esse si vogliono più aperte, più complete, per guidare meglio i Marocchini.

Metà del Corano a memoria

Anzitutto, le nuove predicatrici vengono da orizzonti diversi. La maggior parte ha una laurea. Per citare soltanto loro: Zhor, 39 anni, ha una formazione da geologa e Khadija Aktami, 32 anni, è laureata in economia. Entrambe le candidate hanno ottenuto il diploma universitario cum laude. Questo era un criterio di base nelle selezioni. Dovevano inoltre conoscere a memoria almeno la metà del Corano. Hanno certamente continuato lo studio del Libro sacro e degli Hadith (testimonianze riguardanti i detti del Profeta, (N.d.T.) ) nel corso della loro formazione. La comunicazione, la storia, la geografia, la sociologia, la psicologia, il management, la giurisprudenza, con lo studio del nuovo codice della famiglia e altri corsi diversi, tenuti da docenti universitari, che esse hanno seguito per un anno. «Era appassionante. Ho imparato tantissime cose che potrò trasmettere. Questi studi mi hanno permesso di avere una visione più chiara del Marocco e anche del mondo!», si rallegra Zhor. «La sociologia, la psicologia, queste due materie ci aiuteranno a consigliare le donne, i bambini, e persino gli uomini con cui verremo a contatto». Souad Achtib, una delle docenti, sottolinea che avranno un ruolo molto ampio: «Non si tratterà semplicemente di dire “Dio dice questo” e arrivederci alla prossima settimana!». Le murshidat dovranno assicurare un appoggio alla società e sviluppare le attività all’interno della moschea. Uno degli obiettivi è quello di attirare i Marocchini verso le moschee. Come dipendenti dal Ministero degli Habou e degli affari islamici, esse lavoreranno accanto all’imam. In particolare, daranno lezioni di alfabetizzazione agli adulti. Soprattutto, le murshidat di nuova generazione avranno un ruolo di consiglieri. «Dobbiamo aiutare la gente a risolvere i propri problemi», spiega Zhor, modestamente. In Occidente numerose persone consultano gli psicanalisti per trovare un appoggio psicologico; i Marocchini potranno affidarsi alle murshidat! «Ad esempio, una donna il cui figlio si droga può venire a chiederci cosa deve fare. Noi proveremo a consigliarla», spiega Zhor. E se una donna malmenata dal marito si rivolge a loro? Khadija ci descrive il suo metodo. «Lasceremo che si esprima. Cercheremo di capire cosa spinge suo marito ad agire in tal modo. Se si tratta dell’alcool, cercheremo di convincerlo che bere è vietato dalla nostra religione. Infine, cercheremo delle soluzioni nel Corano, nel diritto marocchino, nel nuovo Codice della famiglia. Se davvero non c’è altra possibilità, le parleremo della separazione. Tuttavia, le chiederemo se pensa veramente che sia la migliore soluzione per lei».

«Risolvere i loro problemi»

Se la moschea è la base delle murshidat, esse sono chiamate però a spostarsi, a prendere il bastone da pellegrino per andare incontro alla gente, nelle scuole, nei carceri, negli ospedali, nei baraccopoli, nelle campagne ecc. Il loro target? Oramai lo sappiamo: sarà soprattutto costituito da giovani e donne. Queste ultime, madri e spose allo stesso tempo, si trovano al centro del nucleo familiare e hanno una funzione essenziale nella società. In poche parole, la moschea vuole interessarsi di più delle donne. Un’eresia nei confronti dell’Islam, che passa per una religione retrograda da questo punto di vista? Zhor, Khadija, Souad rispondono all’unisono: «Assolutamente no. Al contrario, su questo aspetto bisogna rileggersi il Corano ». Tutte e tre si lanciano nella recitazione delle sure del Corano che elogiano la donna. «Il profeta rispettava tantissimo le donne! L’Islam insiste sui diritti della donna. Ma il mondo musulmano ha abbandonato a poco a poco la sua religione e le sue donne. Su questo punto e su altri ancora, il Corano è male interpretato», assicura Souad.

Per il politologo Mohamed Layadi, questa funzione di murshidat non si pone affatto in controtendenza con l’Islam. «La prova: non c’è stata nessuna reazione da parte degli islamisti!», sottolinea. «Esistono delle murshidat in Iran e nell’ambito dell’Al Adl wal Ihssane, anche se il loro ruolo è forse più limitato». Mohamed Layadi spinge l’analisi più oltre. Grazie alle predicatrici, «la moschea recupererà le donne», che verranno dalle murshidat in cerca di consigli. Oggi le donne che vanno alla moschea sono molto meno numerose degli uomini. Esse sono visibili soprattutto nei movimenti islamici. Ciò potrebbe cambiare. E Mohamed Layadi ricorda la riforma del settore religioso, annunciata il 30 aprile 2004 da Mohammed VI. Il re aveva allora annunciato una revisione della legislazione riguardante i luoghi di culto, una riforma della Lega degli Ulema marocchini, nonché la modernizzazione dell’insegnamento islamico. Mohammed VI si era prefisso il compito di «rinnovare il settore religioso». Secondo Mohamed Layadi, l’istituzione della figura delle predicatrici si inquadra perfettamente in questa riforma. «Questa è una politica fondata su una successione di elementi. Dopo la formazione degli imam, si cerca di recuperare le donne». Si tratta realmente di dare maggior peso alla religione controllandola allo stesso tempo. Gli imam, che sono stati chiamati nel 2005 a partecipare sia alla lotta contro l’AIDS sia alla sicurezza stradale e persino alla sensibilizzazione all’influenza aviaria, potranno riposarsi un po’ e passare il testimone alle murshidat.

«Il mondo musulmano ha abbandonato a poco a poco la sua religione e le sue donne. Su questo punto e su altri ancora, il Corano è male interpretato».

venerdì 12 maggio 2006

La nuova frontiera

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Parla Hugh Hefner, fondatore di Playboy, oggi un impero multimediale con ramificazioni in tutti i continenti. «La nostra nuova frontiera è l’Islam», racconta al Corriere Hefner, che lo scorso 9 aprile ha compiuto 80 anni. «Possiamo e vogliamo avere un impatto per democratizzare i Paesi musulmani oggi più retrogradi e liberticidi. Lo faremo». «In Indonesia, dove a metà aprile è uscito il primo morigerato numero della rivista senza nudi, sono scoppiati tumulti di piazza», prosegue. «Far uscire il secondo numero è la nostra sfida: siamo decisi a contribuire alla rivoluzione in corso nei paesi islamici per abbattere le dittature che soffocano milioni di individui». Singolare, poi, che sia proprio Hefner - novello esportatore di armi di distrazione di massa - a difendere la poligamia, da lui allegramente praticata: «La monogamia è un’invenzione della nostra civiltà occidentale, per dare un certo, e debbo dire saggio, ordine alle istituzioni sociali. Non ha nulla a che fare con la natura umana. Sfido chiunque a trovare un individuo davvero monogamo».

martedì 9 maggio 2006

Autocritica

Gli ulema islamici egiziani ammettono "i propri errori e le gravi negligenze" commesse nell'affrontare l'ideologia estremista e considerano "insufficienti", le azioni delle forze della sicurezza contro i gruppi terroristici. E' quanto scrive stamani il quotidiano panarabo Al Sharq Al Awsat, che riferisce dei lavori del convegno: "L'Islam tra moderati ed estremisti", tenutosi ieri in Cairo. Al convegno, organizzato dalla Lega delle Jamat Islamiche, hanno preso parte le massime autorità e rappresentanze religiose egiziane, tra cui il capo di Al Azhar, Mohammed Said Al Tantawi, che ha descritto i gruppi fondamentalisti, come "menzognieri, più pericolosi loro alla fede che gli stessi nemici dell'Islam". "Il terrorismo non sarà sconfitto", ha detto il Gran Muftì d'Egitto Ali Jumaa, "se non si porrà fine alla diffusione dell'ideologia estremista adottate da certe università". "Insegnare la shariah e la fede nelle scuole e le università, su principi ispirati al moderatismo", gli fa eco, Ahmed Al Taib, presidente dell'Università di Al Azhar, "è una prerogativa, non più rimandabile".

Un guerrafondaio afferma

''Il vero Islam e' una religione di pace''. Cosi' il presidente statunitense George W. Bush in un'intervista rilasciata al quotidiano tedesco Bild e pubblicata stamane. Il presidente Bush ha affermato che, anche se alcune sue affermazioni ''possono aver scatenato paure nel mondo musulmano'', si sente ''incoraggiato dalla certezza che il vero Islam e' una religione di pace, i cui fedeli rispettano i valori degli altri''. ''Ci sono dei valori che sono comuni a tutte le grandi religioni e non dobbiamo permettere che degli estremisti totalitaristi e snaturino una grande religione e che decidano del suo carattere'', ha aggiunto Bush. ''Abbiamo bisogno di piu' comprensione tra il mondo musulmano e l'Occidente, dobbiamo trovare dei mezzi per comunicare meglio gli uni con gli altri'', ha aggiunto il presidente statunitense.

In attesa della Turchia europea

circoli politici ultra-conservatori e nazionalisti greci sono in agitazione in queste ultime ore dopo che George Papandreou, leader del partito socialista Pasok (all'opposizione) e presidente dell'Internazionale socialista (Is), ha annunciato la decisione di far concorrere alle elezioni regionali previste ad ottobre una candidata della minoranza pomaka di religione islamica nelle fila del suo partito. L'annuncio di Papandreou di voler candidare l'avvocato Kara Hasan Gulbeyaz, di 28 anni, nella regione di Xanthi-Grama-Kavala (nel Nord della Grecia, dove vive gran parte della minoranza musulmana del Paese) ha suscitato irate reazioni e provocato una vera e propria levata di scudi negli ambienti ellenici piu' conservatori e patriottici che, attraverso la stampa locale, sono arrivati al punto di accusare la giovane professionista di essere ''un'agente'' del governo di Ankara. La minoranza pomaka, i cui membri risiedono per lo piu' sui Monti Ropopi, al confine fra Grecia e Bulgaria, e' di origine bulgara ma di religione musulmana e conta oggi circa 35.000 persone. Da parte sua, il leader del partito di estrema destra Laos, George Karatzaferis, ha accusato senza mezzi termini Papandreou, noto per la sua apertura verso le minoranze, di ''voler modificare la mappa amministrativa della regione''. Da buon avvocato, Kara Hasan Gulbeyaz si e' difesa dalle accuse con efficace semplicita': ''Sono una cittadina greca e non mi stanchero' mai di ripeterlo - ha detto in un'intervista apparsa sul quotidiano di sinistra 'Eleftherotypi' -. Sono greca e di religione islamica, ma sono nata e cresciuta in Grecia e ho studiato in una Universita' greca''

sabato 6 maggio 2006

Paradise Now

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Riusciremo mai a capire? Uomini e donne giovani che, coscientemente, si caricano i fianchi e il petto di esplosivo a vanno a farsi saltare in aria cercando di ferire, mutilare, uccidere quante più persone possono. Scelgono di farlo senza nessuna pressione. È anzi un onore per loro essere ammessi al suicidio, i familiari spesso li incoraggiano e ne sono fieri. Riusciremo mai a capire? Eppure sono uomini e donne del nostro tempo, alcuni sono cresciuti in mezzo a noi, nelle nostre città, la loro disperata barbarie sta segnando il nostro quotidiano vivere. Paradise Now, ventiquattro ore nella testa di un kamikaze, è un film che tenta di spiegarlo. Siamo a Nablus, in Palestina. Due amici da sempre, Khaled (Ali Suliman) e Saïd (Kais Nashef) trascorrono le loro giornate lavorando come meccanici in un garage della Riva Ovest. Suha (Lubna Azabal), figlia di un eroe della resistenza palestinese, torna a Nablus da Parigi e si reca subito al garage: tra lei e Saïd c'è più di un'amicizia, un sentimento non ancora dichiarato. Il padre di Saïd è stato ucciso quando il ragazzo aveva solo dieci anni, accusato di aver collaborato con gli israeliani e Saïd sente su di sé l'onta del disonore. Una sera i due amici vengono avvicinati dal maestro di scuola Jamal (Amer Hlehel): sono stati scelti per un attacco kamikaze a Tel Aviv, per vendicare la morte di un palestinese ucciso dall'esercito israeliano. Nessuno deve saperne nulla, hanno solo poche ore di vita che trascorreranno con le famiglie. Dopo un rito di preparazione, avviene la vestizione, in cui l'esplosivo è legato intorno ai loro corpi. Qualcosa però va storto: i due amici si perdono di vista e Khaled, che viene richiamato al quartiere generale dell'Organizzazione dove la sua bomba è disinnescata, prima convinto della giustizia della missione, ora vuole convincere l'amico a vivere. Ma Saïd non si trova e forse è comunque troppo tardi. Primo film che racconta le ultime 48 ore di vita di due palestinesi che sanno di dover morire, uccidendo a loro volta, è diretto da Hany Abu-Assad (Rana's Wedding), nativo di Nazareth ma abitante in Danimarca, che ha voluto girare proprio a Nablus, tra le bombe e i pericoli, che si trasmettono tutti nell'atmosfera della pellicola. Nablus è una città chiusa, gli abitanti non possono uscire, "devono passare per i posti di controllo ed è una cosa così faticosa che la gente ci rinuncia. Rimanere bloccati nello stesso posto per anni e anni rende la vita molto dura. E rende aggressive le persone", racconta Kais Nashef. L'atmosfera è claustrofobica e penetra nel film, così come la sensazione di tragedia imminente. Lo sguardo di Abu-Assad, che ha iniziato a scrivere la sceneggiatura insieme a Bero Beyer nel 2000, vuole essere naturalistico, il più distaccato possibile, quasi registrasse la cronaca, la vita quotidiana della popolazione palestinese nei territori occupati. Non giudica, scava oltre l'imminente per cercare l'uomo, i suoi pensieri e sentimenti. Possiede anche una leggerezza che permette anche l'affacciarsi dell'ironia liberatoria. Tanti sono i momenti di una narrazione avvincente che rimangono impressi: Suha che cerca di convincere che la vita è sempre meglio di una morte inutile; l''ultima cena', con la bellissima fotografia di Antoine Heberlé; il confronto tra i due amici, l'esposizione delle loro teorie e il dubbio che si fa strada nelle coscienze, che non sono di due integralisti, ma di due disperati; l'ottuso integralismo ideologico in Jamal, quando alla domanda di Saïd su cosa succederà dopo l'attentato, risponde: "Vengono a prenderti due angeli"; i riti della preparazione fisica e spirituale al passaggio, le foto da guerrieri che verranno affisse in città, il video per familiari. Abu-Assad ci mostra le motivazioni degli attentatori e lo sfondo su cui si muovono, mantenendo sempre una chiara posizione pacifista, senza moralismi. Dice: "Il soggetto mescola fatti accaduti davvero. Io tratto l'attacco suicida sfatando sia il mostro sia il martire: resta così l'essere umano, è lui che mi interessa". E ancora: "La morale è una sola, in ciascuno di noi c'è sempre un lato buono e uno cattivo, un bravo e un cattivo ragazzo, ma il vero Diavolo viene fuori soprattutto nelle situazioni estreme". "Paradise Now mostra la tragedia del diventare assassino e assassinato allo stesso tempo" continua Beyer. "La Riva Ovest si è trasformata nel Selvaggio West" dice il regista. "L'unica autorità è quella data dalla pistola e dal coraggio. Ma il film è anche intimo. Per comprendere le motivazioni di questi attentatori kamikaze devi guardare da dentro, dal loro punto di vista, e nessuno osa farlo perché si potrebbe essere accusati di essere un terrorista o di appoggiare il terrorismo o perché si ha paura di ciò che si potrebbe scoprire. Non volevo osservare da fuori e giudicare cosa fanno: volevo essere emotivamente coinvolto dai personaggi". Il film, presentato in anteprima mondiale alla 55esima Berlinale, inizia una carriera difficile: "In Palestina non ci sono sale, lo daremo nelle piazze, come Nuovo Cinema Paradiso", afferma Abu-Assad.

venerdì 5 maggio 2006

Santo subito

"Qualche volta. purtroppo, siamo tentati di pensare che il male, la cattiveria, la perdita di ogni dignità umana possano avere la meglio e che la violenza e la perfidia possano trovare sempre più spazio per diffondersi e schiacciare ogni germe di civiltà e di umanità. Quando poi si assiste, attoniti, all'uccisione di un innocente, solo per una sete insaziabile di sangue, allora sembra che ci venga meno ogni speranza e ogni fiducia nell'uomo. Ma sarebbe altrettanto pericoloso se pensassimo che la violenza e il terrorismo possano essere debellati con più raffinate e potenti strategie militari e politiche. Non è così! Sarà solo la nostra certezza, irremovibile, che il mondo non va verso una progressiva barbaria, in un degrado umano e sociale, ma che c'è una occasione preziosa di salvezza, che è, sempre e comunque, il nostro gesto, anche se inadeguato, di pacificazione e di recupero di quei valori autentici che esigono sacrificio e anche martirio. La conflittualità dilagante diffusa in tutto il mondo, e anche in casa nostra. non farà altro che innescare nuove violenze e nuove intolleranze. Conflittualità sempre più gonfiata artificiosamente per la sete di dominio e di potere. Sempre più causata dagli inconciliabili scontri tra popoli ricchi e gente costretta a subire l'arroganza di chi ha troppo e, contrabbandando valori umanitari e libertari, tende a perpetuare situazioni peccaminose di squilibrio economico e sociale, al fine di consolidare il proprio benessere e i propri sporchi traffici. La barbara uccisione di questi nostri tre fratelli a Nassiriya è il frutto di questa logica iniqua e perversa, che eliminando gli innocenti, fa spazio alla cultura della morte e della sopraffazione".
Monsignor Plotti, omelia ai funerali del Maggiore Ciardelli

Ho ricevuto una fatwa :)

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Caro Mullah Bahri,

Per ragioni che di certo non ti sfuggiranno, non mi metterò a gridare alla "fatwa" e alla "scomunica islamica" :). Non capisco il motivo per cui hai taciuto tutto questo tempo, invece di affrontare subito e apertamente la questione, il motivo per cui hai aspettato che lo scambio degenerasse e per cui hai sfruttato canali che sarebbe stato meglio non usare in queste circostanze, quali per esempio i blog. Non voglio riaprire la questione di Dahab, né tanto meno la questione dell'adab, dato che ho promesso - e manterrò questa promessa - di non intervenire più su questa questione, di certo non augurata dal sottoscritto con questo stile. Quindi affronterò solo ed esclusivamente la tematica da te proposta nel commento sopra indicato.

Non è solo l'Egitto e il suo governo a dover fare i conti con gli USA. Tutti i governi del Medioriente, la stessa Europa dove viviamo io e te e l'intero Universo mondo devono fare i conti con l'unica Superpotenza rimasta, che tra l'altro risulta particolarmente agguerrita in questo periodo. Quindi le definizioni di "Proconsoli" da te affibbiate sono semplicemente fuorvianti, perché se di proconsoli si deve parlare, allora tale definizione andrebbe affibbiata a tutti i governi del mondo che - nel bene o nel male - devono trattare con l'America, incluso il tuo. Noi egiziani vivremmo sotto le gonnelle americane, e voi no per caso? Almeno noi le basi americane non le abbiamo ancora, anzi quelle inglesi sono state smantellate mentre le vostre venivano rifornite di arsenali nucleari. Quando voi riuscirete a togliere quelle basi, vecchie di decenni, poi ne parliamo del coraggio e dei pavidi. Troppo comodo organizzare l' "indipendenza" altrui, non credi fratello?

Chiunque - e ripeto - chiunque arriverà al governo dell'Egitto dovrà fare i conti con voleri e desideri di quella Superpotenza - strettamente legata a quel vicino di casa che si chiama Israele - e, siamo realisti, chiunque si opporrà a questa, farà la fine dell'Iraq messo in ginocchio da decenni di embargo e di bombardamento e della Palestina già ridotta alla fame e all'orrore. E allora vedremo anche i governi più onesti, più integri, più affidabili o scendere a patti con la Superpotenza per salvarsi e salvare le loro popolazioni, o dividersi e massacrarsi fra chi vorrebbe farlo e chi no, fra chi percepisce lo stipendio e chi no, o estinguersi da soli per fame e miseria o per occupazione facendo sì la fine dei martiri, ma dando all'avversario ciò che desidera: un' enorme montagna di morti, la sconfitta definitiva del mondo arabo-musulmano.

Ora io ho espresso la mia gratitudine al Presidente per ciò che è riuscito a fare. Non è adorazione alla Kim Il Sung, ma semplicemente riconoscere all'uomo il merito di alcune mosse e progetti intelligenti, tipo quello di non partecipare alla "corsa al massacro" inaugurata da alcuni suoi predecessori. Di certo ricorderai, caro Mullah, che sotto Gamal Abdel Nasser, si stava molto peggio e che le opposizioni - tutte - non godevano di certo del sole e dell'aria dell'Egitto. E che la propaganda libera e il Parlamento, seppur tra mille difficoltà e mille ostacoli, se la potevano anche sognare contemplando i soffitti umidi delle celle dove erano rinchiusi non a centinaia, non a migliaia, ma tutti quanti. Ricorderai anche che, sotto quel presidente, mentre le prigioni erano piene e le casse dello stato erano vuote, l'esercito egiziano subì la più grande sconfitta che avrebbe potuto subire nella sua storia. Eppure anche quell'uomo ha avuto i suoi meriti: la cacciata di un re screditato, delle truppe inglesi e la nazionalizzazione del Canale di Suez. I primi sono i demeriti dell'uomo, i secondi i suoi meriti, ci piaccia o meno. E te lo dice uno che avrebbe dovuto odiare con tutto il cuore il sistema repubblicano tutto, che se fosse rimasta la monarchia, forse oggi avrebbe avuto il titolo di Bey, come il nonno, o quello di Pascià, tanto per parlare di interessi :)

Ora, qualunque partito arriverà un giorno a governare l'Egitto, e si troverà quindi a guidare un paese con infrastrutture decenti per la media della zona e un esercito forte, oltre che a un credito internazionale di un certo peso, lo deve a Mubarak e ai suoi compromessi, ci piaccia o meno. Poi è tutto da vedere se questi partiti d'opposizione riusciranno a preservare e sviluppare questi benefit, e se la corruzione, la fuga dei cervelli, ecc ecc che ora i media egiziani denunciano - che io stesso denuncio - nello stesso Egitto e sotto lo stesso Mubarak si fermerà, proseguirà o addirittura aumenterà sotto l'ombra di un nuovo governo. Permettimi di essere scettico, caro Mullah, non tanto sulle etichette e i principi a cui fanno riferimento le varie sigle di opposizione, ma sulle persone umane che le compongono e che - come ben sai e come ben denunciato nel Corano - sono per natura deboli. Gli slogan e i principi sono belle cose, e stare all'opposizione e subire soprusi è di certo un'opera coraggiosa, ma io non sarò contento fin quando non vedrò con i miei occhi che chi è all'opposizione oggi saprà guidare un grande paese salvaguardando la sua unità, il suo popolo e le sue infrastrutture (per quanto possano sembrare insoddisfacenti e arretrate rispetto alla "Superiore Civiltà Occidentale") domani.

Il Profeta disse: "Ognuno di voi è un pastore ed è responsabile del suo gregge". E fin quando non vedrò un pastore in grado di condurre il gregge sano e salvo, rimarrò scettico e preferirò chi ha saputo guidarlo - nel bene o nel male - finora, perché non ho nessuna garanzia, tranne gli slogan e i principi molto belli, che il nuovo pastore conduca il gregge senza attirare la iella, la guerra civile tra musulmani e musulmani per il potere o tra musulmani e copti per la religione, quindi gli embarghi, gli interventi armati "umanitari" e tutto ciò che non è nell'interesse dei popoli islamici. Perché tu sai, caro amico, che mai e poi mai si accetterà la presenza di un governo ostile anche se solo a livello di ideali o di propaganda, con un esercito preparato e delle infrastrutture all'avanguardia per la zona, a due passi da Israele. Lo si deve distruggere. Quindi, come pensi che chi oggi difendi potrà fare fronte al dilemma? La fede è una bella cosa, ma poco può contro la superiorità dell'avversario. Quella era la lezione del Profeta che citi e del Corano dove c'è scritto { ولا تلقوا بأيديكم إلى التهلكة } "E non gettatevi in perdizione con le vostre stesse mani".

Tu mi dici che "L'imperativo morale che l'Islam impone ai musulmani quale Sherif è, si riassume del dettato coranico e tradizionale di"amr al maaruf wa nahi an al munkar", ordinare il bene e riprovare il male". Mi ricordi anche che "Disse il Profeta (pbsl)" Se vedete una cosa storta raddrizzatela con la vostra mano, se non potete farlo con la mano fatelo con la parola e se anche questo vi sarà impossibile sia almeno la riprovazione nel vostro cuore. Se non farete questo sarete governati dai peggiori tra di voi e a nulla vi servirà chiedere perdono a Dio". E io vorrei capire da te, caro amico, quale sarebbe questo coraggio che dovrei avere. Quello di stare in Europa e buttare letame sulle istituzioni del mio paese, dando implicitamente ragione a chi dice che bisogna esportare le democrazie da quelle parti? O quello di incoraggiare silenziosamente scenari tutt'altro che chiari e sicuri per il popolo egiziano? Ammettiamo pure che io mi metta a fare propaganda affinché una certa parte prevalga, credi che la Superpotenza lascerà fare? O quello che non vuoi dire è che quella parte - al pari di tutte le altre - arriverà anch'essa, volente o nolente, a compromessi o che - nel caso non voglia farlo - farebbe estinguere l'Egitto e il suo popolo tanto da spingere chi si lamenta oggi a dire domani "Si stava meglio quando si stava peggio" ?

Se c'è una cosa che non accetto è che europei di nascita e formazione mi ingiugano, addirittura invocando "la divina misericordia" e paventando "possibilità", che di certo non spettano né a loro né al sottoscritto ma all'Altissimo che giudicherà nel Giorno del Giudizio, di non parlare del mio paese. Mi sconvolge sempre molto l'idea che un europeo, per quanto affezionato e rispettoso del mio paese e della mia cultura, per quanto musulmano, pretenda di darmi non lezioni di politica interna, nazionalismo e osservanza religiosa, ma addirittura ingiunzioni invitandomi ad approfittare di una misericordia che di certo non è lui a dispensare, bensì Chi è al di sopra di tutti, Colui di cui è impossibile conoscere il Giudizio. Con tutto il rispetto parlando, io sono conscio delle mie debolezze e delle mie mancanze, ma nel mio paese ci sono nato, ne porto il passaporto e là vivono i miei cari e i miei amici, ovvero quelli che tu chiami "i miei interessi presenti e futuri".

Credo di saper bene cosa dire e cosa non dire sulla mia patria, con cui tuttora mantengo legami forti e stabili, molto più forti di chi ha il coraggio di criticare, potendo tranquillamente tornare a casa in qualsiasi momento, all'ombra dell' American Way of Life, del benessere che tanto disprezza a voce ma di cui implicitamente approffitta di fatto, con quell'Euro che vale otto volte di più in Egitto solo per fare un esempio. Questi discorsi non li trovo molto diversi dai discorsi neoconservatori, anche se il mio interlocutore condivide fede e ideali a parole, perché anche loro stanno comodi. Non mi piace il riformismo importato o esportato.

Il male non lo faccio io, ma quell'orda di dispensatori di solidarietà (che tanto mi ricordano i neocon) seduti comodamente su una poltrona che pontificano, a mille miglia di distanza, giocando con il futuro dei paesi altrui con la scusa che loro sono più adulti, hanno più esperienza, o ci hanno passato più tempo da quelle parti. Sono secoli che stranieri, neocon o non neocon, di nascita o di adozione, vorrebbero spiegarci come dovremmo vivere nei nostri paesi, chi dovremmo appoggiare e chi no. Discorsi che ascolto e rispetto di certo, ma fino ad un certo punto, perché - se mi permetti - in fin dei conti l'egiziano sono io. Io sono quello che rimarrà in quel paese, quello che avrà la famiglia in quel paese, mentre i rivoluzionari di cartapesta a cui ora fa tanto schifo tutto da Mubarak in giù faranno a gomitate presso le proprie ambasciate per pigliare un posto sul prossimo elicottero, prima di essere dilaniati da qualche bomba umanitaria o da qualche autobomba guerrigliera.

Insomma, caro amico, come si è detto in altre occasioni, partiamo da ideali comuni e da metodi diversi. Se vogliamo, se siamo sufficientemente intelligenti e poco ottusi, potremmo arrivare a risultati sfavillanti, invece di prenderle e darle di santa ragione sui blog, facendo la felicità dei nostri avversari che credono a non si capisce bene quale spartimento di bottino fra i membri che "del Quadrunvirato" che, cosi come viene descritto da te, sembra qualche Loggia massonica che persegue non si sa bene quali obiettivi e non un goliardico epiteto con cui si è definito un gruppo di amici accomunati dagli ideali. Una cosa che dà tristezza è l'incapacità degli arabi e degli islamici più in generale di stare uniti e pensare al futuro nei momenti più propizi per la loro sorte. Fa tristezza e rabbia, questa cosa. Tanto. E poi tu vorresti che io abbia fiducia nelle opposizioni che avranno a che fare con potere e soldi quando quattro gatti non sanno come affontare delle questioni ideologiche su un blog? Ma se le persone sono intelligenti, esse superano i dissensi e le difficoltà, nell'ottica del raggiungimento dell'obiettivo, che è sempre lo stesso e comune a tutti: la salvaguardia degli interessi dei popoli minacciati dal neocolonialismo.

Che la pace sia con te.

Sherif El Sebaie

giovedì 4 maggio 2006

Larghe Intese

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«Israele è parte fondamentale dell'occidente ed è un paese europeo».

Silvio Berlusconi, Presidente del consiglio dimissionario, Anniversario dello Stato di Israele
«L'Europa riprenda gli ebrei».
Ahmadinejad, Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran, Comizio.
«Le camere a gas? Devo dire francamente che non ho elementi per dire che siano esistite o no».
Luca Romagnoli, Movimento Sociale Fiamma Tricolore, SkyTg24
«Ammettiamo che ciò che dite (l'Olocausto, ndr) sia avvenuto. Chi deve pagare il prezzo? Siete stati voi (cioè gli europei) a rendere l'Europa insicura per gli ebrei».
Ahmadinejad, Presidente della Repubblica Islamica dell'Iran, Comizio.

mercoledì 3 maggio 2006

Cara Lia

Cara Lia,

Credo di conoscerti un po', e proprio per questo so che nell'azzardarmi a dare adito ai tuoi post provocatori, rischio di assistere ad un prolungamento se non ad un degeneramento della situazione. E, sinceramente, in questo periodo particolare non ho tempo da perdere per confutare le tue certezze granitiche che garantiscono per tutti i beduini dell'Universo e per i tuoi contributi che, dopo una lunga assenza, tornano ancora più carichi di sentimentalismo di prima. Ebbene si, lo ripeto, e non è maschilismo ma una semplice constatazione: il tuo unico "argomento" è che mai e poi mai un beduino si farebbe coinvolgere. Tu non mi fai venire in mente "reminiscenze fumettistiche", bensì i quadri orientalisti raffiguranti prodi beduini, sacri protettori delle donne e dei bambini della tribù che tanto facevano effetto sulle dame inglesi. Per questo motivo cercherò di liquidare questa questione in fretta, con l'augurio che finisca qui, dal momento che - credo - abbiamo detto tutto ciò che avevamo da dire entrambi su questa questione.

E' indubbio che siamo su posizioni differenti, anche se siamo d'accordo sulle linee base. Nulla in contrario, anzi: ho sempre sostenuto che la diversità delle posizioni che scatursicono da una base condivisa fosse un elemento di arricchimento democratico. Tu ce l'hai con il Presidente egiziano, con il figlio del Presidente, con le istituzioni che governano l'Egitto e mi imputi di essere "fieramente filogovernativo, amico Sherif. Perché hai sempre detto che per te sarebbe stato "un onore" essere governato dal figlio di Mubarak, perché sei sempre stato d'accordo con la repressione anti-islamica messa in atto dal tuo governo, perché la tua visione del paese è - giustamente - politicamente caratterizzata".

Ora, chiariamo subito una cosa. Nell'articolo - pubblicato su Aljazira.it e intitolato, non a caso "Giù le mani dall'Egitto" - dissi che "Vale, per il "caso egiziano", ciò che più fronti hanno affermato prima del disastro iracheno: lasciate che siano i popoli mediorientali a decidere la forma di governo che sia loro più consona. Lasciate che siano i cittadini arabi ad intraprendere, con le proprie forze, il cammino verso la democrazia. Che poi non è detto che sia identica a quella occidentale. E se un giorno l'Egitto dovesse scegliere come presidente il figlio dell'attuale capo di Stato, ebbene sappiate che noi saremo contenti di essere governati dal figlio di chi ha proiettato l'Egitto nel terzo millennio e da chi riteniamo capace di proseguire la stessa strada, sempre avanti, verso il progresso e il benessere" . Parole che concludevano un percorso rivolto agli "avvoltoi" che conducevano in quel periodo "una feroce campagna diffamatoria nei confronti dello Stato e delle istituzioni egiziane. Una campagna diretta non contro Mubarak ma contro lo stesso popolo egiziano, considerato che in alcuni casi estremi - purtroppo non così infrequenti - si sta perfino chiedendo, a gran voce, un intervento armato simile a quello che ha trasformato l'Iraq nello stato più povero e più caotico del Medio Oriente".

Ora, se mi permetti, da egiziano preferisco il Figlio del Presidente Mubarak ad un governatore designato dagli Usa, e l'appoggio a lui espresso era per dimostrare fino a che punto, come egiziano, mi potevo spingere per contrastare gli interessi neocolonialisti. Un proverbio arabo infatti dice "Chi conosciamo è meglio di chi non conosciamo", e ricorda come scrisse all'epoca Dacia, le parole del grande nazionalista Jomo Kenyatta che disse "Se pasticcio deve esserci, che sia almeno un pasticcio africano" e - sinceramente - preferisco una repubblica ereditaria guidata da egiziani che truppe statunitensi, autobombe, distruzione delle infrastrutture (edificate - ti piaccia o meno - sotto il governo di Mubarak) e una repubblica copta indipendente al sud, nel quadro del progetto americano di smembramento del Medio Oriente. E poi mi sembra che fosse fin troppo chiaro il senso: lasciate che siano i popoli a decidere quale forma di democrazia vorebbero avere.

Se c'è una cosa che si nota nei tuoi ultimi post, è l'assoluta mancanza di analisi strategica o politica, c'è solo il garantismo illimitato per i beduini dell'Universo. Nella furia per "il cambiamento" che si intuisce nel modo in cui attacchi le attuali istituzioni egiziane, tu dimentichi che l'Egitto - paese chiave del Medio Oriente - è nell'occhio del ciclone anche se non sembra per il momento. L'Egitto era in una lista di paesi prescelti per un eventuale invasione dopo l'11 settembre. L'Egitto è accusato di produrre e sviluppare armi chimiche, e Israele l'ha sempre considerato il pericolo pubblico numero uno della zona per via del suo esercito, neocostituito anche grazie agli aiuti americani. L'Egitto deve fare i conti con alcuni suoi ex-cittadini sparsi per il mondo che - al pari dell'Ahmad Chalabi iracheno - vogliono lucrare su un eventuale intervento armato per fermare la "persecuzione dei copti" e l'"avanzata islamista".

E, ancora una volta se mi permetti, da cittadino egiziano che riconosce al proprio paese i suoi meriti oltre che demeriti, preferisco stringermi attorno all'attuale leadership, che tra l'altro ha dato prova di aperture nei confronti delle opposizioni e della stampa in questo ultimo periodo, così come avvenuto nelle scorse elezioni quando quasi un centinaio di seggi sono andati ai Fratelli musulmani, ufficialmente fuori legge ma di fatto presenti sulla scena politica come opposizione parlamentare qualificata, che non darle addosso comodamente seduto su una poltrona all'estero. In altre parole preferisco non aggregarmi alla fila di avvoltoi a cui tu - in buona fede - stai dando una mano, assecondando - senza accorgertene forse - quei discorsi di "esportazione della democrazia" tipicamente neocon, mentre il sottoscritto ritiene che la società egiziana saprà scegliere il proprio futuro politico.

Detto questo, mi sembra ancora una volta, che tu non abbia letto attentamente il mio post. Scrivi "A partire dalle tue due omissioni (il movente economico dell'eventuale beduino...ecc). Non è vero: scrissi infatti "La settimana scorsa al Cairo un uomo ha accoltellato la nonna per pagare la rata della parabolica. La gente, in Egitto come in Italia, egiziani o beduini, - piaccia o meno - si è imbarbarita, è diventata sensibile alla propaganda di guerra e all'odore dei soldi". Ma ora rispondo ai vari punti da te elencati, ripetendo, ancora una volta cose che ho già detto:

1. "Non ha senso il paragone tra il terrorista egiziano che mette le bombe al Cairo e il terrorista beduino che fa esplodere il supermercato di suo cugino". Mi sembra di aver già detto che a piazzare la bomba avrebbe potuto essere un terrorista egiziano ma che per portare l'esplosivo e avere un rifugio è probabile che ci fosse di mezzo un beduino, magari anche convinto che l'obiettivo era l'Hilton o profumatamente pagato o per qualche motivo- a te e a me ignoto- ce l'aveva con l'Universo Mondo (e smettila a fare la garante dei beduini di tutta la terra). "Seguendo il tuo discorso, allora, sarebbe normale che i palestinesi si mettessero le bombe da soli, a Gaza o a Ramallah, e si facessero esplodere tra di loro". Non si stanno facendo esplodere tra di loro, ma occupano e sfasciano le loro rispettive sedi per contrasti fra chi percepisce lo stipendio e chi no. Se l'embargo continuerà, è probabile che arrivino anche a farsi esplodere tra di loro, e questo è in parte anche il fine dell'embargo.

2. "Se un terrorista egiziano vuole colpire il turismo, non fa prima ad andare a Luxor, Aswan, Giza, Museo Egizio, Cairo centro o dove vuoi tu?" No. Perché dal punto di vista strategico Il Cairo, Luxor, il Museo Egizio, il Cairo Centro ecc sono tutti stati colpiti e segnati da attentati. La nuova meta turistica di massa, quella con più risonanza mediatica all'estero è il Mar Rosso. Ed è li che si concentrano gli sforzi di promozione turistica del governo. Quindi val bene la pena di trasportare espolsivo in Sinai, coinvolgere beduini, ecc ecc. E se il beduino è stato pagato, aveva un problema con il governo o con il proprietario del supermercato (scommetto che sei li di nuovo a garantire per tutti i beduini dell'universo) non avrà nulla da eccepire al barbuto di Assiut.

3. Non è questione che "Oh: fa figo di sicuro, essere un egiziano che ci tiene a non accusare Israele della diffusione dell'AIDS". E' solo illogico e insensato, se mai sono israeliane quelle che portano l'AIDS (Ma per favore! E pensare poi che dicono che ci sarebbe un piano israeliano in merito, il che mi ricorda un pò le accuse medievali circa l'untore ebreo) la colpa è solo di quegli egiziani che non usano il preservativo, piaga tutta africana, signora mia. I servizi segreti israeliani di certo non giocano, ma se ci sono estremisti e fondamentalisti islamici questa di certo non è colpa di Israele. Un pò di autocritica ci vuole e di solito mi piace lavare i panni sporchi in famiglia, ma stavolta mi hai costretto a farlo in pubblico.

4. "Io non so se è stato il governo o se sono stati settori deviati del governo o cosa. Ma non lo sai nemmeno tu". Perfetto, a me sembra di aver sempre usato la parola "probabile". E mentre io affermo che per quanto possibile, sia improbabile un coinvolgimento del governo, tu invece escludi categoricamente un eventuale coinvolgimento non di tutti i beduni, ma addirittura di un solo beduino nella faccenda. E lo escludi perché i beduini, poverini, sono tutti bravi e buoni e non farebbero mai del male alla loro famiglia (intanto in tutto il mondo figli uccidono le madri, nipoti le nonne, cugini gli zii e via dicendo, persino in Arabia Saudita, il paese più tribale del mondo). Si vede che i beduini vivono su un altro pianeta, quello in cui non ho passato più di dieci giorni della mia esistenza. Io trovo improbabile il coinvolgimento del governo perché trovo ridicolo pensare che si comprometta il bilancio statale nel breve o medio periodo per costruire un albergo contro il parere di quattro beduini. Se sei tu stessa che dici che sono a migliaia in prigione e finora non è mi risulta che sia stata proclamata la Repubblica Beduina Indipendente nel Sinai, probabilmente nel tuo ragionamento, secondo cui ci sarebbe addirittura bisogno di carri armati per difendere la polizia egiziana quando interviene, qualcosa non quadra.

5. Siamo su posizioni simmetricamente diverse, quindi non tentar di farti passare per quella "aperta a tutte le ipotesi" mentre il sottoscritto sarebbe quello "filo-governativo e politicamente caratterizzato". "Ma tanta fiducia nella purezza del governo egiziano, scusa, da dove te la fai uscire?". Dal mio nazionalismo. E tu da dove ti fai uscire quella che hai con i beduini? Dal latte di cammella che hai sorseggiato in questi anni di grande esperienza nel Sinai?

Vedi, cara Lia, io ti rispetto molto come persona, come donna, come mia "maggiore", quindi dopo questa mia risposta che ritengo esaustiva dell'argomento, almeno da parte mia, non ho intenzione di continuare in quella che ritengo una diatriba fratricida. Non si tratta di una questione di rispetto, che anch'io pretendo, ma di opportunità. Cosa che tu - impulsiva come sei - spesso dimentichi. La mia non vuole essere una lezione bensì un preghiera: prima di scrivere, conta fino a 100. Ti abbraccio forte.

Sherif El Sebaie

lunedì 1 maggio 2006

Dahab, un opinione contraria

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Ho appena finito di leggere un lungo, appassionato quanto impulsivo commento all'intervista che ho rilasciato all'agenzia Amisnet sugli attentati di Dahab. Dal momento che ad estendere quel commento è l'amica Lia, non posso esimermi dal chiarire alcuni concetti ed esprimere le mie ragioni che probabilmente lei non condivide e non condividerà, ma che sicuramente sono da tenere in mente per capire la mia posizione.
Innanzitutto ricaptoliamo molto brevemente ciò che ho affermato nel corso dell'intervista, ovvero:
1) C'è un insofferenza da parte dei beduini, che rappresentano la popolazione locale originaria del Sinai, per il fatto che sono rimasti tagliati fuori dalle logiche economiche e sociali subentrate nell'area con lo sfruttamento del turismo, per l'esproprio delle terre e l'importazione di costumi estranei ai costumi locali.
2) Che non per questo si possono accusare i beduini in massa, anche se è più che probabile pensare alla collaborazione di qualche elemento sensibile al messaggio integralista o che, per un motivo o per l'altro ce l'ha con il governo centrale, visto che il Sinai è un territorio difficile dove per portare alcuni chili di tritolo e poter fabbricare una bomba c'è comunque bisogno di una persona del posto.
Passiamo quindi a ciò che afferma Lia al riguardo. Sul primo punto, le opinioni sono sostanzialmente identiche. Dice Lia infatti: "Sono anni, anni e anni che il governo egiziano fa la guerra al modo di intendere il turismo che hanno a Dahab". "Che è una distesa di sabbia dorata, vergine, in mezzo a un nulla molto edificabile, con un mare mozzafiato e nessun tipo di "accoglienza turistica" se non qualche beduino che passa a venderti l'acqua.Il governo cerca di farne scempio da anni, ma non è semplice: quello che sono riusciti a fare è mettere qualche albergo da "industria del turismo" (Hilton, Novotel, Iberotel...) là dietro, ma sono isolati e con nessun rapporto con Dahab" ecc ecc. Perfetto.
Sul secondo punto invece, non ci siamo proprio. Lia nega ogni possibile coinvolgimento dei beduini, nega ogni coinvolgimento integralista islamico e incolpa addirittura il governo egiziano di aver piazzato le bombe. Secondo me tali ipotesi sono espressione di un illimitato amore per queste terre e per la gente del luogo piuttosto che un'analisi lucida ed obiettiva. Quali sono infatti gli argomenti che Lia porta a sostegno della sua tesi?
1. "Nemmeno beduini venuti da fuori, dal nord, non è possibile: il Sinai è quello che è, la gente è imparentata, e poi lo saprebbero tutti subito, li andrebbero a prendere, scoppierebbe un finimondo. Sarebbe un atto di guerra tra loro, dico io. Non ha senso". "Davvero si può pensare che stavolta abbiano voluto mettere bombe in casa propria, letteralmente? Tra i loro ristoranti? Dove scorazzano i loro figli?".
Ebbene si, si può pensare. Quando gli elementi integralisti egiziani piazzavano le bombe sui pullman pubblici o davanti al museo egizio, essi le piazzavano a casa propria, in mezzo ai propri concittadini, in posti dove poteva benissimo capitare un loro famigliare o vicino di casa, e di fatto colpivano la principale fonte di redditto dell'intero paese, e cioè della propria gente. La settimana scorsa al Cairo un uomo ha accoltellato la nonna per pagare la rata della parabolica. La gente, in Egitto come in Italia, egiziani o beduini, - piaccia o meno - si è imbarbarita, è diventata sensibile alla propaganda di guerra e all'odore dei soldi. Il fatto che Lia pensi che la comunità beduina sia rimasta pura e immacolata, in una specie di Eden terreno bagnato dal mar rosso e illuminato dal sole d'Egitto, immune ai tradimenti, al collaborazionismo retribuito o alla propaganda integralista che magari sfrutta anche lo scontento contro il governo centrale, è un'idealizzazione massimalista che non corrisponde alla realtà. Un beduino che, per un motivo o un altro, decide di fare il collaborazionista e aiutare elementi esterni a piazzare una bomba a Dahab può benissimo esserci, e non per questo deve per forza essere un tossicodipendente. Magari non sapeva dove quelli elementi avrebbero piazzata la bomba, magari il piano iniziale prevedeva un attacco a un albergone e poi per qualche motivo imprevisto sono stati cambiati gli obiettivi, ma non per questo si può sostenere che mai e poi mai un beduino, andando contro gli interessi del suo popolo, darebbe una mano ad alcuni attentatori.
2. "Qualche fanatico barbuto di Assyut? Ma fammi il piacere. Ammesso e non concesso che ai bombaroli islamici interessi un obiettivo del genere e soprattutto riescano ad arrivarci, sceglierebbero l'Hilton anche loro, ti pare?". "Se spendi 20 dollari a notte, per dormire lì, hai francamente esagerato: io non li ho mai spesi. E questo è quanto. Questo sarebbe il "turismo da colpire"."Che poi, aspetta: questo fantomatico turismo sarebbe stato colpito dopo la Pasqua ebraica, quando là arrivano i ragazzi israeliani a fare i bagni, e prima dell'estate, quando arrivano i quattro europei in croce che vanno là. A volere scegliere un periodo con meno turisti, per colpire il turismo di Dahab, ci voleva impegno. Giusto la "festa di primavera", c'era il 24 aprile. Che capirai che turismo, una manciata di egiziani a spasso. Tanto valeva bombardare la spiaggia di Alessandria, allora. Ne beccavi di più."
Onestamente questa mi pare un analisi molto superficiale, che non tiene affatto conto degli obiettivi strategici e politici del terrorismo. Il barbuto di Assiut, lo stesso che non ha remore a piazzare una bomba su un pullman pubblico al Cairo o fracassare la testa al vicino di casa copto, non deve essere per forza interessato all'Hilton, per forza interessato a colpire il turismo di Dahab o per forza interessato ad uccidere un numero sempre più grande di europei o israeliani. Quello che gli interessa è creare panico nella popolazione, panico all'estero e imbarazzo per il governo. E se per raggiungere quell'obiettivo egli deve piazzare una bomba nel supermercato di un beduino o sotto il tavolo di un caffé frequentato da egiziani, egli lo farà. Magari, anche stavolta, non era questo il suo obiettivo primario. Magari pensava di piazzarla davvero all'Hilton o persino a Sharm Al Sheikh, ma poi ha trovato un poliziotto di troppo davanti all'ingresso dell'Hilton o un posto di blocco sulla strada per Sharm e quindi ha ripiegato sulla cosa più accessibile, e cioè i locali da quattro soldi di Dahab, tanto lo scopo è stato raggiunto lo stesso. Tutto purché si abbia risonanza mediatica, e il mar Rosso - principale meta turistica - la garantisce. Il fatto che gli europei da quelle parti in particolare, in quel momento particolare, siano solo quattro in croce non è un elemento sufficiente per scagionare i "barbuti": sono stati quattro in croce gli europei che sono rimasti feriti o uccisi in quelli attentati e per questi quattro (e anche se non ci fossero) l'intero Egitto soffrirà di calo del turismo, e il governo è passato per un governo incapace di garantire la sicurezza e l'ordine pubblico.
3. "Però il turismo di Dahab impedisce un'industria del turismo vera e propria nel punto più bello del Sinai. E quelle terre non ancora edificate appartengono a gente importante. (La stessa gente che vende a Israele il cemento con cui si costruisce il Muro, a proposito). Volendo fare un po' di strategia della tensione, scusa, quale posto migliore?" .
Ora questa mi sembra l'ipotesi più fantasiosa che io abbia mai sentito su questi attentati, e non è di certo una scusante che sia stata la rete di Aljazira a lanciarla. Vogliamo proprio credere che il governo legato a doppio filo agli influenti affaristi, farà in modo da piazzare una bomba che svuoti per nove-dodici mesi tutti gli alberghi, le linee aeree, i ristoranti e i bar da loro posseduti in tutto l'Egitto per cacciare una tribù beduina che si oppone alla costruzione di un albergo? Vogliamo proprio credere che in Egitto non sia possibile svuotare un'area e renderla edificabile solo perché una tribù di beduini vi si oppone? Ma per favore, su! Questa ipotesi fa il paio con quelli che accusano sempre e comunque Israele di tutti i mali interni dell'Egitto, dalla diffusione dell'AIDS alla tensione interconfessionale. Nemmeno per estendere l'applicazione delle leggi di emergenza ed annullare le elezioni c'era bisogno di un attentato al mar Rosso. Il rinnovo delle prime era scontato dopo che musulmani e copti se l'erano date di santa ragione per le strade di Alessandria appena una settimana prima e le elezioni erano già state sospese subito dopo la tornata elettorale che ha riconfermato l'attuale presidenza, che governa l'Egitto - con o senza attentati - dal 1981. Quindi perché il governo colpirebbe le proprie tasche? Perché si farebbe passare per un governo incapace di controllare il territorio e minacciato dagli integralisti? Per costruire un albergo su un terreno abitato da quattro beduini che rompono i cosiddetti agli imprenditori? Cerchiamo di essere seri, per favore.