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mercoledì 30 agosto 2006

Sul comunicato dell'UCOII (II)

Per avere un’idea dell’entità del disastro in termini di immagine per l’UCOII, basta pensare che non solo l’intera classe politica (Dalla Destra alla Sinistra) e mediatica (Dal Corriere al Manifesto) si è schierata contro, ma persino Beppe Grillo, che ad alcuni sembrava difendere, seppur ironicamente, le esternazioni antisemite di Mel Gibson (e quelle si che erano esternazioni antisemite) ha preso le distanze invocando la condanna dei giornali che hanno pubblicato l’appello per “istigazione all’odio razziale”. Stento a credere che persino Grillo abbia volutamente ignorato che in quell’appello c’era solo un paragone provocatorio, dettato dall’indignazione e dalla disperazione, da parte di un organizzazione nei confronti di un governo, della sua politica e delle sue guerre e non nei confronti della religione o della comunità ebraica. Ma probabilmente persino Grillo, così tanto attento ai giochi dei media e così critico nei confronti dell’intera classe politica e giornalistica, ci è cascato in buona fede, facendosi trascinare dalla tempesta mediatica e dalla sua sensibilità personale. Ad ogni modo, sia le lettere inviate al Manifesto che i commenti lasciati sotto il post di Grillo testimoniano che non tutti hanno condiviso cio' che sembra pensare la maggioranza: molti si sono espressi a favore del paragone usato dall’UCOII e questo ci deve far riflettere tutti, ma deve soprattutto far riflettere Israele sul deterioramento della propria immagine, specie dopo la guerra-disastro in Libano.

Detto questo, torno a ribadire che il paragone tra le stragi naziste e stragi israeliane era improponibile, soprattutto in Italia dove l’alleanza con i nazisti e le leggi razziali rimarranno per sempre un marchio infamante nella storia di questo paese. Nel mondo arabo e islamico tali paragoni sono all’ordine del giorno, poiché in quel mondo – nonostante la lunga storia del conflitto arabo-israeliano – non è accaduto, fortunatamente, nulla di simile all’orrore nazista dei campi di concentramento: la percezione di quel crimine risulta quindi tramortita presso l’opinione pubblica mentre la portata della provocazione nei confronti di Israele, e dell’Occidente più in generale, risulta aumentata. Stefano Allievi ha colto egregiamente la sostanza del problema quando disse che si tratta di una questione di diversa sensibilità: per i popoli arabi, africani, asiatici, la II Guerra Mondiale era solo una guerra, nulla di più, e cosi viene insegnata. Un giovane cresciuto in un clima occidentale sa invece che cosa rappresenta il Nazismo per l’Occidente in termini di responsabilità collettiva in un dramma umano e quindi stenta ad approvare il paragone dell’UCOII, aspetto intelligentemente rilevato dal presidente dei Giovani Musulmani Italiani che ha stigmatizzato il comunicato. In Europa - come per Israele - il Nazismo è tuttora espressione del Male Assoluto, non così in Medio Oriente. Tant’è vero che in questi giorni si parla spesso sui giornali di riconoscere nell’Olocausto un “evento unico e irrepetibile”.

Quest’ultima è una definizione che mi trova in assoluto disaccordo. Primo Levi, illustre sopravissuto di Auschwitz, ha già sconfessato questa definizione quando disse “se è successo, significa che potrebbe succedere ancora”. Chi osa contraddire Primo Levi? Chi ci garantisce che l’Olocausto ebraico fu l’ultima espressione della malvagità umana organizzata? Le pulizie etniche sono all’ordine del giorno da quando l’uomo è comparso sulla faccia della terra: moltissimi sono stati sterminati per la loro fede, per le loro origini o persino per le loro idee e ogni pulizia etnica ha richiesto un’ organizzazione metodica e scrupolosa da parte dei carnefici: basti pensare alle stragi ruwandesi, alle stragi indiane o a quelle serbe. L’Olocausto non è stato, purtroppo, né la prima né l’ultima espressione della malvagità umana. Ciò che ci sconvolge nell’Olocausto, semmai, sono le sue dimensioni e il fatto che sia potuto accadere nella civile Europa, immediatamente dopo l’epoca d’oro della Repubblica di Weimar, e non in qualche sperduto villaggio africano o provincia indiana.

In Occidente il senso di colpa nei confronti delle minoranze ebraiche è ancora, come dovrebbe essere tra l’altro, una ferita aperta e viva, poiché le responsabilità degli occidentali – governi e popoli – sono lampanti. Il paragone quindi riporta in mente essenzialmente l’orrore dei campi di concentramento ed erroneamente ci si dimentica degli orrori - oserei dire più "banali", e non potete immaginare quale violenza mi faccio nell’usare questo termine - della guerra a favore di un orrore più grande, che è quello dell’Olocausto. In questo modo si finisce per scambiare un paragone provocatorio, di uso comune nel mondo arabo, per una negazione della Shoah. Ma basta soffermarsi un attimo e riflettere per capire che se qualcuno paragona il governo israeliano a quello nazista, di fatti sta ricordando al governo israeliano - in maniera decisamente dolorosa - la necessità di comportarsi diversamente, in nome delle sofferenze inflitte al popolo ebraico durante la seconda guerra mondiale.

Si sta chiedendo al governo israeliano di riflettere sulle sofferenze della guerra e non solo sui ricordi dei campi di concentramento, anche se molti attivisti israeliani paragonano, di fatti, Gaza ad un enorme lager. Con quel paragone i musulmani di fatti si chiedono come è possibile che un popolo che ha tanto sofferto nella sua millenaria storia, e ancor di più durante l’ultima guerra mondiale, abbia potuto infliggere simili sofferenze - e intendo per sofferenze quelle conseguenti alla guerra e non un ipotetico piano di sterminio simile a quello nazista - ad altri popoli, che hanno una secolare tradizione di convivenza con le minoranze ebraiche, nell’illusione di poter vivere in pace e sicurezza. E, ancora una volta, non sono io a dire che Israele infligge indicibili sofferenze ai palestinesi e ai libanesi, ma coraggiosi giornalisti e attivisti ebrei ed israeliani, in Israele e non solo.

L’Occidente non è in grado di capire questo paragone, poiché giustamente si vergogna così tanto che non è in grado di percepirne la portata provocatoria. E in un clima emotivamente carico, sopraffatto dal senso di colpa e dalla vergogna, i mistificatori di professione e gli agenti di propaganda hanno il gioco facile. Il paragone non nega affatto la Shoah bensi la invoca, supplicando il popolo d’Israele a mettere fine alle sofferenze inflitte ai suoi vicini, così come tanti israeliani che hanno a cuore il loro paese fanno ogni giorno. Nessun occidentale si può permettere una cosa simile, poiché ogni occidentale sa di essere, in qualche modo, corresponsabile di quell’orrore: chi si alzò, in Germania e in Italia, contro le leggi razziali, contro lo sterminio pianificato? Nessuno: molti polacchi erano persino felici di consegnare personalmente i propri vicini di casa alle SS. Gli arabi, i musulmani, no: una millenaria storia di convivenza - eccettuata la parentesi storica che inizia con la contesa della terra palestinese- depone a loro favore e rappresenta un credito, tuttora non riscosso, presso il popolo ebraico.

Oggi, ogni parola proferita da un musulmano rischia di diventare una condanna, figuriamoci se quelle parole sono un paragone che l’Occidente non è in grado di capire o che parte di esso vorrebbe strumentalizzare. Personalmente, ritengo che ci siano metodi diplomaticamente più efficienti ed propagandisticamente più efficaci per fare quello che l’UCOII intendeva fare, ovvero attirare l’attenzione dei lettori italiani sul dramma del mondo arabo, dei palestinesi, dei libanesi. Piuttosto che pubblicare l’elenco di massacri addebitati ad Israele, a cui corrisponde un elenco speculare di massacri addebitati ai palestinesi da parte israeliana, sarebbe stato molto più intelligente far ripubblicare l’articolo di Gideon Levy, con un brevissimo incipit che sottolinea la sua fede ebraica e la sua cittadinanza israeliana, le ragioni degli arabi condivise da molti israeliani e la volontà di pace di entrambi.

L’UCOII avrebbe avuto tutto da guadagnare da una mossa simile, dando voce ai costruttori di pace dell’altra sponda, mettendo in luce – con le parole di un accreditato cronista israeliano – le sofferenze inflitte ai palestinesi da parte di Israele e sfatando, una volta per tutte, le accuse di antisemitismo. Avrebbe detto ciò che voleva dire, con le parole di un giornalista israeliano ed ebreo e avrei voluto vedere allora quale opinionista, o portavoce, o politico avrebbe potuto accusare l’UCOII di antisemitismo o di fondamentalismo. Peccato che l’UCOII abbia perso una simile preziosa opportunità. Ora è da vedere se, in futuro, qualche altro quotidiano accetterà di pubblicare un comunicato a pagamento da parte dell’UCOII: il rischio, infatti, è con quella mossa e la bufera conseguente che anche i quotidiani si rifiutino di accettare le future campagne stampa a pagamento di questa o di altre organizzazioni islamiche, costringendole quindi a ricorrere ai giornali esteri (e l’UCOII non è la multinazionale kuwaitiana che ha comprato una pagina dell’Herald per paragonare gli Israeliani ai fascisti, mostrando le foto delle vittime libanesi), prestando il fianco stavolta ad accuse di diffamazione internazionale e tradimento della Patria. Esattamente ciò che vorrebbero i neoconservatori nostrani, per dare il colpo di grazia alla comunità islamica italiana, indipendentemente dal fatto che si riconosca nell’UCOII o meno.

lunedì 28 agosto 2006

Sul comunicato dell'UCOII (I)

Non vi sarà di certo sfuggito il mio silenzio di fronte alla tempesta politica e mediatica scatenata contro l’UCOII (Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia) dopo che quest’ultima ha fatto pubblicare a pagamento sui quotidiani del gruppo Monti un comunicato dove equiparava il governo israeliano a quello nazista, e dove veniva proposto ai lettori un elenco di stragi, seguito dall’equazione “Marzabotto uguale Gaza, Fosse Ardeatine uguale Libano”. Il motivo è molto semplice: volevo vedere come sarebbe finita, prima di tirare le fila dell'intera storia in un clima di relativa calma, vista l'isteria che ha caratterizzato l'intera faccenda sin dall'inizio.
Molti di voi infatti ricorderanno che il 27 luglio scorso, in una serie di tre post che si prefiguravano di analizzare “che cosa stava andando storto” nei rapporti tra le comunità immigrate – in particolare quella islamica – e il sistema politico mediatico, lanciai anche il suggerimento “Non ci danno spazio sui giornali? Compriamo le pagine…”. Un suggerimento profetico, diremmo oggi, a meno che gli appartenenti all’UCOII non leggano questo blog, seguendo il virtuoso esempio di Magdi Allam, Vicedirettore ad Personam del Corriere della Sera. In un certo senso quindi, questa è stata un’ottima occasione per il sottoscritto di valutare a fondo l’applicazione pratica di un’idea teorica, e di valutarne le conseguenze, in condizioni del tutto eccezionali.

A questo punto, sarebbe inutile dire che sono rimasto letteralmente scioccato dall’appello voluto dall’UCOII. Quando ho suggerito alle organizzazioni islamiche italiane di comprare le pagine per esprimere un’opinione, mi sarei infatti aspettato che quelle pagine attirassero l’attenzione dei lettori in maniera pacata e costruttiva, e non in una maniera provocatoria ed eccessivamente dannosa sia per l’immagine della comunità islamica che per l’organizzazione promotrice. Per un momento le conseguenze sembravano incalcolabili, mentre adesso - leggendo le agenzie - sembra che la questione stia per concludersi - direbbe qualcuno - "all'egiziana", ovvero "passando ad altro", in pratica rimandando la Consulta alla discussione di una curiosa "carta dei valori" il prossimo mese.

Ovviamente, mi rendo contro che quello dell’UCOII fu il gesto disperato di chi sente la sofferenza del mondo arabo nascosta dalle cronache dei giornali ed è costretto per vederla scritta a pubblicare un comunicato che scateni un putiferio mediatico, pagando la stampa italiana. Mi rendo conto che si è trattato del gesto estremo di chi ha visto applaudire e difendere la definizione di “Islamici fascisti” usata dal presidente americano, o espressioni come “regimi nazi-islamici”, “naziislamofascista” e affini, termini disgustosi che – ammantandosi di critica nei confronti di stati e di fondamentalisti vari – di fatti istillano nei lettori l’equivalenza “religione islamica = politica totalitaria”.

Mi rendo conto di come la dirigenza dell’UCOII abbia voluto costruire con l’equivalenza “Marzabotto = Gaza = Fosse Adreatine = Libano”, un filo che leghi la storia della sopraffazione da parte dell’invasore e la conseguente sofferenza da parte della popolazione civile, mettendo sullo stesso piano le vittime civili della guerra nazista e quelle della guerra israeliana. E che i palestinesi o i libanesi siano vittime e Israele un invasore che alimenta con le sue guerre la disperazione e il terrorismo, non lo dice l’UCOII ma Gideon Levy, giornalista israeliano ed ebreo sul quotidiano israeliano Ha’aretz e un esercito di attivisti ebrei in giro per il mondo.

Mi rendo anche conto che non si è trattato di una “trappola” in cui l’UCOII è caduto inconsapevolmente. La dirigenza dell’UCOII non è nata l’altro ieri, e quando ha preso quella decisione, l’ha fatto consapevolmente, ben sapendo le conseguenze che tale mossa avrebbe comportato. Quella dell’UCOII è stata anche una mossa politica per guadagnare i consensi della comunità araba ed islamica (e non solo), che non è la prima volta che sente tale paragone e che anzi lo approva - ci piaccia o meno - in virtù di ragioni che esporrò di seguito, e che sarebbe opportuno che anche Israele e le comunità ebraiche prendessero in considerazione, per evitare a tutti noi di risentirlo persino nei bar e negli uffici italiani.
E se nel fare questo l’UCOII sembra persino disposto a sacrificare il suo posto in Consulta, tanto meglio, avranno pensato. E se poi non viene nemmeno espulsa dalla Consulta - come è infatti successo - e non condivide la condanna del suo documento (e c'era da aspettarselo, dal momento che in tal modo ammetterebbe di aver pagato quella che secondo molti era una "pubblicità antisemita" mentre è in corso un'indagine della procura), ne esce ulteriormente rafforzata: la permanenza dell’UCOII in Consulta, nonostante l’incredibile bufera politica e mediatica scatenata dal paragone, sarebbe infatti un indice tangibile del reale peso dell’organismo nel panorama politico italiano, e del fatto che lo Stato non puo' farne a meno. E se persino un quotidiano come Il Giornale ammette di fatto , per mano di Massimo Introvigne, che al di fuori dell'UCOII le altre persone presenti in Consulta rappresentano solo se stesse e al massimo poche decine di aderenti, i conti - dal punto di vista politico - sono presto fatti.

Ormai non sfugge a nessuno l’assoluta inutilità della Consulta ed evidentemente anche all’UCOII il dettaglio non è sfuggito. Mi piacerebbe sapere quanto costa, al contribuente italiano, chiamare tutti questi signori affinché trascoranno qualche ora con il ministro degli Interni, senza che da questi incontri scaturisca qualcosa di tangibile al di fuori delle reciproche critiche e recriminazioni, fumosi appelli e documenti vari che non hanno nessun impatto sul vissuto dei musulmani.

Ciononostante, continuo a non condividere né la forma, né il contenuto di quel comunicato. Proprio perché le vittime del Nazismo erano, in gran parte, ebrei, così come lo sono pure gli israeliani, era del tutto scontato che il paragone avrebbe scatenato il linciaggio mediatico e politico da parte dei sostenitori delle politiche neconservatrici israeliane, che giocano sapientemente sulla confusione tra “anti-sionismo” e “anti-semitismo”, tra la legittima critica al governo israeliano e la diffamazione dell’Ebraismo. Per essere intellettualmente onesto, devo infatti sottolineare che nel comunicato dell’UCOII non ho trovato nient’altro che una condanna - espressa in maniera provocatoriamente eccessiva, certo - nei confronti della politica israeliana, e non un’istigazione all’odio razziale o religioso, e tanto meno una negazione della Shoah, così come la tempesta mediatica vorrebbe suggerire e accreditare.
Avrei capito i politici, i giornalisti, gli opinionisti, se l’UCOII avesse usato lo slogan “Ieri stragi naziste, oggi stragi ebraiche”. O se il presidente dell’UCOII avesse definito Israele uno stato “nazi-ebraico” o se avesse parlato di “fascisti ebrei”. Ma ciò non è accaduto: nel comunicato dell’UCOII non c’era nessun riferimento alla fede o alla comunità ebraica, cosi come invece accade frequentemente e impunemente con la fede e la comunità islamica. In quel comunicato si è parlato solo ed unicamente di “Israele”, intendendo per Israele un governo, e quindi nemmeno la popolazione che - sarebbe opportuno ricordarlo ogni tanto - non è unicamente ed esclusivamente ebraica, e nemmeno tutta favorevole alla politica israeliana. Così come sarebbe opportuno ricordare che “Israele” non è sinonimo di Ebraismo, considerato che la maggioranza degli ebrei non è israeliana e che molti di essi non si riconoscono nella politica sionista e in Israele.

domenica 27 agosto 2006

Torturare è giusto, torturare è possibile

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di Marco Ferri

pubblicato su Megachip
Per sostenere il ripugnante principio secondo la quale ci vuole un "compromesso tra lo stato di diritto e la sicurezza nazionale", qualche giorno fa sul Corriere della Sera, nei giorni immediatamente successivi all'allarme antiterrorismo lanciato negli aeroporti inglesi, Angelo Panebianco ha scritto: "Immaginiamo che tra qualche mese venga fuori che l'Apocalisse dei cieli, il grande attentato destinato a oscurare persino gli attacchi dell'undici settembre, con migliaia di vittime innocenti, sia stato sventato solo grazie alla confessione, estorta dai servizi segreti anglo-americani, di un jhadista coinvolto nel complotto, magari anche arrestato (sequestrato) illegalmente." Panebianco si è poi chiesto:"Chi se la sentirebbe in Europa di condannare quei torturatori? La risposta è: un gran numero di persone. In Italia più che altrove." Infatti, gli ha risposto, sempre sul Corriere della Sera Claudio Magris, ricordando a Panebianco che anche in guerra ci sono delle regole giuridiche. Ma Panebianco ha messo in discussione la competenza di Magris a discutere di politica. Commenti salaci sulle posizioni di Panebianco si sono letti su l'Unità e sul Manifesto.

Sulla questione, ben prima della posizione assunta da Panebianco, Megachip ha pubblicato un articolo di Giulietto Chiesa (vedi "Dallo Stato di Diritto all'involuzione dell'Impero" dell'11 agosto 2006). Perché la questione non è una esercitazione accademica, ma è drammaticamente ficcata nella realtà delle politiche sulla sicurezza dei governi occidentali, a proposito di tortura e di giustificazione politico-giuridica della tortura, esemplare è il caso di Craig Murray, che è stato recentemente intervistato per RaiNews24 da Mario Sanna e Maurizio Torrealta. Craig Murray è stato ambasciatore britannico in Uzbekistan. Nel periodo cha va dall'agosto del 2002 all'ottobre del 2004 ha scoperto la tortura dei servizi segreti uzbeki sui prigionieri politici e ha denunciato l'uso che delle informazioni estorte, spesso inattendibili, facevano la Cia e il 'Foreign Office' inglese. Craig Murray è stato ascoltato dalla Commissione d'inchiesta dell'Europarlamento sui voli e i sequestri della Cia in Europa alla fine di aprile. Murray è stato ambasciatore britannico in Uzbekistan dal 2002 al 2004. Cosa ha dichiarato Murray alla Commissione? Ha detto che i servizi segreti americani e britannici hanno utilizzato testimonianze di detenuti ottenute mediante tortura e non ha escluso che i servizi segreti di molti paesi europei fossero informati di quanto facessero i loro colleghi in Uzbekistan. [...]
L'articolo di Panebianco, accanto, fatte le debite proporzioni, a quelli di Magdi Allam e di Giuliano Ferrara, per non parlare di quelli dell'agente Betulla, e di tutta la macchina propagandistica a favore della guerra di civiltà hanno segnato in questi anni il punto di non ritorno tra lo stato di diritto e la logica della guerra infinita al terrorismo. "Nel caso specifico il nuovo sistema di regole è quello imperiale" dice Giulietto Chiesa nell'articolo pubblicato da Megachip.info l'11 agosto, "cioè quello dell'unica superpotenza rimasta sul pianeta, che non accetta più lacci e lacciuoli che la vincolino a regole comunemente accettate, ma che è determinata a stabilire un nuovo sistema di regole sostanzialmente emananti da un unico centro di potere." E continua: "E' questo il vero cambio di marcia realizzato dal gruppo di uomini, capitanati da Dick Cheney, che, insieme a George Bush, hanno preso il potere negli Stati Uniti nell'anno di grazia 2000, uno prima del fatale 2001, primo del nuovo secolo, contenitore dell'11 settembre. Un gruppo che non ha alcuna intenzione di abbandonare il campo conquistato." La testimonianza di Craig Murray è un balsamo per la coscienza critica di ciascuno di noi.

venerdì 25 agosto 2006

Hanno iniziato loro

Un giornalista israeliano scrive su un quotidiano israeliano cio' per cui moltissimi vengono criminalizzati oggi, in Europa e negli Usa. Eppure, provate a leggerlo senza pensare a quel particolare: sembra scritto da un "fondamentalista islamico antisemita". Qualcuno e' in grado di spiegare questo mistero?
Hanno iniziato loro
di Gideon Levy
(Ha’aretz, 13 luglio 2006)
"Abbiamo lasciato Gaza e loro ci sparano i Qassam" - non esiste una formulazione piu' precisa del punto di vista che sta prevalendo [ndt, in Israele] in queste ore del conflitto. "Hanno iniziato loro", sara' la risposta ripetitiva a chiunque cerchi di argomentare, ad esempio, che poche ore prima del primo Qassam caduto nella scuola di Askelon, che non ha causato danni, Israele ha seminato distruzione nella Universita' islamica di Gaza. Israele sta causando black out energetici, mantiene l'assedio, bombarda e spara, assassina e imprigiona, uccide e ferisce civili, inclusi bambini e neonati in misura orrenda, ma "Hanno iniziato loro". C'e' stata anche una "rottura delle regole" condotta da Israele: ci e' permesso bombardare qualunque cosa vogliamo ma a loro non e' concesso lanciare Qassam.

Quando sparano un Qassam su Askelon, si tratta di "una escalation del conflitto", e "quando noi bombardiamo una universita' e una scuola, e' assolutamente giusto. Perche'? Perche' hanno iniziato loro". Ecco perche' la maggioranza pensa che tutto il giusto stia dalla nostra parte. Come in un bisticcio nel cortile di scuola, l'argomento su chi ha iniziato e' l'argomento moralmente vincente di Israele per giustificare qualunque ingiustizia. Allora, chi realmente ha iniziato? E poi, abbiamo "lasciato Gaza?" Israele ha lasciato Gaza solo parzialmente, e in modo non chiaro. Il piano di disimpegno, che era stato etichettato con titoli divertenti come "ripartizione" e "fine dell'occupazione", ha significato lo smantellamento delle colonie e la partenza da Gaza delle Forze di Difesa, ma non ha cambiato in niente le condizioni di vita della popolazione della Striscia. Gaza e' ancora una prigione e i suoi abitanti sono ancora condannati a vivere in poverta' e oppressione. Israele rinchiude esternamente il mare, l'aria e la terra, eccetto che per una limitata valvola di salvezza al crossing di Rafah.

Non possono visitare i loro parenti della Cisgiordania o cercare lavoro in Israele da cui l'economia di Gaza ha dipeso per circa 40 anni. Alcuni beni possono essere trasportati, altri no. Gaza non ha alcuna possibilita' di scappare alla poverta' in queste condizioni. Nessuno fara' investimenti, nessuno puo' svilupparsi, nessuno si puo' sentire libero la' dentro. Israele ha lasciato la gabbia, ha buttato via la chiave e ha lasciato i residenti al loro amaro destino. Adesso, nemmeno dopo un anno, il disengagement sta ritornando indietro, con molta piu' violenza. Che cosa potremmo ancora aspettarci? Che Israele possa ritirarsi unilateralmente, ignorando brutalmente e immoralmente i loro bisogni e che loro sopporteranno in silenzio il loro amaro destino e non continueranno a lottare per la loro liberta', per le loro vite o per la loro dignita'?

Abbiamo promesso un passaggio di sicurezza con la Cisgiordania e non abbiamo mantenuto la promessa. Abbiamo promesso di liberare i prigionieri e non abbiamo mantenuto la promessa. Abbiamo sostenuto elezioni democratiche per poi dopo boicottare la leadership legalmente eletta, confiscando fondi che gli appartengono, e dichiarandogli guerra. Avremo potuto ritirarci da Gaza con dei negoziati e in modo coordinato, rafforzando intanto la leadership palestinese, ma ci siamo rifiutati di farlo. E ora, ci pentiamo di questa "mancanza di leadership?" Abbiamo fatto tutto quello che si poteva per minare la loro societa' e leadership, assicurandoci quanto piu' possibile che il disengagement non sarebbe stato un nuovo capitolo nelle nostre relazioni con la nazione vicina, e ora siamo stupiti dalla violenza e dall'odio che abbiamo coltivato con le nostre mani.

Cosa sarebbe potuto accadere se i palestinesi non avessero lanciato i Qassam? Israele avrebbe tolto il blocco economico da Gaza? Avrebbe aperto il confine ai lavoratori palestinesi? Incoraggiato gli investimenti a Gaza? Nonsense. Se i Gaziani fossero rimasti seduti, come Israele si aspetta da loro, il loro caso sarebbe scomparso dall'agenda - qui e nel resto del mondo. Israele potrebbe continuare con la convergenza che ha significato soltanto servire i propri obiettivi, ignorando i loro bisogni. Nessuno si sarebbe dato pensiero per il destino della gente di Gaza se loro non avessero reagito violentemente. Questa e' l'unica amara verita', ma con calma sono trascorsi i primi venti anni dell'occupazione e noi non abbiamo mosso un dito per porvi fine. Al contrario, coperti dalla calma, abbiamo costruito un'enorme e criminale impresa coloniale. Con le nostre stesse mani, noi stiamo ancora una volta spingendo i palestinesi ad usare le insignificanti armi che possiedono; e in tutta risposta impieghiamo un intero immenso arsenale a nostra disposizione, e continuiamo a lamentarci che "Hanno iniziato loro".

Abbiamo iniziato. Abbiamo iniziato con l'occupazione e siamo legati al dovere di porvi fine, una fine reale e completa. Abbiamo iniziato con la violenza. Non c'e' violenza peggiore che quella di chi occupa, usando la forza su un intera nazione, cosi' che la domanda su chi per primo ha sparato e' ad ogni modo un evadere, fornendo un quadro distorto. C'erano, anche dopo Oslo, quelli che dichiaravano "abbiamo lasciato i territori", in una simile commistione di cecita' e bugie. Gaza e' in serio pericolo, condannata a morte, all'orrore e alle difficolta' quotidiane, lontana dagli occhi e dal cuore degli israeliani. Stiamo mostrando solo i Qassam. Vediamo solo i Qassam. La Cisgiordania e' ancora sotto lo stivale dell'occupazione, le colonie stanno crescendo, e qualunque mano tesa per un negoziato, inclusa quella di Ismail Haniyeh, viene immediatamente respinta. E dopo tutto questo, se ancora qualcuno pensa in modo diverso, la risposta vincente e' presto detta: "Hanno iniziato loro". Hanno iniziato e il giusto e' dalla nostra parte, mentre la realta' e' che non hanno iniziato loro e che noi non siamo dalla parte del giusto

mercoledì 23 agosto 2006

Bianco è bello

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Per un attimo ho pensato che fosse il solito baccano riservato dai media alla "bimba bianca" di turno, ora rapita (poi si scopre che la madre aveva dei "leggeri" pregiudizi nei confronti della zingara che si è avvicinata al passeggino), ora violentata (poi si scopre che era il parroco del paese o il compagno della madre), ora uccisa (poi si scopre che è stata la madre ad ucciderla, inscenando in seguito la rapina). Insomma, pensavo che in qualche modo c'entrasse quel particolare meccanismo per cui se la bambina, il bambino, la donna, l'uomo o più in generale la vittima è "bianca" e "occidentale", allora la notizia c'è e il titolo in prima pagina pure, altrimenti è la totale indifferenza o il freddo, meccanico, e strettamente "professionale" conteggio dei "danni collaterali". Regole che possono essere infrante, naturalmente e ovviamente, se il rapitore, violentatore, assassino di turno è un extracomunitario: in quel caso assistiamo ad un coro isterico di invettive e condanne, di titoli a grossi caratteri cubitali e una caterva di trasmissioni speciali, come se fosse l'unico crimine commesso nel mondo in quel momento.
Si tratta di una subdola tecnica mediatica che sortisce oggi sui bimbi neri gli stessi effetti dell'apartheid statunitense. Pensate che lo stesso esperimento eseguito nel 1954 dal dr. Kenneth Clark - il cui risultato venne interpretato come un effetto dell'apartheid che agiva in modo perverso già sulla psiche delle bambine della scuola materna - ha sortito nel 2006, una volta ripetuto da Kiri Davis, una studentessa 17-enne di Manhattan (che ne ha anche tratto un cortometraggio molto discusso e molto premiato) gli stessi risultati. L'esperimento consiste nel chiedere a delle bambine nere di scegliere fra due bambole identiche in tutto, tranne per il colore della pelle. La replica del test ha interessato 21 bambine di una scuola materna di Harlem, il famoso quartiere nero di New York, alle quali Kiri ha chiesto di scegliere tra due bambole identiche. A maggioranza di circa 3/4 (15 su 21) le bambine hanno dato la preferenza alla bambola bianca. A un certo punto del filmato a una bimba viene chiesto perché preferisce la bambola bianca, e quella risponde: "perché è bianca". Le viene allora chiesto quale delle due bambole le rassomiglia di più. A quel punto la bambina, ancora innocente, si fa seria e a riprova che non è scema, indica la bambola nera.
E invece no, mi sbagliavo: stavolta la morbosa attenzione mediatica riservata alla "bimba bianca" di turno, che "ha lasciato i soccorritori senza parole" (per usare le parole dei tiggi), ha rivelato al mondo un dramma umano nero (il solito) ma stavolta tinto di "bianco" (e non è la prima volta): tra i 27 nordafricani sbarcati a Lampedusa c'era infatti anche una bimba bianca di pochi giorni. A spiegare il "mistero" (sempre per usare la terminologia dei TG) della neonata è stata la madre, un'etiope di 21 anni: "Il padre di mia figlia è un funzionario Onu di origine tedesca. Ora vive in America. Mi ha abbandonato subito dopo avere saputo che aspettavo la bambina e si è trasferito negli Usa. Per un certo periodo è stato il mio compagno, poi mi ha lasciata. Ha detto che lui, nel suo Paese, una famiglia già l'aveva e che non aveva alcuna intenzione di abbandonarla. Ero sola, disperata e per mia figlia volevo un futuro diverso: per questo ho deciso di partire". Incredibile ma vero, la "bimba bianca" non era stata rapita dai bingo-bongo, in una geniale mossa per ottenere il permesso di soggiorno. A quanto pare, persino questi buzurri che andrebbero respinti con le armi - direbbe il fine diplomatico Calderoli - sono in grado di partorire bimbe bianche. Un mistero che andrebbe studiato a fondo: non possiamo permettere questa vergogna. Di questo passo, diventeremo tutti "meticci"!

lunedì 21 agosto 2006

Hezbollah, il Libano e l'Italia

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Due giorni fa, ho pubblicato un articolo apparso – credo – su Il Riformista, in cui l’autrice tracciava un quadro molto obiettivo della realtà della blogosfera araba, e in particolare del suo comportamento di fronte alla crisi libanese. In breve, l’autrice affermava che in seguito alla guerra scatenata da Israele, per l’élite di bloggers arabi - in particolare egiziani (quelli più attivi) - il movimento libanese dei Hezbollah era diventato un mito e Hassan Nasrallah, il suo leader, la figura più popolare del web arabo e non solo. Non appena ho pubblicato questo articolo, si sono riversati svariati commentatori che mi hanno tacciato di ogni sorta di accusa, dall’integralismo religioso alla mancata integrazione. Qualcuno ha addirittura affermato di essere "rimasto invece molto sorpreso dal suo CV e non ultimo dal suo stesso aspetto fisico", dicendosi sorpreso per le "parole che grondano odio e incitano alla vendetta" a quanto pare in apparente contrasto con il mio "aspetto fisico". Mi piacerebbe sapere cosa c'entri il mio aspetto fisico e dove abbia trovato quelle parole che "grondano odio" nel mio blog, ma tant'è...
Ora, io non capisco cosa spinga certe persone a trarre conclusioni sbagliate da ciò che leggono da queste parti. È la lettura superficiale o, più semplicemente, la malafede? Insomma, se uno riporta un articolo che traccia un quadro molto onesto della realtà internauta araba, non vedo perché debba essere accusato di integralismo o di mancata integrazione. L’articolo in questione illustrava molto bene il risultato della campagna israeliana, gli effetti delle vignette rilasciate dagli aerei israeliani sui cieli del Libano - dove Nasrallah veniva raffigurato come un cobra che inghiottisce Beirut - per giustificare agli occhi degli stessi libanesi il bombardamento della loro capitale. È forse una colpa dimostrare, con le parole di un’autrice italiana e le testimonianze di molti bloggers arabi, questo spettacolare fallimento?
Trovo semplicemente incredibile questa chiusura, da parte di alcuni, nei confronti di altri tipi di analisi, questa voglia di accettare supinamente e senza spirito critico la propaganda mediatica, questa disposizione a seppellire la testa sotto la sabbia e a non guardare in faccia la realtà: piaccia o meno, la campagna militare israeliana, avente come obiettivo la distruzione dell’Hezbollah, l’ha di fatto consacrato – assieme al suo leader – come il nuovo eroe del mondo arabo. Piaccia o meno, la grande maggioranza di libanesi – musulmani, sciiti, sunniti, cristiani, cattolici, ortodossi, drusi e altri – considera l’Hezbollah, oggi più che mai, un movimento nazionale di resistenza, l’unico in grado di reagire alle aggressioni israeliane e l’unico capace di lanciare una campagna di ricostruzione e di risarcimenti a favore delle vittime del conflitto. In Siria, padre Elias Zahlawi, un prelato greco-cattolico prega addirittura pubblicamente per Nasrallah e il suo movimento in chiesa, dicendo che ha "restituito loro la dignità".
Capisco quanto possa essere gratificante per alcuni sentir dire che Israele ha vinto, che l’Hezbollah è stato ridimensionato, che la maggioranza dei libanesi vorebbe liberarsi di Nasrallah. Ma questa non è la realtà, non è ciò che dicono i libanesi, non è ciò che pensa il mondo arabo. Continuare a credere nella propaganda a favore della guerra è la via più breve e sicura per fallire clamorosamente nei rapporti con il vicino di casa più immediato e naturale dell’Europa: il Medio Oriente. Dobbiamo, una volta per tutte, liberarci delle posizioni prefabbricate dai mass-media e metterci nei panni degli altri, sentire ciò che stanno dicendo in prima persona e non ciò che dicono, a loro nome, prezzolati opinionisti comodamente adagiati sulle poltrone delle redazioni nostrane.
Bene ha fatto quindi il ministro degli Esteri D’Alema, quando è andato – in compagnia di un ministro Hezbollah - a vedere con i propri occhi la distruzione provocata dall’esercito israeliano in Libano, restituendo al popolo italiano una visione corretta ed obiettiva del panorama politico e dell’opinione pubblica libanese del dopo-guerra. Con la sua visita e le sue parole, il ministro D’Alema ha parzialmente ricostituito il prestigio italiano in Medio Oriente, andato completamente distrutto negli ultimi anni, ponendo le basi per una proficua collaborazione tra il Libano e l’Italia sotto l’egida dell’ONU. Ma, cosa ancora più importante, ha rimediato alla sconcertante presa di posizione a favore dell’aggressione israeliana espressa da questo governo all’inizio del conflitto, restituendo a questo esecutivo la dignità, l’equilibrio e l’obiettività di sinistra.

venerdì 18 agosto 2006

Il web arabo insorge

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di Paola Caridi
Il web arabo gronda sangue. E macerie. E disperazione. Il mondo virtuale arabo – che conta ormai molto per il pubblico della regione e non solo - chiede giustizia per i propri morti, promette vendetta verso gli israeliani e solidarietà per i libanesi, pretende che abbia termine il doppio standard e che le vittime abbiano uguale peso per la comunità internazionale. Il web arabo ha un agnello sacrificale, ed è il Libano, e un solo eroe, e si chiama sheykh Sayyed Hassan Nasrallah.Mai come per la guerra del Libano 2006 (quella che gli arabi definiscono ormai la “sesta guerra”), l’arena virtuale è divenuta un’agorà in cui informazione, controinformazione, invettive, litigate, dibattiti politici hanno creato una rete fitta, fatta non solo di parole. Ma soprattutto di foto. Sono le foto di Beirut, Sidone, Tiro, Qana, Shyia, Ghazyeh, Ansar a rappresentare visivamente il tam tam che riempie il mondo virtuale arabo, in un rincorrersi di dolore e di distruzione. Ogni blog, ogni sito di analisi o d’informazione, ogni pagina allestita in tutta fretta dal Libano ha il suo book fotografico caricato su Flickr, l’archivio su rete più usato dagli internauti della regione. E per una foto taroccata, com’ha fatto il fotografo freelance della Reuters Adnan Haj (subito silurato), ce ne sono centinaia, migliaia che a un occhio profano sembrano decisamente poco ritoccabili. Sono foto impressionanti, come la sequenza di Gettyimages che uno dei blogger più seguiti, Haitham di sabbah.biz ha inserito in rete due giorni fa: un bambino libanese di una decina d’anni che assiste impotente alla morte della madre.
Il mondo virtuale arabo – che ormai rappresenta una parte molto consistente delle èlite che risiedono nella regione e nella diaspora – non è solo disperato, di fronte a queste immagini. È indignato verso l’insipienza della comunità internazionale. È rabbioso, verso Israele che accusa di crimini di guerra e di violazione delle convenzioni internazionali, verso gli Stati Uniti a cui vengono attribuite le medesime colpe, e verso i propri regimi. Accusati di acquiescenza per non aver difeso il Libano. Un attacco, questo, che lungi dall’essere stato sottovalutato dai governanti, è diventata una delle ragioni per le quali le capitali arabe si sono unite attorno al Libano dopo un’iniziale disagio: l’agorà virtuale araba ormai conta, e incide sulle scelte politiche e mediatiche. Come dimostra il viaggio di Gamal Mubarak per portare solidarietà al popolo libanese, proprio nei giorni nei quali il web faceva rimbalzare il cartello di una manifestazione al Cairo, in cui papà Hosni veniva ritratto con una stella di David in fronte e la definizione di “ambasciatore d’Israele in Egitto”.
Gli internauti arabi non fanno sconti a nessuno, e combattono con le armi del web una vera e propria battaglia informativa e politica, con strumenti culturali che spesso poco hanno a che fare con l’antimoderno. E che anzi raggiungono punte elevate di raffinatezza analitica. Chi scrive sui web, spesso, è gente con fior di titoli alle spalle. Universitari e non. Gente che lavora negli atenei, che è esperto di informatica, che costituisce la crema del futuro arabo, assieme a un’altra consistente truppa di studenti, piccola borghesia, ceti istruiti. Sostenuti da molta parte dell’accademia occidentale che si occupa di Medio Oriente. Last but not least, non è detto per forza che sia islamista. Anzi. Gli attacchi a Israele, ai regimi arabi, agli Usa di Dubya e Condy, arrivano da tutto lo spettro delle opposizioni. Liberal e laici compresi. Con alcune eccezioni di rilievo, per il mondo virtuale arabo, come i blogger ultraliberali concentrati soprattutto in Egitto. Che però, come fa il notissimo Big Pharaoh, si pongono problemi seri sul futuro della regione, annotando che l’islam politico sciita ha fatto meglio dell’omologo sunnita, con due successi al suo arco. Prima, la rivoluzione khomeinista. E oggi, hezbollah, il “secondo successo sciita”.
Perché sì, Hassan Nasrallah è il vero eroe del web arabo, cristiano, sunnita, sciita che sia. È l’espressione del coraggio contro Israele, della rivalsa contro le altre sconfitte militari. È il simbolo della resistenza: motivo per il quale nello scorso mese a 128 bambini nati ad Alessandria d’Egitto è stato messo il nome Nasrallah. E a differenza dei miti precedenti, come quello di Nasser che oggi viene appaiato al nome di Chavez per la sua posizione su Israele, il mito di Nasrallah è incredibilmente un mito realista. Che non vuole poggiare sulla retorica. Del leader di hezbollah si conoscono benissimo i limiti, si conosce il realismo, si critica l’islamismo, ma si riconosce la furbizia o l’intelligenza politica. Le citazioni di Nasrallah riportate sui blog, per esempio, danno conto di questo cambiamento profondo nella cultura politica araba. Zenobia, di Egyptianchronicles, traduce un pezzo dell’ultimo discorso dello sceicco sciita, in cui Nasrallah avrebbe detto che “in tutte le guerre precedenti di Israele contro i paesi arabi, questi ultimi in genere bloccavano i media dalla copertura delle notizie mentre Israele mostrava tutto quello che aveva. Ora Israele sta bloccando i media dal coprire le notizie e noi stiamo mostrando tutto quello che abbiamo”.
Per l’agorà araba, l’informazione sulle distruzioni in Libano – com’è stato per la primavera delle proteste nel 2005, per la guerra in Iraq e per i palestinesi – è essenziale. E, a differenza di prima, le fonti israeliane sono stracitate. Le foto del campo profughi di Netzarim, per esempio, hanno fatto il giro del web. Spesso, a mo’ di didascalia, c’erano scritte frasi come “voglio essere un profugo israeliano”. E ad accompagnare reportage, testimonianze, foto, le tradizionali caricature politiche arabe, durissime e antiisraeliane come sempre. Sotto una di queste, che descriveva la pioggia di bombe su Beirut e due libanesi intenti a guardare, la vignetta diceva “Sorridi. Potresti essere accusato di antisemitismo”.Per le èlite virtuali arabe, l’antisemitismo è considerata una scusa che copre le colpe di Israele. E quando si parla di Ahmadinejad e della sua minaccia verbale di cancellare Israele dalla carta geografica, l’humor arabo non ha dubbi. “Israele lo sta facendo nei fatti. Sta cancellando il Libano dalle mappe”.

giovedì 17 agosto 2006

I Fascisti islamici

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Due giorni fa, Magdi Allam ci ha regalato un altro dei suoi memorabili “scoop”. In un paio di articoli, ha rivelato al mondo che c’era una grandissima maggioranza di musulmani, sia in Medio Oriente che in Europa, contraria alla politica americana ed israeliana. Pensavo che fosse cosa nota e risaputa, ma “il più grande esperto di cose islamiche in Italia” ha portato delle percentuali e dei dati inoppugnabili a sostegno delle sue affermazioni. È una cosa che mi rallegra, poiché oggi abbiamo la certezza matematica che se bombardi la gente non puoi pretendere che nutra sentimenti di amore e passione per la tua politica, e tantomeno che ti accolga con i fiori, se tu dovessi sbarcare sul suo territorio.

La cosa che mi rattrista, invece, che questi ultimi due articoli abbiano segnato un ulteriore (l’ennesima) svolta nelle opinioni di Allam. Insomma, chi di noi ha seguito la sua parabola professionale sin dagli inizi, sa che prima di passare al Corriere era su posizioni completamente contrarie a quelle attuali. Ora, di nuovo, proprio Allam che affermava l’esistenza di “una grande maggioranza di musulmani perbene”, favorevole alla politica neocon, ha sancito implicitamente che, tutto sommato, bombardarli in Medio Oriente o espellerli dall’Europa non sarebbe poi così grave visto che persino i laici tra di loro sono contrari alla politica americana ed israeliana.

Stando agli articoli di Allam infatti, non ci sono solo gli islamisti (che non è sinonimo di terroristi) ad essere contrariati da questa politica, ma l’intero spettro di forze laiche e nazionaliste. Pensavo che fosse naturale, nel caso di pericolo, che tutte le forze di un paese si compattassero nei confronti della minaccia: insomma, se bombardassero l’Italia con la scusa di liberare La Padania, è probabile che ci siano, oltre i comunisti, persino dei leghisti contrari alla politica americana. Soprattutto se a finire sotto le bombe, con la scusa della liberazione, sono le loro case, le loro aziende e i loro stessi figli. Ma evidentemente mi sbagliavo: i laici, per essere laici e non essere scambiati con i terroristi, dovrebbero applaudire le bombe che piovono sulle loro teste. Sono bombe di liberazione, accidenti, come si fa ad essere contrari?

Diamoci uno sguardo intorno: l’Iraq e l’Afghanistan sono stati occupati, il Libano bombardato, non parliamo poi della Palestina. Iran e Siria sono seriamente minacciati. Paesi moderati come l’Egitto ogni tanto appaiono nella lista di possibili obiettivi della campagna militare neocon. Altri ne scompaiono temporaneamente, come la Libia. Insomma, l’intero Medio Oriente è sotto il giogo delle bombe e delle minacce americane ed israeliane. È normale quindi che in quei paesi ci sia una grande maggioranza di persone contraria alle politiche americane ed israeliane. A loro volta, gli immigrati musulmani, in gran parte provenienti da quei paesi, non possono che essere contrari. Da quelle parti hanno i loro famigliari, i loro amici d’infanzia, magari la futura sposa, le loro case, a volte i loro investimenti materiali frutto di anni di immigrazione, spesso pensano di ritornarci o – semplicemente – temono che una bomba intelligente trasformi in rovine un quartiere dove hanno giocato da piccoli o in un cratere un campo dove hanno rincorso il loro primo amore. È normale quindi che anche tra di loro ci sia una maggioranza contraria alla politica americana ed israeliana.

Ciò che non è normale, invece, è che ci sia chi giustifica queste aggressioni, o chi prova simpatia per queste politiche, ovvero quel “2% dei musulmani spagnoli mostra simpatia nei confronti di Israele al pari dell’1% dei giordani” di cui parla Magdi Allam nel suo articolo. Questa è la categoria di cui parlava Bush, l’altro giorno: quella dei fascisti islamici. Dopo l’esternazione di Bush, molti si sono sollevati, indignati, per ricordargli che i Fascisti – come i nazisti - erano semmai cristiani, e che con la Chiesa hanno avuto ottimi rapporti. Ma nessuno si è accorto dell’innocente lapsus, dell’associazione di idee fatta dal presidente americano: i fascisti islamici di cui parlava erano, in realtà, coloro che accorrono per giustificare ogni guerra americana e ogni aggressione israeliana, sicuri di essere “autorevoli” e “credibili” solo perché di origini islamiche. Sono coloro che, in ottima sintonia con il fondamentalismo cristiano ed occidentale, tacciono ogni voce contraria alla politica americana ed israeliana con le isteriche accuse di antiamericanismo, anti-ebraismo, anti-laicismo, anti-integrazione.

Insomma cosa è un fascista islamico? E’ senz’altro uno che coniuga felicemente il suo essere musulmano con un’idea totalitaria che non accetta nessun rivale, nessun contraddittorio. L’appellativo potrebbe essere applicato ai fondamentalisti islamici, ma vale ugualmente anche per quei musulmani che sposano con estrema naturalezza il fondamentalismo cristiano ed occidentale, ne giustificano i crimini, e ne seppelliscono con solerzia ogni malefatta. E che per fare questo si ingegnano nel bollare ogni contraddittorio con ogni accusa infamante possibile ed immaginabile. Bossi ha fatto un’affermazione molto lucida, l’altro giorno. Ha detto che era praticamente impossibile pretendere da un immigrato che rinunci completamente alla sua identità, perché ogni immigrato ha una sua storia personale. Ma Bossi ha sbagliato. Si era dimenticato dei Fascisti Islamici. Fortunatamente sono una minoranza, e se lo dice Magdi Allam che di queste cose se ne intende, possiamo dormire tranquilli.

mercoledì 16 agosto 2006

La saggezza di Salomone

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Hai divelto una vite dall'Egitto (Israele),
per trapiantarla hai espulso i popoli.
Le hai preparato il terreno,
hai affondato le sue radici e ha riempito la terra (promessa)
Ha esteso i suoi tralci fino al mare
e arrivavano al fiume i suoi germogli.
Salmo 80,9-12
Israele si dichiara vincitore e gli Hezbollah pure. Ma è opinione comune che Israele ha perso politicamente in questo conflitto, che la sua guerra è stata una debacle in termini di immagine e di consensi a livello mondiale. La distruzione impietosa del Libano da parte dell'esercito israeliano ha segnato l'inizio di una nuova era, in cui nemmeno le accuse di antisemitismo - distribuite a destra e a manca da prezzolati opinionisti per ogni critica alla politica del governo israeliano - reggono di fronte all'indignazione dell'opinione pubblica sconvolta da cotanta arroganza militare.
Nella Bibbia il Libano è sempre una terra fertile e rigogliosa di vegetazione, famosa per gli alberi di cedro e per gli animali selvatici che popolano i suoi monti: "Fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vivee ruscelli sgorganti dal Libano". Nel Vicino Oriente antico, generalmente povero di alberi e boschi, il legname del Libano era un bene prezioso. Mentre i re assiri se lo procuravano con apposite spedizioni militari, il re Salomone preferi stipulare un apposito accordo commerciale con Hiram re di Tiro, assicurandosi anche una manodopera competente. Con questo legno fu realizzato il rivestimento esterno ed interno del tempio di Gerusalemme, tanto che nella liturgia sinagogale e nella letteratura midrashica "Libano" è sinonimo del tempio stesso, dove sono purificati i peccati di Israele.
Ma ora Israele ha abbandonato la saggezza di Salomone: non accetta compromessi, non vuole restituire le terre conquistate e vivere in pace con i suoi vicini. Al pari dei re assiri, preferisce le spedizioni militari, preferisce bombardare Beirut e Tiro. Con la distruzione del Libano ha distutto - con le proprie mani - il suo Tempio, il suo credito presso l'uomo di strada che ricorderà ancora a lungo i suoi peccati nelle facce bianche dei bambini morti di Qana.
Per mezzo dei tuoi messaggeri hai insultato il Signore e hai detto: "Con la moltitudine dei miei carri sono salito in cima ai monti, nei recessi del Libano. Abbatterò i suoi cedri più alti e i suoi cipressi più belli; giungerò al suo rifugio più remoto nella parte più lussureggiante della foresta (...)

Non hai forse udito che da lungo tempo ho preparato questo e dai tempi antichi ne ho formato il disegno? E ora ho fatto accadere questo: che tu riducessi in cumuli di rovine città fortificate.

Perciò i loro abitanti, privi di forza, erano spaventati e confusi; erano come l'erba dei campi, come l'erbetta verde come l'erba sui tetti, che è bruciata prima che cresca.

Ma io conosco il tuo sederti, il tuo uscire e il tuo entrare e anche il tuo infuriarti contro di me.

Poiché questo tuo infuriarti contro di me e la tua arroganza sono giunti alle mie orecchie, ti metterò il mio anello alle narici, il mio morso in bocca, e ti farò ritornare per la strada per la quale sei venuto".
2Re 19,23-28

martedì 15 agosto 2006

Idee radicate (o pregiudizi?)

«Il mio assistito è un profondo credente, segue con scrupolo il Corano. Le sue idee religiose sono profondamente radicate. Molto diverse dalle nostre». Queste sono le parole che rappresenteranno, molto probabilmente, la base su cui il difensore d'ufficio assegnato a Mohammed Saleem (ritenuto il principale indiziato dell'uccisione della figlia Hina nel Bresciano, sgozzata forse con la complicità dello zio perché innamorata di un ragazzo italiano e "non rispettosa delle tradizioni pakistane") intende difendere il suo assistito.

Sono parole estremamente gravi, poichè dubito che il difensore sia in grado di dimostrarle. Non esiste nessun nesso tra il Corano, le idee religiose e quanto è accaduto alla piccola Hina, sgozzata con barbaria dal padre per la sua relazione. Anche ammettendo che tra i due fidanzatini ci fosse un rapporto più che "platonico", il padre non aveva nessuna scusa "religiosa" per compiere un crimine efferrato come quello. Non sono solito riferire versi del Corano nei miei post, ma in questo caso ritengo necessario chiarire che lo stesso Corano, risalente a più di 1400 anni fa, e cioè a un epoca in cui erano validi persino i principi misogini della Bibbia, prevede "pene" molto lievi - praticamente nulle secondo gli standard dell'epoca - per quello che era considerato un "reato" contro l'onore non solo del singolo ma persino della tribù.

Il versetto coranico in merito infatti recita: "Se le vostre donne avranno commesso azioni infami, portate contro di loro quattro testimoni dei vostri. E se essi testimonieranno, confinate quelle donne in una casa finché non sopraggiunga la morte o Allah apra loro una via d'uscita. E se sono due dei vostri a commettere infamità, puniteli ; se poi si pentono e si ravvedono, lasciateli in pace. Allah è perdonatore, misericordioso. Allah accoglie il pentimento di coloro che fanno il male per ignoranza e che poco dopo si pentono: ecco da chi Allah accetta il pentimento. Allah è saggio, sapiente."

Come tutte le religioni, quindi, anche l'Islam condanna l'adulterio. Ma al di là del fatto che è molto difficile portare quattro testimoni che certifichino che ci sia stato "atto di penetrazione tra l'uomo e la donna" (ovvero, secondo la legge coranica, non basta nemmeno che i testimoni abbiano visto a letto gli "indiziati"), non si parla di lapidazioni o di sgozzamenti, non c'è nessuna giustificazione dell'omicidio del proprio figlio o figlia, bensi di misericordia e di perdono. Anzi, è stato proprio il messaggio coranico a vietare la barbara pratica degli Arabi della Penisola preislamica che consisteva nel seppellimento delle neonate, considerate un peso economico eccessivo e un disonore: "Non uccidete i vostri figli per timore della miseria: siamo Noi a provvederli di cibo, come [provvediamo] a voi stessi. Ucciderli è veramente un peccato gravissimo".

Ma techniche difensorie a parte (gli avvocati, è noto, fanno di tutto per liberare i propri assisti, ricorrendo anche ai cavilli della legge. Figuriamoci se non si appelleranno anche ai principi religiosi, in un clima che sa poco o nulla del Corano e della legge islamica, per alleggerire le pene dei criminali e degli squilibrati), cio' che mi ha lasciato perplesso è che il ministro degli interni affermi che «Il caso di Hina insegna molto ai fini della cittadinanza: è evidente che non basta chiedere l'adesione ai valori della Costituzione, ma bisogna che ci sia un'adesione anche a diritti fondamentali come il fatto che la donna si rispetta secondo regole che io considero universali». Lo ha detto il ministro dell'Interno Giuliano Amato, secondo il quale un diritto universale è il fatto che «la donna ha il diritto di scegliere la sua vita. Il matrimonio combinato noi lo abbiamo abbandonato alcuni secoli fa». Il fatto dunque che per accedere alla cittadinanza ci debba essere una piena adesione a questi valori «è un problema che dovrà essere affrontato bene».

Qualcuno mi spieghi, per cortesia, perchè un immigrato musulmano qualsiasi dovrà in qualche modo certificare o dimostrare che non considera la donna un oggetto prima di prendere una cittadinanza. Innanzittutto il matrimonio combinato non è un'esclusiva dei musulmani: anche gli indù sono soliti combinare fidanzamenti e matrimoni, e molti crimini si commettono in India per questi motivi, nelle distanti e poco controllate campagne. E poi perchè ogni immigrato musulmano deve essere ritenuto responsabile delle colpe di un matto? Forse agli italiani che chiedono un'altra cittadinanza si chiede che non vadano ad uccidere la propria ex e il suo nuovo convivente in pieno mercato (accaduto a Torino) o che certifichino che non intendono anneggare il proprio neonato e poi inscenare una rapina? Forse si chiede loro che certifichino che i loro figli non uccideranno, un giorno, mamma e fratellino? Sono casi italiani, questi, oppure no? Qualcuno mi dirà: ma la religione cattolica non prevede "sgozzamenti rituali" per i figli. Nemmeno quella islamica, che facciamo?

E poi sono davvero curioso di capire come si intende procedere con questi accertamenti...basterà una confessione scritta che certifichi che, come musulmano, non intendo commettere crimini contro la donna, contro le metropolitane, contro gli aerei e via discorrendo, come se ogni musulmano fosse una bestia incontrollata, un sospetto terrorista? O ci sarà qualche test pratico da consumare nel chiuso di una stanza, con una modella? E se di fronte alla modella l'immigrato dovesse pensare di concedersi una piccola violazione del contratto e poi combinasse l'efferrato crimine, cosa ci hanno guadagnato i cittadini italiani che hanno pagato il test con le proprie tasse? Le scuse del Ministro dell'immigrazione in pectore che scrive sul Corriere della Sera, che ha già previsto "test pratici" per gli aspiranti cittadini?

lunedì 14 agosto 2006

Le soglie dell'inimmaginabile

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Secondo i mezzi di informazione, l’attentato sventato a Londra sarebbe stato “inimmaginabile”. Un aggettivo alquanto inappropriato per descrivere qualcosa di cui sia le autorità inglesi che quelle americane rifiutano di fornire pienamente i dettagli, almeno finora. Perché inappropriato? Perché, innanzitutto, era perfettamente immaginabile che gruppi o individui che si riconoscono nel modello qaedista provassero a mettere a segno qualche altro attentato spettacolare. Non c’è affatto bisogno di ricorrere ai pareri di un astrologo o alla cabalistica dei numeri, come alcuni noti grandi esperti di "cose islamiche" fanno dalle nostre parti, per immaginare le conseguenze del clima politico internazionale particolarmente arroventato, che si è ulteriormente acceso dopo l’aggressione israeliana al Libano.

Io non credo che un giovane si svegli la mattina e decida di farsi saltare in aria solo perché gli sono state promesse 72 vergini nell’Aldilà. È semplicemente inconcepibile, poi, che decine di giovani - come nel recente caso londinese, ammesso che non sia un falso allarme - si prestino a missioni suicide senza che dietro ci sia un particolare lavaggio del cervello basato su testimonianze di sofferenza da parte di inermi civili e la convinzione che quanto stiano facendo rappresenti - secondo loro - una vendetta giusta e solo per questo in qualche modo “gradita” e “ricompensabile”. Ma se uno osa affermare questa semplice constatazione, anche alla luce delle confessioni dei mancati attentatori, apriti cielo: “giustifica il terrorismo”, “sostiene le ragioni di Bin Laden”!

Eppure la natura reattiva del terrorismo è così palese che non ci sarebbe nemmeno bisogno di spiegarla. Persino l’11 settembre, presentato come l’origine di tutti i mali, trova le sue origini - da parte degli attentatori - nei dieci anni di embargo e di bombardamenti che hanno prostrato l’Iraq e spianato la strada per un’occupazione che non manca di deliziarci con i suoi frutti, l’ultimo dei quali era l’uccisione di un intera famiglia (padre, madre e piccolo fratellino) da parte dei soldati americani, dopo che un membro della pattuglia violentò – in presenza dei genitori - la piccola figlia quattordicenne. Non è una leggenda metropolitana, visto che il caso è stato ufficialmente riconosciuto. Siete arrabbiati? E' difficile immaginare che qualcuno possa usare cinicamente questo episodio per indurre un giovane in crisi a trasformarsi in una bomba umana?

Il terrorismo non nasce dal nulla. Il terrorismo si alimenta delle azioni di altri, delle conseguenze dell’occupazione americana in Iraq, delle sofferenze delle famiglie libanesi, delle vittime della questione palestinese. La violenza genera odio e l’odio alimenta la vendetta. È così difficile immaginarlo? È così difficile accogliere questa spiegazione? Perché l’ostinazione nel credere che il terrorismo nasca solamente dal fanatismo irrazionale, dall’odio cieco e privo di motivi? Che non trovi invece radici in ciò che ci circonda? Che non dipenda in buona parte anche dalle proprie azioni? Presunzione, arroganza, vittimismo? Qualcuno saprebbe spiegarmelo?

C’è un secondo motivo per cui è inappropriato affermare che l’attentato sventato sarebbe stato inimmaginabile. Far saltare in aria dieci aerei contemporaneamente non ha nulla di inimmaginabile, per quanto cinico possa sembrare affermare una cosa simile. La soglia dell’inimmaginabile è stata già superata, l’11 settembre del 2001, quando a qualcuno venne in mente di dirottare aerei di linea, usarli come missili “intelligenti” e farli schiantare sulle torri gemelle e sul Pentagono. Questo sì che era inimmaginabile, così come lo era assistere a quel disastro in diretta televisiva mondiale.

Mi chiedo quindi se è opportuno parlare di “inimmaginabile” per un piano che prevede l’abbattimento di dieci aerei. Ritengo – molto cinicamente – che l’unica cosa inimmaginabile che possa accadere dopo la fatidica data dell’11 settembre sia l’esplosione di una bomba nucleare o di un’arma chimica in una zona densamente popolata. Ma perfino questa minaccia è stata svalutata dal clima di isteria che politici e giornalisti prezzolati hanno diffuso in tutto il mondo, dove ognuno fa a gara per spararla più grossa dell’altro. Per dirla brevemente, non c’è più nulla di "inimmaginabile", quando si parla di terrorismo. L’uso di quell’aggettivo, in simile contesto, è ormai indice palese della volontà, sì di terrorizzare, ma da parte dei media e dei politici.

È inimmaginabile, invece, che il presidente della più grande superpotenza mondiale si inventi la presenza di armi di distruzione di massa e connessioni con Alqaeda per invadere l’Iraq, che il primo ministro britannico avvalli un dossier falsificato in maniera rudimentale e irrisoria per giustificare quell’occupazione, e che entrambi vengano rieletti. E' inimmaginabile che Israele bombardi impunemente per settimane il Libano mentre isterici individui senza vergogna parlano di “antisemitismo” e di “diritto all’esistenza” per zittire ogni critica, allorché è palese anche alla lavandaia dell’angolo che le uniche esistenze in pericolo sono quelle dei vicini di casa di Israele, che si continui a paventare pericoli spacciando qualche clandestino con un permesso di soggiorno scaduto per un pericoloso estremista in sonno.
Ecco, queste sì che sono cose inimmaginabili, anzi...è inimmaginabile persino pensarle queste cose. Ma...sbaglio, o anche queste si sono verificate?

Su Liberoblog

Il post dell'altro giorno è finito su Liberblog con il seguente incipit:

Blogger musulmano si domanda: "Se cade un aereo è colpa anche mia?". Il pericolo del terrorismo incute nella maggior parte dei passeggeri dei voli di linea il timore di non arrivare vivi all'aeroporto di destinazione. Ma c'è chi ha una paura più grande, legata alle proprie nazionalità e religione

sabato 12 agosto 2006

Viaggiare dopo l'11 settembre (II)

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Leggi la prima puntata

E questo perché? Perché finora l’unico musulmano laico che il panorama mediatico italiano ha accreditato come voce dell’ "Islam moderato", come portavoce della “maggioranza silenziosa dei musulmani” è uno che campa confondendo le acque, scambiando la moderazione religiosa, la laicità, l’integrazione con l’appiattimento sulle posizioni statunitensi e israeliane. Secondo lui, non si può essere moderati religiosamente, o laici, o integrati se si critica la politica d’Oltreoceano. Non si possono chiamare le cose con il loro nome: non si può definire quella americana in Iraq “occupazione” o quella israeliana in libano “aggressione” senza rischiare di essere bollati come sostenitori di Bin Laden, come “amichetti” dei terroristi, come "antisemiti", come “islamisti”.

La prima volta che mi vidi definire con questo termine era su un blog tocque-villano. Sono ancora indeciso se considerarlo sinonimo di “uno che studia o che si occupa di Islam” o come “dissimulatore amico dei terroristi che sfrutta politicamente l'Islam”, in virtù della confusione che regna fra neoconservatori e similari nell’uso di una terminologia a loro essenzialmente sconosciuta. Propendo comunque per la seconda ipotesi, considerato che è proprio l’ambiente neocon a ritenere chiunque critichi gli USA o Israele, specie se arabo e musulmano, un amico dei tagliagole fondamentalisti. Quel giorno mi sono guardato allo specchio e mi sono chiesto: “Io, islamista? In che senso?”. Io, cresciuto nel segno della laicità, di formazione occidentale, in scuole francesi, italiane, greche, tra chiese ortodosse, cattoliche, tra amici ebrei e musulmani? Sono arrivati al punto di definirmi “islamista”, nel senso di uno di quelli che vorrebbero – secondo la loro concezione malata del mondo – “islamizzare il mondo e sottometterlo alla Shariah”?

Sinceramente non sono ancora riuscito ad arrivare alla soluzione del problema. Come posso spiegare la frustrazione, le angosce, le paure e i legittimi sospetti del mondo arabo nei confronti dell’Occidente, come spiegare a quest’ultimo che il suo sostegno illimitato e acritico alla logica delle armi, alla politica della contrapposizione, alla rinuncia a ogni principio democratico e a ogni garanzia legislativa, altro non è che la via più breve per vanificare gli sforzi degli arabi laici e persino dei musulmani moderati, che proprio per aver promosso una lettura moderna della religione, un'autocritica sincera e disinteressata nei confronti della politica autoritaria, corotta del mondo arabo - vengono derisi, criticati e persino condannati nei loro paesi d'origine - fino al punto di dover sfuggire ed essere quindi strumentalizzati in Occidente? Come posso farlo, senza essere messo sul conto degli "Islamisti", intesi come coloro che "vorrebbero islamizzare tutti con la forza"?

In Libano c’era un microcosmo di quella democrazia multiconfessionale e multietnica che si vorrebbe esportare in Medio Oriente. L'hanno letteralmente distrutta e ne hanno consapevolemente distrutto anche l’immagine, mandando in onda solo Ayatollah, barbe e moschee e nascondendo le immagini di piscine piene di donne in bikini, di cristiani in preghiera nelle chiese, di occidentali in lacrime per la distruzione di un paese che si è ricostruito faticosamente. Ma è proprio guardando questo microcosmo in macerie, vedendo lo sgomento dell’opinione pubblica mondiale che fatica a credere nella propaganda unilaterale dei media, che mi rendo conto che ora più che mai c’è bisogno di gridare che chi è su posizioni critiche nei confronti degli Usa, di Israele e dei loro alleati non è, nonostante tutta la criminalizzazione e la demonizzazione in atto, un nemico dell’Occidente o un sostenitore della distruzione di Israele.
È semplicemente qualcuno che vorrebbe far capire, allo stesso Occidente, che seguendo quella via si appresta a immergersi in un infinito circolo vizioso di violenza. Abbiamo proprio Israele davanti, come esempio: sessant'anni di aggressioni, di ritorsioni, di punizioni, di "lotta al terrore" e ancora oggi nessun israeliano si sente al sicuro. Nonostante le guerre in Afghanistan e in Irak, nulla è cambiato in Medio Oriente, ci sono sempre più giovani disposti a farsi saltare in aria. Certo, c'è dietro il fanatismo. Ma cosa alimenta il fanatismo, se non il desiderio di vendetta? E' questo che vuole l'Occidente? Fornire ai predicatori d'odio materiale su cui lavorare, in base al quale dimostrare la sua iniquità ? Mi rifiuto di avvallare la politica del terrorismo psicologico, dei guerrafondai che hanno tutto l'interesse nello smuovere i loro laboratori militari, le loro aziende di mitragliatrici, le loro compagnie petrolifere sui cadaveri di innocenti arabi e non.
Non sono disposto a non vedere un'altra soluzione se non le campagne di bombardamenti e le occupazioni. So che l'altra soluzione c'è. E la soluzione è nella cultura, nella promozione di scuole, di microprogetti economici, nel combattere l'analfabetismo e nel lasciare ogni popolo percorrere la strada che ritiene migliore e imparare dai propri errori. Da soli, senza tutori, senza intermediari e - forse - proprio con l'aiuto culturale ed economico dell'Occidente percorerranno la strada meno sanguinaria. Altrimenti, lasciate che gli arabi facciano le loro rivoluzioni francesi, le loro guerre civili americane, e impareranno comunque. Gli interventi militari esterni inquinano il panorama, forniscono ragioni a tutte le parti in conflitto, alimentano l'anarchia, piuttosto che calmare le acque. A chi chiede perchè i morti musulmani uccisi da musulmani non suscitino condanne, non sollevino indignazione, ebbene, questa è la mia risposta.

venerdì 11 agosto 2006

Viaggiare dopo l'11 settembre (I)

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Sono una persona a cui piace viaggiare e ho una famiglia sparsa in tutto il mondo. Sono stato spesso e volentieri nel continente americano, e molte volte – prendendo l’aereo - mi sono anche posto una domanda, alla luce del clima di insicurezza che si è creato dopo l’11 settembre e di cui abbiamo avuto conferma anche con l'ultimo piano terroristico sventato. La mia domanda, semplicemente, era: che cosa succederebbe, se su quel particolare aereo su cui mi trovavo anch'io si fosse trovato un attentatore? La mia preoccupazione in quel momento, non sarebbe stata per l’imminente morte, mia o degli altri passeggeri, nel caso gli attentatori riuscissero nel loro intento. Da quel punto di vista sono molto "orientale", credo nel maktub, ovvero nel destino scritto e prestabilito che l’uomo può deviare con le proprie decisioni ma che alla fine si conclude comunque così come era "inteso".

La mia preoccupazione essenziale sarebbe invece per la memoria che verrà tramandata dell’accaduto. Vi confesso infatti che la mia più grande preoccupazione, per così dire personale, oltre il dolore dei famigliari, è per quello che verrà tramandato della mia “memoria”. Chi mi garantisce che il sottoscritto, di cittadinanza egiziana, con un nome arabo, non verrà indicato – a torto – dai media di tutto il mondo come uno dei supposti attentatori? Nelle inchieste giornalistiche e nelle indagini di prima ora è molto più che probabile che i sospetti ricadano su tutti i musulmani presenti sull’aereo. E se il nome del sottoscritto fosse trascinato accanto a quello degli altri attentatori, in virtù della comunanza di fede e di origini? Queste sono, purtroppo, le domande che un mediorientale qualsiasi è obbligato a farsi oggi, salendo su un aereo.

Non ci saranno, probabilmente, testimoni che smentiscano questi sospetti. Probabilmente i miei genitori, già affranti per la perdita, non si capaciteranno dell’idea di essere indicati come i genitori di un fanatico terrorista. Ancor più probabilmente moltissime persone che mi hanno conosciuto riterranno inverosimile persino il pensiero di una cosa simile. Ma sono altrettanto sicuro che verrà fuori anche chi dirà che è molto probabile: in fin dei conti ero uno che condannava le aggressioni di Israele, uno contrario alla politica estera statunitense, uno che criticava il moderato e benvoluto Magdi Allam. Quest’ultimo, poi, dalle pagine del Corriere e dagli studi di Matrix, avrebbe pontificato che non c’era nulla di strano, che in virtù della sua teoria sulla “dissimulazione”, era più che probabile che un insospettabile immigrato si rivelasse un pericoloso terrorista.

È questa la cosa che mi fa arrabbiare di più. Che gente come Andrea Sartori, l’Emilio Fede del forum di Magdi Allam, venga su questo blog, immediatamente dopo aver saputo del piano terroristico sventato a Londra per dirmi: “quanti ne volevano far fuori di CIVILI i tuoi amichetti sugli aerei da Londra?”. Che dei mentecatti privi di educazione e di buon senso si permettano di insozzare la mia reputazione, il mio onore, il mio nome, indicando nei terroristi i miei “amichetti”. Ma mi rendo conto che anche questo è frutto della perversa propaganda che ha accomunato le posizioni critiche nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, nei confronti della logica delle Civiltà "superiori" ed "inferiori", al “filo-terrorismo” e all’ “Islam militante”.

Prima di venire in Italia, non mi sarei mai sognato di mettermi a difendere le ragioni del mondo arabo o del mondo islamico. Ero venuto per proseguire gli studi universitari, magari trovare un lavoro o anche immigrare altrove. Avevo lasciato un Egitto in cui, piano piano, l’eccessiva osservanza della religione in stile wahabita faceva letteralmente impazzire la gente: guardare la televisione era un peccato, vestirsi in un certo modo - anche rispettabile - era peccato, il tutto accomunato ai soliti piccoli problemi quotidiani: i mezzi di trasporto pubblici che non rispettano gli orari, i marciapiedi invalicabili, la burocrazia dinosaurica. Ma in fin dei conti non avevo qualcosa di grave da cui sfuggire, come la fame, la miseria o la persecuzione. Nonostante tutti i suoi problemi, il mio paese d'origine era e rimane il mio paese d'origine: solare, ospitale, in continuo cambiamento, sia in meglio che in peggio.
Arrivato in Italia però, mi resi conto che l’ignoranza e la propaganda islamofobica avrebbe reso la mia vita in Europa un inferno. Ho incontrato, ancor prima dell'11 settembre, persone che - in assoluta buona fede - credevano che in Egitto vivessi sotto una tenda vicino alle piramidi, che da noi le donne venissero scambiate con i cammelli, che leggi egiziane fossero la fotocopia di quelle saudite. Ho dovuto, per forza di cose, mettermi a spiegare questo e quello, a sfatare miti e pregiudizi, a spiegare le ragioni e le convinzioni del mondo arabo, che – soffocato da tanta propaganda negativa e dalle campagne “liberatorie” di bombe – rischia davvero di sprofondare nel fanatismo religioso, nel generare ancora più terroristi.

giovedì 10 agosto 2006

Fermare le atrocità di Israele

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L’attacco israeliano sul Libano, sostenuto dagli Usa, ha lasciato il paese tramortito, incenerito e arrabbiato. Il massacro di Qana e le vite perse non sono semplicemente «sproporzionati». Si tratta, secondo le leggi internazionali, di un crimine di guerra. Anche la distruzione deliberata e sistematica dell’infrastruttura sociale del Libano da parte delle forze aeree israeliane è un crimine di guerra, progettato per ridurre il paese allo status di un protettorato israeliano-statunitense. Questo tentativo si è però ritorto contro, mentre il resto del mondo guarda atterrito. Nello stesso Libano, l’87% della popolazione ora sostiene la resistenza di Hezbollah, inclusi l’80% dei Cristiani e Drusi e l’89% dei Musulmani Sunniti, mentre l’8% crede che gli Stati uniti sostengano il Libano. Queste azioni tuttavia non saranno giudicate da alcuna corte istituita dalla «comunità internazionale» perché gli Stati uniti e i loro alleati, che commettono (o sono complici di questi crimini spaventosi), non lo permetteranno. Ora è chiaro che l’attacco in Libano per epurare Hezbollah è stato preparato molto tempo prima. I crimini di Israele hanno ricevuto il lasciapassare dagli Stati uniti e dai fedeli alleati britannici di sempre, nonostante l’opposizione schiacciante a Blair nel suo paese. La breve pace di cui il Libano ha goduto è giunta alla fine mentre il paese è costretto a ricordare un passato che sperava di lasciare alle spalle. Il terrore di stato inflitto al Libano si sta ripetendo nel ghetto di Gaza mentre la «comunità internazionale» sta a guardare in silenzio. Nel frattempo il resto della Palestina viene annesso e smantellato con la diretta partecipazione degli Stati uniti ed il tacito consenso dei loro alleati. Noi offriamo la nostra solidarietà e sosteniamo le vittime di questa brutalità così come coloro che vi costruiscono la resistenza. Per quanto ci riguarda, useremo tutti i mezzi a nostra disposizione per smascherare la complicità dei nostri governi in questi crimini. Non ci sarà pace in Medio Oriente finché le occupazioni di Palestina e Iraq e le bombe «temporaneamente» sospese sul Libano continueranno.

Tariq Ali, Noam Chomsky, Eduardo Galeano, Howard Zinn, Ken Loach, John Berger, Arundhati Roy

martedì 8 agosto 2006

Identità e differenze

Il tema dell' "identità nazionale" si sta prepotentemente imponendo nel dibattito relativo alle nuove norme sull'immigrazione e la cittadinanza. Secondo alcuni, all'aspirante cittadino italiano si dovrà chiedere di aderire completamente "all'identità nazionale italiana". Personalmente, ritengo che questo continuo ribadire dell'importanza e centralità dell'identità nazionale sia un pochino allarmante, considerati i toni esasperati e spesso isterici con cui si affronta una questione che non si dovrebbe nemmeno porre, e fra poco spiegherò per quale motivo.
Ernesto Galli Della Loggia, in una lezione impartita ad alcuni studenti, ha parlato di un problema reale, tipicamente italiano, che viene sottaciuto quando invece si parla di immigrati, ovvero di "Uno scarso senso di identità nazionale che è proprio della situazione italiana. Perché questo è successo? E' successo perché in Italia c'è stato il fascismo che ha sfruttato politicamente l'idea di nazione. Praticamente ha detto - uso parole semplicissime, ma per farmi capire - l'unico modo di essere italiani è quello di essere fascisti (...) Per molti decenni, dopo la Seconda Guerra Mondiale, (l'identità nazionale) dopo il fascismo non ha potuto diciamo così esprimersi in senso più politico, più culturale, perché appunto c'era questo ricordo dell'uso che il fascismo ne aveva fatto, allora gli italiani hanno trovato che l'unica possibilità di manifestare questa loro identità e anche il fatto che tenessero a questa identità insomma, che per loro fosse un valore, era quello di fare il tifo per la Nazionale".
La mia esperienza in Italia mi insegna che quando si parla di "identità nazionale" al di fuori dei Mondiali, lo si fa essenzialmente quando si ha l'impressione che questa sia di fatti minacciata. Ernesto Galli Della Loggia conferma questo mio pensiero quando dice "ci sentiamo tutti Italiani, sappiamo che cosa significa questo, anche se poi nella vita di ogni giorno non abbiamo particolare necessità o bisogno di dimostralo o di gridarlo". Il punto però, è che ora si sta cominciando a gridare forte questa appartenenza, e ad esigere - con fare minaccioso o quanto meno allarmato - dagli immigrati una piena aderenza ad essa. E questo succede a Mondiali finiti, non so se mi sono spiegato. Della Loggia conferma queste mie impressioni quando dice che "l'identità nazionale è un po' come quelle cose come la libertà, cioè che uno sente che esiste soltanto quando manca, cioè se qui arrivasse probabilmente appunto un altro popolo che occupasse l'Italia, probabilmente anche noi, che nella vita di ogni giorno non ci sentiamo particolarmente Italiani, a quel punto, sì, ci sentiremmo Italiani. Tutti i fatti di identità acquistano rilevanza soprattutto quando sono messi a confronto con un'altra identità, se appunto qui venissero altri, un altro popolo, se l'Italia fosse occupata da un altro, da un altro popolo. Questo elemento di identificazione scatterebbe allora più forte che mai, ma su una base preesistente". In altre parole Della Loggia collega, in un'analisi che ritengo molto lucida, il "sentire" o anche "gridare" la propria identità alla sensazione di essere "minacciati" da un invasore. Non è casuale, quindi, che la centralità dell'identità nazionale italiana sia rispuntata ora che si parla di immigrati, anche musulmani, e di immigrati che diventano cittadini, con tanto di diritto di voto.
Personalmente sono convinto che il problema sia ancora piu a monte del Fascismo, che sia da ricercare nella storia di uno stato, quello italiano, - tutto sommato - di recente unificazione, in cui è ancora prevalente l'identità regionale. Io abito al Nord, e spesso e volentieri sento persone che parlano dei meridionali, anche in buona fede, tradendo sentimenti colmi di pregiudizi. Quante volte ho sentito: "E' napoletano, ma è uno onesto", oppure "I meridionali sono cosi" e viceversa. In questo contesto, un immigrato come può interpretare questa supposta identità nazionale? Le uniche volte che ho sentito parlare di nazione in Italia era durante le partite e quando si parlava di "quelli che vengono qui ad imporci le loro regole", il che non è un buon esempio. Proprio per questo inserire l'identità nazionale nei dibattiti sull'immigrazione mi preoccupa: come si fa a parlare di identità nazionale e richiedere all'immigrato di aderire ad essa se persino i cittadini autoctoni ce l'hanno presente solo quando si parla dei "musulmani che ci invadono"?
Conosciamo bene il sentimento covato da quasi tutti quelli che straparlano di "identità nazionale" quando in discussione sono gli immigrati e le cittadinanze da concedere. Sappiamo benissimo che per loro questa identità, che è anche espressione di una determinata cultura, storia e civiltà, è la migliore possibile o comunque superiore a quella degli "invasori" o degli "ospiti" che aspirano a diventare cittadini. La maggioranza precedente al governo l'ha ribadito in tutte le salse, e lo fa tuttora. Ma questa non è la sana identità nazionale, questo è nazionalismo. E " il nazionalismo - dice ancora Della Loggia - è la degenerazione dell'identità nazionale". Tra identità nazionale e nazionalismo, c'è la stessa differenza che corre fra "la famiglia e il familismo. La famiglia è quella cosa che conoscete. Il familismo che cos'è? E' il sentimento esasperato della famiglia, per cui appunto, anche se tuo fratello ammazza qualcuno, tu non dici niente, perché è tuo fratello". Io credo che il tema dell'identità nazionale sia da mantenere fuori dal dibattito sulla cittadinanza, in un paese che non ha ancora perfettamente chiara l'identità di cui parla, o che comunque la sente solo quando si ritiene minacciato, di fatto esasperandola. Solo nel momento in cui anche l'Italia sentirà automatica la propria identità, superando le differenze e i pregiudizi regionali, se ne potrà riparlare anche per gli immigrati. Ma a quel punto non ce ne sarà più bisogno, perchè sentirsi italiani verrà naturale anche a costoro, immersi in un clima dove si respira con naturalezza, e senza espedienti propagandistici e demagogici, una sana e genuina identità nazionale.

lunedì 7 agosto 2006

Aspetta e spera...

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Tre provvedimenti cruciali per l'immigrazione in meno di un mese: 300mila permessi di lavoro in più, rispetto ai 170mila già previsti dai flussi della precedente legislatura; la semplificazione dei criteri per il ricongiugimento familiare e la modifica della legge per l'acquisizione della cittadinanza italiana, con 5 anni di residenza invece degli attuali 10, e il principio dello ius sanguinis sostituito dallo ius soli. Sembra che il governo Prodi si stia dando da fare per mantenere le promesse relative al capitolo "immigrazione" esposte nel programma dell'Unione. La cosa non puo' che rallegrarmi, avendo io stesso caldeggiato il voto alla Sinistra anche in nome della difesa dei diritti e delle aspettative degli immigrati.
Il ministro Ferrero ha giustamente sentenziato che "Chi nella politica ha avuto premi dalla popolazione sollecitando paure e discriminazioni verso gli immigrati dovrà poi tener conto del loro peso elettorale", ricordando che ben 50mila immigrati residenti da tre anni in Italia accorsero a formare un buon 10% del "popolo delle primarie" di Romano Prodi. Per queste sue affermazioni, il ministro è stato e viene linciato da giornali che dovrebbero essere portati in tribunale per i loro titoli da prima pagina sull'argomento immigrazione e persino criticato da Gian Antonio Stella sul Corriere. Ebbene, non sono d'accordo con Gian Antonio Stella (che già conosciamo per i suoi ottimi articoli) quando scrive che le affermazioni del ministro Ferrero sviliscono una battaglia giusta degradandola a una questione insopportabilmente bottegara. E non le ritengo nemmeno una provocazione inutile e insulsa, come sembra voler affermare. Le affermazioni del ministro Ferrero rispecchiano la realtà dei fatti, il "Do ut des" caratteristico di ogni sistema politico democratico. Egli ha perfettamente ragione: gli immigrati hanno riposto molte speranze in questo governo, e - come in qualsiasi democrazia - le speranze ben riposte dai cittadini vengono premiate al momento del voto.
Il punto è, semmai, vedere se questo procedimento passerà alle Camere o se sarà necessario ricorrere allo strumento della fiducia. Se ci sarà, o meno, un referendum - come vorrebbe Calderoli - e se gli italiani avranno la stessa ispirazione che ebbero all'ultimo referendum sul Federalismo, anch'esso voluto e caldeggiato dalla Lega. Poi ci sarà da vedere quanti casi rientranti nei criteri indicati dalla legge incontreranno le solite difficoltà burocratiche, la chiusura mentale di qualche impiegato e quindi quanto tempo un cittadino immigrato impiegherà realmente prima di ottenere la cittadinanza. La partita non è ancora chiusa, e non basterà la semplice approvazione della legge per far contenti gli immigrati. Ci vogliono garanzie di ferro su un suo celere funzionamento, sul superamento dei cavilli legali e delle fantasie interpretative di ogni ufficio preposto alla sua applicazione. Solo allora la Sinistra potrà ambire ai voti di cittadini politicamente soddisfatti e riconoscenti.

Dopodichè ci sarà bisogno di lavorare ancora, per impedire che questi voti si disperdano. Per la comunità araba e musulmana per esempio, indicata dai soliti predicatori di odio annidati in alcune redazioni come la principale paura dei cittadini italiani (forse perchè essi stessi hanno contribuito a trasformala in minaccia), il confronto sarà anche sulle posizioni in politica internazionale, come per esempio il comportamento della leadership di sinistra sulla crisi libanese. Poche illusioni, quindi: non ci sarà nessun voto acritico a priori. In ogni caso, se tutto funzionerà correttamente, nel quadro più ampio di una reale integrazione e di un vero confronto democratico, entro pochissimi anni movimenti come la Lega Nord scompariranno, e i loro cimeli verranno esposti accanto alle ricostruzioni faciali dei bingo-bongo preistorici nei più grandi musei di storia naturale del mondo. E vedremo alcuni politici oggi abituati a dirne di tutti i colori sugli immigrati costretti ad indossare anche l'ossicino nei cappelli pur di mendicare voti e appoggi elettorali. Forse solo allora potranno attingere alla loro "identità e civiltà" e ai "valori fondanti dell'identità nazionale" di cui straparla Magdi Allam e di cui abbiamo avuto un assaggio nelle dichiarazioni, vecchie e recenti, di alcuni esponenti dell' ex-maggioranza, magari alietando i loro nuovi elettori con questa vecchia canzone (magari modificata), risalente al 1935:
Faccetta nera,
sarai Romana
la tua bandiera
sarà sol quella Italiana!
Faccetta nera,
Bell'abissina
Aspetta e spera
Che già l'ora si avvicina!

sabato 5 agosto 2006

Omertà

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Il 24 luglio scorso, Lucia Annunziata scriveva sulla Stampa: "Se volete sapere qualcosa di meno astratto, sterilizzato; se volete capire cosa significa essere bruciati da una bomba; se volete immaginare cosa passa nella mente e nei cuori del mondo arabo - cliccate sul seguente indirizzo: www.fromisraeltolebanon.info. Le immagini della morte dei civili del conflitto libanese in corso, non pubblicate e non pubblicabili - e che neppure questo giornale per ragioni di rispetto, nei confronti dei vivi come dei morti, può pubblicare - sono lì. Sono arrivate via internet, inviate - miracolo delle triangolazioni virtuali - da un villaggio dei territori occupati, da un giovane palestinese che non vedo né sento da anni, accompagnate da una sola frase: «Please, pass it on», per favore divulgatele". Nel suo articolo, l'Annunziata ha sintetizzato mirabilmente il nuovo fronte della guerra mediatica quando scrisse di quella "lunga catena di sant’antonio dentro lo spazio virtuale in cui ci si contende la mente e il cuore del consenso popolare. Una operazione la cui efficacia è inversamente proporzionale al poco lavoro e ai pochi soldi che richiede; viaggia infatti velocissima, a zero costo, nelle vene dei computer, e può raggiungere e rimbalzare da ogni angolo del mondo".
Ma la libera catena di cui ha scritto l'Annunziata, indicandone coraggiosamente la fonte su internet - pur legittimamente spiegando la decisione del proprio giornale circa la non ripubblicazione delle immagini - è la stessa che vuole interrompere, persino su internet, Gianni Riotta del Corriere quando scrive della "poderosa armata della propaganda fondamentalista sul web" che arruola "quei volti strappati alla vita nella campagna di odio contro «gli ebrei e il Satana americano»", puntando il suo dito accusatore contro "chi diffonde su Internet le foto dei bambini libanesi dilaniati". Nel primo caso c'è l'invito, pacato ed educato, per chi vorrà farlo (avendo fegato a sufficienza), ad andare a vedere quelle foto per capire il punto di vista e soprattutto l'indignazione del mondo arabo, dall'altro l'isterica criminalizzazione e demonizzazione di chi osa far vedere o semplicemente inoltra quelle stesse foto. Alla luce della visione Riotta, verrebbe quindi da dire che anche la Annunziata è una pericolosa fondamentalista "antisemita", avendo osato fornire ai suoi lettori l'indirizzo dove attingere e inoltrare le foto incriminate. Incriminate perchè documentano in modo inequivocabile la barbaria della campagna israeliana. Ovviamente, l'atteggiamento isterico di alcuni cronisti di fronte alla diffusione su larga scala delle foto e delle prove visive del genocidio che viene perpetrato dalle forze israeliane in Libano la dice lunga sull'indifendibile situazione in cui Israele si è cacciato, e sulla loro impotenza mediatica che non riesce a bloccare la voce della verità. Fortunatamente sappiamo benissimo che dietro alle presunte remore dovute alla volontà di non urtare la sensibilità degli spettatori con immagini oscene, si nasconde una chiusura a priori determinata da ragioni prettamente politiche, e quindi di propaganda.
Ieri tutti i giornali del Bahrein hanno rivelato che le loro direzioni avevano ricevuto una lettera da parte dell'Ambasciata della Gran Bretagna, scritta dal Chargé d'Affaires Stephen Harrison, dove si chiedeva ai giornali di interrompere la pubblicazione di fotografie che mostrano le devastazioni ed i massacri di esseri viventi che l'aeronautica e l'artigleria israeliana stanno compiendo in Libano: "Noi tutti vogliamo vedere la fine delle orribili fotografie di distruzione sulle Vostre prime pagini cui pubblicazione è andata avanti per tutta la settimana scorsa." ("We all wish to see an end to the horrific photos of destruction on you front pages over the past week".) La Gran Bretagna ovviamente non aveva pensato alla possibilità che una lettera così esplicita come quella di Harrison non sarebbe stata trattata "confidenzialmente", ma che sarebbe apparsa sulle prime pagini dei giornali stessi. Perfino il giornale decisamente filo-governativo del Bahrein, Al-Watan (La Patria) mise in mostra la sua indignazione per la lettera dell'Ambasciata britannica pubblicando sulla prima pagina la foto di bambini libanesi che rovistano nelle macerie della loro casa, con didascalia "Questi sono le vittime che l'Ambasciata britannica non vuole che vi mostriamo."
E queste sono le innocenti vittime che mostrerò anch'io, e tutte le persone oneste che si rifiutano di sottostare al vergognoso ricatto morale che vorrebbe nascondere i fatti. Quando si devono pubblicare inutili vignette che prendono in giro una fede e un'intera comunità di credenti, è tutto un coro a favore della sacrosanta Libertà di stampa, ma quando si tratta invece di documentare la realtà di una guerra in corso, che alimenta il circolo vizioso di violenza che tocca tutti noi, è tutto un farfugliamento con scuse che non stanno nè in cielo, nè in terra, un invito più o meno minaccioso a nascondere quelle foto, altrimenti l' "uomo di strada" farebbe due conti e capirebbe che quella che è in atto altro non è che un' illegale guerra di aggressione che nessuno in Occidente vuole o ha il coraggio di fermare. Ebbene, carissimi ed esperti cronisti, "Pensate - come scrive Carlo Bertani - che quando ci hanno sparato sui teleschermi e sui monitor quei cadaveri grigi, piccoli e leggeri dei bambini libanesi con il rivolo di sangue alla bocca – invece d’esser colti da un ragionevole dubbio sull’utilità dei bombardamenti israeliani – abbiamo ricordato le tante volte che abbiamo preso in braccio i nostri figli addormentati, per portarli dall’auto al loro lettino. Scusateci se – mettendo per un attimo da parte le vostre erudite sentenze – ci siamo chiesti quali potessero essere i sentimenti di quei padri e di quelle madri: vi chiediamo scusa, perché non riusciamo a capire che “le masse arabe non conteranno mai nulla”, non abbiamo sufficiente materia grigia per riflettere che l’obiettivo essenziale è “la guerra al terrorismo”. Siamo limitati ed anche un poco ignoranti: d’altronde, mica ci chiamano per esporre il real pensiero dal pulpito di “Porta a porta”.