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sabato, settembre 30, 2006

Abramo! Abramo! (I parte)

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Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò».
Genesi, 22
Se dovessi iniziare il mio discorso dicendo che i musulmani non appartengono alla cultura italiana, cristiana, occidentale e che degli arabi che nel corso dei secoli sono approdati sul suolo dell'Italia, nulla in generale è rimasto, tant'è vero che persino l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome, praticamente ribadirei le idee della Fallaci. Se affermassi invece che il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia e che i musulmani rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata perché essa è costituita da elementi culturali non europei, diversi in modo assoluto dai riferimenti culturali che hanno dato origine agli Italiani, praticamente ribadirei i concetti espressi da Magdi Allam. La Fallaci infatti scrisse, prima di morire, rivolgendosi ai musulmani: "Quali beni-culturali islamici, sfrontati?!? Quale patrimonio-storico-artistico-ambientale-architettonico-archeologico-archivistico-librario dell'islamismo, sfacciati?!? In Italia i vostri avi non hanno portato nulla fuorché il grido «Mamma li turchi». (...) Quindi nei nostri musei, nei nostri archivi, nelle nostre biblioteche, tra i nostri tesori archeologici e architettonici, non c'è un bel nulla che vi appartenga". Magdi Allam invece sostiene, in un articolo intitolato "I musulmani in Europa prima islamici, poi cittadini" (15 agosto 2006) che "Il dato sull’identità (islamica, ndr) attesta come la schizofrenia identitaria sia la causa principale dei problemi dei musulmani e rappresenti il principale fattore di discrepanza rispetto alla popolazione autoctona".
Teoricamente quindi, se ripetessi quanto sopra enunciato nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi. Per molti diventerei persino un musulmano "moderato" che sposa coraggiosamente la posizione di una "scrittrice"/"scrittore" (sic) "coraggiosa"/"o" (ri-sic) che se ne frega del politically correct, del relativisimo culturale, dell'Eurabia che avanza. Peccato che quanto sopra enunciato altro non sia che la trasposizione moderna del "Manifesto della Razza". Ho semplicemente sostituito la parola "ebrei" con "musulmani" e la parola "razza" con "cultura". Non ci credete? Eccovi l'articolo 9 del Manifesto della Razza: "Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l'occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all'infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempe rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l'unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli Italiani". Questa sovrapposizione di concetti che non indigna apparentemente nessuno cosa significa?
Significa che l'Occidente, in questi ultimi anni, ha imboccato una strada che lo porterà, se non fermato in tempo, non solo alla discriminazione ma alla deportazione (chiamata oggi espulsione) e/o al massacro delle minoranze musulmane residenti sul proprio territorio. Inizia sempre cosi: la propaganda, poi le leggi, poi i fatti. Si tratta di un'affermazione che sicuramente rallegrerà tutti quelli che condividono il pensiero della Fallaci o di Magdi Allam. Costoro spesso ci avvertono un giorno sì e l'altro pure che prima o poi "avranno le balle piene" e che la "reazione nei confronti dei musulmani sarà durissima". Sono parole che si ripetono spesso, non solo su internet, ma anche nei bar e persino nelle manifestazioni politiche, che magnificano un'Italia che è degli italiani cattolici, che non vuole islamici di mezzo, neanche quelli "cosiddetti moderati". Un film come quello di Martinelli, riedizione di un film nazista - tant'è vero che ne copia persino la locandina - viene minimizzato e spacciato per "cultura". Qualcuno si indigna, è vero, ma nessuno si agita chiedendo per esempio un provvedimento legale. Quando la IADL invece ci pensa, ben sapendo comunque che probabilmente non verrà fatta giustizia in nome della "liberà di espressione", non solo coloro che vorrebbero vedere i musulmani nei campi di concentramento la bollano come "organizzazione estremista che vuole impedire la libertà di espressione", ma persino chi è indignato critica la scelta di ricorrere a mezzi civili e legali messi a disposizione di tutti, ma che nessuno vuole usare per difendere una minoranza che viene avviata al macello.
Mi rendo conto che un occidentale perbene qualsiasi, ascoltando un' affermazione simile, mi zittirebbe subito, giustamente indignato e offeso dalla gravissima insinuazione che lede l'immagine del paese civile e democratico in cui vive. Un musulmano "moderato", tipo quel Ali Schuetz che ha fatto da consulente al film di Martinelli che demonizza i convertiti e di cui sarà un giorno la prima vittima (e lo è già stato, visto che una bomba era stata piazzata davanti ad un locale da lui posseduto a inizio estate), forse sarebbe un pochino scettico, rifiutando non tanto di crederci quanto temendo addirittura di pensarci, offendendo di conseguenza i suoi datori di lavoro. La mia, direbbero questi ultimi due all'unisono anche se per motivi diversi, sarebbe una esagerazione "inaudita", "indicibile", "inaccettabile", "eccentrica", "folle", "paranoica" e via discorrendo. Me ne rendo perfettamente conto: è difficile concepire e tanto meno accettare uno scenario così estremo, una prospettiva talmente vergognosa, specie nell'era moderna, su terre che vantano democrazia e diritti civili, dopo la vergogna della Shoah. E se è così difficile concepire una cosa simile da parte del potenziale e involontario carnefice, offeso nella propria dignità, lo è ancora di più per la vittima disegnata, che spesso si vergogna di esternare tali paure preferendo sperare in un futuro migliore, in cui prevalga il buon senso e la pace. Ma dal momento che spesso le cose ritenute impossibili ed inimmaginabili si avverrano lasciando di stucco i più feroci critici e dettrattori e cogliendo di sorpresa le vittime dello scetticismo, ritengo mio dovere morale ribadire pubblicamente la mia visione apocalittica. Leggi la II parte

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venerdì, settembre 29, 2006

Diu bun

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L'ultima chicca proveniente dal forum "moderato" da Magdi Allam sul sito del Corriere. Un lettore di origine araba gli chiede "Mi ha sempre incuriosito sapere quale fosse il suo giornale arabo preferito, la tv araba che segue di più, lo scrittore arabo che ama di più. Cosa pensa di Mohammad Hasanen Hekal e della testimonianza che sta dando sulla storia mediorientale e dell’Egitto degli ultimi 60 anni con la seria “Con Hekal” che va in onda su Aljazeera?". Indovinate cosa risponde? "Non la sorprenderò nel dirle che evito accuratamente di vedere Al Jazeera, tranne che quando sono costretto. Me l'ha prescritto il buonsenso che è la regola d'oro per sopravvivere alle mille insidie della vita".
Qualcuno mi dirà che dopo l'articolo del settimanale "Gente" da lui adottato come unica bibliografia dell'intero secondo capitolo del suo "saggio" su Saddam, nulla dovrebbe sorprenderci più. E in effetti, Allam non ci sorprende affatto: che parlasse e scrivesse senza tenere minimamente in considerazione l'opinione degli "altri" che tanto "diligentemente" studia per mettere in guardia l'Occidente, non è una novità. Semmai è un elemento preoccupante: e se costui diventasse davvero ministro un giorno, che garanzie ci dà per la Democrazia? Mi ha sorpreso però il fatto che un giornalista, addirittura il Vicedirettore onorario di un quotidiano come il Corriere, dichiari di "evitare accuratamente" di vedere cosa propone un canale satellitare seguito da milioni, dicasi milioni, di cittadini arabi ed islamici che sono oggetto dei suoi articoli.
Allam mi ha ricordato l'Imam Bouchta messo a confronto con Salman Ruschdie a Porta a Porta, con quest'ultimo che gli chiede: "Ma ha letto il mio libro?". E l'altro che risponde "No", qualcosa del tipo "L'ho evitato accuratamente". A leggere Allam mi sembra di vedere un Ayatollah che dichiara di non voler leggere il libro di Ruschdie per non rischiare l'anima nell'Aldilà, poiché gliel'ha prescritto il buon senso e il Corano! Ma per quale motivo Allam "evita accuratamente" di guardare altri mezzi di informazione che non gli piacciono (tranne questo blog, ovviamente) ma che gli tocherebbe guardare per via dei suoi continui anatemi contro Aljazeera? "Me l'ha prescritto il buonsenso che è la regola d'oro per sopravvivere alle mille insidie della vita".
Ehhhh??? "Sopravvivere alle mille insidie della vita"? Ha mica paura che dal televisore gli buttino addosso una bomba o che un commando di Hamas lo possa uccidere dallo schermo? O il suo animo sensibile gli prescrive di evitare di vedere le vittime irachene, palestinesi e libanesi mostrate con coraggio e professionalità da Aljazeera? Evidentemente la sua retorica sulla "sacralità della vita" vale solo per sé - mica per i carabinieri o le vittime dei conflitti- visto che ammise persino candidamente sul suo libro di non aver voluto andare in Iraq come altri suoi colleghi per non rischiare la pelle, preferendo "il fronte" di...un comodo albergo kuwaitiano e la "prima linea" di Porta a Porta.
La domanda sorge spontanea: se Magdi Allam "evita accuratamente" di seguire i mezzi di informazione che non gli piacciono, di sentire le opinioni che gli sono sgradite, di capire il punto di vista dell'altro, sulla base di cosa esprime opinioni e giudizi insidacabili sul mondo arabo ed islamico? Sulla base di cosa scomunica e attacca chiunque lo critichi, anche se la religione non c'entra nulla, passando per l'unico "moderato" esistente sulla faccia della terra? Anch'io "evito accuratamente" di acquistare i libri della Fallaci o quelli di Magdi Allam. Ma il mio edicolante, gentillissimo, me li presta. Che una cosa non ci piaccia non significa che si "eviti accuratamente", prima o poi, di andarla a vedere, leggerla o sentirla. Che dire? Questo, signori, ancora una volta, sarebbe "il più grande esperto di cose islamiche" disponibile in Italia. Soma bin ciapá...

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giovedì, settembre 28, 2006

Errata corrige

La puntata annunciata de "L'Antipatico" è alle 23.00.
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L'Antipatico o l'Antipatica?

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Stasera - salvo imprevisti - alle 23.00, la portavoce nazionale della Islamic Anti Defamation League, On. Dacia Valent, sarà ospite della trasmissione "L'Antipatico" condotta da Maurizio Belpietro, direttore de Il Giornale, su Rete 4. Assieme a lei, il regista de "Il Mercante di Pietre", Renzo Martinelli. Il pubblico deciderà chi fra i due sarà il personaggio antipatico della serata. Ospiti speciali citati: Andrea Sartori e Stefania Lapenna. Se fossi nei loro panni, tremerei.

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A volte ritornano (i Nazisti)

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La prima volta che vidi la locandina del film "Il mercante di pietre" prodotto dalla Martinelli Film e commercializzato dalla Medusa - notoriamente la più grande casa di distribuzione in Italia – ho avuto un brutto presentimento. Mi sembrava di aver già visto quella faccia incattivita, consumata dall'odio, che sporgeva appena a metà su uno sfondo di minareti e cupole di moschee. Aveva qualcosa di famigliare questo connubio di facce brutte e simboli religiosi, come potete vedere dall'illustrazione che ho messo all'inizio del post. Fate voi il confronto tra la faccia sulla locandina dell' "Ebreo eterno" e quella su "Il mercante di pietre": stessa espressione facciale, la fronte corrugata, le sopracciglia inarcate, gli occhi cattivi, l'espressione sprezzante della bocca circondata dai baffi e dalla barba. Poi lo slogan, ambiguo, preoccupante; "Vive come noi, parla come noi, ma ci odia". I miei timori vennero in seguito pienamente confermati: il regista, tale Renzo Martinelli, va in giro per quotidiani e media dichiarando: "Il mio film vuole lanciare l'allarme sulla cultura buonista, multiculturalista, propensa all'accoglienza dell'Europa: tutti segnali che il mondo islamico interpreta come una nostra debolezza, e se ne approfitta", "L'Islam ci odia ed è dentro casa" e così farneticando. Quasi tutti i critici hanno sottolineato come in questo film, tecnicamente fatto malissimo, "gli islamici che vediamo sullo schermo sono tutti terroristi, dediti alla causa della guerra santa. E gli occidentali sono vittime, per giunta colpevoli di non aver capito che il nemico è ovunque, accanto a noi, perfino nel nostro letto. Pronto a colpire. Sempre".

Mi tornò in mente uno dei film di propaganda prodotti nel periodo nazista. Era intitolato "Der Ewige Jude": l'eterno ebreo. Un titolo ambiguo che poteva anche essere tradotto come "L'ebreo vagabondo". Il film, un documentario, fu diretto da Fritz Hippler e il suo scopo era spiegare al popolo tedesco il pericolo rappresentato dalla popolazione ebraica, così tanto diversa "negli usi e nei costumi" dal popolo ariano. Il film rilasciato nei cinema tedeschi nel 1940 fu un fallimento. Pensate che fu giudicato persino estremo ed eccessivo. Il pubblico era infatti abituato a film più elaborati, anche se antisemiti, tipo Jud Süß, il nuovo ebreo, prodotto sempre nel 1940: si trattava dell' adattamento nazista di una delle novelle dell'autore ebreo Lion Feuchtwanger: la storia di un mercante - un uomo d'affari - i cui traffici tradiscono una giovane fanciulla. Viene quindi condannato a morte, in base alle leggi antisemite in vigore nel 18esimo secolo, ma poi scopre che non era ebreo. Preferirà però la morte al ritorno nella comunità dove era cresciuto. L'adattamento nazista della novella, con tanto di ebreo dal naso adunco, non solo provocò sommosse antiebraiche persino a Marsiglia, ma riscuotò un grandissimo successo: il regista, Veit Harlan, ricevette nel 1943 il Universum Film Archiv, ambitissimo premio della più grande casa di produzione cinematografica tedesca agli inizi del XX secolo.

Ora, io sfido chiunque a non cogliere le similitudini tra il film di Martinelli e la propaganda nazista, al di là della schifosa locandina e il trailer con la voce demoniaca che già la dicono lunga sulle intenzioni del regista: 1) innanzittutto il prototipo del mercante vagabondo, in questo caso un musulmano convertito che commercia pietre preziose tra l’Italia, l’Afghanistan e la Turchia ripropone lo stesso modello del commerciante ebreo di ori e preziosi che si aggira per il mondo proponendo la sua merce: il cosmopolita è infatti un pericolo, è portatore della cultura "multiculturalista e buonista" che permette le infiltrazioni (l'"accoglienza") e indebolisce la società, che dovrebbe aggrapparsi alla sua religione e cultura in uno "spazio vitale incontaminato", tipo quello ariano. 2) La "dissimulazione" - tesi propagandata nel Mein Kampf di Magdi Allam - a cui, guarda caso il regista dà pienamente ragione - la fa da padrona e ricorda i complotti inventati dei Savi di Sion, dove si delinea un piano per dominare il mondo con l'inganno: il musulmano del film ha infatti un piano segreto, odia l'Occidente e sta preparando un attentato. Per portarlo a termine sfrutta la relazione con l'amante sposata che intende mandare al "martirio involontario" 3) L'estraneità e l'incompatibilità con l'ambiente circostante del musulmano, anche se apparentemente integrato e di successo: il protagonista è descritto nella trama ufficiale come "ricco, colto, raffinato" - esattamente come un ebreo benestante prima del periodo nazista - ciononostante è incompatibile, "ci odia" 4) L'animalizzazione-demonizzazione: lo slogan della locandina suggerisce più un film sugli alieni che si impossessano dei corpi degli umani che una fiction sull'Islam. In effetti la trama ufficiale descrive addirittura il protagonista come "mutante" 5) La storia sentimentale: come il commerciante ebreo che tradisce la fidanzata con i suoi loschi traffici, il commerciante musulmano sta per tradire l'amante con i suoi piani terroristici camuffati da affari 6) L'avvertimento alle donne occidentali, il messaggio subliminale delle leggi razziali e dell'esortazione "Non sposate gli islamici" e non fatevi coinvolgere, non sia mai che il "sapor mediorientale di quel mercante soave che recita versi melodiosi" (citazione, Il Giornale) vi inganni. 7) La conversione: nel caso dell' "Eterno ebreo" era un ebreo che scopriva di non esserlo, in questo caso è un cristiano che si converte all'Islam. 8) il finale "a sorpresa": il commerciante ebreo che scopre la realtà delle sue origini, in questo caso il commerciante musulmano che scopre di amare davvero la sua vittima inconsapevole.
A questo punto, è inutile che il sig. Martinelli venga a raccontarci che il suo film è solo una provocazione culturale, una denuncia della cultura dell'odio e che all'integralismo non si risponde con l'integralismo. Il sig. Martinelli si deve solo vergognare, poiché è palese che la sua patetica produzione che viene proposta in alcune delle Multisala più frequentate d'Italia, altro non è che l'adattamento dei vecchi film già proposti nel periodo nazista. Il suo atteggiamento "finto interessato" alla cultura islamica che lo spinge ad affermare che non ha attaccato i musulmani ma che ha cercato di capirli, ricorrendo addirittura all'aiuto di un paio di consulenti islamici «che hanno passato il copione al setaccio» (ora scopriamo che non avevano voce in capitolo), per «evitare imprecisioni e non offendere il mondo musulmano» (ma se tutto il copione è un offesa!) mi ricorda come minimo l'interesse dimostrato da Eichmann alla cultura e alla lingua ebraica, interesse che ne fece uno dei più efficienti gerarchi delle SS. Se il suo intento era di fare della sua fiction da quattro soldi una specie di documentario che spinga gli italiani a "riflettere" sul pericolo annidato nella società occidentale, e rappresentato dai musulmani - convertiti o non - ha colpito in pieno. E sono sicuro che in seguito a questo filmato verrà premiato e osannato da tutto l'establishment della Destra, con l'ispiratore delle sue aberranti tesi, Magdi Allam, in coda. Ma questo non ne fa un regista da ammirare, bensì un complice del crimine che alcuni già paventano in giro per il web "Ora stiamo zitti, ma vedrete poi quando noi italiani ne avremo le balle piene" e che altri hanno già cominciato a mettere in pratica, piazzando ordigni e rompendo vetrine.

Scanso equivoci, e dal momento che gli ammalati di fatwite – incluso Martinelli - non vedono l'ora di essere quantomeno sfiorati dai commenti di un musulmano qualsiasi, anche se non ha titoli per emettere "condanne religiose" ed è persino un laico, culturalmente e geneticamente occidentale, quasi una parodia del protagonista del film la cui trama, guarda caso, passa anche da Torino, sappia che la mia non è la sua tanto agognata "fatwa". So che ormai basta parlare di Islam e sbattere il mostro islamico in prima pagina per tornare in scena e racimolare un pò di soldi - Fallaci docet - ma il sig. Martinelli ricorre persino ad un patetico espediente per passare come un regista coraggioso in prima linea: ci informa che va in giro armato in caso qualche pazzo volesse fargli del male. Sono contento che ci abbia risparmiato la lagna sulla scorta e la vita blindata, con romanzi e diffamazioni a corredo. Mi auguro che viva felice e ricco fino alla fine dei suoi giorni senza che a nessun estremista salti in mente di sfiorargli un capello. Egli non merita altro che il più profondo disprezzo e la più profonda esecrazione per la sua ultima produzione e per le sue dichiarazioni sulla stampa. Sarà la Storia a giudicare la sua opera - così come giudicherà i manifesti dell'odio della Fallaci - e più saranno serie le conseguenze del suo filmato in termini di discriminazione e - Dio non voglia - di innocenti vittime, più sarà nera la macchia che insozzerà la sua carriera e la sua biografia davanti alle future generazioni. Bene ha fatto la Islamic Anti Defamation League a denunciarlo e a chiedere il ritiro del filmato nonostante qualcuno pensi che sia “meglio non fargli pubblicità”. Meglio un film denunciato con forza e visto da tutti, che un film non denunciato da nessuno e visto da pochi, quindi da altri pochi, prima in cinema, poi in dvd, poi su internet e cosi via fino a sommergere l'intera società di odio. Non dobbiamo dimenticare che affinché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione.
La Islamic Anti Defamation League ha deciso di denunciare il Sig. Martinelli e chiedere il ritiro del filmato dalle sale: Leggere comunicati e reazioni qui, qui e qui.

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mercoledì, settembre 27, 2006

La congiura degli Stupidini

Ho sempre sostenuto che essere un immigrato in questo paese non è cosa facile. La spada di Damocle del "permesso di soggiorno" che pende sulle nostre teste e la certezza che alcuni hanno della potenziale debolezza e precarietà della nostra condizione permette a certi degenerati di ricattarci e di sfruttarci con tutti mezzi possibili ed immaginabili. Ma è ancora più dura per l'immigrato quando è tranquillo nella sua pelle, se ne frega di farsi accettare dalla massa perché l'élite che frequenta gli è sufficiente, suscitando l'invidia dell'autoctono (l'On. Dacia Valent direbbe "facendoli rosicà"): quando repressi, gli istinti animaleschi si accentuano. Se poi l'immigrato critica liberamente il paese in cui vive, e esercita la tanto declamata democrazia e libertà di espressione che distinguerebbe i paesi "civili" da quelli "inferiori", sono volatili amari.
In questi giorni sono intervenuti a più riprese su questo blog alcuni degli individui che abbiamo incontrato nel mezzo del cammin di nostra vita, con commenti che la dicono lunga sui metodi che intendono adottare nei miei confronti pur di zittirmi. Il primo ad informarmi della congiura degna del Conte di Monte Cristo è tale Baldambembo (no comment sui suoi riferimenti di cultura musicale), che mi comunica quanto segue: "Sig.Sherif, faccio mia, in maniera provocatoria, una idea postata già da castruccio; per evitare future minacce di espulsione e mettersi al riparo da queste, basterà che lei stesso invia, magari in forma anonima, al consolato o all'ambasciata egiziana in italia alcuni suoi post e link di internet. Si autodenunci (tranquillo non trattandosi di reati non è configurabile l'autocalunia) come simpatizzante dei fratelli musulmani: poi potrà chiedere ed ottenere permesso per motivi di asilo politico e sarà per sempre inespellibile".
In effetti, il Castruccio, sul blog della Cialtrona di Via Bellerio afferma: "Proprio oggi mi è venuta in mente una simpatica idea: raccogliere i suoi post ed inviarli al consolato egiziano: di sicuro i suoi connazionali comprenderanno i risvolti di tali testi che spesso sembrano ricalcare i passi dei fratelli musulmani. In alcuni post ha anche criticato la politica ed il governo egiziano. Chissà... magari risolviamo il problema del suo permesso di soggiorno cosi' precario: avrà modo di chiedere ed ottenere un bel permesso per asilo politico in italia, che tanto sembra disprezzare. Speriamo che i genitori riescano a raggiungerlo in tempo; magari poi tutta la famigliuola potrà aprire un bel ristorantino etnico. Bisogna che ne parli con stefania di ft :-)", ove la Stefania altro non è che Stefania Lapenna, l'Impresentabile trombata che tutti noi conosciamo e che pochissimi vorrebbero conoscere biblicamente.
Ieri, invece, Andrea Sartori - e se qualcuno avesse un lavoro da cameriere o sguattero da offrirgli clicchi qui per contattarlo (c'è anche il numero di cellulare) - [Sartori, spero quello autentico, mi scrive negando di essere l'autore del commento. Mi fa molto piacere, ciò non toglie che egli stesso vada in giro accomunando il mio nome agli ambienti integralisti] mi fa sapere che: "Guarda Sherif che il miglior modo di punirti per tutte le tue maldicenze verso l'italia sarà quello di costringerti a rimanere qui da ospite indesiderato e puzzolente. Non appena avremo convinto il console egiziano che qui tu fai proselitismo e propaganda per i fratelli musulmani, non potrai più mettere piede nel civilissimo egitto". Insomma, il gruppetto di fuoco dei frequentatori e ammiratori di Magdi Allam ha deciso di precedere il maestro nell'applicazione della pena prevista per chi non ama l'Italia alla sua maniera: bollarmi come "fratello musulmano". Ve l'avevo già detto, no?
Ora, il copione previsto in questi casi dovrebbe consistere in me che afferma di non essere un fratello musulmano e in loro che, di rimando, mi accusano di Taqqiyyah (dissimulazione), così va in secondo piano il fatto che il sottoscritto è in realtà un laicissimo cittadino egiziano, fiero di esserlo - e che è stato persino accusato a più riprese di essere persin troppo filogovernativo - e che non ha la minima intenzione di baciare le terga di ogni demente munito di passaporto italiano che gli passa davanti, considerato che la maggioranza di questo paese è costituita da milioni di persone intelligenti munite dello stesso passaporto. Ma alla genetica, evidentemente, non si comanda. Quindi a costoro dico: se proprio volete fare una denuncia completa e convincente, non limitatevi al dire all'ambasciatore - che tra l'altro avrà conservato il mio biglietto da visita da qualche parte - che sarei un semplice "fratello musulmano": sono anche un figlio musulmano, un pronipote musulmano, un cugino musulmano, e - insciallah - sarò anche un nonno musulmano. Rosicate.

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martedì, settembre 26, 2006

L'Islamico che amò Oriana

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Ebbene si, certo che è Magdi Allam. E chi altro, se non lui? Riporto di seguito una lettera pubblicata da Il Riformista, in cui un ignaro lettore si rende conto, forse per la prima volta, che Magdi Allam ha effettuato una svolta di 180 gradi rispetto alle sue precedenti posizioni sulla Fallaci. Evidentemente il lettore non riesce a comprendere a fondo il genio di Magdi, che noi invece abbiamo imparato ad apprezzare molto tempo fa. Non si tratta, come qualcuno potrebbe legittimamente sospettare, del tentativo di occupare il posto della defunta autrice, abbindolando il suo pubblico con lodi, dichiarazioni d'amore e patenti di "credibiltà islamica" conferite dal Vicedirettore onorario del Corriere. Magdi è un uomo passionale, e lo dobbiamo accettare così come è, senza badare alle sue più che frequenti piroette: prima era di sinistra, poi è diventato di destra, prima amava Piccardo poi l'ha odiato, poi ha amato Jabareen quindi l'ha odiato, poi ha amato l'On. Pisanu quindi ha odiato pure lui. Oggi ama Oriana dopo averla odiata...Dov'è il problema? Magdi è un immigrato integrato, talmente integrato che ha perfettamente assimiliato il modello del perfetto voltagabbana all'italiana. Dovremmo rallegrarcene, altroché!
Ora l’islamico Magdi ama Oriana.
Ma Oriana amò Magdi l’islamico?
di Giancarlo Bosetti, Il Riformista
Caro direttore,
vorrei condividere con i tuoi lettori lo stupore che mi ha provocato la lettura di Magdi Allam su Oriana Fallaci (Magazine del Corriere di ieri). Da un polemista inflessibile e severo mi sarei aspettato un esplicito onore delle armi per una nemica tagliente quale lei è stata per lui e quale lui per lei. Questa idea me la ero fatta leggendo i libri di entrambi. Però ieri trasecolavo durante la lettura del pezzo. Messaggio di lei: «Sei l’unico su cui dall’alto dei cieli o meglio dai gironi dell’inferno potrò contare», e dopo un’inchiesta di lui «Ho letto e ti ho amato… ti mando la mia benedizione» e poi ancora «affetto» e poi «visti» in campagna e «rivisti» a Milano e poi registrate «ore e ore» di conversazione per un libro che però non si è mai fatto per via di domande «aggressive» e per questioni di «punteggiatura». Niente di sostanziale, punteggiatura, perché «Oriana ha avuto ragione». E persino «il destino» è entrato in scena per sottolineare la sua «ragione» facendo coincidere la sua morte con la islamica «levata di scudi» contro la gaffe di BenedettoXVI. Dubitando della mia memoria sono andato a controllare Intervista a se stessa - L’Apocalisse, dove il vicedirettore del Corriere è protagonista, nemico tra i più in vista di un libro dedicato ai «nemici» (da Fini, Fassino e Arafat fino alla Triplice, ovvero Sinistra al caviale, Destra al foie gras e Chiesa a braccia aperte). Ebbene là dentro, anche se mai chiamato per nome, Magdi occupa un bel po’ di pagine. Una quasi intera, e pedante, è dedicata al fatto che lui non saprebbe scrivere in italiano, prova ne sia che scrive «per bene» staccato invece che «perbene» attaccato; poi è presentato come il campione di coloro che credono che esista un «Islam moderato»; infatti gli viene imputata una cronaca elogiativa dell’incontro con i musulmani al Quirinale, con Ciampi, «manco fosse la conferenza di Yalta», e poi il fatto di essersi spinto fino all’affronto di immaginare, insieme con Pisanu, la cittadinanza italiana per i «figli di Allah», che si riproducono «come topi» (nel pezzo del Magazine i «topi» non ci sono: Magdi li ha trasformati in «cloni», immagine decisamente meno pittoresca - E non oso immaginare quali reazioni l’autrice della Forza della Ragione avrebbe avuto se l’editore le avesse proposto questo genere di “attenuazione”). Mi pareva di ricordare anche un’imputazione più grave che Oriana gli faceva: l’aver condotto una campagna contro una edizione del Corano cara all’Ucoii a favore di un’altra edizione: errore di insensataggine, di candore, tipico di «un musulmano in bilico tra l’Occidente e l’Islam, il cervello in Occidente, il cuore in Islam». Il Corano invece è «impurgabile», e i fondamentalisti ne sono i migliori interpreti, gli integralisti sono buoni musulmani non gli altri. Di tutto questo, mi pareva anche di ricordare, Magdi Allam si era reso ben conto e infatti aveva dedicato il capitolo di un suo libro a Oriana, scrivendole una lettera aperta: «Il tuo ragionamento finisce per risultare simmetrico a quello degli integralisti islamici che mi hanno condannato a morte». Ho controllato: quel capitolo c’è ancora. Magdi si difende con argomenti forti, respinge «i sarcasmi» e denuncia «il qualunquismo» di quei discorsi, - altro che questioni di «punteggiatura»! - facendo valere «il vissuto di una persona musulmana perbene» (tutto attaccato). Questo nel libro. Ora invece sul Magazine leggiamo che «Oriana ha avuto l’onestà intellettuale e il coraggio umano di affrontare di petto la radice del male del nostro secolo» e di «infrangere i tabù del perbenismo» (attaccato). Omissioni, edulcorazioni e svolte di 180 gradi. Qualche spiegazione non sarebbe necessaria? Vorrei infine infliggerti, caro direttore, due osservazioni che sono la mia morale della storia. La prima: in questo e in altri campi sarebbe bello vedere diminuire la temperatura propagandistica, meno ideologia, più argomentazioni, meno polarizzazione amico-nemico, un po’ più di colori intermedi. La seconda: i lettori di Magdi Allam, come quelli di Oriana Fallaci e tutti gli altri, meritano più rispetto; dunque smettiamola di pensare che ci siano categorie di libri da trattare con sufficienza (come di fatto si fa) e da sottrarre al vaglio critico. Vagliamoli.
Su quest'ultimo punto l'autore della lettera ha perfettamente ragione. Anche i lettori del Mein Kampf furono spacciati per una banda di innocui e simpatici ubriaconi bavaresi. Abbiamo visto come è finita.

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lunedì, settembre 25, 2006

Civiltà superiore

Cinque giovani, tutti italiani, volevano partire sullo stesso volo dei loro amici e quando hanno saputo di essere finiti in overbooking hanno aggredito due addetti dell'aeroporto di Torino Caselle. La loro violenza gratuita è scattata poco prima del volo Torino-Napoli, in partenza alle 6.55, quando da Alitalia hanno saputo di essere in overbooking. Immediata è scattata anche la proposta della compagnia aerea di farli arrivare ugualmente a Napoli via Roma, con un quarto d'ora di ritardo rispetto al volo che avevano scelto. Una cortesia che non ha placato la loro furia. Gli aggressori, due ragazze e tre ragazzi, sono stati subito fermati dalla polizia dello scalo che sta ora valutando la loro posizione. Rischiano l'arresto per lesioni gravi: uno di loro, infatti, ha quasi staccato a morsi l'orecchio di un responsabile dell' assistenza voli, ricoverato all'ospedale Maria Vittoria di Torino, mentre una ragazza ha cercato di strozzare un addetto aeroportuale.
Certe notizie passano quasi in sordina, come gustose curiosità di cronaca e non come segni di inciviltà e maleducazione quali invece sono. Ma se fosse un cittadino extracomunitario a fare una cosa simile a quella commessa dal suo corrispettivo italiano? Anzi, peggio, se fosse stato un islamico? Non sarebbe stato sbandierato sulle prime pagine per giorni come un terrorista che ha tentato di infiltrarsi su un volo con la forza? Non sarebbe stato additato da tutti i media come un esempio dell'immigrato musulmano che si impone e che non dialoga? Non avrebbero detto di tutto e di più sull'educazione e la "predicazione dell'odio" nei paesi islamici, degli islamici che "ci odiano" e non ci rispettano "a casa nostra", sul rispetto che si guadagna e non si pretende, sul rispetto che "noi abbiamo quando andiamo nei loro paesi", sulla civiltà inferiore e superiore, e via farneticando?

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Il razzismo dissimulato

«Che cosa capisce lei di medicina?»: più o meno queste erano state le parole della moglie dell'ammalato quando aveva aperto la porta di casa trovandosi davanti una dottoressa di colore. La dottoressa Loso ha accettato le scuse e non ha sporto alcuna denuncia, considerando l'episodio «un fatto isolato». La donna di Taranto che giovedì scorso non aveva fatto entrare in casa una dottoressa di colore, arrivata con l'ambulanza, dopo che aveva chiesto soccorsi per il marito che si sentiva male telefonando al 118, ha chiesto scusa. «Non so che cosa mi sia successo, è come se ci fosse stata un'altra persona al mio posto. Forse ero stanca, non dormivo da due giorni perché mio marito non stava bene. Chiedo ancora scusa, spero di poter prendere un caffè con lei». Si scusa la donna tarantina abitante al quartiere Paolo VI che aveva impedito a una dottoressa di colore di entrare in casa per visitare il marito che accusava forti dolori. La dottoressa Kwelsukila Loso, 45 anni, lavora nel servizio sanitario nazionale dal 2003. Nata in Congo, due specializzazioni alle spalle, la donna da diversi anni risiede a Taranto.

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Le operazioni bancarie di Israele

di Marco Boccitto
su Il Manifesto del 21/09/2006
Singolare raccolta fondi quella lanciata dall'esercito israeliano in varie città della West Bank. In particolare è stata assaltata, ripulita e semidistrutta una filiale della National Jordanian Bank a Nablus, insieme a 14 uffici di cambio tra Jenin, Tulkarem e Ramallah. Il bottino finale dichiarato dai militari è di 5 milioni di shekel (un milione e 200 mila dollari circa) e 170 mila dinari giordani (240 mila dollari), oltre a tre arresti. Le autorità palestinesi denunciano anche il «prelievo» di documenti e computer. Non è stata emessa ricevuta, ma l'operazione è andata comunque a buon fine. Solo che a Nablus sarebbe stato usato troppo esplosivo. Da qui le simpatiche scuse alla direzione della banca, per i danni al mobilio. Analogamente al 2004, quando un'azione simile aveva fruttato 9 milioni di dollari, provocando tumulti di piazza e la reazione della Giordania che si sentiva personalmente alleggerita, l'esercito ieri spiegava come quei soldi, provenienti da Siria e Iran, fossero destinati a Hamas, Jihad e Hezbollah. Fatte le dovute proporzioni, sarebbe come se la magistratura italiana contrastasse gli inghippi bancari nelle banche svizzere a cannonate e con le teste di cuoio dei Ros. L'immagine di una filiale stuprata dai corpi speciali, piuttosto che la sovranità violata di uno stato, in quel caso provocherebbe ben altri sussulti di coscienza. Visto il tasso di bombe a grappolo ultimamente addebitato sul conto dei civili libanesi, verrebbe quasi da gioire per l'impiego di queste tattiche «finanziarie». Se non fosse che Gaza è alla fame e che la distruzione della sua economia è parte fondante di questa guerra. «La guerra di cui il mondo non vuole sapere», titolava martedì The Independent la sua prima pagina dedicata ai bambini palestinesi uccisi negli ultimi mesi. La notizia della «rapina in banca» si aggiunge così, come una spolverata di zucchero a velo, sulla mattanza quotidiana. Considerando che ieri i raid hanno ucciso un solo palestinese e i razzi Qassam lanciati oltre confine hanno ferito un solo israeliano. Giornata quasi celestiale, con sottofondo di risacca mediterranea e cinguettìo diffuso, perché da Bari arriva anche la storia secondo cui israeliani, libanesi e palestinesi, complice la Fiera del Levante, si coordineranno presto in materia di parchi naturali. Forse troppo presto

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domenica, settembre 24, 2006

Ci scusiamo con gli omonimi

"Buongiorno sarò brevissimo. Come vede mi chiamo Andrea Sartori le scrivo perchè esiste un mio omonimo di cui lei e altri parlano che spesso scrive su questo ed altri blog. Ecco ho quasi preso un infarto lo giuro. Io ho 23 anni studio lettere sto cercando di diventare giornalista o scrittore, vedere e leggere quello che A.S. scrive mi fa rabbrividire. Siccome ha creato scalpore e fatto proseliti io tengo a precisare che esisto anche io che mi chiamo purtroppo come lui ma che sono praticamente il suo negativo. Volevo iscrivermi al forum del corriere proprio per criticare anzi smontare il pseudogiornalista hallam. Mi ritrovo internet che dice che Andrea Sartori adora e idolatra questo arabo pentito. Ecco volevo solo precisare perchè questa cosa mi manda ai matti. Complimenti per l blog davvero interessante. Scusate ma cercate di capirmi".
Andrea Sartori, 23 anni, Brescia
Caro Andrea, innanzittutto ti ringrazio per i gentili complimenti, e per averci reso partecipi di questo tuo disagio, perfettamente comprensibile e condivisibile. Ti assicuro che hai tutta la mia solidarietà: non è facile essere omonimi di uno come Andrea Sartori (il nostro, il mio Andrea Sartori).
Ma poteva andarti peggio: ringrazia Iddio che non sei omonimo di Stefania Lapenna. Pensa che chiunque digiti "Trombata" su Google la trova normalmente tra i primissimi risultati, dopo "trombata sul divano" e "trombata in macchina". Non proprio il massimo come pubblicità, diciamocelo: ma è mica colpa mia se "trombata" significa anche "chi è stato bocciato in un’elezione" e che lei abbia ottenuto lo sfavillante risultato di cinque voti (il suo, quelli dei genitori, quello del fidanzato incapace di intendere e volere oltre quello del gatto) alle elezioni del comune di Cagliari, dopo aver gridato per giorni che le mie critiche non facevano altro che "portarle voti".
Comunque, stai tranquillo: Sartori non ha né proseliti, né eserciti e difficilmente potrà essere confuso con te, sia per età che per stupidità umana. A chiunque basterà poco per distinguere un Andrea Sartori intelligente dal nostro ma è comunque cosa buona che tutti i suoi omonimi ne prendano le distanze: effettivamente è molto imbarazzante, e credo che si debba condannare senza se e senza ma il suo comportamento, come tu hai fatto. Dobbiamo difendere la sacralità del nome di Andrea Sartori, e distinguere gli Andrei Sartori moderati da quelli che predicano l'Odio. Questi ultimi dovrebbero essere espulsi dall'Italia e privati dal permesso di chiamarsi Andrea Sartori.
Comunque, scherzi a parte, al di fuori del forum di Allam, quello là si esibisce su questo blog e pochi altri, anche se le migliori prestazioni si svolgono qui. Diciamo che ho l'esclusiva, e che non intendo recedere dal contratto virtuale sottoscritto: lui ci fa divertire tutti, e io gli faccio pubblicità aggratis. Prima o poi però, credo che farò pagare ai lettori un abbonamento per accedere ai suoi commenti migliori: raggiunta una buona sommetta, mi ritirerò in una hacienda a Cuba.

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sabato, settembre 23, 2006

Chi spaventa chi?

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Innanzittutto auguro un buon Ramadan ai lettori musulmani di questo blog. Detto questo, proprio ieri, ho avuto il piacere di ricevere due graditissime email: una da parte di un frequentatore "silenzioso" di questo sito che abita - curiosamente - su un'isola dell'Oceano Indiano, contenente alcuni aforismi che confermano il post di ieri (mi permetto inoltre di riferire questa sua osservazione, assai tragica, che mi ha colpito e che dovrebbe far riflettere: "Da quando sono andato in pensione ho dovuto fuggire, come molti italiani, dalla civilissima italia (la "i" minuscola è intenzionale) perche' la misera pensione che percepisco non mi permetterebbe di vivere nel mio paese"), e l'altra da parte di un "nuovo cittadino", un italo-egiziano che in Italia invece ci vive, ma che - data "l'accoglienza" (e nel suo caso non si dovrebbe nemmeno parlare in questi termini, visto che è nato in Italia, per quanto ho capito) - forse comincerà, prima o poi, a pensarla come il mio ex-collega delle superiori. Mi auguro solo che non debba, anche lui, fuggire su un'isola ché di questo passo mi toccherà convivere solo con le Stefanie Lapenna e gli Andrei Sartori (non crederete mica che me ne andrò così: o la colletta per garantirmi una pensione di tutto rispetto, oppure niente espatrio volontario). Concludo quindi con la notizia dell'ennesimo caso di "stupro inventato". E' davvero singolare: quando i presunti autori degli stupri sono marocchini, è tutto un cancan mediatico ma quando è un italianissimo padre che violenta i suoi quattro figli minorenni, o un italianissimo parroco che fa abortire la sua perpetua sudamericana da lui messa incinta (notizie degli ultimi giorni), non si sentono particolari voci indignate. Non so come funziona con i minorenni, qualcuno mi illumini, ma mi auguro che il cittadino marocchino - magari con l'aiuto della IADL - possa denunciarla per calunnia, chiedendo un risarcimento. Ancora più ridicolo l'atteggiamento di quelli spaventati dagli attentati "islamici" in Italia: e che dire di quella che per suicidarsi ha fatto saltare un intero palazzo a Milano, che tra l'altro è crollato pure su un albanese che si trovava nelle vicinanze? Tra denunce inventate, proprietari razzisti di appartamenti e potenziali kamikaze italiani tra i vicini di casa, sono gli immigrati a dover essere spaventati, altroché!
"L'unica ragione per cui l'attuale generazione di americani bianchi si trova nella sua posizione di forza economica è che i loro padri fecero lavorare i nostri padri per più di quattrocento anni senza pagarli. Per oltre quattrocento anni noi lavorammo per niente. Fummo venduti da piantagione a piantagione come si vende un cavallo, una mucca, una gallina o un sacco di grano. Furono i vostri padri che fecero questo ai nostri padri e tutto quel denaro raccolto con la vendita di mia madre, mia nonna e mia bisnonna è quello che dà la possibilità all'attuale generazione di americani bianchi di andare in giro per il mondo a testa alta: sapete, come avessero una sorta d'intelligenza economica".
Malcolm X
"Il Terzo Mondo non intende organizzare un'immensa crociata della fame contro tutta l'Europa. Ciò che esso si attende da quelli che l'hanno mantenuto in schiavitù per secoli, è che lo aiutino a riabilitare l'uomo, a fare trionfare l'uomo dunque, una volta per tutte. Ma è chiaro che noi non spingiamo l'ingenuità fino a credere che ciò si farà con la cooperazione e la buona volontà dei governi europei. Questo lavoro colossale che è quello di reintrodurre l'uomo nel mondo, l'uomo totale, si farà con l'aiuto decisivo delle masse europee che, devono riconoscerlo, si sono spesso allineate circa i problemi coloniali sulle posizioni dei nostri comuni padroni. Per questo, bisognerebbe anzitutto che le masse europee decidessero di svegliarsi, si scuotessero il cervello e cessassero di giocare al gioco irresponsabile della bella addormentata nel bosco".
Franz Fanon
"A Bologna alcuni padroni di case da affittare danno precise disposizioni di non affittare a stranieri, immigrati e figli di stranieri. Ieri, dopo aver risposto alla domanda, "Sei straniero? " con un: "Sono Italiano, di origine egiziana, questo non dovrebbe essere un problema..." mi sono sentito dire "Invece lo è". Questa gentile signora priva di tatto, ha poi detto che "Non ci sarebbero problemi per me, ma la padrona non vuole stranieri, comunque poi vediamo". Hum, io ho disdetto l'appuntamento, non voglio avere a che fare con questa gente...magari per te niente di nuovo sotto il sole, a me era capitato solo altre due volte. Sentirsi definito un problema, per quello che si è, ferisce; se il modo per quanto sdegnoso fosse stato diverso non avrei fatto una piega, cose del genere succedono spesso, ma sentirmi dire che è un problema la mia origine...beh è un pò diverso. Questa cosa non è la prima volta che la sento: *****, un amico di amici, di origine palestinese, assolutamente ateo, si è più volte sentito dire uno sprezzante: " quindi saresti mussulmano..." per telefono mentre cercava casa".
Un lettore italo-egiziano di questo blog
La ragazzina (una dodicenne, ndr) - questa la confessione - si era appartata col fidanzatino tra i cespugli del parco per scambiare delle effusioni. La scena sarebbe stata vista da alcune compagne di scuola che si trovavano nei paraggi. Per paura che le compagne riferissero alla madre della ragazzina quanto avevano visto la giovane si è inventata la storia della violenza. Così ha indicato ai Carabinieri il giovane marocchino di 20 anni che conosceva solo di vista e che in quel momento si trovava nella piazza di Anzola.
Il Corriere

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venerdì, settembre 22, 2006

Il Papa incontra l'UCOII

ADNKronos - Papa Benedetto XVI incontrerà lunedì prossimo alle ore 14 in Vaticano i rappresentanti diplomatici dei Paesi musulmani e i membri della Consulta Islamica. Il Vaticano sta infatti contattando gli interlocutori in queste ore per un colloquio che potrebbe sancire un nuovo passo di riconciliazione con il mondo musulmano dopo le polemiche seguite al discorso di Ratisbona. Lo confermano fonti della Consulta Islamica in Italia, che riferiscono di un intervento attivo del presidente dell'Ucoii Mohamed Dour Dachan per giungere a questo incontro. Nei giorni scorsi l'Ucoii aveva espresso la propria soddisfazione per i chiarimenti di Benedetto XVI, ed aveva rinnovato il suo «forte appello» al mondo islamico perchè si placassero le tensioni seguite al discorso del Papa a Ratisbona ed aveva chiesto al Pontefice di «patrocinare, in qualche maniera, la prossima giornata del Dialogo Islamo-Cristiano». All'incontro con Papa Ratzinger sarebbe stato invitato anche il direttore della Moschea di Roma, Abdellah Radouani.

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La superiorità conviene

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Nel suo saggio, "Lo scontro delle Civiltà", Samuel Huntington fece un'affermazione che sono solito riportare ogni tanto sulle pagine di questo blog per rinfrescare la memoria di alcuni simpatici neoconservatori che passano da queste parti: «L'Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità delle proprie idee, dei propri valori o della propria religione, ma con l'applicazione sistematica della violenza organizzata. Se gli Occidentali spesso si dimenticano di questo fatto, i non Occidentali non lo dimenticano mai». E' una citazione che mi piace moltissimo poiché sintetizza quello che io stesso affermo ogni volta che mi si presenta l'opportunità: «l'unica faccia di superiorità che l'Occidente ha saputo mostrare fino al 1900 (e non solo) era quella delle armi: i cannoni francesi contro le spade mamelucche, gli archibugi spagnoli contro le frecce degli Aztechi, la polvere da sparo contro le lancie dei Bantù. Ed è grazie a questa superiorità - esclusivamente militare - che l'Occidente è riuscito a costruire la base di quella ricchezza di cui oggi si vanta».
L'Occidente tende a cancellare completamente dalla propria memoria storica fatti e episodi imbarazzanti. Non ha mai colpe, non ha mai responsabilità, insomma: non c'entra mai. Il colonialismo? Acqua passata, tipo quella che ha bagnato le mani di Ponzio Pilato. Rimane quindi un mistero irrisolto: come è che i paesi più ricchi di oggi coincidono con quelli che sono stati dei colonizzatori in passato, mentre quelli più poveri di oggi coincidono con quelli che sono stati colonizzati? Già, ancora una volta la colpa è loro, sono inferiori, incapaci: l'Occidente ha lasciato la sua impronta, ha lasciato il seme che quei barbari non sono riusciti a conservare e a sviluppare. Tipo? Qualche costruzione coloniale, installazioni militari e un pò di strade e di ponti che servivano al trasporto delle materie prime saccheggiate. Questa è sostanzialmente, l'eredità dell'Occidente colonialista nei terreni colonizzati: il Nulla, ed è proprio da quel terreno che fioriscono le favolette sull'Occidente superiore circondato da popoli retrogradi, da culture arretrate, Civiltà inesistenti. Il Nulla e l'inferiorità che l'Occidente vede attorno a sé altro non sono, in realtà, che una proiezione verso l'esterno di quegli aspetti che esso stesso - e nessun altro - vede dentro di sé.
L'Occidente si è dimenticato dei preziosi beni caricati sulle navi di Colombo, quei beni che sarebbero poi stati dati agli indigeni in cambio della loro terra, delle loro richezze, dei loro monili in oro: sacchi di palline di vetro, specchietti, aghi, campanelli e berretti rossi. Ed è stato pure gentile, Colombo: i mitici conquistatori del Far West regalavano ai Pelle-rossa alcolici e coperte infette di vaiolo, per farli fuori il prima possibile, senza spercare pallottole. Ed è in nome di queste gentili concessioni, che gli schiavi africani dovranno in seguito lavorare nei campi di cotone oppure scavare nelle miniere. In Sud Africa, dopo una giornata di lavoro nelle miniere di diamanti, gli schiavi erano pure costretti ad indossare dei guanti da boxe, incantenati a mò di manette: per non "rubare" le pietre che estraevano dalla propria terra. E sempre in nome di queste gentili concessioni, dovevano comprare i prodotti finiti, al prezzo stabilito dall'Occidente. Non è forse questo oro, questo cotone, queste pietre, questi soldi la base della ricchezza occidentale?
La Compagnia delle Indie orientali, che agiva per conto delle autorità britanniche, smerciava persino l'oppio, in Cina. Quando il commissario imperiale Lin Zexu, affrontò con determinazione quella nuova piaga sociale nel 1839 bruciando ventimila casse d’oppio appartenenti ai mercanti inglesi e americani, i britannici attaccarono il paese e lo obbligarono a sottoscrivere un accordo vergognoso, quello di Nanchino: fu imposto il libero accesso dell’oppio e degli altri loro prodotti nelle province meridionali con basse tariffe doganali, l’apertura di alcuni porti in cui gli inglesi godevano della clausola di extraterritorialità, la cessione della città di Hong Kong all’impero inglese. Uno schema che non ha nulla da invidiare al regime delle capitolazioni, a cui fu costretto l'Impero Ottomano. Sempre per rinfrescare la memoria dei nostri amici neoconservatori, ricordiamo i benefici di cui godevano gli immigrati italiani in Egitto: esenzione dalle tasse, domicilio inviolabile persino dalle autorità, corti consolari che giudicavano in base alla legge italiana e non quella egiziana, e addirittura dei quartieri propri, al di là dei quali c'erano le "Arab Town": i cittadini del paese che vengono confinati in riserve, come lo sono ancora oggi i Pelle-Rossa americani.
Ma la Civiltà Superiore della Rapina Organizzata non è ancora sazia: invade l'Iraq e lo distrugge per ricostruirlo. Ovviamente dopo aver avuto sufficienti garanzie sulla completa assenza di un arsenale in grado di contrastare l'avanzata dell'esercito americano. Frutti immediati: 4.7 miliardi di dollari il valore globale dei contratti firmati con la ditta Halliburton, società di cui il Vice presidente Cheney è stato amministratore delegato e di cui tuttora detiene un cospicuo numero di azioni. 15 milioni di dollari valore del contratto con una ditta Usa per costruire una fabbrica di cemento, mentre per una ditta irachena sarebbero bastati 80.000 dollari. Poi arriva il turno del Libano, e l'Occidente assiste silente alla sua distruzione, quindi si appella al disarmo, ma solo di una delle due parti in conflitto. Finita la guerra, si corre pure lì per "ricostruire il paese", ovviamente non prima di aver fatto bella figura davanti alle telecamere in quanto generosi donatori di qualche milione di euro di beneficienza. Nel loro piccolo anche le mafie italiane ci provano, a strappare qualche contratto a destra e a manca. E se non ci riescono si accontentano volentieri del lavoro gratuito dei clandestini che raccolgono pomodori e poi scompaiono, o dei lavoratori edili che periscono sotto i ponteggi traballanti, i veri "schiavi moderni".
Ecco, dopo tutto questo, qualcuno ha pure la faccia tosta di dirsi superiore e di rinfacciare ai paesi del "terzo mondo" la loro "arretratezza". Qualcuno non si vergogna di sottolineare il proprio "progresso" scientifico e tecnologico, le mirabili invenzioni sviluppate, mentre in quei paesi la povertà e la miseria producono estremismo e fanatismo. Oppure, ancora più patetico, qualcuno si solleva indignato se viene a sapere che un immigrato ha avuto accesso ad un beneficio o a un servizio pubblico, tipo una casa popolare. Vergogna! Sacrilegio! Ha osato riprendersi una minima parte di ciò di cui è stato derubato, tra l'altro con il proprio lavoro e tasse, facendo le file e compilando moduli, senza nemmeno sognarsi di chiedere le cose allucinanti che gli europei imponevano in passato (esenzioni, favori, pizzi e altre belle cose). Certo, direte voi, è anche un po' colpa dei governanti corrotti e aggrappati al potere nei paesi di origine. Ma la loro colpa non è di oggi, essa risale a secoli fa: se solo avessero investito nelle armi da fuoco quando era il momento di farlo! Se solo avessero a disposizione cannoni e fucili al posto delle lancie e delle armi bianche! Ah se fossero dotati di tutte quelle invenzioni superiori, tipo i missili teleguidati, le cluster bombs, gli aerei supersonici e magari qualche bombetta atomica nell'arsenale per spaventare e ricattare il resto del mondo. Forse non si sarebbero ampiamente meritati oggi la qualifica di "Civiltà Superiori"?

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giovedì, settembre 21, 2006

Agli italiani è dovuto, a noi concesso

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Ricevo e pubblico volentieri l'ennesima testimonianza di discriminazione sul posto di lavoro a danno di una cittadina straniera, anche se in questo caso sarebbe più corretto definirla, a tutti gli effetti, "Italiana". Possibile che una persona nata e cresciuta in Italia venga estromessa dalla sua occupazione nel Comune di Roma in quanto "non in possesso della cittadinanza", per di più con metodi rudi e irrispettosi? So dai dati di Google Analytics che qualcuno accede a questo blog dal portale del Comune di Roma: chiunque voi siate, fate qualcosa, informate qualcuno. Ma c'è la Sinistra da quelle parti o la Lega?
Quante belle parole si spendono sui diritti degli stranieri, per le politiche sull’integrazione, per una società multi-etnica e tollerante, eppure per gli stranieri e i loro figli, seconde generazioni nate e cresciute in Italia come me, la realtà spesso è una doccia fredda.
Sono laureata in discipline dei servizi sociali e proprio per il tipo di formazione che ho, sono stata assunta insieme ad altri 13 colleghi per lavorare ad un progetto chiamato ‘Sportello H’, ho lavorato un anno e mezzo per il Comune di Roma, con un contratto a tempo determinato e sin dall’inizio ho dichiarato di non avere la cittadinanza italiana, mi era stato comunicato dall’ufficio assunzioni che il I° Dipartimento aveva fatto degli accertamenti ed era risultato che potevo lavorare per una pubblica amministrazione anche senza cittadinanza, perché avevo un contratto a tempo determinato e nessuno degli operatori era stato assunto tramite un concorso pubblico.
Ma poco prima della scadenza del contratto vengo ricontattata dal I° Dipartimento, delle risorse umane del Comune di Roma e mi viene fatto un interrogatorio, su come fossi stata assunta e del perché non avessi la cittadinanza. A quel punto mi sono affidata ai sindacati, i quali potevano interloquire in prima persona con gli assessori responsabili del progetto e delle risorse umane, Gramaglia e D’Ubaldo, che all’epoca si impegnarono a rinnovare tutti i contratti, quelli dei miei colleghi a tempo determinato e il mio con un contratto a progetto. La doccia fredda è arrivata quando dopo tre mesi che aspettavo senza stipendio il rinnovo, mi hanno comunicato che nella delibera con cui venivano riassunti gli operatori dello ‘Sportello H’ il mio nominativo era stato eliminato. E la motivazione è stata che non avevo la cittadinanza.
Eppure mi avevano promesso un contratto a progetto giuridicamente compatibile con il fatto che non avessi la cittadinanza e il mio ruolo di operatrice dello ‘Sportello H’. A me sembra la solita storia in cui agli italiani è dovuto, mentre ad una seconda generazione è concesso. Eppure io sono nata a Roma e cresciuta qui, ho una formazione professionale più che adeguata e l’esperienza, ma evidentemente i lavoratori non sono tutti uguali, una ‘straniera’ che fa un lavoro d’ufficio e non la badante può aspettare. Mi sento discriminata rispetto ai miei colleghi di cittadinanza italiana che ora ritorneranno a lavorare, mentre io dovrò aspettare chissà quanto tempo, senza uno stipendio ma con l’affitto e le bollette da pagare.
Mi sento delusa e amareggiata anche dal modo in cui sono stata trattata e da tutto quello che ho dovuto subire, gli interrogatori, l’arroganza di un dirigente che mi accusava di aver dichiarato il falso, le aspettative che sono state alimentate e poi tradite, ma la delusione più grande è giunta dall’assessore Gramaglia, che non mi sembra disposta a risolvere in maniera repentina un episodio di discriminazione avvenuta sotto i suoi occhi, a dispetto di tutte quelle politiche sull’integrazione e la non discriminazione che in questi anni hanno caratterizzato il Comune di Roma.

Alessandra Samira Mangoud
Sportello “H”, Comune di Roma

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mercoledì, settembre 20, 2006

Fatwa nominativa

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"Hai visto un tipo armato, dall'aria losca e minacciosa?" . "A parte lei..."

Tutto è cominciato con una mail di critiche in cui mi si rinfacciava una certa "contentezza" (sarebbe corretto dire "sollievo") nel comunicare la morte della Fallaci. Nella mail inviata dall'indirizzo creamino@tiscali.it, il tale quindi mi chiede: "Caro il mio sceriffo (scusa ma perchè proprio sceriffo?; chi predica pace si farebbe chiamare colomba - angelo - o quant'altro ma non sceriffo); scusa ma è che noi siamo fissati con voi musulmani e vediamo marcio dovunque" e quindi, di nuovo, "Ma perche' si definisce sceriffo: termine tipicamente occidentale e sopratutto americano?". Preso dalla volontà di spiegare al signore in questione alcune curiosità lessicali, gli rispondo spiegando che: "Sherif è il mio nome, in arabo significa "il nobile". Effettivamente, i notabili delle città sacre di Mecca e Medina erano chiamati "Sheriffi". Che lei ci creda o no, il termine "Sceriffo" quindi non è affatto occidentale e tanto meno americano: esso deriva dall'arabo ed è stato integrato dagli inglesi nella loro lingua per indicare personaggi di rango nobile (lo sceriffo di Nottingham nella favola di Robin Hood, per fare un esempio) dopo che entrarono in contatto con la cultura araba nell'epoca delle Crociate".

A questo punto uno si aspetta magari che venga contestata l'informazione, che si dica che il termine risale al "Middle English" - lingua parlata in Inghilterra tra l'invasione normanna del 1066 fino alla tarda metà del XV secolo - e che quindi derivi dalla combinazione dei termini inglesi antichi "Shire" e "Reeve" e non dall'arabo, o qualcosa dal genere. E invece no: niente dissertazioni erudite sull'etimologia. Lui mi risponde dicendo: "La ringrazio per il chiarimento filologico ma sarebbe piu' giusto che siano gli altri a definire la nobilta' di una persona e non le proprie convizione: io sono stato da poco nominato Cavaliere di Kadosh ma non vado certo presentandomi a tutti in questo modo". A questo punto ho capito che avevo a che fare con un folle, o quantomeno con un analfabeta, incapace di capire che Sherif era proprio il mio nome e che non avevo "colpe" in merito, visto che mi è stato assegnato dai miei genitori. E poi, come si fa ad intendere un nome proprio come un titolo onorifico auto-attribuito o addirittura una dichiarazione di guerra? Ho cercato quindi di farlo ragionare: "Caro signore, Sherif è il mio nome vero, di "battesimo" potremmo dire, quindi non mi attribuisco nessuna nobiltà usandolo o presentandomi come tale. Sinceramente, trovo i suoi discorsi un po' surreali: il suo atteggiamento è uguale a chi va a dire a qualcuno che si chiama Costantino, e che si presenta come tale, che si spaccia per imperatore di Bisanzio!".

Poche ore dopo però, ricevo la seguente mail, dai contenuti assolutamente deliranti: "Forse pensava di aver a che fare con un cretino che beve senza filtrare ogni tipo di informazione che riceve, legga con attenzione ed impari: Sharif è il nome corretto mentre lei con sherif intende proprio cio che dicevo io cioe imposizione e violenza. Percio se io sono surreale lei è solo un impostore: "Sharīf (pl. ashrāf, ma spesso, dialettalmente, anche shorfa) è un termine arabo ( شريف ) che significa letteralmente "illustre, nobile", anche se tale "nobiltà" non potrà che essere morale, vista l'insussistenza nel mondo islamico di un feudalesimo d'impronta europea. Un sinonimo del termine è sayyid ( (pl. sādāt) (il resto lo potete leggere su Wikipedia, da dove l'ha ricopiato)". A questo punto non ce l'ho fatta più e gli ho risposto di nuovo: "Effettivamente lei è un cretino. Il mio nome si scrive in arabo esattamente come è scritto in quel testo, ma le trascrizioni variano. Se si usa quella scientifica si scrive Sharīf, se ci si accontenta della cultura media di un impiegato dell'Anagrafe egiziana, viene purtroppo trascritto Sherif. Ci mancava solo uno che mi vuole insegnare come mi chiamo e che mi dica pure che significa imposizione e violenza! "
A questo punto è accaduto l'incredibile, il folle mi ha riscritto - evidentemente non aspettava altro - dicendo: "Finalmente è uscita fuori la sua vera natura di intollerante gretto e disperato omuncolo aggrappato alle sue malsane convinzioni islamiche che dimostano che non avendo idee proprie si imbeve della prima insulsa ideologia che gli viene propinata e che messo alle stette dai fatti, dai ragionamenti, dall'evidenza non puo far altro che offendere ed aggredire. Poveraccio, scriva cio che vuole tanto io non sono come lei pensa e non posso ne offendermi ne arrabbiarmi: dovrei considerla un mio pari e lei assolutamente non lo è. Comunque non esiste il nome sherif. è solo una triste storpiatura mentale". A quel punto, sinceramente, non sapevo più se ridere o piangere, quindi gli ho risposto (si, sono proprio cocciuto): "Sticazzi. Se non esite il nome Sherif, allora non esisto nemmeno io. Sai, tutto sommato credo che sarebbe meglio che tu vada in pensione. :)". Segue puntuale la sua replica: "Le comunico che mi ha annoiato. La saluto insulso fanatico islamico".

Avete capito? Il tale mi dice che il mio nome è praticamente una "fatwa". Sono un portatore vivente di fatwa nominativa, una nuova classificazione grammaticale: annotatevela. Se questo atteggiamento non è diagnosticabile come "fawite" (e poi Magdi Allam se la prende con i neologismi) io non saprei come spiegarla, sta roba. Il mio innocuo nome è diventato un' accusa di "imposizione e violenza islamica". Per colpa del mio nome, sono stato definito un "impostore", un "poveraccio", un "aggressore", un "sub-umano", un "insulso fanatico islamico" e un "intollerante gretto e disperato omuncolo aggrappato alle sue malsane convinzioni islamiche". Ora come la mettiamo? Devo sentirmi tranquillo in un paese in cui si aggirano persone di questo tipo? Se questi sono i "fatti, ragionamenti, evidenze" e le basi culturali (sic) con cui si intende dialogare, dove andremo a finire? Ora ditemi cosa dovrei pensare o fare, che sono letteralmente esterrefatto: per tutta la vita, il mio nome è stato scritto "all'occidentale" come "Sherif", dappertutto. Nella scuola francese era invece Chérif, e non mi sono mai posto il problema. Omar Sharif ha il nome uguale al mio in arabo, (anche se nell'originale c'è anche un articolo "Al" prima di Sharif) eppure si scrive con la A: è stato più fortunato? Ora che scopro che il mio nome, trascritto come è, è addirittura "una triste storpiatura mentale", prova del mio "Integralismo religioso", sono preoccupato. E se Magdi Allam lo usasse come prova contro di me nel suo prossimo libro?

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martedì, settembre 19, 2006

Oriana: il fuggi-fuggi

A Firenze sono stati i consiglieri comunali della Casa delle Libertà ad abbandonare l'Aula: «Per protesta contro la maggioranza di centrosinistra che si è rifiutata di firmare l'ordine del giorno presentato dalla Cdl, che richiedeva l'intitolazione di una via o di una piazza di Firenze all'illustre concittadina». A Roma sono stati invece i consiglieri di Rifondazione comunista e del partito dei Comunisti italiani a lasciare vuoti gli scranni dell'Aula Giulio Cesare in Campidoglio, non partecipando, in segno di dissenso, al minuto di raccoglimento.

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L'intellettuale mascarato

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Piero Sansonetti, direttore del quotidiano di partito "Liberazione", ha firmato l'altro giorno un editoriale intitolato "Viva l'America, abbasso l'Italia" dove portava, come esempio a sostegno della sua critica alle parole del Papa, l'editoriale del New York Times che esortava Sua Santità a chiedere scusa. Ciò che voglio sottolineare non è tanto l'opinione di Sansonetti (che potete leggere seguendo il link, io ho già espresso la mia) quanto la chiusa dell'editoriale, che ho trovato tragicomica: "Voi direte: ogni nazione ha gli intellettuali che merita. Già: gli americani leggono il New York Times, a noi italiani è toccato Magdi Allam". Facendo il mio solito giro sul forum di Allam e sui siti a lui affezionati, mi sono divertito a leggere le reazioni isteriche dei suoi fan: "Lei DEVE querelare Sansonetti per quello che ha scritto stamattina su "liberazione" (...) con richiesta di risarcimento danni milionario, da devolvere alle vittime dell'11 marzo a Madrid". Un'altra sfegatata - tale Alessandra, già intervenuta su questo blog - afferma altrove: "Magdi Allam DEVE calunniare Sansonetti...Già il "tipo" si era permesso di dargli del fondamentalista!".
Uomo avvisato, mezzo salvato. Questa è la democrazia secondo i fan di Allam. Le voci critiche devono essere zittite, se non con le denunce, addirittura con le calunnie. In effetti il sottoscritto ne sa già qualcosa, e non è nemmeno l'unico. Da mesi ormai, lo sguattero Sartori - che ci ha alietato in questi giorni con gustosissimi commenti del tipo "Le scuse del Papa bastano o sarete contenti solo quando lo avrete ucciso?" oppure "NON AVRETE MAI ROMA" (come se questo blog fosse il portale di Alqaida in Europa), fino ad arrivare a dare persino del "kapò" al rabbino capo sefardita di Israele (e questi sarebbero quelli che combattono l'antisemitismo) - ecco, quel Sartori schiamazza sul forum di Allam: "I famosi ''musulmani moderati'' (...) vengono abbandonati, se non derisi anche da gente che scrive per giornali nazionali quali il ''Manifesto'' (brutto giornale, purtroppo nazionale). (...) Purtroppo chi sta con gli Allam e le Sbai (l'ho provato anche sulla mia pelle) oramai viene deriso. Si usa l'arma del ridicolo per screditare persone coraggiose. E a farlo sono soprattutto i cosiddetti ''intellettuali'' la razza peggiore del pianeta. Pseudoscrittori o guitti improvvisatisi maitres a penser che oramai hanno fatto di chi attacca il terrorismo il loro bersaglio preferito di dileggio".

Non è la prima volta che il "coraggioso" Sartori mi dedica la sua avvincente e fantasiosa prosa, e in effetti si è meritato un posto nella categoria dei giullari (vedi colonna a destra). Già in passato sono stato citato da lui, sempre sul forum di Allam, in contesti tutt'altro che tranquilli, quando per esempio disse: "In arabo costoro condannano a morte, in italiano dicono che queste persone ahnno manie di persecuzione (la ''fatwite'' come la chiama Sebaie). Attenzione, costoro sono come il Sinone di Virgilio che, atteggiandosi a vittima, convinse i troiani a portarsi il cavallo di Troia entro le mura" oppure "Purtroppo non ci si rende conto che dai pulpiti di troppe moschee si sta predicando l'odio verso gli italiani. Invece sarebbe giusto che si cominciasse ad ascoltare voci sensate e sinceramente interessate ad una convivenza pacifica, come quelle di Magdi Allam, Dounia Ettaib o Souad Sbai. E che anche a sinistra cominciassero a svegliarsi e ad ostracizzare i Piccardo, i Nour Dachan, i Sebaie e i vari demagoghi dell'odio mascherato". A leggerlo sembra che il sottoscritto sia un imam barbuto di periferia che aizza i musulmani contro l'Occidente e Magdi Allam, occidentale pure lui, ça va sans dire.
Da Sartori ci possiamo aspettare di tutto, direte voi. Già. Ma è assai indicativo che tali commenti siano stati spesso pubblicati "in primo piano", il che sostanzialmente significa che Allam li condivide. Alla luce di questo, non è da escludere che si ispiri a queste farneticazioni e agli illuminanti consigli dei suoi fan per descrivere la mia umile persona nel suo prossimo libro: non venite poi a dirmi che non ve l'avevo detto, che prima o poi sarò anche definito "esponente dei Fratelli Musulmani", come Allam è solito fare con qualsiasi musulmano lo critichi. Già... ma è il prezzo da pagare, quando si devono dire le cose come stanno. Per una volta però, Sartori è stato coerente col suo pensiero, stranamente dando ragione allo stesso Sansonetti. Dal momento che "gli intellettuali sono la razza peggiore del pianeta", egli evidentemente non vi include Magdi Allam. Ora, io son sapevo che gli intellettuali avessero questa cattiva fama, ma detta da un Vice-lavapiatti la cosa non può che tranquillizzarmi. A meno che non si tratti di un intellettuale mascherato da sguattero, ovviamente.
Sansonetti ha sostanzialmente ribadito quanto affermai nella mia lunga lettera aperta ad Allam dopo che è uscito il suo ultimo libro in cui venivo citato. Allam è solo un romanziere, poiché solo un romanziere può scrivere "saggi" che si basano sugli articoli di Gente e i pareri degli astrologi. E non può che farmi piacere che anche l'amico Carlo Pannella - autore del volume "Il libro nero dei regimi islamici" - sia sostanzialmente d'accordo su questo. Sul blog di Barbara Mella, vecchia conoscenza del nostro blog, egli sostiene che mentre lui (Pannella, ndr) "sommerge gli avversari con una conoscenza impeccabile del contesto, Magdi è pieno di pecche: non sa nulla di filosofia islamica, di sciismo, di Iran. E' un ottimo cronista, non uno studioso o un analista". Anche il Foglio, giornale che non possiamo di certo definire comunista, lo accusava qualche giorno fa - quando il Papa sembrava dar ragione ai musulmani sulla faccenda delle vignette - di non aver capito nulla: "Magdi Allam, in pratica, lo ha accusato (Il papa, ndr) di non aver capito l’11 settembre, affermando che le parole del Pontefice rischiano di essere strumentalizzate dai “predicatori dell’odio”. La Padania, invece, definì il suo progetto politico "uno scherzo" e lo invitò a desistere, dicendogli che l'Italia non aveva bisogno di un nuovo partito.
Questo cosa significa? Significa che Magdi Allam ormai non solo è visto male a Sinistra, ma che sia anche piuttosto imbarazzante a Destra. Mentre intelletuali e giornalisti non-comunisti lo liquidano come cronista, i fan mettono sotto processo le sue analisi. Su un blog tocquevillano, Allam viene praticamente piazzato nella categoria del "Giornalismo cannibale che Oriana detestava": "E che ne direbbe dello stesso Magdi Allam che ha pubblicato "Lettera aperta a Oriana Fallaci" all'interno del suo libro "Vincere la paura", ma che ora sotto sotto lascia filtrare, nei suoi articoli, quello che lei, ha sempre sostenuto: che quella Consulta islamica non si doveva fare? (...) Allam si mostra terribilmente deluso contro quei cosiddetti moderati che non capiscono la nobiltà delle parole del Papa. Beh, mi spiace, ma l'Oriana anche lì , c'era arrivata prima di tutti gli altri. Prima di lui". Che dire? Non posso che dare loro ragione, almeno su Allam. Se fossi di Destra, per essere coerente con il mio pensiero, non lo terrei più in considerazione.
Vogliamo ricordare che è stato proprio Allam a definire quello che sarebbe diventato in seguito il suo acerrimo nemico, Hamza Piccardo, nel suo libro "Bin Laden in Italia" dicendo che ha "instaurato con Piccardo un rapporto corretto, sincero e intenso. Lui vive la sua vita con una integrità morale, un'onestà intelletuale e una generosità interiore che è difficile disconoscergli. La sua anima sentimentale e poetica traspare dai poemetti che mi invia tramite sms e che lui considera la sua "dimensione sufi", ovvero mistica. Con il tempo si è sviluppata una relazione confidenziale, basata sulla comune convinzione che i problemi vadano risolti affrontadoli pubblicamente (...). In questo caso Piccardo si considera ed è effettivamente un laico". Poi... scusate tanto, dietrofront: Piccardo è un fondamentalista e un predicatore dell'Odio. Vogliamo ricordare che è stato lui a accreditare Feras Jabareen, Imam del Colle Val D'Elsa quale “arabo-israeliano che ha deciso di dare concretezza all'impegno di affermare un Islam tollerante, pacifico, aperto e compatibile con le leggi e i valori dell'Italia” e la sua moschea come un “centro di un serio e sincero dialogo ecumenico tra le tre grandi religioni monoteiste rivelate e le fedi che si ispirano alla comune civiltà dell'uomo”. E poi, scusate tanto, dietrofront: è un esponente dei Fratelli musulmani filo UCOII.
Vogliamo ricordare che è stata proprio la sua ossessionante campagna stampa a dare visibiltà all'UCOII sui media? Vogliamo ricordare che è sua l'idea della Consulta Islamica e che l'ha persino rivendicata? Vogliamo ricordare le sue posizioni quando era di sinistra (e presto lo farò)? Quanti "sbagli", ammesso che lo siano, sono concessi a chi si spaccia come "più grande esperto di cose islamiche in Italia"? Quanta credibilità giornalistica o politica può avere uno che si contraddice ogni due mesi? Non lo chiedo a chi è di sinistra, poiché lo sappiamo già. Lo chiedo a chi è di Destra, datemi una risposta: siete messi così male che dovete dar credito a Magdi Allam?

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lunedì, settembre 18, 2006

Il quesito dello sceriffo

AdnKronos - Il rabbino capo sefardita di Israele critica le parole del Papa sull'Islam e Maometto. In una lettera inviata allo sceicco Yusef Qaradawi, uno dei più influenti predicatori islamici, Shlomo Amar afferma: «La nostra via è quella di onorare ogni religione e ogni nazione come è scritto nel libro dei profeti...Anche quando c'è una battaglia tra le nazioni, questa non può essere trasformata in una guerra di religioni». La lettera, scritta in arabo, è stata prima inviata al rabbino Menachem Froman, dell'insediamento ebraico di Tekoa, in Cisgiordania, che ha aggiunto alcune sue considerazioni: «Ogni ebreo che studia le scritture dei grandi saggi sa che i nostri grandi pensatori hanno scritto in arabo, hanno vissuto nei Paesi islamici e hanno partecipato con i grandi pensatori musulmani allo sforzo per spiegare la parola di Dio...Noi sappiamo che l'Islam è una religione di pace».
Posto che il Rabbino Capo di Israele sostiene che l'Islam è una religione di pace, secondo voi, lo sguattero Sartori sarebbe in grado di etichettarlo lo stesso come "antisemita"?

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Margaritas ante porcos

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«Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo,
e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane,
come la sua direttiva di diffondere per mezzo
della spada la fede che egli predicava».
Manuele II Paleologo, citato da Papa Ratzinger
Mi pare di capire dai comunicati diramati dalla Santa Sede e dalle parole pronunciate dal Papa all'Angelus, che quanto è accaduto fosse sostanzialmente un "errore di comunicazione". In realtà, non c'è stato nessun errore di comunicazione, almeno da parte del Papa: nel momento in cui impartiva la sua "lectio magistralis" infatti, egli si considerava un semplice docente che esprime il proprio punto di vista ad un platea universitaria, ricorrendo ad una citazione storica. Ha espresso, come dice Giovanni Filoramo sull’Unità "un giudizio legittimo rispetto a un’altra religione, sulla quale ha dato una valutazione teologica". Personalmente, non condivido il giudizio espresso e ritengo particolarmente superficiale e poco contestualizzata la lettura che ha fatto dell'Islam e della sua diffusione, ma si tratta - appunto - di affermazioni da confutare sul piano storico e teologico. L'errore di comunicazione, invece, è stato quello delle agenzie italiane - riprese poi dalle reti satellitari arabe - che hanno, come è loro consuetudine fare, estrapolato quelle citazioni da una lezione per rilanciarle sul palinsesto mediatico mondiale, divulgando su un mezzo di comunicazione di massa - nel XX secolo - le considerazioni particolarmente avvelenate espresse da un imperatore (e quindi manco da un uomo di fede) assediato da un esercito musulmano 600 anni fa, spacciandole per dichiarazioni del Capo spirituale del Cattolicesimo.
Probabilmente, nel mondo islamico, pochi letterati sapevano delle offese dell'Imperatore di Costantinopoli, cosi come sicuramente pochissimi sanno dell'affresco che raffigura Maometto all'Inferno presso la Basilica di S. Petronio a Bologna (spesso indicata come prossimo obiettivo dei terroristi perennemente addormentati in Italia seppur particolarmente fissati con questo obiettivo supermonitorato). Oggi però - grazie all'irresponsabilità dei media italiani - tutto il mondo islamico pensa che la Chiesa Cattolica lo stia insultando, come accadeva seicento anni fa (mentre si trattava di una semplice citazione) e tutto il mondo cristiano pensa che la Chiesa Cattolica sia sotto attacco da parte del mondo islamico (mentre lo è solo da parte delle frange fondamentaliste: i governi si sono limitati alla protesta diplomatica). Per i media italiani infatti - nel momento in cui estremisti di entrambi gli schieramenti spacciano la guerra in corso per una guerra di religione - qualsiasi cosa si presta ad accreditare la versione dello scontro, anche un dettaglio insignificante. Se un Comune costruisce la moschea, ne fanno una notizia per aizzare i cristiani e se non la costruisce ne fanno una notizia per aizzare i musulmani. Figuriamoci se poi il dettaglio è una citazione storica pronunciata dal Papa, ma offensiva nei confronti dei musulmani, già provati dalle scene - quelle si "cattive e disumane" - di dolore in Iraq, in Libano e in Palestina.
Anche se quella che è in atto su tutti questi fronti non è una guerra di religioni, bensì una guerra politico-economica, con motivazioni strategiche ben precise, ad alcuni piace giocare con i riferimenti religiosi, per abbindolare i creduloni e circondarsi da un'aureola di misticismo. E così vediamo Bush che parla di "crociate", un generale del Pentagono che dichiara di combattere l'Islam per il trionfo della cristianità, dei rosari con il crocefisso appesi ai cannoni statunitensi che bombardano Falluja, degli evangelizzatori protestanti che scorazzano per l'Iraq già dilaniato dalla guerra civile, per non parlare dei fondamentalisti islamici che colgono tutti questi elementi per rilanciare la loro propaganda, puramente retorica, contro "gli infedeli". Anche gli insulti non mancano, dai "fottuti figli di Allah" di Fu Fallaci alle "scimmie e cammelli" di Calderoli, la demonizzazione e animalizzazione dell'Islam e dei musulmani è tuttora in corso, e ad essa corrisponde un eguale demonizzazione del Cristianesimo indicato non più come autentica rivelazione, come appunto specificato dal Corano, ma come "religione degli infedeli". La differenza sta in un piccolo dettaglio: in questo particolare momento storico sono islamici i paesi che vengono colonizzati, e di certo ritenere di essere insultati nella fede (che, come giustamente sottolineato dal Papa pochi giorni prima, viene vissuta in maniera più forte da parte islamica) non è cosa particolarmente gradita.
Già in occasione della vicenda delle vignette danesi, ebbi modo di ricordare la ricca eredità letteraria greco-bizantina, tutt'altro che elogiativa, sulla figura di Maometto. Ho scritto della cronistoria della profezia islamica di Teofane il Confessore dalla quale emerge che Maometto sarebbe un individuo cupido e simulatore, ho ricordato il riferimento di Giorgio Monaco al "pseudoprofeta dei Saraceni, Muchumet" e alla "sua ignobile e assolutamente infame eresia", nonché l'ampia scelta degli epiteti attributi da Niceta di Bisanzio al Profeta dell'Islam: furfante, barbaro, nemico di Dio, demoniaco, ateo, debosciato, predone, sanguinario, bestemmiatore, stupido, bestiale e arrogante. Come ebbi modo di sottolineare allora, il mondo cattolico riprese da fonti bizantine o cristiano-orientali tali notizie aggiungendovi una selva di particolari tutti feroci. Ma questi insulti erano all'ordine del giorno, alcuni secoli fa, in un contesto segnato dall'inarrestabile avanzata islamica (seppure in larga parte pacifica, e a questo aspetto ho dedicato un intero libro) e dalla debolezza dell'Occidente. In quell'epoca però, l'assenza dei media che riportassero gli insulti e gli orrori della guerra e la genuina dottrina islamica che impediva la denigrazione di altre fedi permetteva di tenere la situazione sotto controllo.
Oggi, invece, in tutto il mondo gli animi sono surriscaldati: nel mondo islamico dalla guerra in corso che entra in tutte le case, nel mondo occidentale dagli attentati terroristici in corso, visti in diretta. Come scrive Farian Sabahi su La Stampa "La lectio magistralis di Ratisbona è la goccia che fa traboccare il vaso, dopo le crociate medievali e il colonialismo europeo", mentre in Occidente tutti se la prendono con i musulmani (sic) che "vogliono buttare il crocefisso fuori dalle aule scolastiche". E laddove c'è ignoranza - sia in occidente che in oriente - anche una citazione storica in una lezione accademica può scatenare un putiferio. Secondo me, il Santo Padre dovrebbe tenere le sue lezioni - specie se contenenti riferimenti storici di quel tipo - a porte chiuse, e riflettere prima di ricorrere a queste intepretazioni che hanno lo scopo evidente di riportare, anche se in maniera discutibile, l'Occidente sulla Via del Signore. Non si tratta di censurare il Papa o limitare la sua libertà di espressione, bensì di seguire l'avvertimento che implica una deliberata restrizione della conoscenza a fin di bene. Si tratta di applicare l'insegnamento che Cristo fece ai suoi discepoli dopo il celebre discorso della montagna, quando disse: "Nolite dare sanctum canibus, neque mittatis margaritas vestras ante porcos, ne forte conculcent eas pedibus suis, et conversi dirumpant vos", cioè: "Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino e, rivoltandosi, vi sbranino". La citazione di Paleologo non è certo una "perla" in termini di diplomazia politica o di conoscenza spirituale dell'Islam, essendo lo sfogo di un imperatore del 14° secolo preoccupato per il proprio trono: un motivo in più per non ricorrervi anche se è una perla sotto il profilo storico, mentre i porci - nel nostro caso - sono gli ignoranti incapaci di contestualizzare le citazioni e quelli che tentano di strumentalizzarle in entrambi i campi.
Ma se il Santo Padre è invitato a non sottovalutare questo aspetto, e il gravoso ruolo che gli è stato affidato quale guida spirituale del mondo cattolico e quindi come responsabile del suo gregge nel mondo islamico, anche i leader musulmani di una certa levatura - che non sono di certo, si spera, né incolti né ignoranti - sono invitati a contenere le polemiche e a non soffiare sul fuoco, per evitare le figuracce. Particolarmente apprezzabile la presa di posizione di chi ha accettato i chiarimenti, tentando di calmare gli animi pur contestando la lezione, quanto è vergognosa l'isteria di chi continua a lanciare accuse e minacce contro la Chiesa. Era giusto indignarsi (con le proteste diplomatiche e il boicottaggio economico, s'intende) per le vignette provocatrici dei quotidiani danesi, poiché si trattò di una provocazione mediatica deliberata e reiterata, totalmente inutile e fuori contesto - per non parlare del rifiuto di tutti i tentativi di dialogo - ma scatenarsi immediatamente con tanto di effigie bruciate del Papa per una lezione universitaria (per quanto non condivisibile) è davvero esagerato. Se poi, come al solito accade in queste circostanze, i fondamentalisti colgono l'occasione per incendiare le chiese e uccidere le suore, ancora peggio. Mi meraviglia però che ci si offenda così tanto per una citazione nella conferenza di un uomo di fede che per un giorno si è fatto docente e non per le prediche odierne di alcuni imam e docenti universitari oscurantisti che, nel mondo arabo - con tanto di microfono - sbraitano interpretazioni fantasiose del Corano sui cristiani - bollandoli come "infedeli" - nel tentativo di aizzare le piazze, avendo proprio alle spalle una frequentatissima Chiesa.

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domenica, settembre 17, 2006

16-18 settembre, la strage di Oriana

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Oggi è stata seppellita Oriana Fallaci. Nell'indifferenza generale, accompagnata dagli applausi di poche decine di ammiratori riuniti davanti al cimitero e da appena una decina di mazzi di fiori lasciati davanti alla clinica in cui è spirata. Il nipote ha criticato le "molte manifestazioni di affetto tardive, non particolarmente gradite, in quanto anacronistiche e ridicole". E' vero, lei non voleva pubblicità, ma probabilmente aveva già capito che - nonostante lo strombazzamento dei media - sarebbe stata seppellita ignorata da tutti, tranne che dai suoi fan, il cui "silenzio reverenziale" di fronte alla sua morte si traduce in insulti e minacce a ogni musulmano che l'ha criticata.
A qualcuno piace sottolineare la coincidenza: "Vedete, Oriana Fallaci viene seppellita mentre il Papa che lei ammirava porge le sue scuse al mondo islamico". Io preferisco ricordarla, nel giorno dei suoi funerali, con un'altra coincidenza, il cui ricordo verrà perpetrato ancora più a lungo del suo. In questi giorni infatti, si è consumata la strage di Sabra e Chatila. Come da tradizione quindi, su questo blog si propone la testimonianza di Oriana Fallaci - oggi ricordata per la sua islamofobia e la sua "lotta all'antisemitismo" - sulla strage in questione. Una testimonianza che risale a 23 anni fa, tratta dal suo libro "Insciallah".

“Erano piombati alle nove d’un mercoledì sera, i falangisti di papà Gemayel…E con la complicità degli israeliani, sempre lieti di soddisfare la loro inesauribile sete di vendetta, avevano circondato i due quartieri per bloccarne ogni via d’uscita. Una manovra cosi’ veloce, perfetta, che pochi avevano avuto il tempo di nascondersi o tentare la fuga. Poi, fieri della loro fede in Gesù Cristo e in San Marone e nella Madonna, protetti dai figli d’Abramo che gli illuminavan la strada coi riflettori, erano irrotti nelle case. S’erano messi ad ammazzare I disgraziati che a quell’ora cenavano o guardavano la televisione o dormivano. Avevano continuato tutta la notte. E tutto il giorno seguente. E tutta la notte seguente, fino a venerdi mattina. Trentasei ore filate. Senza stancarsi, senza fermarsi, senza che nessuno gli dicesse basta. Nessuno. Nè gli israeliani, ovvio, nè gli sciiti che abitavano negli edifici attigui e che dalle finestre vedevano bene l’obbrobrio. E fortunati gli uomini uccisi subito a raffiche di mitra o colpi di baionetta, fortunati i vecchi sgozzati nel letto per risparmiare le munizioni. Le donne, prima di fucilarle o sgozzarle, le avevano violentate. Sodomizzate.

I loro corpi, zangole per dieci o venti stupratori per volta. I loro neonati, bersagli per il tirassegno all’arma bianca o da fuoco: intramontabile sport nel quale gli uomini, che si ritengono superiori alle bestie, hanno sempre eccelso e che da qualche secolo viene chiamato strage-di-Erode. Un ragazzo ferito era riuscito a scappare malgrado il blocco delle vie d’uscita e a rifugiarsi nel piccolo ospedale che tre medici svedesi gestivano di fronte a Shatila. Ma I soldati di Erode lo avevan raggiunto e liquidato mentre giaceva sul tavolo operatorio. Spintone al chirurgo che estrae la pallottola, revolverata alla tempia dell’infermiera palestinese che cerca di opporsi e via. All’alba di venerdi, stanchi di dargli la caccia e ammazzarli uno a uno , avevano minato le case nelle cui cantine s’erano nascosti i superstiti. Quasi tutte case di Chatila. Poi avevano lasciato il quartiere cantando spavalde canzoni di guerra e lasciandosi dietro un carnaio da film dell’orrore. Bambini di due o tre anni che ciondolavano dalle travi delle case esplose come polli spennati e appesi ai ganci di una macelleria. Neonati spiaccicati o tagliati in due, mamme intirizzite nell’inutile gesto di ripararli. Cadaveri seminudi di donne coi polsi legati e le natiche sozze di sperma e di sterco. Cataste di uomini fucilati e coperti di topi che gli mangiavano il naso, gli occhi, gli orecchi. Intere famiglie riverse sulle tavole apparecchiate, vecchi sgozzati nei letti rossi di sangue rappreso, e un fetore insopportabile. Il fetore della decomposizione accelerato dal caldo greve di settembre. Cinquecento morti, s’era detto all’inizio. Ma presto i cinquecento erano diventati seicento, i seicento erano diventati settecento, i settecento erano diventati ottocento, novecento, mille. C’erano voluti due bulldozer per scavare la fossa comune, quasi un giorno per buttarceli tutti…”
Oriana Fallaci

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Quando l'antisemita è un rabbino (II)

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Leggi la prima parte

C'è qualcosa di molto curioso nella faccenda del convegno della IADL. Il convegno è stato infatti definito da Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana, "un'iniziativa notevolmente più grave dell'inserzione (a pagamento, ndr) dell'Ucoii sulle pagine del Quotidiano Nazionale in cui si equiparavano gli attacchi israeliani alle stragi naziste", e si è augurato "una reazione ancora più forte, e con la stessa enfasi, di condanna all'iniziativa dell'Iadl". Effettivamente, la reazione c'è stata. Però possiamo tranquillamente affermare che non è stata quella auspicata da Pacifici, e si ha decisamente la sensazione che sia stata persino prontamente contenuta. E' vero, molti deputati e politici – incluso il Presidente Bertinotti - l'hanno stigmatizzata, e alcuni giornali le hanno dedicato ampi articoli se non addirittura le aperture ma, tutto sommato, non c'è stata la stessa reazione che ha coinvolto l'UCOII, che per settimane - e fino all'altro ieri praticamente - è stata il bersaglio di ogni singolo politico e giornalista presente in Italia. Non solo: al di fuori di rarissimi personaggi, pochi hanno parlato di "antisemitismo" e molti hanno preferito ignorare la presenza del rabbino. Si è parlato di vaghe affermazioni “gravi”, “inaudite”, “vergognose”, “pericolose”, “indegne”, “ingiuriose”, “indicibili”, di "esistenza dello stato d'Israele" e di "fiancheggiamento del terrorismo", ma la parola "antisemita" non è comparsa per nulla negli articoli che hanno trattato la faccenda, e mi è sembrato di assistere a un “scarica-barile” inaudito in un’istituzione chiave.

Ancora più curioso analizzare il meccanismo mediatico: nei primi articoli è stato menzionato il rabbino e gli sono state addebitate le frasi incriminate, ma nell'arco di poche ore (la faccenda durerà in tutto 48 ore), la colpa era diventata non più del rabbino che ha effettivamente pronunciato quelle parole, ma stranamente di chi ha organizzato il convegno (la IADL), rea di averlo invitato (!), fino a coinvolgere, praticamente e esclusivamente, chi ha richiesto la sala (il Pdci) (!!). In altre parole, in nemmeno 48 ore, la notizia non era più "un rabbino che attacca Israele", bensì "I comunisti che insultano gli ebrei". Affermazione usata dall’incompetente giornalista di Studio Aperto, tal Luigi Fenderico (vedi video), che ha ben evitato di menzionare il rabbino, prediligendo foto di archivio del direttivo del Pdci, che si erano solo prestati a prenotare la sala. Ma anche questo la dice lunga sull'imbarazzo dei media e dei politici nel dover affrontare la questione, tanto da doverla ridurre ad uno scontro fra maggioranza e opposizione, evitando la condanna unanime e corale. Non tanto per il fatto che sia stata concessa un'aula del parlamento - proprio l'11 settembre - per celebrare quel convegno, quanto per il fatto che a pronunciare quelle "gravissime" affermazioni fosse un rabbino, ovvero un ebreo, seppur definito “screditato”, “esaltato”, “non riconosciuto”, “minoritario”, persino "non meglio precisato" (eppure sembra che fosse presente in carne, ossa e carta d'identità).

Probabilmente hanno pesato anche altri fattori, tipo il fatto che qualcuno avrà ritenuto controproducente, specie di fronte all'opinione pubblica, scatenare un nuovo cancan contro "l'antisemitismo islamico che alza la testa" in meno di un mese, per poi dover spiegare che, in realtà, l'antisemita islamico era un rabbino ortodosso "anti-sionista", come è stato correttamente definito dai media inizialmente (da cui, lo ripeto, era miracolosamente scomparso l'aggettivo "antisemita"). Sicuramente molto più controproducente e imbarazzante, sarebbe stato spiegare veramente al pubblico cos'è la differenza tra sionismo ed ebraismo: un movimento politico nazionalista il primo, una fede religiosa il secondo. Tutto sommato, anche se non gradito, il rabbino Friedman ha fatto un favore alla comunità ebraica italiana: quello di riportare la questione israelo-palestinese su un piano strettamente politico, e non più religioso. Mi auguro che ci si renda conto un giorno che l'eccessiva esposizione mediatica a favore delle politiche attuali di Israele, spesso fallimentari come durante la guerra in Libano, non fa altro che rispolverare un passato di antisemitismo mai sopito in Europa. Aprire le sinagoghe per ricevere i politici che sostengono Israele non fa altro che alimentare le fantasie popolari sugli ebrei che controllano il paese, identificando pacifici cittadini italiani in una politica estera aggressiva, di cui la gente si è sostanzialmente stufata, ritenendola anche all'origine del terrorismo che ora ha preso di mira la stessa Europa.

La tecnica con cui si tenta poi di tacciare le critiche a tali politiche, bollando tutti con l'aggettivo "antisemita" è sostanzialmente fallita, ha svalutato il termine e l'orrore che esso indica. Dopo l'aggressione al Libano, la voce degli intellettuali non più disposti a sottostare a tale ricatto si è fatta più forte che mai. Angelo D'Orsi, storico e docente di storia del pensiero politico, ha scritto che "chi critica Israele, ci si dice, ne vuole la distruzione, chi condanna la sua politica è marchiato come antisemita. Ebbene, noi che ci siamo battuti contro fascismo, militarismo, razzismo (in specie l'antisemitismo), e ogni forma di ingiustizia e di illegalità, contro le disuguaglianze, contro la prepotenza dei forti e dalla parte dei deboli, oggi diciamo basta. Oggi dobbiamo avere il coraggio di essere impopolari (...)". Su La Stampa, Gianni Vattimo ha accolto l'invito e ha scritto: "Non ignoro le ragioni che hanno condotto Israele a misure così estreme; anche se abbattere interi quartieri di case solo perché da una di esse proveniva l'ultimo kamikaze mi sembra un orrore niente affatto minore delle rappresaglie naziste", appellandosi al boicottaggio accademico dello stato di Israele. Ha pagato queste affermazioni a caro prezzo, oggetto di un fuoco incrociato di critiche (legittime e condivisibili, quando gli si critica per esempio l’elogio della diaspora che comunque – piaccia o meno e, su questo, Vattimo ha ragione – all’origine dell’ammirabile cosmopolitismo delle comunità ebraiche) ma anche di vergognosi insulti senza precedenti dai tempi delle sante inquisizioni.

Devo ammettere che condivido pienamente ciò che ha detto Rav Friedman sul Sionismo. La rappresentatività della millenaria cultura e religione ebraica non spetta ad una corrente politica nata nell'800, che ha largamente beneficiato delle disgrazie e degli squilibri della seconda guerra mondiale, con organizzazioni e elementi che non hanno esitato a ricorrere a metodi terroristici, tipo piazzare bombe presso l'ambasciata britannica a Roma, presso il king David Hotel di Gerusalemme, presso le sinagoghe di Baghdad, facendo centinaia di vittime civili, fino ad arrivare ad offrire supporto al Nazismo. Presso il Memoriale dell'Olocausto (Yad Vashem) a Gerusalemme, si possono ancora vedere le lettere dove estremisti sionisti offrivano la propria collaborazione alla "benevole politica del Reich" tesa a svuotare l'Europa degli ebrei. Terroristi e criminali che sono poi confluiti all'interno dell'esercito israeliano. In questo senso, ha ragione Vattimo quando afferma che Israele è un danno collaterale di una grande tragedia, l'Olocausto, cosi come – aggiungo io – il Sionismo era una danno collaterale dell’Affare Dreyfus. E’ inutile indignarsi di fronte a queste affermazioni: se non fosse per l’antisemitismo, non sarebbe nato il sionismo e se non fosse per lo sterminio nazista, difficilmente gli ebrei europei sarebbero immigrati in Israele e questo nonostante i secoli di antisemitismo europeo. Cosi come se non fosse per la nascita di Israele e le guerre che ne sono conseguite, difficilmente migliaia di ebrei arabi avrebbero lasciato i paesi in cui vivevano da secoli, spesso e volentieri in condizioni che facevano invidia ai loro correligionari europei.

Ciononostante, non condivido l'invito di Rav Friedman allo smantellamento - seppur pacifico - dello stato d'Israele, al cui posto dovrebbe sorgere un unico stato palestinese con uguali diritti e doveri per tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla religione. E non perché, come afferma Magdi Allam e altri, questa sarebbe "la versione edulcorata di un nuovo olocausto", dal momento che è un rabbino ebreo a sostenerla, sottolineando l'aggettivo "pacifico", quanto perché ritengo che sia eccessivamente utopica e quindi impraticabile. Proprio l'immane tragedia della Shoah continuerà ad alimentare, non tanto nell'immaginario occidentale quanto in quello ebraico, l'idea-necessità di avere uno stato proprio e la perenne paura di essere un giorno, dopo tanti anni, sopraffatti dalla demografia araba e quindi ritornare alla condizione di minoranza, col rischio di essere perseguitati, soprattutto ora che c'è una grande eredità di astio tra musulmani ed ebrei - inesistente prima - dovuta all'incancrenirsi della crisi palestinese. E' vero che la retorica del "Due popoli-due stati", a cui ricorre anche il Presidente Bertinotti, ha perso il suo fascino. Sono sessant'anni che vediamo un solo stato - quello israeliano - che bombarda incessantemente un popolo, quello palestinese. Ma questa rimane, allo stato attuale, l'unica prospettiva valida, a patto che sia ben applicata. Oggi Israele, idealmente inteso come stato esclusivamente costituito da cittadini di fede ebraica (anche se in realtà non lo è, e anche se prova a diventarlo) è una realtà consolidata, non tanto dal punto di vista politico, militare, mediatico e storico, quanto dal punto di vista sociologico e psicologico. E' duro "sconfiggere" la storia, ma è ancora più duro "sconfiggere", anche se pacificamente, un ideale, tra l'altro dal mio personale punto di vista legittimo. Come afferma il brillante Spiegelman non ci resta che lavorare con, e sulle, conseguenze dell'errore storico commesso. Israele non è un semplice stato e tanto meno un'entità esecrabile, è sempre stato un'ideale simbolico: bisogna rendersene conto e accettarlo pienamente.

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sabato, settembre 16, 2006

Vauro, Il Manifesto

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Il Paradiso può attendere

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Silenzio. Pietà. Compassione. E' quello che chiedono oggi a gran voce i perbenisti e i buonisti di ogni risma e estrazione, anche i critici più accesi di una volta. Ma la Fallaci era nota per aver sempre espresso la sua opinione senza freni inibitori, fregandosene altamente delle conseguenze. Invocava roghi di immigrati, bombe nelle moschee, arresti arbitrari, espulsioni in massa, senza battere ciglio, senza dover rendere conto a nessuno. La sua morte dovrebbe cambiare il nostro atteggiamento nei suoi confronti? Dovremmo forse ricordarla come Santa Fallaci di New York e dimenticare che è stata una delle principali promotrici dell'odio e del razzismo non solo in Italia ma in tutto il mondo? Dovremmo cancellare con un colpo di spugna la sua odiosa eredità letteraria che si è invece sedimentata in molte persone?

La risposta è semplicemente no. Perché nemmeno il tanto invocato "mistero della morte" ne fa una persona migliore: la Fallaci non è stata né la prima né l'ultima a morire. E siccome moriremo tutti, non vedo perché dovremmo accogliere questa morte in particolare con reverenziale contemplazione. Alla Fallaci ho dedicato articoli tutt'altro che amichevoli ("Zero in storia alla Fallaci", "L'arte fallace di cancellare la storia", "La Fallaci ideologa del DSSA", "Fallaci: il Dio buono e il Dio infanticida" e la serie "Beautiful Oriana") che ancora oggi mi fruttano decine di email di insulti da parte dei suoi ammiratori. Non intendo quindi accodarmi proprio ora al coro di fan invasati - i primi a dar fuoco ai "fottuti figli di Allah" se potessero farlo - e critici rispettabili "sinceramente addolorati", versare lacrime per una persona che non sopporto vedere manco in foto o in Tv, la cui voce - mentre leggeva quegli orrori mandati in onda ieri sera su Matrix - mi ricorda vagamente la megera di Biancaneve.
Ai musulmani che si sono affrettati a giocare il ruolo del "buon selvaggio integrato", minimizzando la gravissima portata delle sue farneticazioni ad un mero "scontro di battute", ad un civile "scambio di idee", chiedo se si rendono conto che la Fallaci avrebbe sinceramente voluto vederli tutti rinchiusi nei vagoni piombati e nei campi di concentramento, perseguitati ed espulsi in quanto inferiori, estranei e pericolosi. Il loro atteggiamento "civile" e "contenuto" non ne farà persone migliori o degne di fiducia agli occhi di quell' opinione pubblica che l'anziana giornalista ha così ben indottrinato in questi anni, con la complicità dei direttori e degli editori che le hanno dato spazio: ne fa solo degli ipocriti dissimulatori, degli incoscienti che spianano la strada per un nuovo Olocausto, come gli ebrei che negli anni 30 minimizzavano i discorsi di Hitler.
Ciononostante, non ho accolto la morte di Oriana Fallaci con soddisfazione: credo infatti che siano ben altre le soddisfazioni che la vita potrebbe riservare ad un essere umano. La morte di una persona, per quanto esecrabile fosse il ricordo che ha lasciato nelle menti e nelle coscienze, non ne fa di certo parte. Ma posso tranquillamente affermare che l'ho accolta con sollievo, questo sì. Sono sollevato per la morte di un tiranno mediatico, che non solo progettava e ideava un nuovo scenario di orrori in Europa (altro che "si è limitata solo a scrivere"), ma perseguiva i critici e i detrattori con ogni sorta di querele e di cause.
Sono sollevato per il fatto che sia morta su un letto, assistita dal nipote, vicina alla sorella e con la finestra della clinica che dava sulla sua amata Firenze (ma non era in "esilio", o forse oggi si può tornare dall'esilio per morire in patria?) - con il Duomo ancora in piedi, nonostante i suoi accorati gridi di allarme-terrorismo - e quindi senza doverla vedere osannata come una martire - come lei avrebbe probabilmente voluto - vittima di qualche folle estremista. Sono sollevato per il fatto che nonostante si sia prodigata, in questi ultimi anni, a dire tutto il male possibile dell'Islam e dei musulmani, non sia riuscita a beccarsi la tanto agognata fatwa, che altri sono costretti ad inventarsi, bensì solo la regolare denuncia di un provocatore mediatico, tra l'altro accolta e conclusasi con il suo rinvio a giudizio proprio nel suo paese, senza che possa avere la soddisfazione di essere prosciolta.
Sono sollevato perché prima di morire ha subito l'ultimo affronto, così civile nella sua concezione, così elegante dal punto di vista simbolico, ovvero quella cermonia di "premiazione musulmana", quella "Mezzaluna d'Oro" che tanto scalpore destò, essendosi svolta nella sede del Comune che si era sempre rifiutato di premiarla. Sono sollevato perché non ha mai avuto il Fiorino della sua città - forse glielo daranno postumo - così come non è mai stata accolta la richiesta di nominarla Senatrice a vita. Due onori che lei diceva di non volere ma che sicuramente non le sarebbero dispiaciuti, egocentrica e arrogante come era.
Sono sollevato perché dopo il circo mediatico che si sta consumando in questi giorni, in cui vengono riproposte le sue tesi e i suoi articoli più aberranti e in cui viene spacciata come "un esempio per tutti noi", non ritroveremo più quattro pagine che incitano all'odio sul Corriere o su Panorama, o un nuovo manifesto razzista edito dalla Rizzoli: ci accontenteremo degli editoriali e dei libri di Magdi Allam che oggi tenta di riempire il vuoto attaccando persino i "cosiddetti moderati", ma che fortunatamente non ha - né mai avrà - la "fama" o l' "autorevolezza" della Fallaci, condannato come è dal suo nome arabo e dalle sue origini islamiche, che lei stessa mise sotto accusa, fino a ridicolizzare persino la sua persona e a snobbare la sua "lettera aperta".
Alla Fallaci potranno dedicare filmati, trasmissioni e toccanti dichiarazioni di affetto e stima. Potranno dedicarle persino statue, monumenti, piazze e vie. Lo stanno facendo e lo faranno ancora, per convenienza politica, per calcolo strategico. Ma verrà il giorno in cui della Fallaci rimarrà solo un documentario proiettato una volta ogni dieci anni, un vaghissimo ricordo nella mente di un adolescente svogliato, un libro coperto di polvere in una biblioteca municipale e un busto arruginito in un parco pubblico, guardato con indifferenza o curiosità da parte dei cittadini e dei turisti in gita. Fra alcuni decenni i suoi bei libri di una volta riaffioriranno sulle bancarelle dei mercati delle pulci a pochi euro, e gli ultimi - quelli più feroci, quelli più truculenti - circoleranno solo nelle case dei vecchi fascisti rimbambiti e deliranti che sognano il predominio della violenza e dell'odio.
Probabilmente la Fallaci viene giudicata in questo momento da Dio. Io mi accontenterò volentieri del giudizio della Storia, che lei diceva di conoscere bene, tanto da intervistarla. Spero che si sia resa conto che la Storia è, a differenza forse di Dio, davvero impietosa. Ieri notte, all'1.30, il Fato ha voluto riscrivere la Storia dell'Umanità. In meglio, si spera. Verrà il giorno in cui i suoi ultimi testi verranno letti con lo stesso orrore con cui oggi leggiamo il Mein kampf e i Protocolli dei Savi di Sion. E in cui generazioni cresciute nel segno dell'amore decideranno di perpetuarne il ricordo solo per affermare "Mai più un'altra Fallaci!". Verrà il giorno in cui i monumenti a lei innalzati verranno abbattuti e le vie a lei dedicate attribuite ad altri, così come è successo con tutti quelli che vennero osannati da vivi o appena morti, per poi essere ridimensionati e dimenticati definitivamente nel corso dei secoli.

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venerdì, settembre 15, 2006

Ceffoni, unico modo per domarla

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Agenzie varie - "La Fallaci è al cospetto di Allah. Dovrebbe preoccuparsi": è il commento di Dacia Valent portavoce della Islamic Antidefamation League (IADL). "Quasi impossibile manifestare pietà per un personaggio come Oriana Fallaci" dice Valent che definisce la Fallaci "una dei più attivi araldi dell odio razziale e religioso". Secondo Valent "una vita spesa nell odio, difficilmente produce amore e solidarietà" e il suo "odio per le minoranze etniche e religiose, il suo disprezzo per neri, semiti e musulmani, ora che vede la morte e vede Dio, deve essere un peso intollerabile, dal quale non può più nascondersi o fuggire. Ora che è al cospetto di Allah, se fossimo in lei saremmo molto, ma molto preoccupati". Dacia Valent sostiene che decine e decine di messaggi, e-mail e sms sono stati inviati oggi dai musulmani che vivono in Toscana alla Islamic Anti-Defamation League (Iadl) dopo aver appreso della scomparsa della scrittrice Oriana Fallaci. La portavoce della Islamic Anti-Defamation League (Iadl), spiega in un comunicato le reazioni dei musulmani che vivono nella regione nella quale è nata ed è morta la giornalista e scrittrice italiana. «Possiamo dire che da stamattina stiamo ricevendo decine e decine di messaggi, mail e sms da parte di appartenenti alle comunità che la deceduta scrittrice aveva minacciato con incendi e bombe». Secondo l'esponente della Iadl, questa reazione sarebbe legata all'ultima presa di posizione della Fallaci che, con intento provocatorio, aveva minacciato di distruggere la moschea che dovrebbe essere costruita a Colle Val d'Elsa, in provincia di Siena. «Li ha demonizzati dalle prime pagine del 'Corriere della Sera' e dalle pagine di libri pubblicati in pompa magna dalla RCS - conclude - Abbiamo ricevuto messaggi che, pur manifestando un grande contegno di fronte alla sua morte, evidenziano un senso di sollievo di fronte alla scomparsa di uno dei più attivi araldi dell'odio razziale e religioso». Davanti alla notizia della morte di Oriana Fallaci e' un'invocazione il primo commento di Hamza Piccardo, il portavoce dell'Unione delle Comunita' e Organizzazioni Islamiche in Italia (Ucoii): "Iddio abbia misericordia dei giusti e dei deboli", e spiega "La morte e' un mistero davanti al quale non e' lecito commento o interpretazione. Il Profeta Muhammad (pbsl) ci ha insegnato a non parlare dei morti perche' "gia' stanno rispondendo delle loro azioni". «La solida viscida ambiguità. Poteva risparmiare certe parole» gli risponde il senatore di Forza Italia Paolo Amato, presidente del 'Comitato pro Oriana Fallaci per la libertà di espressione' «Piccardo si vergogni per quello che ha fatto - accusa Amato - c'era anche lui il 7 dicembre 2005 a Firenze, insieme alla Iadl, ad assegnare la 'Mezza luna d'oro a tutti gli avversari di Oriana Fallaci, lo stesso giorno in cui il comune di Milano le conferiva l'Ambrogino d'oro". La cerimonia, per chi non se lo ricorda, si era svolta a Palazzo Vecchio, sede del Comune di Firenze e il premio era stato assegnato anche a Leonardo Domenici, sindaco della città, attualmente in Giappone in visita ufficiale insieme al Maggio Musicale Fiorentino. Il Sindaco ha inviato alla famiglia di Oriana Fallaci un telegramma di cordoglio per la scomparsa della scrittrice, avvenuta stanotte a Firenze. «Con Oriana Fallaci - ha scritto Domenici - scompare una delle personalità di primo piano della cultura e del giornalismo, una fiorentina illustre. La sua notorietà, la sua fama si sono estese, grazie all' attività prima come inviata speciale e corrispondente di guerra in Vietnam, in Medio Oriente, in Sudamerica, poi come scrittrice di libri tradotti in numerose lingue, ben oltre i confini nazionali. Da anni si era trasferita a New York, ma il suo legame e i rapporti con Firenze sono rimasti intatti nel tempo, come dimostra la scelta di trascorrere i suoi ultimi giorni nella propria città natale. A lei va il nostro pensiero commosso per la inesorabile malattia che l'ha colpita e contro la quale ha lottato con forza e coraggio fino agli ultimi istanti. Alla famiglia, alla cara sorella Paola, giungano i miei personali sentimenti di partecipazione e di cordoglio». Per Massimo Fini, suo ex-collega, a cui la Fallaci chiese in seguito 3 miliardi di danni per le sue critiche - «Il suo egocentrismo, la sua notoria aggressività e prepotenza era moderata dal legame con Alekos Panagulis. Le dava dei gran ceffoni, che poi era l'unico modo per domarla, e lei in quei tempi era felice e persino simpatica. Mi prese sotto la sua ala e mi propose di scrivere la sua biografia. In quegli anni era anti-americana. Camminavi con lei per le strade di Firenze e ogni tanto ti dovevi fermare dietro le colonne dei portici perchè era convinta che la Cia la pedinasse». «E poi gli ultimi libri - aggiunge Fini - l'ultima Fallaci avrei preferito non leggerla. Negli anni '70 era riuscita a coniugare passione e ragione, alla fine era diventata imbarazzante, dalla sua penna solo invettive».

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Elogio funebre

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"Voi desideravate la morte, prima d'averla sperimentata. Ed ora l'avete vista e ve ne state a guardarla".

Corano, Surat Al-Imran, Versetto 143

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Quando l'antisemita è un rabbino (I)

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I fatti sono ormai stranoti, oltre che dalla stampa e dalla Tv, anche dal dettagliato resoconto di cronaca riportato su queste pagine nei giorni scorsi: la IADL (Islamic Anti Defamation League) ha organizzato, l'11 settembre scorso, un convegno in cui tre religiosi (uno ebreo, uno musulmano e uno cattolico) hanno parlato di guerra, di pace, di Israele, di Libano e di terrorismo. Il suddetto convegno si è tenuto presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, prenotata per l'occasione dal gruppo del Partito dei Comunisti Italiani. Alla luce di quello che è successo dopo, un fine umorista ebreo alla Woody Allen avrebbe detto "Come al solito è colpa degli ebrei". Effettivamente, se non ci fosse il rabbino, o meglio quel rabbino, tutto sarebbe filato liscio: l'imam ha denunciato i paesi arabi che sostengono il terrorismo e ha affermato, addirittura prima ancora del Papa, che non si fa la guerra in nome di Dio mentre il missionario comboniano si è appellato ad una pace giusta. Di che leccarsi le dita, nel giorno in cui tutto il mondo commemora l'11 settembre. Il rabbino invece aveva un programma diverso: ha preferito scagliarsi contro il Sionismo e contro la leadership dello stato di Israele, sostenendo che entrambi sfruttano l'Olocausto senza rappresentare legittimamente l'Ebraismo. A leggere le cronache dell'evento, quanto è accaduto ha tutto il sapore di un'opera di Molière piuttosto che un convegno di dialogo interreligioso: normalmente uno si aspetta che sia l'Imam scalmanato o il missionario esaltato ad attaccare Israele, mentre il rabbino tenta di difenderne le ragioni. E' accaduto invece il contrario, con la differenza che in questo caso gli altri due religiosi sono rimasti zitti ad ascoltare, allibiti.
Per capire come è potuta accadere una cosa simile, bisogna capire chi era esattamente il rabbino in questione: si tratta del rabbino capo della comunità ebraica ortodossa a Vienna - comunità che si proclama appunto "anti-sionista" - Moishe Arye Friedman, cittadino statunitense di fede ebraica. Per un attimo uno potrebbe pensare che si tratti di un singolo mitomane o di un attore professionista che si presta occasionalmente a simili comparsate. E invece no, perché come Friedman ci sono altre migliaia di ebrei - persino in Israele - che la pensano se non proprio uguale, quantomeno in maniera non troppo dissimile. Friedman in particolare è incluso in una lista, segnalata dal filosofo Gianni Vattimo pochi giorni fa sulla Stampa, di quelli che vengono definiti da un movimento fondamentalista sionista presente sul web "Ebrei che odiano sé stessi" e il cui acronimo in inglese, molto elegantemente, forma la parola "shit", ovvero "feci". Evidentemente si tratta dell'unica definizione che questi signori sono riusciti ad escogitare, dal momento che non si poteva di certo chiamare anche questi ebrei "antisemiti" o "antiebraici". La lista include circa ottomila ebrei non graditi al movimento sionista, dal momento che o non riconoscono affatto lo stato d'Israele, oppure perché lo riconoscono ma ne criticano ferocemente le politiche.

Diciamo subito che Friedman appartiene ad una minoranza nella minoranza. Non esattamente quantificabile, ma sicuramente degna di essere conosciuta, che non solo non si riconosce nel Sionismo ma addirittura ritiene totalmente illegittimo lo stato di Israele e ne invoca persino lo smantellamento. Questa minoranza appartiene o si riconosce nel movimento denominato "Neturei Karta", termine che significa in aramaico "guardiani della città". La città in questione è Gerusalemme, dove il gruppo è stato fondato nel 1938 da ebrei che da molte generazioni vivevano in Palestina, per lo più discendenti da ebrei ungheresi che si erano trasferiti lì all'inizio del XIX secolo e da ebrei lituani che erano lì anche da più tempo. L'attività dei Neturei Karta si è poi estesa al di fuori della Palestina, in diversi casi per l'abbandono volontario, lamentando di aver subito violenze, imprigionamenti, torture e pressioni di ogni tipo da parte dei sionisti, e comunque nel rifiuto di vivere in uno Stato che non riconoscevano come legittimo, al punto di non volerne nemmeno impugnare le banconote. Attualmente il movimento consta di diverse migliaia di famiglie, con un numero elevato di simpatizzanti difficilmente quantificabile, ed è presente oltre che a Gerusalemme anche negli USA, Belgio, Inghilterra e Austria. I rabbini e i membri di tale movimento si sono fatti conoscere, in questi anni, non solo per le regolari manifestazioni contro Israele, spesso assieme agli arabi, ma anche per aver pregato per Arafat a Parigi e per aver solidarizzato con il presidente iraniano Ahamdinejad a Teheran.

Oggi però gran parte degli ebrei nel mondo si riconosce pienamente nello stato di Israele, nella sua leadership eletta e nelle sue strutture. Magari essi non vi risiedono fisicamente, e si limitano ad andarci in vacanza o per prestare servizio militare, ma ci risiedono con la mente e il cuore. A volte dissentono sulle politiche adottate dal governo di turno, ma sostanzialmente fanno fronte comune per mantenere in vita quello stato, a cui guardano come a una casa ideale, se un giorno le cose dovessero andare male, là dove stanno ora. C'è chi accusa gli ebrei di "doppia fedeltà" o magari anche di "fedeltà univoca" nei confronti di uno stato estero, ma chi afferma una cosa simile probabilmente non ha capito cosa significhi per una comunità essere l'oggetto di discriminazioni e persecuzioni per migliaia di anni, fino ad appena sessant'anni fa, quando ha vissuto la tragedia della Shoah e che ancora oggi assiste alla rimonta dell'antisemitismo. Ma questo atteggiamento non ci deve far dimenticare, come ben spiega Miguel Martinez, che fino a qualche decennio fa, appena prima della II guerra mondiale e dell'Olocausto, per gran parte dei religiosi ebrei, e persino per quelli laici - come racconta egregiamente anche Daniel Fishman nel suo romanzo "Il chilometro d'oro"- il Sionismo era un estraneo. Un movimento nazionalista laico, che vagheggiava di uno stato che non c'era e che con l'Ebraismo non aveva nulla a che fare. Persino Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana, criticando il convegno e il rabbino, definì il movimento di cui fa parte ''piccola e minoritaria'' parte dell'ortodossia ebraica che non ha mai accettato la rinascita dello Stato di Israele, in quanto non prevista dalle Scritture ed essendo avvenuta su presupposti laici".
Sono quindi le parole di Pacifici stesso, e non quelle del rabbino, a sbugiardare l'equivalenza "Ebraismo = Sionismo = Stato di Israele", propagandata e alimentata in tutti questi anni, con le buone o con le cattive (tipo piazzare bombe nelle sinagoghe e far credere che siano stati altri a metterle per favorire l'immigrazione ebraica), tanto da spingere perfino gli stessi ebrei a crederci. E ovviamente, sono parole che non sarebbero state mai pronunciate se a mettere in discussione l'assetto dello stato israeliano fosse un musulmano o un cristiano, che sarebbe stato prontamente liquidato come "antisemita". Il pregio della visita del rabbino Friedman sta quindi tutto qui: con la sua presenza e la sua testimonianza - seppur minoritaria - ha obbligato il portavoce di una comunità ebraica ufficiale ad ammettere che lo stato di Israele non ha nulla a che vedere con le scritture o con la religione ebraica, essendo nato su presupposti laici. Questa affermazione, da sola, basta per vanificare gli sforzi di tutti quelli che sostengono la versione del "diritto di ritorno", il ricordo della "palestina biblica" o la definizione di Israele come stato "ebraico". Effettivamente, se uno stato ambisce a definirsi laico, esso non può nascere sulla base delle scritture o facendosi etichettare con l'aggettivo che definisce una fede. E se invece lo stato israeliano non fosse davvero laico, evidentemente non sarebbe conforme alla cultura occidentale contemporanea e verrebbe meno tutta la propaganda che lo sostiene in quanto unica democrazia - se non addirittura l'avamposto della civiltà occidentale moderna - in terra islamica poiché uno dei cardini della democrazia occidentale è, appunto, la laicità dello stato.
Ma Israele è un paese molto particolare: esso è a tutti gli effetti un paese laico, dove ognuno è libero di portare avanti la propria vita senza essere soggetto a restrizioni o divieti di tipo religioso, anche se vi sono importanti realtà conservatrici persino sul panorama politico. Eppure non ha una costituzione e garantisce automaticamente e rapidamente la cittadinanza israeliana ad ogni ebreo del mondo, sulla sola base della fede religiosa di appartenenza (Legge del ritorno). Qualcuno giustamente fa notare che ci sono anche cittadini israeliani di origine araba, ma si tratta sostanzialmente dei discendenti di quella minoranza che l'ha presa nel 1948, lamentando tuttora un trattamento di serie B. Un emendamento alla Legge sulla Nazionalità israeliana, approvato nel 2003 e approvato dall'Alta Corte Costituzionale, impedisce ai/alle Palestinesi di vivere in Israele con uno/a sposo/a israeliano/a dentro il paese e viene loro negata anche una vita coniugale nei territori occupati, dai quali i cittadini israeliani sono banditi dai regolamenti militari, il che di fatto rende l'ottenimento della cittadinanza israeliana praticamente impossibile, persino via matrimonio. Un racconto illuminante è quello di Susan Nathan, sionista emigrata dall'Inghilterra in Israele per ricongiungersi alla sua Terra Promessa che ha poi scelto di denunciare la discriminazione degli arabi.

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giovedì, settembre 14, 2006

Comunità islamiche nel mirino a Rovereto

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Il Manifesto, 12 settembre 2006

Una serie di attentati scuotono la cittadina del Trentino Alto Adige e la sua comunità straniera. Destra e Lega soffiano sul fuoco dell'intolleranza. Gli immigrati denunciano: «Si tratta di fatti gravi che turbano chi ormai è integrato»
Di Sherif El Sebaie e Stefano Ischia
La «crociata contro gli islamici» era iniziata con gesti simbolici: nel 2000, a Lodi, una folla leghista versò urina di maiale sul terreno dov'era prevista la costruzione di una moschea, prima di ascoltare la predica infuocata di Calderoli. Cinque anni dopo, un'autobomba con minacce agli islamici e al sindaco venne miracolosamente disinnescata a Montebelluna, in provincia di Treviso. Lo scorso agosto, è stato disinnescato un ordigno collocato a Milano davanti ad un locale (il ristorante Sud) che tempo fa ha ospitato un centro culturale islamico. «E' iniziata la campagna contro il mondo islamico», ha avvertito una chiamata anonima a Libero. Profetico, diremmo oggi: era aperto da appena qualche giorno il centro culturale «Marhaba» in vicolo Parolari a Rovereto che Lega Nord e Movimento sociale Fiamma tricolore hanno gracchiato l'allarme: «Attenti ai covi di terroristi islamici» quasi che quel ritrovo sociale e civile dovesse rientrare in quella casistica. Puntuale come un orologio svizzero, la notte successiva, sono state rotte le vetrine di due ristoranti stranieri di Rovereto, alcune migliaia di euro di danni. Uno è «La mia Africa» gestito proprio dal coordinatore di «Marhaba», Abdelhalim Ghabri, tunisino, da 8 anni a Rovereto, fisioterapista, il primo ristoratore arabo della città; l'altro il Welcome Kashmir a Borgo Sacco, in periferia, di Singh Satwant. Colpita anche la vettura di un altro straniero. Lega nord e Fiamma tricolore si sono affrettati a prendere le distanze dai gesti squadristi. Ma è il caso di sottolineare che le loro parole si sono tramutate in pietre. Non si sono assolutamente persi d'animo i due ristoratori, anche perché hanno ricevuto la solidarietà di moltissime persone, di numerosi partiti (compreso An), dei sindacati.
Rovereto, 45 mila abitanti, è retta da una maggioranza di centro, con centrosinistra e centrodestra all'opposizione. Ghabri, Alim per gli amici, è sposato con una italiana, ha una figlia di 4 anni e ha la cittadinanza italiana. Sono moltissimi gli iscritti al centro culturale che coordina. Tra questi decine di roveretani, italianissimi, alcuni anche di destra. Marhaba è insieme bar, punto di ritrovo, sede di corsi d'italiano e d'arabo, sala audiovisivi per guardarsi su maxischermo le partite come il telegiornale di Al Jazeera, internet point e punto di riferimento per le pratiche burocratiche legate all'immigrazione. «L'unica risposta - dice Ghabri - che posso dare a chi si preoccupa per la nostra presenza è la più semplice: chi ha paura del nostro centro culturale, chi teme che diventi chissà cos'altro, non ha che da venire a bere un caffè da noi. Non troverà né terroristi né malintenzionati ma immigrati maghrebini che lavorano qui da tanti anni, che si sono sposati in Italia, spesso con italiani o italiane e che amano Rovereto». Aboulkheir Breigeche, presidente della comunità islamica Trentino Alto Adige, si dice dispiaciuto: «Noi diciamo sempre che sono bravate e fatti isolati, ma stanno succedendo un po' troppo spesso. A Trento hanno preso di mira la moschea per quattro volte, l'ultima un paio di mesi fa, quando durante la preghiera è stato lanciato un sasso che ha rotto il vetro prima di cadere sulla testa di un bambino. Fatti gravi, che turbano l'esistenza di persone integrate, che lavorano». Anche Hamza Piccardo, portavoce dell'Ucoii, denuncia «decine di casi avvenuti in questi anni: aggressioni, incendi dolosi, scritte offensive. Persone cariche di odio, che hanno bisogno di individuare qualcuno e odiarlo con tutto sé stesse».

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mercoledì, settembre 13, 2006

La paralisi degli intelletti

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Ricevo e pubblico le seguenti considerazioni sul convegno organizzato dall'Islamic Anti Defamation League presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, inviate dal giornalista di Rai Educational e scrittore Paolo Barnard ("Perché ci odiano", Edizioni Bur). Un convegno che continua a suscitare polemiche, oltre che sui giornali anche in TV (vedi registrazione Studio Aperto, Italia 1), soprattutto per le affermazioni infuocate del rabbino viennese di cittadinanza americana, Moshe Friedman contro lo stato di Israele.
"La reazione della Comunità Ebraica di Roma all'iniziativa della IADL dei ieri 11 settembre ha di nuovo assunto le tattiche intimidatorie e illiberali proprie di organizzazioni come l'americana AIPAC, la più nota e aggressiva lobby ebraica statunitense, e i toni di Riccardo Pacifici sempre più assomigliano alle tirate isteriche di personalità come Alan Dershowitz, l'ex professore di Harvard che per l'AIPAC svolge da anni le funzioni di 'ariete'. Questo mi preoccupa gravemente, poiché anche il nostro Paese sta scivolando sempre più verso il clima di terrore e di paralisi degli intelletti che ormai rende ogni critica al terrorismo israeliano un assoluto tabù. Siamo di fronte alla perdita della libertà di pensare. Io e il mio libro ne siamo vittime poco illustri e dopo tutto poco importanti, se non fosse che assieme a noi è oscurata l'unica opportunità rimasta per evitare una catastrofe immane: che si possa dire al popolo ebraico israeliano che le loro leadership politiche a Tel Aviv e le relative lobby nel mondo (fra cui la Comunità Ebraica di Roma) sono da sempre la più pericolosa minaccia antisemita esistente, poiché da almeno 58 anni non si fanno scrupolo di tenere in ostaggio le genti d'Israele con la minaccia di un terrore arabo che proprio loro hanno voluto e creato dal nulla, e che continuano ad alimentare tenacemente per il medesimo fine. Questa mistificazione va svelata, dura da troppo tempo, come testimoniò Moshe Sarett, premier israeliano dal 1953 al 1955, che disse: "Ho imparato che lo Stato d'Israele non può essere governato senza l'uso dell'inganno.". Gli israeliani devono liberarsi di questi pericolosi falchi aggrappati al potere, e riscoprire le vere potenzialità di un giudaismo più umano ed equo. Due anni fa, il linguista ebreo Ur Shlonsky, docente presso l'Università di Ginevra, ebbe a scrivere: "L'autoproclamata dirigenza delle comunità ebraiche ha un compito solo: trasmettere e alimentare un'identità ebrea centrata sulla totale identificazione con Israele, e denigrare e marginalizzare ogni altra forma di identità possibile, il Rabbino ultra ortodosso e anti sionista Leibele Weisfisch una volta mi disse: 'Il Nazismo ha distrutto il giudaismo fisicamente, il Sionismo l'ha distrutto spiritualmente' ". Questo, gli illiberali apologisti del sionismo come Dershowitz o Pacifici, hanno il compito di oscurare, e l'iniziativa della IADL, per quanto sgangherata fosse, era per loro un rischio di vicinanza alla verità intollerabile. Ma così facendo ci perdiamo tutti, e la pace fra arabi ed israeliani è sempre più disperatamente lontana. Mi faccio carico di queste opinioni in pubblico".
Paolo Barnard

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Tutti contro il rabbino

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AGI - "Un atteggiamento che mette in discussione l'esistenza e la legittimita' di Israele e' inaudito". Lo ha detto il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, rispondendo alle domande dei giornalisti a proposito delle polemiche suscitate dopo lo svolgimento del convegno organizzato a Montecitorio dalla Islamic antidefamation league (Iadl). Bertinotti ha poi spiegato: "Come tutti sanno la Camera dei Deputati e la sua presidenza non sono nelle condizioni di sindacare le iniziative che assumono i singoli gruppi parlamentari e che riguardano la loro esclusiva responsabilita'. La Camera, quindi, - sottolinea Bertinotti - non c'entra ne punto ne poco. La Camera e' senza colpe e di una deontologia istituzionale ineccepibile. Per quello che mi riguarda io penso che qualunque atteggiamento che mette in discussione l'esistenza e la legittimita' di Israele e' inaudito per gravita'. La costruzione di due Stati e due popoli che possano convivere - conclude il presidente della Camera - sono l'unica possibilita' di pensare la pace".
ANDKronos - L'incontro promosso dall'islamic anti defamation league (Iadl) a Montecitorio «è una iniziativa che non è in alcun modo riferibile alla Camera dei Deputati, nè al suo presidente. Ma solo al gruppo parlamentare che ha richiesto l'uso della sala». È quanto viene precisato in ambienti della Camera che così continuano: «I gruppi parlamentari possono liberamente accedere all'uso delle sale messe a loro disposizione senza l'autorizzazione da parte della presidenza della Camera e senza, naturalmente, che questa possa esercitare alcun potere di censura al riguardo».
ADNKronos - «Nessuno vuole mettere in dubbio la battaglia del presidente Bertinotti contro l'antisemitismo e a favore di un pieno riconoscimento di Israele. Ci mancherebbe. Ma quel convegno organizzato dal gruppo dei Comunisti italiani e da una associazione islamica resta ed è grave». Lo afferma Antonio Leone, vicepresidente vicario del gruppo di Forza Italia alla Camera. «Proprio del giorno del ricordo e della commemorazione del vile attentato dell'11 settembre di cinque anni fa, vera e propria dichiarazione di guerra del terrorismo islamico, in un palazzo della Camera -aggiunge l'esponente azzurro- si è assistito a oltraggiose manifestazioni di antisemitismo, anche per la presenza di elementi allontanati dalla stessa comunità islamica. Agli occhi dei cittadini l'istituzione è stata coinvolta in una vicenda gravissima e, le precisazioni ufficiali, non ne possono attenuare l'enormità. Una riflessione su quanto accaduto è d'obbligo. Per lo meno sulla mancata vigilanza che, in occasioni passate, ha impedito -conclude Leone- il coinvolgimento della Camera in situazione a dir poco imbarazzanti».
ANSA - Senato. «E purtroppo - aggiunge Calderoli - i nostri strumenti mediatici amplificano regolarmente, così come vogliono questi signori, ogni delirio del pazzo di turno e, intanto, alla Camera dei Deputati si tiene una convegno, come quello organizzato dall'Islamic Anti Defamation League, che sicuramente avrà fatto rivoltare nella tomba i morti degli attentati di New York dell'11 settembre, quelli di Madrid, quelli di Londra, quelli di Nassiriya e di tutti quelli che sono stati assassinati in tutti questi anni in nome del fondamentalismo islamico». «Dall'11 di settembre del 2001 - conclude - l'Occidente di passi in avanti ne ha fatti davvero pochi, mentre si vedono avanzare sempre di più i minareti e le mezze lune e mi spiace dover ammettere che il Santo Padre ha ragione quando sostiene che la morte dei nostri valori e della nostra fede è la forza dell'integralismo».
ANSA - Non si attenua la polemica suscitata dal convegno promosso per l'11 settembre dalla Iadl (Islamica Anti-defamation League) nella Sala delle Colonne della Camera con la partecipazione del rabbino antisionista viennese Moishe Friedman. «Trovo che sia indegna per il luogo in cui si è svolto il convegno - rileva il deputato Ds Emanuele Fiano, segretario dell'associazione 'Sinistra per Israelè - l'idea di sostenere tesi antisioniste da parte di non meglio precisati personaggi». «Mi aspetto - aggiunge Fiano - che il presidente della Camera voglia appurare quanto successo, anche se la responsabilità diretta appartiene al collega deputato che ha firmato la concessione dell'uso della sala». Ma il rammarico dell'esponente ulivista riguarda anche l'incontro avvenuto a Teheran tra Pierferdinando Casini e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. «Esprimo disappunto - afferma - per aver visto la faccia sorridente dell'ex presidente della Camera mentre stringe la mano a uno dei maggiori nemici dello stato di Israele, propugnatore della distruzione del popolo ebraico, finanziatore delle peggiori tesi negazioniste della Shoah». «Due eventi - conclude - che fanno pensare a quanto sia importante non abbassare mai la guardia».
ADNKronos - «Le regole per l'assegnazione delle sale da parte della Camera dei deputati vanno assolutamente riviste». Lo dichiara Maurizio Gasparri, dell'esecutivo di Alleanza nazionale, aggiungendo che «il Presidente della Camera Bertinotti ed il gruppo che ha chiesto una sala per un convegno durante il quale la Lega Islamica contro la Diffamazione ha fatto affermazioni antisemite devono dare delle spiegazioni immediate e plausibili». «Le loro giustificazioni -aggiunge- non valgono, ancor più considerando che il convegno si è tenuto in concomitanza con le celebrazioni in ricordo dell'11 settembre. Si è trattato di un episodio vergognoso, di una vera e propria esplosione di antisemitismo ospitato dalla Camera dei deputati». «Bertinotti non se la può cavare con un'alzata di spalle. La libertà di espressione è sacrosanta, ma l'antisemitismo e l'aggressione verbale fatta ad Israele da chi plaude al terrorismo non rientra nella libertà di espressione», conclude Gasparri.

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martedì, settembre 12, 2006

Un rabbino nel mirino

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ANSA - Erano in possesso di un passaporto israeliano e di uno italiano i due uomini che nei giorni scorsi avrebbero minacciato e ingiuriato in un albergo di Osimo (Ancona) il rabbino viennese di nazionalità statunitense Moishe Friedman, noto per le sue posizioni antisioniste, ospite in Italia per una serie di incontri sulla questione mediorientale. I due presunti aggressori erano clienti del medesimo albergo del religioso, e, grazie ai dati forniti all' atto della registrazione, la polizia sarebbe già sulle loro tracce. Forse - questa è una delle ipotesi al vaglio degli investigatori - si tratta di due emissari di qualche gruppo ebraico in contrasto con le posizioni di Friedman, incaricati di monitorare in incognito i suoi spostamenti e la sua attività di conferenziere. Il rabbino però si sarebbe accorto della loro presenza a Osimo (dove ha preso parte insieme ad un rappresentante dell' Associazione dei libanesi delle Marche al Festival 'A pugno chiusò), e da lì sarebbe nato un violento alterco. Al momento sembra poco plausibile invece l' ipotesi di un tentativo di rapimento, adombrata da Friedman nella sua denuncia-querela in cui afferma che uno dei due uomini avrebbe tentato di farlo salire a bordo di un' auto. Il Commissariato di Osimo trasmetterà un' informativa alla Procura della Repubblica di Ancona, ma a proseguire le indagini sarà per competenza la Digos.

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E' bufera contro il rabbino

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Il Giornale dedica la sua apertura al convegno della IADL: "11 settembre, alla Camera processo a Israele. Mentre il mondo si ferma per ricordare la tragedia, a Montecitorio un convegno voluto da Diliberto rovescia la realtà In occasione della commemorazione dell'11 settembre, la Camera decide di processare gli ebrei. La proposta di un convegno anti-imperialista è stata avanzata dai Comunisti italiani. Fra gli invitati: un rabbino ortodosso di Vienna". Anche Libero, per mano di Renato Farina, non si risparmia: "Cinque anni dopo le Torri Gemelle. 11 settembre 2006, Roma. La scena si svolge in pieno centro, via Poli. Domanda il cittadino: «Signor Commesso, questa è la Cameradei Deputati? Si entra di qui nella sala delle Colonne? È qui il convegno della Lega contro la diffamazione anti-islamica?». «Prego, avanti, è qui, è qui», risponde gentile nella sua bella uniforme il funzionario dello Stato. Poi in quel territorio parlamentare, che più sacro non si può alla democrazia e alla Repubblica italiana, sono intervenuti gli oratori". Il titolo, in seconda pagina, è: "I comunisti alla camera ricordano l'11 settembre con gli insulti ad Israele". Sul Corriere campeggia una foto di manifestanti che bruciano la bandiera di Israele, e sotto, la scritta "manifestanti bruciano la bandiera israeliana". Trattasi ovviamente di una foto d'archivio, dal momento che nessuno ha parlato di bandiere bruciate. Infuocate, invece, erano le dichiarazioni del rabbino viennese contro Israele.

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Un terrorista a Venezia

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"D'altronde non potrei festeggiare in un Festival dove c'è tanta polizia pubblica e privata alla ricerca d'un terrorista. Il terrorista sono io e vi dico, parafrasando Franco Fortini: finché ci sarà il capitalismo imperialistico americano, non ci saranno mai abbastanza terroristi nel mondo".

Jean Marie Straub, Premio alla carriera alla mostra del Cinema di Venezia

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Antisemitismo II atto (stavolta è un rabbino).

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FUORI DI SE' RICCARDO PACIFICI, PORTAVOCE COMUNITA' EBRAICA ROMA
APCOM - "Siamo assolutamente felici e orgogliosi, pur non condividendo nulla di ciò che è stato detto al convegno promosso dall'Islamic Anti Defamation League (Iadl), che nel nostro Paese esista la libertà di espressione e di promuovere l'odio. Vogliamo però chiedere al presidente della Camera, Fausto Bertinotti, perché una simile iniziativa è stata ospitata in una sede istituzionale così prestigiosa quale la Camera". E' fuori di sé Riccardo Pacifici, portavoce e vicepresidente della Comunità ebraica di Roma, per la 'contro-celebrazione' dell'11 settembre promossa dalla Iadl questa mattina e ospitata nella Sala delle Colonne di Montecitorio."Vogliamo conoscere i responsabili di questo scempio, vogliamo i nomi e i cognomi - ammonisce ancora Pacifici ad Apcom - vogliamo sapere come è stato possibile come in una sede così prestigiosa come la Camera dei Deputati sia stato possibile, in una data così particolare, promuovere un simile dibattito. Chi sono coloro che hanno concesso questa sala? - rincara la dose Pacifici - vogliamo sapere quali sono i partiti che hanno favorito questa iniziativa, che non fa che allontanare questo dialogo che stiamo cercando di portare avanti". Dura critica verso uno dei relatori principali del dibattito, Moishe Arye Friedman che "non chiamo rabbino, perché per noi non lo è". "La sua è una posizione assolutamente e fortunamente minoritaria - spiega ancora il portavoce della Comunità ebraica romana - che non riconosce l'esistenza dello Stato d'Israele". Alla domanda se l'iniziativa di questa mattina possa aggravare ulteriormente la posizione dell'Ucoii all'interno della Consulta, Pacifici risponde: "Nel dialogo non esistono né la Iadl, né l'Ucoii. Quella di oggi è un'iniziativa notevolmente più grave dell'inserzione (a pagamento, ndr) dell'Ucoii sulle pagine del Quotidiano Nazionale in cui si equiparavano gli attacchi israeliani alle stragi naziste. Di fronte a questa nuova vicenda- osserva ancora Pacifici - ci aspettiamo una reazione ancora più forte, e con la stessa enfasi, di condanna all'iniziativa dell'Iadl". Si tratta, conclude Pacifici, di una "iniziativa incredibile, da parte di chi è solo in cerca di notorietà. Ma noi siamo assolutamente convinti - conclude - che tutto ciò non fa che rafforzare il nostro rapporto con chi ama il dialogo".
ANSA - ''Quel signore non rappresenta in alcun modo l'ebraismo viennese''. Cosi' il portavoce e vicepresidente della Comunita' ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, boccia su tutta la linea la presenza del rabbino anti-sionista Moishev Friedman all'incontro promosso oggi dalla Islamic Anti-Defamation League (Iadl) alla Sala delle Colonne della Camera dei Deputati, in occasione dell'11 settembre, per un appello comune con un parroco cattolico e un imam musulmano per la pace in Medio Oriente. Un incontro che Pacifici definisce ''un'orgia dell'odio'', puntando il dito contro chi ha concesso l'uso di una prestigiosa sede istituzionale. ''Siamo orgogliosi - commenta il portavoce della Comunita' ebraica - di vivere in un Paese in cui c'e' la liberta' di espressione, anche quella di chi istiga all'odio e di chi insulta le vittime del terrorismo e in particolare dell'11 settembre. Veniamo trascinati in questa vicenda che vuole dare notorieta' a certe figure, ma possiamo serenamente garantire che Friedman non e' il capo-rabbino di Vienna''. Pacifici ricorda l'esistenza, a Vienna come anche a New York, di una ''piccola e minoritaria'' parte dell'ortodossia ebraica che non ha mai accettato la rinascita dello Stato di Israele, in quanto non prevista dalle Scritture ed essendo avvenuta su presupposti laici. ''La nostra indignazione - aggiunge - va pero' nei confronti di coloro che, immaginiamo in buona fede, hanno concesso l'uso di una sede di cosi' alto prestigio''. ''Come mai - chiede - non sono state consultate le organizzazioni rappresentative del mondo ebraico, cattolico e anche islamico? Come e' stato possibile permettere quest'orgia dell'odio che possiamo definire molto piu' grave della vicenda dell'inserzione dell'Ucoii su alcuni quotidiani nazionali? Su questo vorremmo sentire la voce del presidente della Camera''. Secondo Pacifici, la vicenda ''va contro tutto il faticoso dialogo costruito finora con importanti risultati come la visita del rabbino capo Riccardo Di Segni alla moschea di Roma''. ''Ci domandiamo - conclude non senza ironia - se un tale convegno, magari con rabbini sionisti, con degli imam o dei rappresentanti cattolici si sarebbe potuto fare a Teheran o in qualsiasi altro Paese dove non esistono diritti umani. Invitiamo la Iadl ad andare in quei luoghi a promuovere il dialogo''.
"DIFFAMANO ISRAELE": DURA LA CRITICA DEL PRESIDENTE DELLA ADL EBRAICA
APCOM - "Rimango sorpreso che la Camera dei Deputati offra una sala a questo tipo di iniziative e a persone che diffamano Israele. Tutto ciò cosa ha in comune con l'11 settembre?". E' dura la critica di Alessandro Ruben, presidente dell'associazione ebraica "Anti Defamation League" sul Convegno promosso oggi dall'Islamic Anti Defamation League alla Camera dei Deputati."Iniziative come queste - ha detto Ruben ad Apcom - non aiutano ad avvicinare ma allontanano il dialogo. Oltretutto vorrei precisare che Friedman non è un capo rabbino di Vienna, non ha una sinagoga e non è affatto un capo rabbino".
"GRAVISSIME AFFERMAZIONI", "PICCOLI NASRALLAH", "BERTINOTTI SI DISSOCI". DESTRA E RADICALI SI SCATENANO.
APCOM - ''E' inquietante che la Iadl, associazione vicina all'Ucoii, abbia potuto organizzare nella Camera dei deputati un'iniziativa dichiaratamente antisraeliana, antiamericana, inneggiante agli Hezbollah e alle forze piu' oscure del mondo arabo''. E' quanto afferma il vice coordinatore di Forza Italia Fabrizio Cicchitto, in seguito all'incontro promosso oggi dalla Islamic Anti-Defamation League (Iadl) presso la Sala delle Colonne di Montecitorio
Velino - "È semplicemente ingiurioso che nell'anniversario dell'11 settembre nella sede del Parlamento italiano sia ospitato un convegno come quello dell'Islamic anti-defamation league il cui scopo e' di dimostrare che lo Stato d'Israele non avrebbe giustificazioni ne' storiche ne' bibliche". È quanto afferma il senatore di Forza Italia, Gaetano Quagliariello in merito al convegno La pace e' l'imperativo - Vittime di un popolo vittima promosso dall'Islamic anti-defamation league e previsto per oggi, 11 settembre, nella sala delle Colonne di Montecitorio. "Il convegno di Dacia Valent e del rabbino Moshe Friedman mostra dove si trovi una delle piu' insidiose radici dell'aggressione che l'Occidente sta subendo dal terrorismo islamico: nell'odio nei confronti di se stessi, che porta a giustificare ogni violenza, ogni atto di terrore e di sopraffazione. Dopo cinque anni, al grido 'siamo tutti americani' che riecheggio' l'11 settembre 2001, si e' gia' sostituito quello 'e' tutta colpa degli americani e degli israeliani' che risuona impunemente persino in sedi istituzionali. È ora - conclude Quagliariello - che le forze politiche, le istituzioni civili e religiose, le rappresentanze diplomatiche reagiscano e oltre a indignarsi per l'Olocausto negato inizino a mobilitarsi contro quello che si va preparando".
APCOM e ANSA - "L'indignazione della comunità ebraica espressa da Riccardo Pacifici in relazione alle gravissime affermazioni fatte oggi nel corso di un convegno organizzato dalla Iadl e celebrato alla Camera dei Deputati è assolutamente comprensibile e condivisibile". E' il parere di Simone Baldelli, deputato di Forza Italia e membro del direttivo del gruppo parlamentare di Fi alla Camera."Non ci sorprenderebbe sapere che a richiedere la sala convegni del Parlamento italiano per una contro-manifestazione antiamericana, proprio nel giorno dell'11 settembre, sia stata una di quelle forze politiche appartenenti alla maggioranza di governo, nelle cui manifestazioni si vedono bruciare le bandiere di Israele o degli Stati Uniti - aggiunge Baldelli - Se così fosse è evidente che si aprirebbe una grave questione politica".
APCOM - "Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha il dovere di prendere con forza le distanze dalle atrocità dette al convegno promosso dall'Islamic Anti defamation League alla Camera". Il senatore di An Alfredo Mantovano è critico sulla contro-manifestazione dell'11 settembre promossa dall'Iadl e ospitata stamattina nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati. "Immagino e vorrei immaginare che il presidente Bertinotti non sapesse fino in fondo chi doveva partecipare, né tanto meno ciò che sarebbe stato detto - sottolinea Mantovano ad Apcom - però poiché tutto ciò è accaduto all'interno di Montecitorio e l'11 settembre, il presidente Bertinotti ha oggi il dovere di prendere con forza le distanze dalle atrocità dette". In merito al convegno, Mantovano taglia corto: "Evito qualsiasi commento sulle cose gravissime che sono state dette, perché si condannano da sé. Tuttavia, voglio dire che - conclude l'esponente di An - qualsiasi sala di pertinenza di uno dei rami del Parlamento viene concessa dopo un'istruttoria che coinvolge anche la presidenza".
APCOM - "C'è qualcuno che gioca a fare il piccolo Nasrallah. A ogni livello, c'è insomma chi cerca l'escalation, chi alza i toni, chi alza il tiro, per accreditarsi e per scalare la classifica dell'estremismo". Così Daniele Capezzone, segretario dei Radicali italiani, commenta la 'contro-celebrazione' dell'11 settembre promossa dall'Islamic Anti-Defamation League (Iadl), sigla vicino all'Ucoii (Unione delle Comunità ed organizzazioni Islamiche in Italia), e ospitata questa mattina nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati."A maggior ragione, dinanzi a tutto questo - afferma Capezzone interpellato da Apcom - credo sia necessario discutere della proposta di un Satyagraha (azione non violenta di massa che contempla anche il digiuno, ndr) mondiale per la pace, che Marco Pannella ha lanciato. Noi dobbiamo opporre a quelle volontà di conflitto - conclude l'esponente dei Radicali - una visione strategica, una visione alternativa".
SONO STATI I COMUNISTI ITALIANI A PRENOTARE LA SALA. INIZIATIVA SEMBRAVA E SEMBRA LODEVOLE
ANSA - L'incontro promosso dall'islamic anti defamation league (Iadl) a Montecitorio ''e' una iniziativa che non e' in alcun modo riferibile alla Camera dei Deputati, ne' al suo presidente. Ma solo al gruppo parlamentare che ha richiesto l'uso della sala''. E' quanto viene precisato in ambienti della Camera che cosi' continuano: ''I gruppi parlamentari possono liberamente accedere all'uso delle sale messe a loro disposizione senza l'autorizzazione da parte della presidenza della Camera e senza, naturalmente, che questa possa esercitare alcun potere di censura al riguardo''.

APCOM - Sono stati i Comunisti italiani a chiedere e ottenere la sala di Montecitorio per il convegno organizzato oggi a Roma dalla Islamic Anti-Defamation League(Iadl), a cui hanno preso parte il rabbino antisionista austriaco Moishe Friedman e Moreno Pasquinelli del Campo Antimperialista. "Era un incontro interreligioso che avrebbe potuto e dovuto tentare un'apertura al dialogo fra le varie culture religiose, una possibilità di essere più tolleranti di quanto non lo siano attualmente" spiega ad Apcom Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera dei Deputati."Che cosa sia accaduto onestamente non lo so, perché io non ci sono stato; non so come si sia evoluta o involuta la riunione - aggiunge l'esponente del partito di Diliberto - Però l'iniziativa mi sembrava e mi sembra lodevole". "Il nostro gruppo ha chiestola Sala delle Colonne per l'incontro, ma una cosa è chiedere una sala perché vi sia un incontro interreligioso, altra cosa è rispondere di ciò che vi viene detto" sottolinea Sgobio. "Noi abbiamo solo avanzato la richiesta della sala - insiste - ma siamo estranei a quello che vi è stato detto, dall'una o dall'altra parte".
L'ISLAM ITALIANO SI TRINCERA DIETRO I NO COMMENT
APCOM - "No comment, parli con loro. Io non ho nulla da dire". Preferisce non esprimersi il presidente dell'Unione delle Comunità e Organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii), Mohammed Nour Dachan, interpellato da Apcom sulla contro-celebrazione dell'11 settembre promossa dall'Islamic Anti Defamation League (Iadl) e ospitata stamattina a Roma nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati.
APCOM - Le dichiarazioni di Friedman? "No-comment", taglia corto il presidente della Lega Musulmana. "Mi dissocio totalmente dall'iniziativa dell'Islamic Anti-Defamation League. Non sono d'accordo con questa iniziativa perché la Iadl è un'organizzazione con la quale non abbiamo e non vogliamo avere a che fare". Mario Scialoja, presidente della Lega Musulmana Mondiale - Sezione italiana, reagisce così alle parole di Moishe Arye Friedman, rabbino capo della comunità ortodossa antisionista di Vienna, intervenuto stamattina alla 'contro-celebrazione' dell'11 settembre promossa dall'Islamic Anti-Defamation League (Iadl) e ospitata nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati. "La Camera è libera di fare quello che vuole e di dare spazio a queste iniziative - commenta Scialoja ad Apcom - ma quello che è successo non mi interessa".
APCOM - "Il sedicente rabbino Friedman ha contribuito purtroppo a rinnovare un attacco assolutamente infamante nei confronti dei veri operatori di pace, strumentalizzando in maniera ambigua la lotta contro la diffamazione e mitizzando gli Hezbollah, movimento che non ha nessuna legittimità religiosa né politica". E' duro il commento di Yahya Pallavicini, vicepresidente della CoReIs - Comunità Religiosa Islamica Italiana, sul Convegno promosso dall'Islamic Anti Defamation League quest'oggi alla Camera dei Deputati. "Se l'Ucoii è vicina all'Iadl - sottolinea Pallavicini ad Apcom -ha perso un'altra e probabilmente l'ultima occasione per cambiare le proprie posizioni. L'Islam si dissocia completamente da questa iniziativa e non attribuisce nessuna credibilità islamica a posizione che possono essere solidali con quelle di Friedman". Per il vicepresidente della CoReIs, che fa parte della Consulta del ministero dell'Interno, "se la lotta alla diffamazione viene fatta con la mitizzazione di gruppi che fanno della lotta armata la loro principale modalità di comunicazione e di espressione, da loro non può esserci alcun contributo costruttivo al dialogo".

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lunedì, settembre 11, 2006

Non si fa la guerra in nome di Dio

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ROMA, 11 set - Ansa. Un parroco, un imam e un rabbino riuniti nell'anniversario dell'11 settembre per pregare insieme per la pace in Medio Oriente: e' accaduto oggi a Roma per iniziativa della Iadl, la Islamic Anti-Defamation League, che ha voluto lanciare in questo modo un segnale di collaborazione e armonia fra le tre grandi religioni monoteiste, apertamente in contrasto con chi ''da una parte e dall'altra - ha detto la portavoce nazionale Dacia Valent - fomenta le divisioni e le contrapposizioni''. Nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati si sono cosi' riuniti padre Giorgio Poletti, missionario comboniano e oggi, dopo tanti anni in Africa, ''parroco degli immigrati'' a Castelvolturno (Caserta), l'imam Samir Khaldi della moschea di Centocelle, la seconda piu' importante a Roma, e Moishev Ariel Friedman, rabbino capo della comunita' ebraica ortodossa di Vienna, da tempo fortemente impegnato su posizioni anti-sioniste e in favore dei diritti delle popolazioni palestinesi. Particolarmente dure le parole di quest'ultimo contro le strategie dello stato di Israele, ''che ne' dal punto di vista storico ne' da quello biblico ha alcuna giustificazione per l'occupazione dei territori palestinesi'', e contro le lobby che a livello internazionale alimentano ''l'illegittima equazione tra giudaismo e sionismo''. Secondo Friedman, tra l'altro, le strategie sioniste ''di conquista e distruzione'' hanno un alleato, oltre che nella politica del governo americano, anche nel Vaticano per il riconoscimento che viene dato alle posizioni israeliane. ''Tutto il territorio della Palestina e' stato trasformato in un grande campo di concentramento'', ha denunciato il rabbino Friedam, che ha definito ''attacchi incomprensibili'' quelli subiti in Italia dall'Ucoii per aver ''rotto dei tabu''' con il contestato annuncio anti-israeliano. ''C'e' tanta propaganda in questa cosiddetta guerra al terrorismo - ha affermato Friedman con riferimento alla ricorrenza dell'11 settembre - ma andrebbe applicata almeno in ugual misura contro la strategia sionista''. Ha quindi rivolto un appello ''all'Italia, alla Germania e al Vaticano'' perche' ''smettano di usare le nostre sofferenze di ebrei per sostenere il sionismo'', che ''non e' il legittimo rappresentante del popolo ebraico''. Questo, secondo il rabbino viennese, ''e' l'equivoco da cui deriva la tesi per cui gli ebrei sono un popolo conquistatore'', mentre ''la vera pace nascera' da un pacifico smantellamento del regime sionista''. Anche l'imam Khaldi ha voluto sottolineare che ''tutti gli uomini di religione sanno che non si puo' fare guerra nel nome di Dio''. E quindi ''occorre trovare dei punti d'incontro, cercare degli spazi comuni, contro chi punta a incrementare le divisioni''. Khaldi ha sottolineato come nella sua moschea molte iniziative puntino al dialogo con le altre confessioni e ha auspicato un clima ''di maggior collaborazione tra tutti per il progresso della giustizia e della pace''. Padre Poletti ha denunciato in particolare ''la perdita della memoria'', per la quale ''ancora oggi si arriva a bombardare i civili''. ''Dobbiamo trovare un autentico cammino di pace - ha detto - e anche di purificazione, capire che la memoria e' importante affinche' non si ripetano le stesse cose''. Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, inoltre, secondo Poletti ''quella terra non appartiene ne' a Israele ne' alla Palestina, appartiene a Dio: ecco perche' non si puo' non cercare una via di condivisione''.
AGGIORNAMENTO
"Germania, Italia e Vaticano devonosmetterla di sfruttare l'Olocausto e le nostre sofferenze per sostenere il sionismo". "La lotta al terrorismo va fatta anche contro il nemico sionista, che ha trasformato tutto il territorio palestinese in un grande campo di concentramento". E ancora, "non esiste un obiettivo più legittimo in guerra che la cattura di un soldato nemico". Queste alcune delle dichiarazioni di Moishe Arye Friedman, rabbino capo della comunità ortodossa antisionista di Vienna, fra i relatori del convegno organizzato per l'11 settembre dall'Islamic Anti-Defamation League (Iadl), e ospitato oggi a Roma nella Sala delle Colonne della Camera dei Deputati. All'iniziativa della Iadl, sigla vicina all'Ucoii (Unione delleComunità ed organizzazioni Islamiche in Italia), intitolata 'La pace è l'imperativo - Vittime di un popolo vittima' hanno preso parte anche l'imam della moschea di Centocelle, Samir Khaldi, e padre Giorgio Poletti dei Comboniani, oltre a Moreno Pasquinelli del Campo Antimperialista. Nessun parlamentare presente, nonostante la sede istituzionale, ma molta politica: Medio Oriente, lotta al terrorismo e Libano, innanzitutto. "Ci congratuliamo per il successo straordinario dell'Hezbollah, nonostante le circostanze difficili che ha dovuto affrontare; sono riusciti a farcela soltanto per la loro fede religiosa" ha detto Friedman, sottolineando con soddisfazione il fatto che "la stragrande maggioranza dei cristiani di tutto il Libano ha sostenuto il 'partito di dio' nella lotta contro Israele"."Vorrei che anche gli altri movimenti di resistenza nella regione- ha aggiunto - si misurassero contro il comune nemico sionista". "Per me è impossibile credere in dio e considerare fratello un criminale di guerra e torturatore di Abu Ghraib come George W.Bush" ha affermato Pasquinelli, che non era annunciato fra i relatori, ma ha partecipato al dibattito dalla platea. "I ribelli antimperialisti - secondo lui - sono i moderni santi, e sono giustificati a utilizzare ogni mezzo; per parlare di pace, per ottenerla, bisogna prima vincere questa guerra imperialista di civiltà. La fratellanza è un obiettivo che dobbiamo raggiungere estirpando il male. Il male è l'imperialismo e il sionismo". Poletti ha citato un proverbio africano: "Quando due elefanti lottano, chi ci rimette è l'erba" in ricordo dei poveri e dei figli della guerra, "questi sono il nostro prodotto, questo è ciò che abbiamo esportato" ha considerato Poletti, il comboniano di Castel Volturno noto per l'attività di missionario in Africa e le battaglie per i diritti degli immigrati. Dall'imam Khaldi, invece, è arrivata una denuncia di quei governi arabi che "non aiutano la sicurezza in occidente ma aiutano il terrorismo, reprimendo ogni forma giustizia e libertà" e dei media, che "purtroppo spesso non raccontano la realtà". All'Ucoii, che fa parte della Consulta del ministero dell'Interno e quest'estate è stata criticata dall'intero arco parlamentare per aver paragonato gli israeliani ai nazisti in un annuncio apagamento sul giornale, è andata la solidarietà di Friedman: "La comunità islamica è stata attaccata soltanto per aver infranto dei tabù" ha affermato il rabbino austriaco. Durante l'intero dibattito, sono state proiettate su un maxi-schermo foto delle vittime libanesi e palestinesi. L'iniziativa si è conclusa con una preghiera comune degli esponenti dei tre monoteismi e l'annuncio che la Iadl, come ha spiegato la portavoce Dacia Valent, si unirà a "più di un centinaio di associazioni" per chiedere al governo che il 27 gennaio, Giorno della Memoria, "sia dedicato anche alle vittime Rom e Sinti della violenza nazi-fascista".

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Libano, Ground Zero

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Un c*** grande come una casa

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Ieri il Secolo XIX di Genova ha dedicato un'intera pagina al trasloco di Lia di Haramlik - la celebre blogger che occupa la 36esima posizione nella classifica dei blog più letti in Italia - dal Cairo a Genova passando da Milano. E' alquanto grave che un quotidiano dedichi un'intera pagina, praticamente la prima della sua cronaca locale, per dare visibilità alle farneticazioni e agli attacchi antisemiti rivolti dalla blogger in questione alla città di Napoli. «Mi sembra una Napoli perbene, più ordinata e funzionante: e detto da me, che a Napoli sono nata, è un complimento»: evidentemente la Lia si appresta a sferrare altri attacchi alla sua terra e cultura natale e non è da escludere che aggiunga in seguito che da Napoli è fuggita perché perseguita da una fatwa, in un lampante esempio di Taqiyyah. Ancor più preoccupante è lo stuolo di persone, pervertiti e svenduti collaborazionisti, che le stanno dando una mano per piantare il suo quartier generale islamista nel cuore della cristianissima repubblica marinara, con l'evidente intenzione di far saltare in aria la Cattedrale di S. Lorenzo. Genovesi! Svegliatevi! Genova cristiana e mai musulmana!
PS: ma dimmi te se ad alcuni basta traslocare per finire sui giornali, mentre il sottoscritto ci finisce (fortunatamente non solo) in quanto "blogger che emana fatwe, diffama e minaccia rispettabili cittadini italiani" o in quanto "esponente di un tribunale di inquisizione islamica". Si tratta evidentemente di una questione di c***. Oppure è vero ciò che si dice in giro, e che Lia sia il Tarek Aziz di quello che viene scherzosamente definito "Quadrumvirato virtuale di Allah", composto da una "ex-eurodeputata che anima un tribunale di inquisizione islamica" (Dacia Valent), un "esponente del suddetto tribunale" (il sottoscritto), un "ex-addestratore di bande paramilitari sudamericane" (Miguel Martinez). In altre parole, la faccia accettabile del regime (internauta, per ora).
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domenica, settembre 10, 2006

Ad memoriam

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«Noi perdoniamo in fretta e ci rappacifichiamo facilmente».

Il premier israeliano Olmert al premier libanese Siniora, dopo la guerra in Libano.
«Il Libano sarà l'ultimo paese arabo a firmare un accordo di pace con Israele».
Il premier Siniora in risposta a quella che è stata definita "propaganda" di Olmert
«Israele è parte fondamentale dell'Occidente ed è un paese europeo».
Silvio Berlusconi, Presidente del consiglio dimissionario, Anniversario dello Stato di Israele
«L'Occidente ha conquistato il mondo non per la superiorità delle proprie idee, dei propri valori o della propria religione, ma con l'applicazione sistematica della violenza organizzata. Se gli Occidentali spesso si dimenticano di questo fatto, i non Occidentali non lo dimenticano mai».
Samuel Huntington, Lo scontro delle Civiltà

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Falso come un levantino

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sabato, settembre 09, 2006

Quando la storia diventa scomoda

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Paolo Barnard, autore dell'interessantissimo volume "Perché ci odiano" pubblicato dalla Bur - già recensito su questo sito - ha espresso la sua opinione sul comunicato dell'UCOII e sulla situazione della comunità musulmana in Italia in due diverse email che ha avuto la gentilezza di inoltrarmi, e di cui pubblico molto volentieri alcuni stralci. Non voglio entrare nel merito dell'analisi del famigerato comunicato proposta in seguito, dal momento che la mia personale opinione su quel documento l'ho già espressa, e tantomeno sulla situazione dei musulmani in Italia, oggetto di numerosi post già pubblicati o che lo saranno tra breve. Ritengo comunque interessante dare spazio al punto di vista di un giornalista e di uno studioso che sarebbe opportuno conoscere, e magari in seguito - quando si saranno calmate le acque - approffondire e discutere, senza criminalizzazioni o isterismi, come sta purtroppo accadendo tuttora. L'opinione di Barnard - sostiene lo stesso autore - deriva da uno studio approfondito e "sarebbe opportuno che io elencassi qui le prove di quanto affermo, ma non posso ovviamente riprodurre le oltre 340 pagine del mio libro". Consiglio quindi, ancora una volta, la lettura del libro su citato per capire da dove derivi un'opinione talmente "unpolitically correct" e direi persino rischiosa, soprattutto se espressa proprio mentre si sta discutendo di "cosa fare" dell'UCOII dopo la pubblicazione del comunicato in questione
Per Barnard, "l’analogia fra i crimini israeliani e le pratiche naziste tracciata dall’UCOII è sicuramente uno sbaglio di comunicazione, ma vorrei sottolineare che nel merito essa è del tutto veritiera. Nel mio libro la documentazione storica, tutta esclusivamente di fonte ebraica autorevole, testimonia che in effetti Israele fin dalla sua nascita ha applicato in Palestina tecniche di discriminazione razziale e di terrore che ricalcano alla lettera la metodologia nazista e nazifascista con paralleli inquietanti persino nella ideologia sionista pre e post 1948, che vedeva e vede nell’arabo un "untermenschen" privo di qualità e di dignità umane. Il difetto dell’inserzione dell’UCOII sta solamente nell’aver 'brutalmente’ espresso quanto sopra alla ricerca di un effetto 'shock’ sul pubblico, probabilmente dettato dall’indignazione per quanto stava accadendo in Libano e dalla decennale frustrazione per l’indegno sistema di due pesi e due misure con cui sempre l’Occidente tratta le sofferenze arabe a fronte di quelle ebraiche. L’UCOII avrebbe dovuto invece condurre il pubblico italiano gradualmente attraverso una campagna di informazione di lungo respiro".
Barnard punta inoltre il dito contro "il sistema di due pesi e due misure e l’ipocrisia immorali che hanno sempre caratterizzato l’atteggiamento occidentale nei confronti della questione arabo-israeliana" che "vive e si nutre precisamente dell’assenza di verità storica sull’esistenza di un terrorismo ebraico dalle tinte talvolta neonaziste, che ha formato l’intera storia della nascita di Israele e che ancora oggi la forma, e che è ampiamente documentato oltre ogni possibile dubbio. Questo silenzio storico sulle sofferenze e sulle vite perdute di milioni di musulmani, sempre abbinato però a un’incessante (e in sé giusto) clamore per le sofferenze e per le vite perdute israeliane, ha permesso la nascita e la crescita proprio di quell’odio contro di noi che ha prodotto Al Qaida e ogni forma di terrorismo islamico-palestinese. Per fermare l’odio musulmano la verità va assolutamente raccontata, per quanto dura e scioccante, anche se certamente non con i metodi sbrigativi dell’UCOII. Secondo, non è possibile oggi alcun dialogo fra le parti, né alcuna speranza di pace, se la verità sui terrorismi non sarà appunto raccontata del tutto, se non sarà accettata e se le vittime arabe sottaciute e mai onorate non riceveranno pari dignità di quelle ebree. Chiedere alla parte araba di sedere ai tavoli di pace spazzando sotto al tappeto della Storia le immani ingiustizie e le atrocità che hanno patito per mano ebraica (col pieno appoggio occidentale) è assurdo e immorale, e in passato ha sempre condotto al fallimento delle trattative. Continuare così è sinonimo di rovina e di pericoli per l’intera umanità".
Nella sua seconda lettera, invece, Barnard si rivolge ad un dirigente musulmano e, idealmente, ai musulmani nel loro insieme dicendo: "Rendetevi conto: è in corso una immane campagna razzista di deumanizzazione del musulmano che deve essere ridotto a una figura infida, pericolosa e incompatibile con la modernità, e cioè un corpo alieno. E lei sa bene a cosa serve, e a chi serve, la deumanizzazione di un dato soggetto umano: serve a rendere possibile la sua repressione con metodi violenti senza suscitare reazioni di umano disgusto per quei metodi da parte delle opinioni pubbliche spettatrici. La Storia è zeppa di esempi, dalla Germania degli anni '30 e '40 contro gli ebrei, ai metodi di deumanizzazione del prigioniero politico in America Latina per permettere ai torturatori di seviziarlo senza crollare nel ribrezzo. Serve in altre parole a "rendere plausibile l'inimmaginabile" (Herman), e cioè, nel caso dell'Islam, a rendere plausibile la ancor maggiore brutalizzazione dei palestinesi fino al completamento della pulizia etnica della Palestina, e l'asservimento e/o abbruttimento sociale dei popoli musulmani che abitano i luoghi produttori di quelle risorse che devono "essere disponibili per il Mondo Libero" (NSC di Eisenhower), così che essi non siano mai più in grado di rivendicare per sé stessi quelle loro risorse. Questa non è dietrologia delirante. Sta accadendo già da decenni, e può accadere solo perché alle opinioni pubbliche occidentali fu venduta e ancora oggi è venduta una narrativa falsa su quasi tutto ciò che vi riguarda o che vi fu fatto. Dobbiamo invece, da occidentali, rivelare le verità della barbarie perpetrata dal mondo occidentale innanzitutto, poiché "oggi la gente non tollera più la barbarie, e se la scopre si mobilita per porle fine" (Chomsky).

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venerdì, settembre 08, 2006

Trattamento speciale

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Un gruppetto di opinionisti e di giornalisti si sta dando da fare per convincere l'opinione pubblica italiana della necessità di ricorrere alle "Leggi speciali" per contrastare la minaccia del terrorismo. E - perché no? - visto che ci siamo, anche della necessità di ricorrere alla tortura speciale, ai sequestri illegali speciali e forse anche alle prigioni segrete speciali. Qualche ideologo del terrore mediatico ha persino ipotizzato "voli aerei speciali per soli musulmani" o interrogatori - ancora una volta speciali - ai musulmani che intendono prendere l'aereo. La scusa, è - manco a dirlo - garantire la sicurezza del paese, la "sicurezza di tutti noi". Il gruppetto in questione ovviamente non dice apertamente di volerci riportare all'epoca fascista: si limita a tornare indietro nel tempo fino agli anni di piombo, ricorrendo all'esempio delle leggi speciali adottate per contrastare le Brigate Rosse. Ma siccome il buongiorno si vede dal mattino, il loro sostegno - aperto o celato - alle barbare pratiche della tortura e dei sequestri illegali la dice lunga su dove questi personaggi intendano veramente portarci.
Come il fascismo degli anni venti, anche quello che sta tentando di risorgere oggi ha bisogno di un apparato legislativo e poliziesco che permetta di controllare e poi reprimere ed eliminare ogni opposizione. Ha bisogno di un nemico da incolpare e contro cui indirizzare le paure e i risentimenti della gente. Un tempo erano gli ebrei, oggi sono gli islamici, preferibilmente definiti "terroristi". Però il Fascismo si è anche evoluto, specie laddove si origina, diventando "fascismo verbale": non ricorre all'olio di ricino e ai manganelli. Si basa sulla disinformazione quotidiana, sull'allarmismo giornalistico, sulle facce rassicuranti di coloro che posano come esperti moderati e integrati. Peccato che il ragionamento di questi ultimi traballi pericolosamente: negli anni di piombo, i sequestri, le gambizzazioni e gli omicidi delle Brigate erano una realtà quotidiana nelle strade italiane, non a New York o Londra. Anzi, persino Bush - incalzato dalla Corte Costituzionale - ha annunciato di voler smantellare Guantanamo, di aver espressamente vietato la tortura, di voler concedere ai terroristi di Alqaeda lo status di "prigionieri di guerra". Evidentemente si sta Forleizzando. Di bombe e pallottole terroristiche finora - per fortuna e grazie a Dio - non ce ne sono quindi state in Italia, e gli unici atti di violenza sono quelli commessi nei confronti di ignari proprietari islamici di negozi e ristoranti.
Qualcuno di voi mi dirà "Non vorrai mica aspettare fin quando non accade! Prevenire è meglio che curare, e quindi via alle Leggi speciali, se servono per proteggerci". La logica che ispira queste leggi si può quindi sintetizzare così: "il fine giustifica i mezzi", una massima che la dice lunga su questi presunti "mezzi". La sicurezza è più importante della libertà e davanti al terrorismo e alla necessità di sconfiggerlo, vale la pena di sacrificare qualche diritto. Tanto sono le "libertà" e i "diritti" degli islamici, che c'entriamo noi? I risultati di questa logica demenziale sono le prigioni segrete, dove detenuti vengono rinchiusi in gabbia per anni senza prove, senza difesa e senza che nessuno sappia dove siano prima di essere rilasciati di colpo, alla chetichella. I risultati di questa logica sono i rapimenti e i sequestri illegali, le torture alla Abu Ghraib. Però chissenefrega? Tanto sono terroristi. E se non lo erano, lo sarebbero diventati: uno non viene mica rapito e trattenuto dalla CIA sulla base del nulla. Sicuramente frequentava ambienti non raccomandabili. Sicuramente aveva detto qualcosa di preoccupante. Peccato che sembra che persino l'America si stia avviando ad abbandonare questa strada, ormai internazionalmente e umanamente insostenibile. Figuriamoci un paese dove ogni processo per terrorismo si rivela una bufala e si conclude con un'assoluzione (e non sto parlando del caso Forleo).
Non nego che fino ad un po' di tempo fa, io stesso ero a favore dell'applicazione di pratiche non esattamente ortodosse nella lotta al terrorismo. Solo che dopo mi sono subito accorto che le definizioni di "terrorista" e di "fiancheggiamento del terrorismo" si adattano ormai in mille modi a mille cose e persone diverse, a seconda delle necessità. Qualsiasi critica alla politica americana o israeliana è diventata terrorismo. Se apri bocca per dire che la politica internazionale necon è contraria agli interessi dell'Occidente e in particolare dell'Europa,e che sarà foriera di nuovi rischi, sei bollato come terrorista. Quantomeno - se sei islamico di religione - come traditore infiltrato, come agente di propaganda degli islamisti, come esperto dissimulatore. Tutto sommato basta poco: una frase di qua, due parole di là, una battuta o uno scherzo, un gioco di bambole russe e associazioni fantasiose, il tutto condito da una buona dose di parole ambigue e dalle onnipresenti "fonti dei servizi", e via: eccovi un nuovo terrorista. O un nuovo predicatore di odio. O un nuovo Fratello musulmano (l'altro giorno così mi definì l'Impresentabile trombata).
Prendete come esempio appunto il sottoscritto: alla mia venerabile età, e praticamente dal nulla e sulla base del nulla, sono stato descritto come un dispensatore di fatwe, che diffama e minaccia "rispettabili" blogger che denunciano il terrorismo islamico. E' successo sulla Padania, su Libero e sull'Opinione: i tre giornali che stanno alla base dell'asse dell'odio mediatico. Ma siccome sono notoriamente quotidiani di bufale, con quattro lettori in croce, è sceso in campo l'esperto del settore, Magdi Allam, che mi ha fantasiosamente definito esponente di un tribunale di inquisizione islamica (?!!) legato all'UCOII, che a sua volta lo minaccia di morte, essendo legata ad Hamas. Tutto questo sono io: exallievo salesiano, socio rotaractiano, rappresentante degli studenti in un rinomato ateneo italiano, conosciuto e apprezzato da tutte (beh, forse non tutte) le persone che mi leggono su internet e sul Manifesto. Come intendessero spiegare dopo ai Salesiani che mi hanno avuto come allievo (con cinque medaglie d'oro in cinque anni di studio, mentre Allam si vanta nel suo libro di una medaglia di bronzo come segno di "integrazione nella nuova scuola" e propone persino le scuole italiane all'estero come piattaforma di preparazione degli immigrati che intendono venire in Italia), agli studenti che mi hanno eletto, ai miei compagni di partito, alle persone che mi hanno letto o conosciuto in questi anni, ai rotariani che sono stati a cena con me, alle autorità che mi hanno accolto e alla redazione del mio giornale, che il sottoscritto è questo pericoloso soggetto, solo Dio lo sa. Misteri della taqiyyah.
Ora pensate a cosa accade invece a decine, centinaia di immigrati che giungono in Italia per sgobbare dal mattino alla sera, con un italiano stentato e nessuna opportunità di socializzare. Immigrati che non si sono mai lamentati dell' "ospitalità" e che non hanno nemmeno osato aprire bocca per paura, per convenienza o semplicemente per bisogno. Eppure di colpo si ritrovano, una bella mattina, demonizzati su un giornale o su un romanzo da bancarella. Espulsi senza processi e senza prove. Vittime di complotti orditi dai servizi per ingannare l'opinione pubblica, dell'eccesso di zelo di qualche poliziotto che vuole fare carriera, delle farneticazioni di un giornalista con sproporzionate ambizioni politiche che non sopporta critiche o addirittura di uno sbaglio burocratico. Stare silenti davanti a questo scempio di innocenti appoggiando persino delle "leggi speciali" è rendersi complici dell'avvento di un sistema di cui tutti - e non solo gli islamici - pagheranno le conseguenze e i frutti. Si è a favore della tortura e del sequestro illegale fin quando l'oggetto di entrambe le pratiche è, nell'immaginario collettivo, l'imam che predica l'odio o il terrorista che intendeva farsi saltare su un autobus. Ma non è sempre cosi, rendiamocene conto. Non possiamo non chiederci se un giorno non verrà anche il turno dei cittadini italiani che non si piegano al sistema, che non condividono leggi chiaramente emesse per discriminare il vicino di casa immigrato che l'altro giorno ci ha invitato a casa sua, e che, soprattutto, non appoggiano interventi e politiche che generano ancora più terrorismo mettendoci davvero tutti in pericolo. Altro che sicurezza: una volta sconfitto il terrorismo, semmai verrà sconfitto, saremo ripiombati di nuovo in pieno ventennio fascista!

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giovedì, settembre 07, 2006

Esempi (degeneri) di ospitalità italiana

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Io mi ritengo una persona perfettamente integrata in Italia. Mi sono a tal punto integrato che fra pochi giorni ospiterò un mio amico italiano e ho pronto un programma del tutto speciale per la sua accoglienza. Dalla pulizia dei cessi al giardinaggio, ho fissato tutta una serie di mansioni che non intendo svolgere e che lui dovrà non solo svolgere per me ma essere addirittura felice di farlo, in cambio della mia gentilissima ospitalità. Sono ancora indeciso se chiedere in prestito anche la sua fidanzata in cambio di un paio di giorni in più di accoglienza: devo quantomeno vederla, prima. Ma alla fine, credo che tutto sommato mi toccherà accusarlo di aver rubato la collana di diamanti della mamma.
Perché questa accoglienza alla Lapenna? Semplice...L'altro giorno stavo leggendo l'inchiesta dell'ottimo Fabrizio Gatti sui raccoglitori clandestini di pomodori, intitolata "Io schiavo in Puglia", e pubblicata su L'Espresso. Ovviamente, nulla di nuovo, almeno per chi si interessa da sempre al fenomeno migratorio: le storie di sfruttamento, dei soprusi e del trattamento inumano inflitto agli immigrati-lavoratori che confluiscono sotto la forma di bei pomodori rossi sulle tavole degli ignari italiani - alcuni dei quali proprio mentre ingoiano l'insalata o la pasta al sugo si lamentano di quelli che "vengono a rubarci il lavoro" (mentre in realtà accade il contrario) - sono all'ordine del giorno.
Mi ha colpito però, stranamente, nel racconto di questa tragedia, un breve passaggio che la dice lunga sulla concezione che alcuni hanno dell'ospitalità in questo paese: "Amadou però fa notare che nemmeno oggi i ragazzi verranno pagati: "Tu sei musulmano?", chiede Giovanni: "Sì? Allora io ti giuro su Allah che la prossima settimana vi pago tutti. E se avete bisogno di carne, ti giuro che vi invito tutti a casa mia. Ovviamente la prossima settimana. Quando potrete pagare la carne". Sembra una battuta di Totò, eppure è tutto vero. Vero come la tragedia di questi poveri Cristi.
Nel reportage di Gatti sono numerose le storie di piccoli "servizi" quotidiani, tipo essere portati in nove su una macchina al campo per lavorare o passare la notte in una capanna fatiscente con un buco per gabinetto, che vengono regolarmente pagati, con cifre esorbitanti, dagli stessi immigrati. A volte in natura, cedendo la fidanzata al padrone di turno: da quelle parti è persino un requisito essenziale per lavorare. E stiamo parlando di poveracci che guadagnano 20 euro per un'intera giornata di lavoro, che spesso si conclude alle dieci di sera. Poveracci che - guarda caso - prima di essere pagati vengono rastrellati dalla polizia.
L'invito al pranzo luculliano che viene "offerto" da Giovanni - previo pagamento ovviamente - non è quindi un'eccezione, ma la regola. E' la base del sistema che fa finta di fare un favore all'immigrato, ma che in realtà lo sfrutta e poi ha pure la sfrontatezza di rinfacciargli il presunto favore. E persino di meravigliarsi se l'immmigrato in questione non si mostra soddisfatto. Il meccanismo mi ha ricordato quelli che sento parlare nei commenti di questo blog ma anche nei bar, sui pullman e per strada, degli immigrati come "ospiti". Ospiti di chi? Ospiti come? Ospiti in che senso?
Tanto per incominciare, e come spesso e volentieri molti sottolineano, "Nessuno ti ha invitato qui". Inutile dire che se non sono stato invitato da nessuno, non sono un ospite di nessuno. Sono un uomo libero, che poteva andare ovunque nel mondo, ma che ha deciso di venire qui. Perché? Ci sono mille motivi, diversi a seconda delle persone e delle situazioni. Nel mio caso, per esempio, sono qui per rompere le balle a "rispettabili cittadini italiani", tipo Stefania Lapenna e Andrea Sartori!
Quante volte abbiamo sentito tutte queste signore e questi signori fare l'esempio dell'ospite (l'immigrato) che ti arriva in casa (L'Italia) poi "si permette di cambiare la disposizione dei mobili, il colore delle pareti, ecc"? Al di là del fatto che non mi sembra che sia cambiato nulla nella disposizione dell'Italia (La Lega c'è ancora e nessuno ha chiesto il suo scioglimento in base alla Legge Mancino), continuo a non capire dove la vedono tutta questa "ospitalità".
Insomma: l'immigrato viene un giorno si e l'altro pure criminalizzato e demonizzato dai politici e dai media, praticamente insultato (il bingo-bongo di Calderoli cos'è? Un complimento?). Gli viene detto in faccia che la sua permanenza non è gradita, anche se contribuisce alle casse dell'erario, tutti i servizi di cui gode sono pagati con le sue tasse e il suo reddito, e nessuno gli regala nulla. Appena viene licenziato o non riesce a dimostrare di aver contribuito attivamente al PIL, viene sbattuto fuori, con tanto di famiglia al seguito. Che razza di ospitalità è mai questa? Il semplice diritto di stare su questa terra e respirarne l'aria, fin quando si è in grado di lavorare?
Sono anni che vivo in Italia. Non ho mai visto sconosciuti (al di fuori dei missionari) fermarsi per strada e dire agli immigrati, "venite, gentili signori, accomodatevi, vi offriamo un piatto di pasta". Il piatto di pasta gli immigrati lo pagano, eccome se lo pagano, e a volte lo pagano più degli altri! Non ho mai sentito di un padrone di casa che regalasse un anno d'affitto ad un extracomunitario, semmai ho sentito di padroni di case che stipavano in spazi angusti ed angoscianti decine di extracomunitari in cambio di cifre folli. Le storie di sfruttamento, raggiri, ricatti sono all'ordine del giorno.
Chi continua a parlare dell'immigrazione in termini di ospitalità, ebbene, sappia che la sua è quantomeno pessima. Spesso si blatera dei paesi del mondo arabo, di "quello che mi accadrebbe se andassi nei loro paesi e non osservassi le loro regole", ma altrettanto spesso e volentieri si tratta di persone che hanno visto i paesi arabi su una cartolina che ritrae il feroce Saladino. Finora non mi è mai capitato un visitatore reale del mondo arabo che non abbia cantato le lodi delle persone sempre sorridenti - anche le più povere - che lo hanno accolto festose dentro le loro umili case, offrendogli tutto quello che avevano, anche se poco, senza chiedere nulla in cambio. O degli impiegati e delle autorità che facevano a gara per soddisfare i suoi desideri. Per non parlare della loro meraviglia per la possibilità che hanno avuto di andare in bikini o di baciarsi in pubblico in una società islamica, attirando si qualche sguardo curioso ma mai invettive furiose.
Insomma, non mi è mai capitata una persona che si lamentasse dell'ospitalità araba, resa leggendaria da film, cronache, resoconti di viaggio di ogni epoca e luogo. Quell'ospitalità che spinge il padrone di casa (nei racconti e nelle fantasie occidentali, lo "sceicco della tribù") ad offrire il proprio giaciglio allo straniero, a sacrificare in suo onore il bestiame migliore, ad invitarlo a trattenersi dando sua figlia in matrimonio, o donandoli il suo cavallo più veloce, fornendogli cibo e acqua e guida per il lungo viaggio. Ecco, questa si che è "ospitalità", altro che dare agli "ospiti" dei "Bingo-bongo", intascare i loro soldi poi accusarli di "sputare nel piatto dove mangiano". E magari questi poveracci ci sputano dentro solo perché lo vogliono pulire.
Ovviamente nessuno chiede agli italiani di lasciare i propri letti per farci dormire un africano, o dare le proprie figlie in matrimonio ai marocchini, o invitare gli egiziani a gustare le prelibatezze locali nelle loro case. Semplicemente, si chiede a quelli di loro che non fanno altro che parlare male degli immigrati di rendersi conto del fatto che sono casualmente nati su questa terra e che questo non li rende né migliori, né superiori dei loro cosiddetti ospiti: sarebbero potuti nascere non solo in un altro paese, ma anche in un'altra epoca, quando dall'Italia emigravano milioni, che - al contrario di ciò che vuole il mito - non erano sempre "brava gente" e non erano sempre ben visti dai loro nuovi "padroni di casa", anzi. Spero che nel nuovo "Museo dell'Immigrazione" voluto dal Sindaco Veltroni ci sia un riferimento anche a quest'aspetto, per ricordarlo a lorsignori dalla memoria labile.
Conviviamo in uno stesso spazio, e dobbiamo lavorare tutti per renderlo ancora più funzionale e vitale: ma nessuno sta regalando nulla agli immigrati che arrivano qui. Tutto quello che hanno se lo guadagnano con il sudore della loro fronte, e con sacrifici enormi, inimaginnabili per gli adolescenti che scorazzano con l'ultimo modello del telefonino in tasca. Certo, ci sono regole di convivenza e leggi stabilite da generazioni di Italiani, che tutti quelli che desiderano convivere in questa "casa" devono rispettare, come dice il Presidente Napolitano. Ma anche contestare, civilmente, se è il caso. Rifare, se è necessario. Ci sono doveri da adempiere. Ma anche diritti da rivendicare. L'immigrato è, piaccia o meno, Bossi-Fini o meno, un cittadino, a tutti gli effetti, con diritti uguali a quelli di tutti gli altri. E soprattutto, anche se povero, anche se ricattabile, anche se deriso, ha una sua dignità. Conviene non dimenticarlo.

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mercoledì, settembre 06, 2006

Il Dilemma e l'Opportunità (III)

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Leggi la prima parte - Leggi La seconda parte

Proprio per i motivi citati nelle puntate precedenti, molti genitori tentano di ricreare, nei paesi di immigrazione, il clima dei paesi di origine: vietando ai figli di guardare la Tv, di uscire la sera, di frequentare amici italiani, di avere un fidanzato. Le restrizioni sono ancora più feroci nei confronti delle figlie, dato che la loro verginità rimane un requisito essenziale per il matrimonio - libero o combinato che sia - nelle società islamiche. Come può un immigrato sperare che sua figlia, che ha provato il primo rapporto sessuale a 16-18 anni e che magari non ha mezzi per sottoporsi all'operazione di ricostituzione dell'imene (pare che sia un'operazione molto praticata in Francia dalle ragazze arabe, ma anche nelle società islamiche stesse per chi ne ha i mezzi) non venga definita “prostituta” da tutti quelli che lo circondano nel paese d'origine, con conseguenti problemi d'immagine per sé e persino per fratelli e sorelle minori? O come può sperare che sua figlia trovi marito (nelle società islamiche la famiglia è un requisito: a 25-30 anni le ragazze possono essere considerate già zitelle e spesso la presenza di un uomo è una garanzia di sopravvivenza o comunque di sostegno in una società maschilista, come quella saudita), una volta tornati – volenti o nolenti – in patria, dal momento che nessun marito considererebbe la sposa "adatta" dopo aver sentito dai vicini le malevoli osservazioni sulla "candidata" che torna tardi la sera, accompagnata da ragazzi sconosciuti, dopo aver vissuto in Occidente?

Ovviamente non è facile per un genitore imporre queste limitazioni in Occidente, poiché i figli, nati o cresciuti comunque in Italia, hanno di fronte un sistema che è completamente contrastante con quanto imposto dai loro genitori. Loro vedono i figli del vicino tornare a casa la sera tardi, sbirciano in assenza dei genitori qualche programma televisivo, sentono discorsi “all'avanguardia” e i loro genitori sembrano retrogradi: in effetti, essi non hanno vissuto né l'era né la società dei loro genitori. Sono invece sostenuti dal clima che li circonda, dalle legge che dà loro la maggior età a 18 anni, dalla possibilità di denunciare i propri genitori - tutte cose impossibili nel mondo arabo, dove la maggiore età è fissata sui 21 anni (non c'entra niente con l'Islam) e dove un ufficiale della polizia si metterebbe a picchiare egli stesso un figlio che denuncia il padre per averlo picchiato – e i genitori si esasperano, frustrati dalla mancanza di rispetto (molti dei genitori del mondo arabo sono cresciuti in un clima in cui si baciava la mano del padre, e in cui si chiamava la sorella maggiore “signora”) perdono il controllo e a volte il tutto si conclude con una tragedia, che con la religione c’entra ben poco, come nel caso di Hina.

Per quanto riguarda invece Maha Saidi, io non so chi fosse o quali fossero le circostanze del suo “sequestro”. Quello che so è che conduceva uno stile di vita che mandava fuori dai gangheri i suoi genitori, frequentando il pub e i ragazzi di sera e che è accusata dal padre e dal fratello di aver dilapidato 800 euro destinati alle bollette e all'affitto. Ma queste ovviamente non sono scuse sufficienti per chiudere in stanza una ragazza di 19 anni, soprattutto in una società occidentale. Ma ci sono altre circostanze, che hanno spinto molti a chiedersi dove stesse la verità: Maha era “sequestrata” con il suo cellulare, anche se scarico di soldi (colpa sua e non dei genitori), con le porte del balcone aperte e le chiavi di casa in mano e i suoi “sequestratori che la controllavano 24 ore su 24” erano in giro “nelle vicinanze”??? Tali domande diventano ancora più pressanti dopo che si constata che l’opinione dei vicini di casa è unanime: il padre è una persona per bene, non ha mai creato problemi, non è un integralista.
Non sono pochi quelli che pensano che la signorina si sia ispirata al caso della povera Hina, barbaramente uccisa dal padre e il cui caso ha fatto la prima di tutti i giornali e i canali televisivi per svariati giorni, per liberarsi una volta per tutte dal giogo paterno, conquistando la propria indipendenza e lanciandosi nella vita come nessun'altra giovane alla sua età e nelle sue condizioni avrebbe sperato. All’ospedale le hanno dato solo due giorni, ma il giorno dopo ha rilasciato un’intervista in cui, oltre dare addosso ai musulmani “che non si integreranno mai. Mai”, in linea con la tesi mediatica ufficiale, diceva di “offrire sé stessa con quell’intervista”, sottolineando le sue conoscenze linguistiche e la sua voglia di fare. Offerta subito accolta dal Ministro delle Pari Opportunità, che l’ha personalmente chiamata, offrendole - oltre all’assistenza legale - una borsa di studio. Qualcuno le ha anche offerto un lavoro, e presto Maha sarà in un’altra città, a condurre una vita propria, lontano dai genitori e dalle loro restrizioni.

A questo punto non posso non rilevare che c’è stata una fretta eccessiva da parte di chi si è occupato del caso, sull’onda emotiva dell’omicidio della povera Hina. L'intervento delle forze dell'ordine e il supporto legale era doveroso. Ma bisognava aspettare l’esito delle indagini prima di elargire medaglie, borse di studio e offerte di lavoro. Non vorrei che ogni ragazza extracomunitaria desiderosa di vivere una vita propria scateni un caso dal nulla per accelerare la propria indipendenza e il proprio riscatto sociale, a spese della famiglia, considerata una zavorra (e quindi macchiata a vita con una denuncia e il trambusto mediatico, con seri rischi di espulsione) e a spese della collettività, scavalcando magari migliaia di altre ragazze che non hanno avuto opportunità simili. Non c’è nulla di male nell’aiutare le ragazze desiderose di condurre la propria vita lontano dai genitori e dalle loro imposizioni, nel spingerle a denunciare eventuali abusi o violenze, ma questo non deve avere luogo con espedienti sensazionalistici che nuocciono oltre ai propri famigliari, a tutti gli immigrati, pregiudicando il faticoso percorso di integrazione e il dialogo sulla cittadinanza.
Dobbiamo renderci conto che ci sono obiettive difficoltà da parte dei genitori immigrati nell’educare i propri figli. Queste difficoltà sono dovute ad una diversa concezione dello stile di vita e dei valori, e all’eterna paura dell’immigrato di ritrovarsi prima o poi con dei figli sfuggiti di mano nel paese di origine. Un percorso di rieducazione dei genitori ai valori occidentali, intesi come indipendenza dei figli, libertà sessuale ecc sarebbe molto difficile: è quasi impossibile far cambiare idea a uomini e donne di cinquanta e passa anni, nati e cresciuti tutta la vita all’ombra di un altro sistema di educazione e di valori, paragonabile a quello che c’era in Italia alcuni decenni fa. E nessun “esame di cittadinanza” rappresenterebbe garanzie sufficienti di condivisione di tali valori, ammesso che questi siano poi i veri "valori" e non la fedeltà al paese, l'onestà intelettuale ecc. Ma è fuor di dubbio che si deve puntare sui giovani che immigrano o che nascono in Italia, molto più aperti e adatti all’integrazione e alla condivisione dello stile di vita occidentale, con i suoi vantaggi e i suoi difetti.
Si può quindi anche pensare di alleviare le paure dei genitori, dando loro la sicurezza di avere dei figli con la cittadinanza italiana e di sapere che se i figli cresceranno alla maniera occidentale, quanto meno potranno continuare a condurre la propria vita in Occidente, e non tornare per affrontare la condanna e l’emarginazione sociale nei paesi di origine, mettendo anche i propri genitori in difficoltà. Non so se l'avete notato, ma lo stesso accade anche con i matrimoni misti: fin quando si è in Occidente, tutto fila liscio: quando si torna nel paese d'origine, fioccano i problemi. Le restrizioni imposte dalla società, le critiche dei vicini, le osservazioni dei famigliari e la legge che sta dalla parte del marito trasformano la vita felice di una coppia in un incubo, con conseguente divorzio, rapimento dei figli e tutto il resto. Proprio per questo ritengo che l’adozione dello “ius soli” e il dimezzamento dei tempi necessari per la concessione della cittadinanza, voluta dalla Sinistra, sia un passo importante verso la realizzazione dell’integrazione prima dei giovani e poi dei loro genitori.

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martedì, settembre 05, 2006

Il Dilemma e l'Opportunità (II)

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Leggi la prima parte

Mia madre ha frequentato le scuole delle Suore Francescane al Cairo (L'attività missionaria delle Francescane nel mondo iniziò proprio in Egitto, dove la Fondatrice giunse nel 1859), e mi ha spesso raccontato di come le Suore tiravano per i capelli la malcapitata ragazza che osava lasciare sulla fronte una ciocca, dopo averli raccolti indietro. Ore e ore in ginocchio davanti al crocefisso e una disciplina ferrea, in quei tempi. Io ho studiato dai Salesiani al Cairo, che - aiutati dal clima generale, dove non si contesta l’autorità dell’insegnante o del padre - hanno mantenuto i vecchi sistemi di una volta: mi ricordo ancora del prete che schiaffeggiava gli studenti indisciplinati, chiamando in seguito i genitori che ascoltavano, silenziosi e rossi per la vergogna, quel prete europeo che li accusava in un arabo stentato di non essere capaci di educare loro figlio. Inutile dire che, appena usciti dall’ufficio, e sotto gli occhi di tutti in cortile, anche i genitori si mettevano a picchiare il "colpevole", in lacrime davanti a tutti i suoi compagni.
Mi ricordo ancora la mega inchiesta, capitanata dal direttore della scuola, per rintracciare chi aveva messo in circolazione una foto porno sgualcita, strappata chissà quanti anni fa da una rivista tedesca e immessa nel “mercato nero” della scuola. O i calci dati dal Consigliere alle porte dei bagni da cui usciva odore di fumo, durante gli intervalli. Ora, ditemi voi in quale scuola italiana un insegnate oggi potrebbe permettersi di schiaffeggiare uno studente. Il giorno dopo verrebbe accusato di chissà quali violenze fisiche e psichiche sul povero adolescente indifeso, ci sarebbero commissioni di controllo e inchieste giornalistiche, il Provveditorato che assicura che si tratta di un caso isolato, annunciando provvedimenti disciplinari severissimi nei confronti dell’insegnante irresponsabile che ha dato di matto, "bandito da tutte le scuole del regno": un provvedimento che veniva usato in passato contro gli studenti indisciplinati, oggi viene applicato agli insegnati che li educano.
Ditemi voi quale insegnate si sognerebbe di fare un’inchiesta su una foto porno che gira per le classi, con il porno a disposizione di tutti e di tutte, in tutte le ore del giorno e della sera e persino con professoresse che si danno al porno su internet, invocando in seguito "la separazione della sfera privata da quella professionale" (!!!) o quale insegnante gli verrebbe in mente di vietare ai suoi studenti di fumare, anche fuori dalla scuola - come succedeva da noi - con la “libertà personale” all'angolo della strada.

Obiettivamente, quindi, un genitore immigrato ha grandi difficoltà nell’educare i propri figli seguendo – non dico le regole del suo paese e della sua religione – ma quelle delle scuole cattoliche italiane di una volta. Ha tutto il sistema che rema contro di lui: la Tv, i giornali, le riviste, gli amici dei piccoli, i vicini di casa e questo può essere molto frustrante per uno che non ha la sicurezza di stare in questo paese per sempre. Sappiamo benissimo che in Italia non c’è nessuna garanzia di permanenza fissa per gli immigrati: oggi hai il lavoro e il reddito quindi hai il permesso, domani sei licenziato e ti ritrovi con il foglio di via, e allora devi riprendere i tuoi figli (manco loro italiani, pur essendo nati e cresciuti in Italia) e tornare nel tuo paese.
Come può un immigrato affrontare, in una società come quella di origine dove tutti si fanno i cavoli degli altri, le reprimende e le malevoli osservazioni dei suoi familiari rimasti in patria, dei suoi vicini di casa, dei suoi colleghi al lavoro, dei nuovi docenti, che gli rinfacciano la sua incapacità di tenere a bada i figli? Come può un genitore tornare nel suo paese con due o tre figli adolescenti cresciuti in una scuola pubblica italiana, incapaci di parlare e di scrivere correttamente l’arabo, la lingua ufficiale dei loro paesi, ignoranti dei principi religiosi osservati – con convinzione o meno – da gran parte dei loro connazionali, abituati alle “libertà occidentali”, intese come assenza di controllo, come inesistenza di tabù, e giustificati da termini altisonanti come "Democrazia", "Valori", "Civiltà", "Progresso", "Apertura mentale", tanto che la Fallaci ricorre al "perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v'importa neanche di questo, scemi?" per smuovere gli "smollacioni" che non si contrappongono agli "invasori islamici".
Ma ci rendiamo conto che mettere l'ombelico al vento, convivere con il fidanzato senza sposarsi, è diventato sinonimo di "fare la cristiana"? Credete che Papa Ratzinger sarebbe d'accordo, o che una scuola cattolica, se non avesse tutto il sistema che circonda i giovani e gli adolescenti contro, approverebbe questi "valori"?
Aggiornamento
Nei commenti c'è lo sguattero che invoca la mia espulsione, esortandomi a giustificare il pakistano che ha sgozzato la figlia. Nulla di nuovo, ovviamente, ma avrei dovuto pensarci prima. A coloro che leggono in malafede quindi, cerco di tradurre il contenuto di questo post in parole povere: stiamo parlando di "valori", e nello specifico di "valori cristiani". Mettere l'ombelico al vento o convivere con un fidanzato - ci piaccia o meno - non può essere definito un "valore", ancor di meno "cristiano". Qualsiasi prete o Papa approverebbe. Da qui la necessità di capire che ciò che possiamo (incluso il sottoscritto) trovare naturale e scontato, tanto da scambiarlo per un aspetto della fede (non il sottoscritto) può risultare per altri semplicemente inconcepibile per educazione e cultura (e quindi nemmeno religiosamente). E fra questi altri, molti sono persino cristiani di vecchia formazione. Per non parlare dei vertici stessi della Chiesa. Ma da qui a giustificare barbari omicidi, ce ne vuole. Evidentemente Sartori non è interessato all'analisi, tesa a impedire simili tragedie in futuro, aspetto di cui parleremo nella terza ed ultima puntata. E' solo interessato alla mia espulsione.Beh... Aspetta e spera.

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lunedì, settembre 04, 2006

Ultimissime

La prefettura di Ancona ha assegnato una ''misura di protezione'' al presidente dell'Ucoii, Mohamed Nour Dachan, ''a seguito di minacce pervenutegli anche telefonicamente e per via informatica''. Si tratta di una misura ''a titolo di cautela e in via temporanea'', in vigore da alcuni giorni. L'iniziativa e' nata dopo le polemiche seguite all'inserzione a pagamento pubblicata dall'Ucoii su alcuni quotidiani che paragonava gli attacchi israeliani in Libano alle stragi naziste.

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Il Dilemma e l'Opportunità (I)

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Qualche giorno fa ho ricevuto una email da uno dei numerosi “lettori silenziosi” di questo blog: “Ciao caro, ti segnalo questo articolo sapendo già che ne sei al corrente, ma volevo condividere con te un paio di considerazioni. Allam che si agguerrisce sempre di più contro le scuole arabo-islamiche perché in contraddizione con i presunti valori fondanti della società italiana - che essendo laica dovrebbe essere aperta a tutte le culture e religioni -, non è forse reduce da una lunga formazione-educazione in una scuola cristiana (le salesiane) in una società musulmana? Strano ragionamento, o quando si tratta di Islam i parametri cambiano? Caro Sherif ti dico questo - sapendo poi che anche tu hai avuto una formazione simile (con le dovute riserve sul paragone) - sperando che tu faccia (sempre che lo ritenga opportuno) una riflessione sulla questione”.. Eccomi quindi qui a parlare di nuovo di scuola e di immigrazione. In questi giorni si è dibattuto molto sulla riapertura della scuola araba a Milano e del caso di Maha Saidi, la dicianovenne tunisina che ha accusato suo padre e suo fratello di averla segregata in casa. I due casi hanno un minimo comun denominatore, che tutti quelli che si occupano di immigrazione e di integrazione devono, prima o poi, affrontare: l’educazione dei figli degli extracomunitari in un paese per loro straniero, soprattutto per costumi e abitudini, e le difficoltà incontrate dagli immigrati nel portare avanti il loro compito di genitori.

Dopo la chiusura forzata della scuola di Via Quaranta a Milano (per problemi di agibilità, mica per propaganda filo-terrorista) un centinaio di genitori di alcuni dei ragazzi e delle ragazze che frequentavano l’istituto hanno rifiutato l’offerta di iscrivere i propri figli nella scuola pubblica italiana, ricorrendo all’istruzione paterna e minacciando di rimandare i piccoli (soprattutto le figlie) in Egitto per la prosecuzione degli studi. La Destra, con Magdi Allam al seguito, sostiene che quei genitori sono degli integralisti islamici che rifiutano l’integrazione nella società italiana, che prediligono i ghetti confessionali islamici, che vorrebbero uno stato dentro lo stato. La riapertura della scuola - definita “laica” dall’associazione di genitori che l’ha promossa, in accordo con il consolato egiziano - sarebbe secondo costoro un grossolano errore, e un pericolo per l’Italia. Ovviamente si tratta di una forzatura mediatica e di una banalizzazione populista: quei genitori non sono né integralisti, né fautori della separazione. Sono semplicemente terrorizzati dalla fine che farebbero i loro figli e le loro figlie nella scuola pubblica italiana, e se avessero avuto i mezzi e le possibilità, avrebbero mandato le mogli con i bimbi appena nati nei paesi d'origine, come fanno moltissimi altri immigrati. Ho molti amici insegnanti, e ascolto le loro lamentele quasi tutti i giorni: la fatica di insegnare semplici concetti, di inculcare i principi più elementari della buona educazione, il menefreghismo dei genitori, gli studenti non più governabili, ecc. Volete che i genitori di cui stiamo parlando non abbiano mai sentito simili lamentele?

Mettetevi nei panni di un immigrato arabo e musulmano, cresciuto ed educato in un mondo dove non c’è “Il grande fratello” con scene di coperte che nascondono alle telecamere corpi ondeggianti in diretta televisiva, dove non ci sono i programmi con vallette, veline e letterine varie che ancheggiano con microgonne in prima serata, in un mondo dove c’è di tutto e si fa di tutto, ma di nascosto, nel privato degli appartamenti e nell’ipocrisia generale. Ecco, quell’uomo non vuole vedere suo figlio o sua figlia influenzati in un età critica da coetanei adolescenti che scorazzano con il motorino per le vie della città prima, dopo e durante la scuola, che frequentano le discoteche fino a tardi, che indossano vestiti succinti come se fossero in spiaggia, che si palpeggiano e mimano atti sessuali, che si passano pillole strane e contracettivi di fronte ai docenti. Alzi la mano chi non ha sentito almeno un insegnante lamentarsi di queste scene e della maleducazione dei ragazzi a cui viene fatta notare l’inadeguatezza dell’abbigliamento o del comportamento in questione a scuola, e della mancata collaborazione da parte dei genitori che si mettono addirittura a difendere i figli e ad accusare gli insegnanti. Gli stessi genitori che firmano senza battere ciglio il foglio che esonera i loro figli dall’ora di religione, e che dopo schiamazzano istericamente per il crocefisso in aula. Ora, quel genitore-immigrato è di fronte ad un dilemma: nel suo paese, gli è facile imporre dei limiti e stabilire delle frontiere, con l’aiuto di una scuola che - pur nelle sue carenze di mezzi e di strutture – impone uniformi, ha l’ora di religione obbligatoria, dove l’insegnante ha l’autorità di punire lo studente se si comporta male, con tanto di bacchetta e di schiaffi. Chi si indigna di fronte a questo, gridando alla “barbarie”, probabilmente non ha frequentato le scuole cattoliche di una volta.

Continua

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domenica, settembre 03, 2006

Intervista a R. Guolo

La lunga (ma interessantissima) intervista concessa da Renzo Guolo a Eleonora Martini su Il Manifesto del 31 agosto scorso è una conferma di molti dei punti espressi dal sottoscritto nell'analisi del comunicato dell'UCOII pubblicata su questo blog il 28 e il 29 agosto. Mi riferisco in particolare a quando Guolo parla dell' "errore di comunicazione". A tal proposito dissi all'epoca "La dirigenza dell’UCOII non è nata l’altro ieri, e quando ha preso quella decisione, l’ha fatto consapevolmente, ben sapendo le conseguenze che tale mossa avrebbe comportato. Quella dell’UCOII è stata anche una mossa politica per guadagnare i consensi della comunità araba ed islamica (e non solo), che non è la prima volta che sente tale paragone e che anzi lo approva". Guolo conferma "Io non lo ritengo tale, ma credo che abbiano risposto ad una pressione delle proprie comunità territoriali di riferimento (...) Hanno avuto bisogno di rilegittimare la leadership sulla comunità di riferimento, il cosiddetto «islam delle moschee», composto prevalentemente da stranieri. Si tratta della prima generazione di immigrati - proveniente prevalentemente dall'area palestinese, egiziana, africana, mediorientale o pakistana - quindi con una visione del mondo che è ancora orientata verso quella parte del pianeta e non tanto e non solo verso la realtà italiana". All'epoca dissi anche che l'UCOII aveva sottovalutato l'eredita simbolica del nazismo e della seconda guerra mondiale, infatti dissi: "Detto questo, torno a ribadire che il paragone tra le stragi naziste e stragi israeliane era improponibile, soprattutto in Italia dove l’alleanza con i nazisti e le leggi razziali rimarranno per sempre un marchio infamante nella storia di questo paese (...) Un giovane cresciuto in un clima occidentale sa invece che cosa rappresenta il Nazismo per l’Occidente in termini di responsabilità collettiva in un dramma umano e quindi stenta ad approvare il paragone dell’UCOII". Anche qui, Guolo conferma quando dice: "Anche se fosse stato un errore di comunicazione sarebbe comunque molto significativo perché vuol dire che non sono stati compresi i codici simbolici della società in cui l'Ucoii è ormai saldamente insediata (...) In ogni caso la dirigenza Ucoii, che è comunque divisa al proprio interno su alcune posizioni, non è capace di indirizzare un dibattito e di sollevare la legittima critica alla politica di Israele in termini che non vengano confusi con l'antisemitismo". Sottoscrivo pienamente le parole di Guolo quando dice: "è chiaro che se i più non hanno ancora la certezza di diventare cittadini italiani - tanto più in un mondo globale - continueranno a guardare più al paese di provenienza e con l'ottica della comunità di origine. E questo è il grande problema: la questione della cittadinanza diventa decisiva per far maturare un mondo islamico italiano dentro la comunità nazionale, con tutto quello che ne consegue in termini di responsabilità politica". Condivido pienamente anche la sua perplessità riguardo alla "carta dei valori" (che ho già espresso nell'analisi sucitata) che verrà proposta in sede di consulta il prossimo mese e il "test per la cittadinanza". Per quanto riguarda invece la Consulta, se si tratta di preservarla come "organo consultivo", personalmente preferirei vederci dentro gente come Guolo, Allievi, Branca, Cardini e altri accademici seri piuttosto che quel gruppo di personaggi che - al di fuori di poche eccezioni - non fa altro che competere per la rappresentatività dei musulmani, senza avere il carisma o la preparazione necessaria per farlo.
INTERVISTA
«La strategia potrebbe essere quella di chiedere molto dando molto, non chiedere molto per dare poco». Renzo Guolo, uno dei massimi esperti italiani dell'islam e dei fondamentalismi moderni, sintetizza così una possibile via al l'integrazione. Insiste su un punto: «Apriamo alla cittadinanza, ma prepariamola con una discussione pubblica che ponga con forza i grandi temi necessari per la convivenza: scuola, pluralismo, diritto di famiglia». Ma avverte: «Bisogna riconoscere ed esaltare la pluralità dell'Islam». «L'Ucoii non è una sacca di arretratezza, fa politica. Ma non va marginalizzata».
C'è chi sostiene, come Stefano Allievi, che l'inserzione dell'Ucoii in cui si equiparava Israele al nazismo sia stato effettivamente un errore di comunicazione, dovuto a scarsa conoscenza della società italiana e della sua memoria storica. Lei cosa ne pensa?
Anche se fosse stato un errore di comunicazione sarebbe comunque molto significativo perché vuol dire che non sono stati compresi i codici simbolici della società in cui l'Ucoii è ormai saldamente insediata. Io non lo ritengo tale, ma credo che abbiano risposto ad una pressione delle proprie comunità territoriali di riferimento. In ogni caso la dirigenza Ucoii, che è comunque divisa al proprio interno su alcune posizioni, non è capace di indirizzare un dibattito e di sollevare la legittima critica alla politica di Israele in termini che non vengano confusi con l'antisemitismo. Hanno avuto bisogno di rilegittimare la leadership sulla comunità di riferimento, il cosiddetto «islam delle moscheee», composto prevalentemente da stranieri. Si tratta della prima generazione di immigrati - proveniente prevalentemente dall'area palestinese, egiziana, africana, mediorientale o pakistana - quindi con una visione del mondo che è ancora orientata verso quella parte del pianeta e non tanto e non solo verso la realtà italiana.
Ma l'Ucoii agisce nell'interesse dell'integrazione o della separazione dalla società circostante?
Si tratta di affinare l'analisi: anche dentro l'Ucoii ci sono molte differenze interne e si è aperto un dibattito. C'è la dirigenza classica, il gruppo che sta attorno al presidente Dachan, che spinge ad una sorta di separazione culturale pur mantenendo, e anzi usandolo, l'accesso ai canali istituzionali perché i costumi islamici non vengano messi in discussione. Costoro considerano la comunità ancora troppo «immatura» per potersi confrontare da subito con temi come quelli proposti da Amato alla Consulta. E infatti c'è anche una pressione dalle comunità territoriali - la cui leadership subisce forti ricambi - a prendere posizione sulle questioni internazionali, in particolare su Israele che è visto come una sorta di nemico permanente. D'altra parte la maggior parte della dirigenza nazionale e locale dell'Ucoii è di filiazione dei Fratelli musulmani, e fa riferimento ad un'ideologia islamista e neotradizionalista. C'è però una seconda fila di dirigenti che non sempre è d'accordo con la leadership storica. Ma questo è un grandissimo problema perché le voci dissenzienti non riescono ad emergere essendo l'Ucoii un'organizzazione iperverticistica. Con una propria ideologia e un forte legame transnazionale: non è un gruppo che si chiude perché trova estraneo ciò che ha attorno, come potrebbe essere la famiglia pakistana di Brescia. La famiglia tradizionale pakistana di Brescia non ci va mai in moschea, non è interessata a quello che dice il leader della comunità.
Non si inscrivono dentro sacche di arretratezza, ma come portatori di ideologie neoconservatrici, è così?
Sì, sapendo bene di vivere in un contesto come quello europeo. L'Ucoii in Italia, l'Uoif in Francia e l'Islamic Relief in Gran Bretagna stanno facendo una grandissima scommessa: quella di costruire un islam islamista in Europa, neotradizionalista e che mantenga una forte alterità culturale, pur rimanendo dentro i circuiti istituzionali.
E quindi competono per la rappresentanza?
Sì, e infatti nella prima proposta di intesa del 1990 l'Ucoii chiedeva di essere riconosciuta come l'unico interlocutore islamico in Italia. Come a dire: noi siamo l'islam ma gli altri no. Ma noi sappiamo che non è così: va messo in evidenza che l'islam è plurale. Se pensiamo alle comunità islamiche come qualcosa di compatto e monolitico pensiamo a qualcosa che non esiste. In più nell'emigrazione musulmana in Italia, contrariamente ad altri paesi europei, non c'è la prevalenza di un gruppo etno-nazionale. Ora, in questa pluralità, ma anche ingovernabilità dell'islam organizzato, ed essendo l'islam sunnita una religione senza chiesa, chi ha più visibilità e contatti con le istituzioni, inevitabilmente assume una rappresentanza che altrimenti difficilmente si strutturerebbe. Anche le polemiche di questi giorni tra i membri interni alla Consulta, al di là del merito della vicenda, rivelano una forte conflittualità e competizione interna. Con l'esigenza di ribadire le proprie credenziali in termini di fedeltà occidentali e di sicurezza, oppure al contrario di rappresentanza di un'alterità culturale religiosa che non vuole farsi irretire in una logica del tutto sistemica. Proprio per questo nell'attuale fase storica è meglio che la Consulta non venga eletta della comunità, che non diventi una sorta di parlamentino, ma rimanga un organo consultivo.
Questo avviene perché la maggioranza dei musulmani in Italia è ancora cittadino straniero?
Sì, ed è chiaro che se i più non hanno ancora la certezza di diventare cittadini italiani - tanto più in un mondo globale - continueranno a guardare più al paese di provenienza e con l'ottica della comunità di origine. E questo è il grande problema: la questione della cittadinanza diventa decisiva per far maturare un mondo islamico italiano dentro la comunità nazionale, con tutto quello che ne consegue in termini di responsabilità politica.
L'inserzione dell'Ucoii non è però un gesto politico che tenta di importare la logica della guerra simbolica?
La dimensione della guerra dei simboli è un elemento chiave. Depotenziarla è uno dei cardini per poter arrivare ad una convivenza civile. Perché poi su posizioni come quelle espresse dall'Ucoii su Israele si innescano reazioni e controreazioni che inevitabilmente, anziché desemantizzare, rafforzano quei simboli e gli fanno assumere un connotato di carattere bellicistico, se non bellico.
E allora, è giusto che l'Ucoii rimanga dentro la Consulta?
Questa è una grande questione perché pone il problema del rapporto tra rappresentatività e affidabilità. Pisanu inizialmente scelse, secondo me giustamente, di inserire pur tra forti polemiche l'Ucoii perché valutò che, contando territorialmente di più di tante altre maggiormente affidabili, lasciarla fuori significava filtrare le domande sociali che provenivano dalle comunità islamiche in termini di affidabilità e sicurezza. Si emarginerebbe una forza che poi potrebbe lavorare per creare una comunità separata. Il problema non deve essere considerato solo dal punto di vista della sicurezza. Forse oggi l'Ucoii è il soggetto chiave della possibilità di costruire, nel senso di interlocuzione con la comunità islamica.
Ma come ci si rapporta all'Ucoii?
Incalzandola. Questo è un punto chiave: le questioni vanno poste pesantemente all'organizzazione. Ma lasciarla fuori significa non vederla, non capire come si muove, anche nella logica dell'integrazione culturale. E poi si tratta di far venire fuori le contraddizioni interne.
Ha senso chiedere di firmare una Carta di valori?
Io non sono un teorico dei documenti, ma il problema non si sarebbe posto se non ci fosse stata quella infelice pubblicazione. Inevitabilmente si rischia di produrre divisioni su un documento che propone una concezione nazionale dell'Islam e politiche dichiarate che, se completamente condivisibili dal punto di vista soggettivo, potrebbero risultare poi impossibili da mettere in pratica. Ma il punto è un altro: le questioni vanno poste per capire come svilupperemo insieme un modello di integrazione e favorire l'adesione a dei valori repubblicani. L'occasione potrebbe essere presa per far discutere fuori dalle stanze del Viminale: chiedere che cosa significa per esempio l'idea di un sistema scolastico, pubblico o privato, scuole religiose o no. Pluralismo, scuola, uguaglianza dei sessi, rapporti con i figli: grandi temi da discutere al di là dell'adesione più o meno strumentale a dei principi, facendo emergere una scena pubblica musulmana. Non basta chiedere da che parte si sta.
Qual è il modello di integrazione possibile e auspicabile in Italia?
Ciascuna delle politiche adottate negli altri paesi europei ha dei limiti e dei vantaggi. Noi dobbiamo costruire un modello che non sia quello multiculturalista britannico, che ha costruito forme di autoghettizzazione, né quello assimilazionista francese, altrettanto limitato come dimostrano le rivolte delle banlieues, e che ci è peraltro precluso perché ci manca sia il repubblicanesimo transalpino che la necessaria laicità dello stato. Siamo in una condizione allo stesso tempo di debolezza, ma anche di opportunità, se usiamo una certa flessibilità. Il passaggio essenziale però è quello della cittadinanza: possiamo costruire integrazione nel momento in cui chiediamo a queste persone di far parte della polis. L'altro elemento chiave è la scuola. Per il sistema scolastico passa oggi ineludibilmente la possibilità di produrre un'integrazione forte. Ma sappiamo di non essere generalmente attrezzati per affrontare problemi di questo tipo. Non si può scaricare ancora una volta una sorta di supplenza istituzionale sugli insegnanti perché affrontino questioni così complicate, come i valori condivisi.
Spesso lei parla di «cittadinanza contro democrazia». Cosa pensa dell'idea espressa sulla pagine di questo giornale da Marco Revelli secondo il quale occorrerebbe una «autorità etica» che regolamenti i rapporti in modo più flessibile, giudicando caso per caso?
Per democrazia intendo un terreno di regole del gioco condivise senza le quali inevitabilmente una società precipita. Dopo di che è ovvio che si deve procedere con forme molto flessibili. Questo è un problema che si pone già oggi la magistratura italiana, che si trova a dirimere conflitti culturali nuovi con strumenti inevitabilmente tagliati su una dimensione nazionale. E invece le forme che citava Revelli, chiamiamole camere di istruttoria o di compensazione, possono essere utili in fase preventiva per evitare di dover affrontare questioni che non possono essere tagliate con l'accetta.
Ma non si rischia di cadere nel relativismo culturale?
Appunto, il rischio c'è. Quando ci troviamo di fronte a casi come quello del liceo Agnesi di Milano (i genitori, musulmani che frequentavano il centro di viale Jenner, minacciavano di far tornare le loro figlie di Egitto se non potevano accedere a classi separate). Forse è difficile accettare quella posizione, come è anche difficile girarsi dall'altra parte e lasciar perdere l'obbligo scolastico. Le deroghe su base identitaria non servono. Però si può evitare di arrivare ad usare strumenti rigidi come quello del diritto in una fase in cui si può ancora discutere. Se quel problema fosse stato posto con molto anticipo, anziché all'inizio dell'anno scolastico, si sarebbero potute trovare sedi di confronto e tentare soluzioni che poi non sono state nemmeno sfiorate. In questo senso non dobbiamo farci irrigidire da una modellistica istituzionale. Per me diventa fondamentale il discorso della «democrazia contro cittadinanza». Dobbiamo dare molto per chiedere molto. Non è difficile, per esempio, introdurre nelle mense un'alimentazione halal, lecita per i musulmani. Ma se alcune amministrazioni, magari leghiste, per impedire l'iscrizione di bambini islamici negano questo diritto è evidente che si è già risolto a priori il problema. Diverso è il discorso se si chiede una classe separata, insegnanti separati, medici e ospedalizzazioni separate e così via. Si tratta di giungere a soluzioni che non vannno a intaccare l'identità religiosa e culturale dei singoli e al contempo non mettano in discussione le identità altrui, fuori dalla logica del modello comunitarista britannico. Non si può chiedere che lo stato si disinteressi degli effetti civili del matrimonio islamico, come fece l'Ucoii nella prima richiesta di intesa nel 1990 poi modificata, perché questo vuol dire automaticamente accettare la poligamia.
E il questi casi?
Si tratta di fare una scelta sulla base all'attuale fase storica. Noi non sappiamo che cosa sarà l'Italia tra 50 anni, ma ora è questa e quindi inevitabilmente dobbiamo fare una scelta in base ad alcuni valori che non siano discriminanti. Anche se è impensabile che quando si fanno delle scelte non si «danneggi» culturalmente qualcuno. Senza che questo possa in alcun modo mettere in conflitto radicale la società a livello locale e nella quotidianità. Bisogna però evitare soluzioni tipiche italiane del faidate: in una classe si mette il crocefisso, in un'altra la maestra lo toglie, in un'altra ancora si appende anche un altro simbolo religioso. Le soluzioni discrezionali e pragmatiche non possono diventare, come dire, caos organizzato.
Crede che sia utile un esame per accedere alla cittadinanza?
Queste sono questioni ormai del tutto formali. Il giuramento sulla costituzione può essere un rito dal punto di vista simbolico, che però ognuno poi vive soggettivamente. Può giurare anche un terrorista islamico che è appena uscito dall'ufficio pubblico e che continua a praticare la sua separatezza culturale e la sua ideologia antagonista. Anche perché le comunità islamiche sono forse oggi il più grande soggetto transnazionale che ci sia sul pianeta. Nel senso che mantengono collegamenti tra loro molto più rilevanti di quanto pensiamo. E questo da un lato non li priva delle loro radici, dall'altro purtroppo impone uno strabismo. Quello che potrebbe essere richiesto è invece la conoscenza della storia della repubblica in cui vanno a vivere e di quali valori esprime. Ma quello che contano sono le politiche pubbliche, che sono il grande tema assente anche in questa discussione sull'islam. Non solo sul campo dei diritti, ma anche sul terreno culturale.
Si dovrebbe pensare ad un'altra intesa con lo stato o sarebbe meglio una nuova legge sulla libertà religiosa?
In questa fase è meglio una buona legge sulla libertà religiosa perché garantisce di più. E va fatta il prima possibile. Anche perché mancano le due condizioni necessarie per un'intesa: che l'islam italiano sia composto prevalentemente da cittadini italiani e che ci sia un minimo di condivisione da parte delle diverse organizzazioni su cosa chiedere. Le proposte presentate in passato dall'Ucoii e dalla Coreis, sono molto diverse tra loro. In altri casi, dalla comunità ebraica alla tavola protestante, sono riusciti a raggiungere un accordo sui temi e si sono presentati come organizzazione unitaria. Per l'islam italiano c'è molta strada da percorrere ancora.

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sabato, settembre 02, 2006

Evasori alla Sartori?

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Certe volte la vita ci riserva piccole soddisfazioni insignificanti, che proprio in quanto tali risultano ancora più gradite.
Ovviamente molti di voi ricorderanno Andrea Sartori, fan sfegatato di Magdi Allam che capita spesso su questo blog per difendere d'ufficio il Vicedirettore ad personam del Corriere, fare propaganda per una sequela di altri nomi imparati a memoria, coprire il sottoscritto di contumelie e infastidire i lettori del blog, il tutto vantando innumerevoli amiche di svariate nazionalità (la fidanzata l'ha lasciato, guarda caso dopo un viaggio in Palestina da cui è tornata con idee completamente diverse dalle sue) e improbabili competenze storiche. Sartori si è distinto, in questi ultimi anni per avere definito il sottoscritto uno “pseudogiornalista”, per avermi dato del “criminale” (aggettivo attribuito anche al Senatore Malabarba e al Giudice Forleo), per aver definito i presunti terroristi di Londra come “miei amichetti” e, ovviamente, per aver difeso la sua degna compare: Stefania Lapenna, detta anche l’Impresentabile trombata.

Due giorni fa, l'On. Dacia Valent, sul suo blog, ci ha regalato una chicca incredibile: un annuncio del Sartori lasciato sul web, dove il nostro disoccupato ventottenne dice di essere alla ricerca di un lavoro. Nell’annuncio in questione, il nostro esterna la sua volontà di fare il “correttore di bozze, redattore o giornalista”, il che spiega molto bene la sua particolare avversione per il sottoscritto che scrive su Il Manifesto. Possiamo dire che la storia della volpe che non arriva all’uva oggi ha una variante significativa: il giornalista mancato che dà dello “pseudogiornalista” invece a chi sui giornali ci scrive. Ovviamente, Sartori ci dirà che quel "fogliaccio comunista" non è alla sua altezza, date le sue ottime capacità e grande esperienza professionale. Un atteggiamento perfettamente comprensibile, dopo un dettagliato esame del suo curriculum...
Sartori infatti dice di parlare un ottimo inglese e un ottimo francese (almeno così dice lui) e di avere una discreta comprensione dello spagnolo e del cinese (in altre parole, sa solo dire “Buongiorno e buonasera”). Un po’ pochino per uno che vanta così tante amiche nel mondo, ma non importa. Oltre alle mirabolanti conoscenze linguistiche, Sartori vanta anche una “laurea in storia antica”…Oddio, è vero che alla luce di alcune “analisi” espresse dal soggetto, suggerirei un’attento esame del titolo in questione, ma possiamo lasciare questo bravo giovinetto disoccupato in un’epoca in cui basta avere Gente sul comodino per scrivere saggi per la Mondadori? A questo prezioso titolo di studi, che dimostra che non siamo nell’Italia dei “tuttologi di professione”, come direbbe Magdi Allam, si aggiungono valide esperienze lavorative: quella di ripetitore per studenti delle superiori (attività che spero sia stata regolarmente dichiarata al fisco) e sguattero nelle cucine di un ristorante italiano a Londra, presumibilmente durante le vacanze estive.

Modestamente, posso suggerire a Sartori il ruolo di “correttore di bozze”. Sinceramente mi meraviglia che il nostro Vicedirettore non sia ancora riuscito a trovargli un’occupazione al Corriere o in qualche altro giornale, tipo che ne so, La Padania. Insomma, lo sforzo immane svolto da Sartori nel difenderlo in giro per il web merita pure qualche ricompensa, o forse Allam ritiene Sartori tanto stupido da non osare raccomandarlo da qualche parte, preferendo lasciarlo sulla prima pagina del suo forum e magari riservandogli qualche ruolo nel suo prossimo partito? (Sartori, fatti furbo: se Allam non vorrà perdere un prezioso sostenitore alle prossime elezioni, qualche occupazione al Corriere te la troverà. Chiedi e ti sarà dato. Non scordarti di ringraziarmi però, per averti messo sulla strada giusta. Potresti anche portargli una lettera di referenze dal ristorante londinese dove hai lavorato: sono cose che aiutano moltissimo, in queste faccende).
Peccato che l’unico posto che abbia in mente per Sartori, data la sua vasta esperienza professionale, sia tuttora saldamente occupato. Per ora si dovrà quindi limitare ad un posto ben meritato nella nuova sezione intitolata "I miei giullari", nella colonna a destra, accanto a ottime compagnie e vecchie conoscenze, quali Stefania Lapenna e l'Energumeno Castruccio. Spero di aver accontentato chi mi ha fermato sotto il palco della Settimana Mediterranea di Milano per chiedermi: "Ma questo Sartori, chi è esattamente?".

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venerdì, settembre 01, 2006

Davvero non riuscite a vedere?

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Sono davvero curioso di sapere che cosa sarebbe successo se qualcuno si fosse azzardato a dire in Italia "Ma non può essere che coloro che impallidiscono per ogni svastica dipinta su una tomba in Francia e per ogni titolo antisemita apparso nei giornali locali spagnoli non sappiano come ottenere queste informazioni (sulle sofferenze dei palestinesi,ndr), e che non impallidiscano e si sentano oltraggiati". Fortunatamente non lo dice uno scalmanato fondamentalista islamico, ma la giornalista israeliana Amira Hass, sul quotidiano israeliano Haaretz.
Di Amira Hass

Tratto dal quotidiano Haaretz, 30/08/06
Lasciamo da parte quegli israeliani la cui ideologia sostiene che l’espulsione della popolazione palestinese dalle sue terre è giusta perché “Dio ci ha prescelto”. Lasciamo da parte i giudici che danno copertura ad ogni politica militare volta ad uccidere e a distruggere. Lasciamo da parte i comandanti militari che deliberatamente imprigionano un intera nazione in recinti circondati da mura, fortificati da torrette, pistole, filo spinato proiettori di luce accecanti. Lasciamo da parte i ministri. Tutti questi non vengono presi in considerazione come collaboratori. Coloro sono gli architetti, i pianificatori, i disegnatori, gli esecutori.

Ma ce ne sono altri. Storici e matematici, editori famosi, star dei media, psicologi e dottori di famiglia, avvocati, che non vogliono sostenere Gush Emunin e Kadima, insegnanti ed educatori, amanti delle escursioni e delle canzoni di gruppo, maghi dell’high tech. Dove siete? E che ne è di voi, studiosi del Nazismo, dell’Olocausto e dei Gulag sovietici? Potreste davvero essere favorevoli a leggi sistematicamente discriminanti? Leggi che dichiarano che gli Arabi della Galilea non saranno neanche compensati dai danni della guerra con la stessa cifra che compete ai loro vicini ebrei (Aryeh Dayan, Haaretz, 21 Agosto).

E’ possibile che siate tutti a favore di una legge di cittadinanza razzista che proibisce agli arabi israeliani di vivere con le loro famiglie nelle proprie case? Che continuate con l’espropriazione delle terre e la demolizione di ulteriori frutteti, per la costruzione di un nuovo blocco di insediamenti e per un'altra strada solo ed esclusivamente per gli ebrei? Che tutti sosteniate i bombardamenti e l’uccisione di vecchi e giovani nella Striscia di Gaza? E’ possibile che tutti voi concordiate sul fatto che un terzo della Cisgiordania (La Valle del Giordano) dovrebbe essere off limit per i palestinesi? Che tutti sosteniate una politica israeliana che proibisce a decine di migliaia di palestinesi che hanno ottenuto una cittadinanza straniera di ritornare dalle loro famiglie nei territori occupati?

Possibile che la vostra mente abbia accettato un lavaggio del cervello in nome della sicurezza, usata per impedire agli studenti di Gaza di studiare terapia dell’occupazione a Betlemme e medicina ad Abu Dis, e impedendo alle persone malate di Rafah di ricevere cure mediche a Ramallah? Trovereste altrettanto facile nascondersi dietro la spiegazione “noi non ne abbiamo idea”: non avevamo idea che la discriminazione attuata nella distribuzione dell’acqua – che è esclusivamente controllata da Israele – lasci migliaia di famiglie palestinesi senza acqua durante i caldi mesi estivi; non avevamo idea che quando l’IDF blocca l’entrata dei villaggi, blocca anche i loro accessi alle fonti o alle cisterne d’acqua.

Ma non può proprio essere che non vediate i cancelli di ferro lungo la superstrada 344 in Cisgiordania, che bloccano l’accesso ai palestinesi dei villaggi che percorre. Non è possibile che sosteniate l’impedimento dell’accesso a migliaia di contadini alle loro terre e piantagioni, che sosteniate la quarantena di Gaza che impedisce l’entrata di medicinali per gli ospedali, il disagio elettrico e la fornitura d’acqua a un 1.4 milioni di esseri umani, chiudendo il loro unico accesso al mondo per mesi.

E’ possibile che non sappiate che cosa stia succedendo a 15 minuti dalle vostre facoltà e dai vostri uffici? E’ plausibile che sosteniate il sistema in base al quale i soldati ebrei, ai checkpoint nel cuore della Cisgiordania, lascino decine di migliaia di persone aspettare ogni giorno per ore e ore sotto il sole cuocente, mentre selezionano: ai residente di Nablus e Tul Karm non è permesso passare, dai 35 anni in giù, yallah, tornate a Jenin, ai residenti del villaggio di Salem non è neanche permesso trovarsi qui, una donna malata che salta la fila deve imparare la lezione e sarà deliberatamente trattenuta per ore. Il sito di Machsom Watch’s è accessibile a tutti; in esso sono raccolte innumerevoli testimonianze e peggio, la routine del giorno dopo giorno. Ma non può essere che coloro che impallidiscono per ogni svastica dipinta su una tomba in Francia e per ogni titolo antisemita apparso nei giornali locali spagnoli non sappiano come ottenere queste informazioni, e che non impallidiscano e si sentano oltraggiati.

Come ebrei tutti godiamo del privilegio datoci da Israele, e ciò ci rende tutti collaboratori. La questione è che cosa fa ognuno di noi nella propria vita quotidiana, in modo diretto o indiretto, per minimizzare la cooperazione con un regime che opprime ed espropria e che non si sazia mai. Firmare una petizione e scalpitare non servirà. Israele è una democrazia per i suoi ebrei. Le nostre vite non sono in pericolo, non saremo imprigionati nei campi di concentramento, i nostri mezzi non saranno danneggiati e la ricreazione nella campagna o all’estero non ci sarà negata. Per questo, il peso della collaborazione e di una diretta responsabilità è inequivocabilmente pesante.

Traduzione dall’inglese all’italiano a cura di Teresa Maisano
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