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martedì 31 ottobre 2006

Saluti da Saddam

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Anche se con un po' di ritardo, ci tenevo a far giungere ai lettori di questo blog il messaggio inviato dall'ex-Presidente Saddam Hussein. No, non sto scherzando.

Alcuni giorni fa, in effetti, ho avuto l'onore di essere uno dei relatori invitati a parlare de "Il Processo a Saddam Hussein", argomento a cui è stato dedicato uno degli appuntamenti più in vista dell'edizione 2006 di Festival Storia. Il Festival, ideato e diretto dal professor Angelo d’Orsi, docente di Storia del Pensiero Politico Contemporaneo presso l'Università degli Studi di Torino, nasce con l’obiettivo di realizzare una rassegna internazionale di public history: quattro giorni di iniziative diversificate, rivolte a un ampio pubblico, nelle quali trasmissione della conoscenza e capacità di intrattenimento siano sempre contraddistinte da un rigoroso scrupolo scientifico. In effetti la manifestazione si avvale di un Comitato Scientifico internazionale di tutto rispetto, attualmente composto dagli storici Aldo Agosti (Università di Torino), Luciano Canfora (Università di Bari), Paola Carucci (Università “La Sapienza” di Roma), Victoria de Grazia (Columbia University, New York), Giuseppe Galasso (Università “Federico II” di Napoli), Gilles Pécout (École Normale Supérieure di Parigi), José Enrique Ruiz-Doménec (Universidad Autónoma de Barcelona), Giuseppe Sergi (Università di Torino), Françoise Waquet (Centre National de la Recherche Scientifique, Parigi).

Il tema della II Edizione era "Il processo nei secoli", al quale si è voluto premettere, a mo’ di titolo, “Imputato, alzatevi!”, una frase canonica tante volte letta o udita nei gialli degli scorsi decenni. Il Festival ha quindi proposto una ricca selezione di processi, dall'antichità ai nostri giorni: processi che hanno avuto un peso dal punto di vista dei cambiamenti di costume, processi emblematici – a carattere politico, religioso, di opinion – che hanno svolto un ruolo importante, su diversi piani (istituzionale, giudiziario, sociale…) nelle diverse epoche in cui si sono celebrati, segnando cesure, ponendo problemi alla coscienza dei contemporanei. Il primo era quello a Gesù Cristo, di cui si è parlato con Giovanni Filoramo, Padre Samir Khalil Samir, Ermis Segatti, Giorgio Bouchard, Rav Alberto Moshe Somekh, Ida Zatelli, Habib Tengour, Gustavo Zagrebelsky e Carlo Augusto Viano. Poi, fra gli altri, si è parlato anche del processo a Luigi XVI, di quello mancato a Napoleone Bonaparte, Norimberga, Eichmann, i processi dell'inquisizione, alla mafia, quelli finanziari ecc ecc. Tra i numerosissimi ospiti invitati a parlarne anche Marco Travaglio, Peter Gomez e Mario Almerighi. Insomma, c'era veramente l'imbarazzo della scelta. Uno degli appuntamenti conclusivi, infine, era quello dedicato appunto a Saddam Hussein. Se n'è parlato con Claudio Moffa, docente di Diritto e Storia dell'Africa e dell'Asia e direttore del Master Enrico Mattei in Medio Oriente (Università di Teramo), Augusto Sinagra, docente di Diritto delle Comunità europee e internazionale (Università di Roma "La Sapienza"), il sottoscritto e Ziad Najdawi, membro del consiglio difensivo di Saddam Hussein, che ha portato un messaggio da parte del presidente deposto. In particolare, Saddam Hussein, "ogni volta che sente di un soldato italiano ferito o caduto vittima di un attacco in Iraq, si sente profondamente addolorato" e "ringrazia il popolo italiano per aver esercitato pressione sul proprio governo per indurlo a ritirare le sue forze dal territorio dell'Iraq, che ha sempre intrattenuto con l'Italia proficui e costruttivi rapporti di amicizia".

Quello che è emerso, unanimamente, dal dibattito moderato da Mimmo Càndito, inviato de “La Stampa”, docente di Giornalismo presso l'Università di Genova nonché presidente italiano di “Reporter senza frontiere” di fronte ad un teatro incredibilmente gremito fino a Mezzanotte passata, è che il processo a Saddam è sostanzialmente una montatura statunitense destinata a distogliere l'attenzione dall'illegalità della guerra, dalle menzogne raccontate per giustificarla e dall'attuale disastro militare da cui l'amministrazione statunitense non sa come uscire. La Risoluzione 1511 del Consiglio di Sicurezza nelle Nazioni unite del 16 Ottobre 2003, che ha legalizzato la presenza delle forza d’occupazione in Iraq non ha cancellato a posteriori - e non avrebbe comunque potuto farlo - la lesione del diritto internazionale di cui si sono resi responsabili gli Stati Uniti e i loro alleati. Il tribunale istituito per processare Saddam è quindi illegale per tutta una serie di motivi: 1) è stato istituito dalle forze occupanti 2) non offre le minime garanzie di imparzialità verso l’accusato e di autonomia nei confronti dell'occupante 3) sono assenti le norme di diritto positivo iracheno sulla base delle quali giudicare i crimini del presidente deposto 4) il Tribunale applica pene non previste dall'ordinamento penale nel momento in cui i comportamenti (successivamente considerati illeciti) sono stati tenuti 5) la concessione ai giudici di una discrezionalità così ampia da attribuire loro un vero e proprio potere normativo... e tutta una serie di altri accorgimenti legali che dimostrano che quello è un tribunale che processa un imputato la cui condanna è stata già scritta, a prescindere, sulla base di una volontà politica che non è nemmeno quella degli iracheni. Questa è l'opinione che deve trarre chiunque si trovi ad affrontare l'argomento in buona fede, ovviamente. Non è quindi casuale che Angelo D'Orsi, direttore del Festival, abbia voluto sottolineare su L'Espresso che "D'altra parte, al Festival della Storia è invitato chi è ritenuto un interlocutore competente". Forse proprio per questo motivo non ho visto Magdi Allam in giro. Ma che i suoi fan non si preoccupino: ho provveduto a segnalare al pubblico, con dovizia di particolari, l'interessantissimo..ehm.. "saggio" basato sul settimanale Gente e le congiunzioni astrali che il "più grande esperto di cose islamiche in Italia" aveva dedicato al dittatore deposto.

lunedì 30 ottobre 2006

Oltre la "Questione Islamica"

Credo che sia ormai evidente anche al più sprovveduto "uomo di strada" che qualcuno, nei partiti politici e negli organi di informazione, ha scelto di distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dai veri problemi dell'Italia concentrandola invece sulla minoranza islamica che risiede in questo paese. Di fronte all'incalzare delle Bancopoli, Calciopoli, Valletopoli, Telecomopoli, Sismopoli, all'economia allo sfracello, al debito pubblico in caduta libera, alla tensione sociale giunta allo stesso livello di quella del Dopoguerra fra partigiani rossi, bianchi e fascisti, all'informazione che fa cabaret, ai comici che fanno informazione, ai tossicomani che fanno i politici, agli aspiranti politici che fanno i giornalisti, il problema sono...i musulmani. E così non passa giorno senza che si parli di qualcosa che riguarda queste strane creature approdate sul suolo italico: se non è la scuola araba di Milano è la costruenda Moschea di Genova, e se non è la Moschea allora è il Velo che portano le donne musulmane e così via.
Mi viene in mente un aneddoto raccontatomi da un esponente politico piemontese: "Ogni settimana mi chiama un giornalista per chiederemi: allora, avete intenzione di costruire la moschea? Possiamo uscire con il titolo "Il comune vuole la moschea"?. Di fronte all'ovvia risposta "Veramente non si è mai parlato di una moschea, e non ci risultano domande in tal senso", l'altro risponde: "Perfetto! Allora usciamo con il titolo: "Il comune non vuole la moschea!". E' palese quindi che i media si ingegnano nel costruire ed alimentare un caso dal nulla, nel tirare fuori nuove tematiche destinate a tenere alta la soglia dell'attenzione pubblica nei confronti della "questione islamica" in questo clima di "Guerra mondiale al terrorismo" che ha conseguenze molto serie sull'economia nazionale, a cominciare dal prezzo del petrolio. E' una tecnica sperimentata più volte nel corso della storia: nel disastroso clima economico della Prima guerra mondiale, fu la "Questione ebraica" a tenere viva ed effervescente, e soprattutto indirizzata altrove, l'attenzione del popolo tedesco.
Da quanti anni le donne musulmane portano il velo? Eppure - chissà come mai - proprio in questi giorni è un susseguirsi di trasmissioni, servizi e speciali che se ne occupano. Come se le donne islamiche avessero cominciato a mettere (anzi, sarebbe corretto dire "rimettere") il velo ieri, e non più di venti anni fa. Da quanti anni era in funzione la scuola araba di Milano, in mezzo all'indifferenza generale...Dieci, quindici anni? Eppure proprio in questi mesi salta fuori il "problema" ed è una denuncia corale e appassionata dell'inagibilità della scuola in questione. Da quanto tempo è in progetto la costruzione della moschea di Genova? Considerati i tempi burocratici, le richieste e domande che hanno percorso tutto l'iter ufficiale fino ad approdare alla decisione finale, come minimo ci hanno impiegato qualche annetto. Eppure solo l'altro giorno scoppia "lo scandalo". Quando ad un certo punto cominciano a fioccare come funghi questi "scoop", l'intenzione manipolatrice dei media è lampante. E quando i media manipolano, la volontà politica che si cela dietro di essi è innegabile.
Le statistiche affermano che le scuole milanesi che possono vantare un certificato di agibilità statica sono solamente il 55,12%, quello di agibilità igienico-sanitaria solo il 32,20% e quello di prevenzione incendi appena il 28,18%, ma il problema è la scuola araba. Milliardi di fondi pubblici sono destinati al sostentamento e al finanziamento di numerose confessioni religiose, grazie al meccanismo dell'otto per mille e alla deduzione dall'imponibile fiscale dell'esborso diretto ad una confessione religiosa, ma il problema è una moschea che sorgerà grazie alle offerte raccolte direttamente dai fedeli per anni. In Italia il tasso di fertilità è uno dei più bassi d'Europa (e sono sempre più numerose le coppie benestanti che si accontentano di un solo figlio, allorché potrebbero benissimo permettersene due) e negli ultimi anni si è innalzato solo grazie alla presenza straniera, ma il problema vero sono i musulmani che fanno figli "come topi". A questo aggiungiamo tutta una serie di problemi reali ed immediati quale l'emergenza rifiuti a Napoli -tanto per fare un esempio - che ha trasformato un'intera città in una periferia degna del terzo mondo. Eppure il problema, quello vero, sono i musulmani che "ci invadono".
Se la paura è che i musulmani "invadino" l'Italia con le loro scuole e le loro moschee, allora vige la sensazione che l'Italia stia attraversando un periodo di decadenza. Ma la decadenza non è, si badi bene, "morale o valoriale", e non la si supera innalzando i vessili delle civiltà superiori e dei valori dell'Occidente da esportare: è una decadenza materiale, economica, tangibile, che si vede nei pensionati che rovistano nei rifiuti per trovare qualcosa da mettere sotto i denti, negli impiegati che non ce la fanno ad arrivare a fine mese, nel precariato dei giovani allo sbando che preferiscono la convivenza al matrimonio, nella fuga dei cervelli, nella spazzatura che si accumula lungo le strade delle città, nelle scuole che devono chiudere per evitare un'epidemia di Colera (altro che scuola araba), nei politici che si spiano e censurano le trasmissioni quando spiati.
La domanda sorge spontanea: perché i politici tanto solerti nell'esprimere un'opinione sull'Islam, le parlamentari battagliere che vorrebbero liberare le donne musulmane dal velo, i giornalisti e gli opinion-maker che si battono affinché sia impedita la costruzione di una moschea, e i loro vari sostenitori non denunciano con forza questi problemi e questa decadenza, prima di concentrarsi sui musulmani? L'unico modo per evitare "l'invasione" dei musulmani, è evitare che l'Italia diventi un terreno "di conquista" con le proprie mancanze. Sarebbe quindi opportuno che tutta quella bella gente - che non ha altro da fare che occuparsi dei musulmani, dei loro usi e costumi e delle loro condizioni di vita nei loro paesi di origine - si occupi della propria economia, del proprio welfare, dei propri anziani e dei propri figli, e poi - solo nel tempo libero - pure dei musulmani. Come minimo, in futuro, si risparmieranno le battute al vetriolo del Premier russo.
"Il Cremlino non può accettare lezioni di democrazia da Paesi come la Spagna, in cui molti sindaci sono sotto inchiesta per corruzione; o dall'Italia, dove è nata una parola come mafia".

giovedì 26 ottobre 2006

Delirio

Leggo in giro che a Porta a Porta è stata invitata una giovane ragazza di origine egiziana, nata a Milano, che afferma "l'islamicità" della lapidazione. La domanda sorge spontanea: ma chi è che segnala a Vespa e ai media in generale questi personaggi?

mercoledì 25 ottobre 2006

Lettera di Fini

Consiglio la lettura della lettera inviata da Gianfranco Fini al Corriere: nei prossimi giorni aggiungerò le mie considerazioni sulla tematica, anche alla luce della lettera inviata dall'amico e concittadino Karim Metref.

martedì 24 ottobre 2006

Lettera di Metref

Ricevo e ripubblico con la visibilita' che si merita questo commento di Karim Metref (*)
Caro Sherif,
Premesso che sono d’accordo con te sul clima di caccia alle streghe e sul fatto che le pressioni esercitate sulle donne perché non indossino il velo sono in fondo della stessa natura di quelle che invece vogliono farglielo indossare a tutti i costi. Sempre di controllo del corpo della donna si tratta. Barba e qamis, per gli uomini, non creano tutto questo scompiglio.
Però permettimi di dissentire con le tue dichiarazioni che il velo non c’entra niente con l’oppressione della donna. Tu lo sai benissimo che il così detto velo islamico o in arabo Hidjab è una specie di uniforme istituito dai movimenti integralisti e che si è diffuso poco a poco grazie alla pesante apparato di propaganda istituiti dai paesi del Golfo (Arabia Saudita e Koweit in testa) dagli anni 70 ad oggi.
Se tu prendi una foto scattata negli anni 80 in qualsiasi paese musulmano (eccetti quelli del golfo appunto), e ce n’è una ad esempio anche nel tuo libro La dimora della felicità, è difficile vedere una donna velata con quello che si chiama Hidjab e che è indossato ugualmente da Agadir fino all’isola di Borneo. È successo qualcosa nel frattempo che ha fatto sì che una donna per essere musulmana deve indossare un uniforme.
Le donne una volta portavano vestiti e basta. Questi vestiti potevano essere tradizionali o moderni, rurali o cittadini, fatti con quella o quell’altra materia secondo vari criteri, e più o meno coprenti anche qua secondo cultura, clima, tipo di economia, tipo di ambiente (urbano o rurale)… Oggi ci sono due categorie di donne musulmane quelle con il velo e quelle senza. Una donna marocchina vestita con la djellaba tradizionale dirà che è vestita così perché lo ha sempre fatto, perché l’ha trovato così, perché non lo sa esattamente… mentre una donna vestita con il Hidjab “ufficiale” dirà che lo fa perché è costretta o perché è una scelta di fede. Come se quella con la Djellaba non fosse della stessa fede. È questo il punto.
Tu lo sai benissimo, che il movimento integralista quando è apparso, come ogni movimento fascista, ha cercato di far distinguere i suoi fedeli dal resto della società imponendo loro vestiti, barba, profumi… Aderire al loro movimento voleva dire cambiare e distinguersi dal resto della massa. Poi mano a mano che il loro numero cresceva e che la loro influenza sulla società aumentava, altri meno impegnati hanno cominciato ad imitargli (nel caso maschile), nel caso femminile i militanti prima hanno obbligato mogli e figlie e sorelle a indossare “l’uniforme”. Certo che tra i militanti della prima ora c’erano anche tantissime donne e quelle lo indossavano per scelta.
Ma quando andavo io all’università, c’erano i “Khouangi” (sopranome dato in Algeria agli integralisti) Maschi, con Barba e qamis, e le “Khouangiyat” femmine, con Hidjab, e poi c’era il resto della società. Ora se siamo d’accordo che il Hidjab, come Barba e qamis, è apparso prima come uniforme del movimento integralista e se siamo d’accordo che il movimento integralista è un movimento che fa una lettura retrograda dell’Islam e che vuole attuare oggi letture antiquate che considerano la donna come una eterna minorenne. Non si può non considerare il Hidjab come un simbolo di sottomissione.
Poi che questo simbolo sia adottato da giovani donne per scelta propria e liberamente a volte anche come segno di ribellione, questo non cambia la sua natura iniziale. È un po’ come se uno scegliesse di indossare (esagerando un po’ le cose) un collare da cane. Ora è una scelta libera, lo fa per scelta di fede (perché aderisce ad una setta qualsiasi, o per pura provocazione nei confronti degli altri. Ma rimane che il collare da cane ha un anello per attaccare il guinzaglio e quindi non si può dire che non è un simbolo di schiavitù. Poi le forme di pressione sono tante. Oggi, negli ambienti dove è molto diffuso il hidjab.
Ci sono tante famiglie che non lo fanno indossare alle proprie figlie, ma le figlie lo indossano lo stesso, anche contro il parere dei padri e delle madri che sono laici… Perché fuori c’è una pressione terribile. In certi ambienti se non hai il velo sei una donna facile allora ti becchi tutti i frustrati maschi che ti corrono dietro, oppure non hai nessuna chance di sposarti o è quella l’impressione che hai, o quello di cui cercano di convincerti le tue compagne…
Ora non voglio fare il Magdi ALLAM di turno e dipingere tutto in nero. Ma non voglio nemmeno presentare un quadro primaverile, quando in realtà sappiamo sia te che me che dalle nostre parti regna l’inverno. Un inverno lungo e tanto tanto scuro. Possiamo solo sperare che qualche rondine ci porti la primavera.
Karim METREF
(*) Karim Metref, nato in Algeria nel 1967, dopo studi di scienze dell’educazione ha lavorato come insegnante per circa dieci anni in Algeria. Contemporaneamente ha messo il suo massimo impegno nella militanza per i diritti culturali dei Berberi e per l’accesso ai diritti democratici in Algeria. Il giornalismo e la scrittura sono strumenti per veicolare le sue convinzioni politiche e le nuove forme di pedagogia che ha imparato e ha contribuito a diffondere come formatore a partire dal 1998 (anno del suo trasferimento in Italia) dopo varie specializzazioni in educazione alla pace e alla nonviolenza, intercultura e gestione nonviolenta dei conflitti. E' autore di "Baghdad e la sua gente".

lunedì 23 ottobre 2006

Menti velate e veli liberati

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Ieri, l'Ansa ha battuto la notizia di un'egiziana che ha divorziato dal marito, dopo 40 anni di matrimonio, per poter indossare un velo che le incornici il viso. Naama, 63 anni, madre di quattro figli e nonna di nove nipoti, ha preferito lasciare il marito, un oftalmologo di 65 anni, perchè lui le consigliava piuttosto di portare un foulard leggero che coprisse solo i capelli, a mò di cuffia. La notizia la dice lunga sull'infondatezza delle "analisi" che vengono propinate in questi giorni sul velo: non è un'imposizione maschilista, non è uno strumento inventato dagli uomini per sottomettere le donne. Sono proprio quest'ultime a volerlo, con tutte le loro forze. E ve lo dice uno che non è certo un sostenitore del velo, pesante o leggero, integrale o parziale che sia. Non voglio entrare nel merito delle interpretazioni dei versetti coranici sul velo. Quest'ultimo, infatti, è ben più antico del Corano e di Maometto: è attestato tanto nell'impero persiano quanto nei quadri occidentali che raffigurano Madonne e sante. Ma - per quanto mi riguarda almeno - la fede è una questione ben più profonda dell'ostentazione di un capo coperto (nel caso delle donne) o di una barba e una tonaca (nel caso degli uomini, convinti di seguire "l'esempio del Profeta"). Ho visto tante donne velate e tanti uomini barbuti e intonacati comportarsi in modi tutt'altro che corretti nei confronti dei poveri e dei bisognosi: non sarà il velo o la barba a farne, ai miei occhi, dei musulmani migliori. E poi sinceramente mi offendo, come uomo, quando il velo viene presentato come uno strumento per "proteggere le donne" da occhi indiscreti. Non dovrebbe esserci bisogno di un velo, per non guardare la donna come una potenziale preda.
Un conto però è essere contrari al velo come simbolo esclusivo e totalizzante di osservanza religiosa femminile, un altro è quello di demonizzarlo e fantasticare, come fanno gli "esperti" nostrani, di "una maggioranza di donne musulmane sottomesse" che non lo vuole e che anzi vorrebbe addirittura "liberarsene". Passi pure l'On. Santanché (pare che si accinga ad occupare il posto di Vicedirettore ad personam del Corriere, scorta inclusa), ma i nostri "musulmani moderati" hanno mai tentato di discutere con le donne musulmane nei loro ex-paesi di origine - incluse quelle colte, quelle laureate, quelle che lavorano, quelle che studiano, quelle economicamente indipendenti, persino quelle appartenenti a classi decisamente agiate - per constatare con i propri occhi che sono proprio loro le prime sostenitrici del velo? Eppure all'inizio del secolo, in particolare in Egitto, furono - di nuovo - proprio loro a toglierselo per prime dando vita al movimento femminista arabo. Ciò significa che quando vogliono ce la fanno benissimo da sole. Non è vero che le donne musulmane non vogliono mettere il velo: anzi, fanno a gara per convincere un numero sempre maggiore delle loro correligionarie ad indossarlo. Ve lo dice uno che in questi anni ha visto sempre più donne musulmane tentare di convincere altre conoscenti, e persino sconosciute incontrate sui pullam e nei mercati, a seguire il loro esempio.
La favoletta del velo come strumento di oppressione e di prevaricazione maschile è, appunto, una favoletta. Ci sono numerosissimi motivi per cui le donne arabe portano oggi il velo, tipo le abitudini importate dagli emigrati nei paesi del Golfo che fanno ritorno in patria o l'istruzione impartita sin dalla più tenera età: è difficile per una donna che ha vissuto trent'anni della propria vita in Arabia Saudita accanto al marito o abituata ad indossare il velo sin da giovane, seguendo tra l'altro l'esempio della madre, a toglierlo: si sente nuda. Poi c'è anche la sensibilità nei confronti di un messaggio che ne sottolinea il valore spirituale: una sola attrice famosa, invecchiata e in pensione, che decida di "pentirsi" ed indossarlo vanifica decenni di diffusione di videoclip "alla MTV", divieti di immagini di donne velate sui testi scolastici, e restrizioni sul velo negli uffici pubblici, da parte dei governi laici. Spesso c'entra pure la moda, la tendenza del momento, la voglia di non apparire diversa o a disagio in mezzo ad una maggioranza di compagne velate, la pressione delle vicine di casa e delle colleghe nei posti di lavoro. Quanto al velo come messaggio politico, ebbene si, anche questo può accadere. Ma succede laddove la situazione politica o economica non riesce a fare da contraltare all'influenza della propaganda religiosa, tesa a fornire un modello alternativo a quello fallito e corrotto del potere laico. Le donne iraniane che non indossavano il velo all'epoca di Khomeini erano, agli occhi delle masse, quelle che si riconoscevano nello Shah e nel suo regime corrotto. Nell'Iraq laico e nazionalista di Saddam Hussein sono bastati dieci anni di embargo e di bombardamenti per trasformare una delle società femminili più emancipate del Medio Oriente in un esercito di donne velate, coperte dalla mantella, l'"abaya", tipica delle loro nonne quando vivevano in campagna.
Il problema non è il velo, le donne musulmane dovrebbero essere libere di indossarlo e di sfoggiarlo in mille colori e mille forme, così come altre sono libere di sculettare in abiti succinti nelle trasmissioni televisive e sulle scrivanie dei politici che procurano loro i contratti. Sbaglia chi vorrebbe vietarlo per legge: ci hanno provato in Turchia in tutte le salse e poi hanno avuto un premier con la moglie velata. Il punto non è indossare il velo, o ciò che rappresenta questa scelta: le donne velate sono contentissime ed orgogliosissime di indossarlo, non vogliono essere liberate da nessuno e non hanno nemmeno bisogno dell'aiuto di un Imam che perde le staffe prestandosi a consolidare l'immagine del dispensatore di fatwe per difendersi (non avendo seguito la puntata incriminata di Controcorrente, mi limito a commentare ciò che riportano i media, ossia che tale Abu Shuwaima avrebbe tacciato di "infedele" l'On. Santanché). Il problema è, semmai, quando dal velo si passa al Niqab, cioè alla tenda nera che copre il volto e che non è prescritta da nessuna parte nel Corano. O quando con la scusa di coprirsi si scade nel ridicolo, fino a fare il bagno in mare coperte da capo ai piedi con tonache, veli e chi più ne ha più ne metta col rischio addirittura di annegare. O quando un'impiegata velata si rifiuta di fornire informazioni ad una cliente non velata, poiché sarebbe una "poco di buono". Più che liberare le donne islamiche dal velo, quindi, bisognerebbe liberare il velo dal significato estremista e strumentale che molte donne islamiche gli attribuiscono.

venerdì 20 ottobre 2006

Fini e la Mezzaluna

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Agenzie e estratti vari e commento mio.
Roma, 19 ott. - (Aki) - È positiva la reazione della comunità islamica in Italia nei confronti del leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, che ha criticato duramente l'ultimo film del regista Renzo Martinelli, "Il mercante di Pietre". Dopo aver partecipato a una proiezione del film organizzata ieri da alcuni esponenti del suo stesso partito a Roma, il leader di An ha bollato la pellicola che racconta la storia di un terrorista islamico come «propaganda becera», aggiungendo poi che la trama non sarebbe credibile. Questa presa di posizione è stata accolta con soddisfazione da molti esponenti musulmani italiani, che già nelle scorse settimane avevano criticato il messaggio di demonizzazione dell'Islam che emerge dal film. «La destra seria non è caduta nella trappola accattivante della teoria secondo la quale non tutti i musulmani sono terroristi, ma tutti i terroristi sono musumani - afferma Ali Schuetz, esponente della comunità islamica milanese e consulente del film "Il mercante di pietre" - questa teoria che nel film viene ribadita, sostiene che l'Islam sia un pericolo per la società occidentale. È una teoria che come la trama non sta in piedi perché un conto è dire che esiste il pericolo del terrorismo e un'altro è dire che esiste il pericolo dei musulmani in generale. Credo che dietro questa sua reazione ci siano anche degli aspetti che derivino dal suo essere stato fino a pochi mesi fa ministro degli Esteri. Come al tempo della provocazione della tshirt del leghista Roberto Calderoli, lui si rende conto che se all'estero fosse diffuso questo film come prodotto italiano ci potrebbero essere ripercussioni per il nostro paese. Purtroppo l'opera di Martinelli rientra in una logica di tipo leghista, che tende all'islamofobia». In passato Schuetz aveva già criticato la pellicola, spiegando di aver presentato le sue riserve al regista anche in sede di lavorazione dell'opera, senza essere ascoltato.
(Aki) - Della stessa opinione è anche il portavoce dell'Ucoii Hamza Piccardo, secondo cui quella di Fini è la reazione di chi non ha intenzione di speculare sullo scontro di civiltà. «Purtroppo tra i politici c'è chi parla e agisce per far sapere che ha parlato e agito e chi invece non ha bisogno di pubblicità e quando parla lo fa con convinzione profonda. A questa seconda categoria appartiene Gianfranco Fini. Oltre alle tante cose che ci dividono, ci unisce un comune sentimento di estetica cinematografica e una valutazione politica sulla necessità che anche le arti contribuiscano all'incontro tra gli uomini e non speculino sulle paure in vista di propiziare uno scontro. Un uomo come lui guarda lontano e non ha bisogno di queste cose per far parlare di se». Più dura infine è stata la reazione di Sherif El Sebaie, esponente della comunità islamica torinese e collaboratore del Manifesto. Secondo lo scrittore egiziano esiste un'evidente differenza di opinione riguardo l'Islam tra il leader di An e il resto della sua classe dirigente. «Non mi meraviglia che Alleanza Nazionale non riesca a riscuotere, in termini di voti, l'equivalente del carisma del proprio leader - ha affermato in una nota - Invece di discutere di cose come la finanziaria, i dirigenti di An perdono il loro tempo organizzando visioni gratuite di filmati di becera propaganda, come l'ha giustamente qualificata Fini. E ne prendono pure le difese». El Sebaie però afferma di aver trovato molto confortante vedere il leader di Alleanza Nazionale in persona condividere l'analisi su quella pellicola. «Le similitudini tra il film di Martinelli e la propaganda nazista, in particolare il filmato antisemita Suss l'Ebreo - aggiunge El Sebaie - sono evidenti, a partire dalla locandina. Il giudizio di Fini è perfettamente in linea con le recenti posizioni di Alleanza Nazionale sul ripudio dell'antisemitismo».

(Adnkronos e Aki) - La «recente posizione di critica e rifiuto del messaggio contenuto dal film 'Il mercante di pietre» potrebbe favorire una candidatura di Gianfranco Fini «tra i papabili» alla Mezzaluna d'Oro, premio istituito un anno fa dalla Iadl, Islamic Anti-Defamation League. «Membri del Consiglio Generale della Iadl e molti simpatizzanti della nostra organizzazione hanno avanzato l'ipotesi di premiare per questo gesto responsabile ed antirazzista il presidente di Alleanza Nazionale», dichiara la portavoce nazionale della Islamic Anti-Defamation League, Dacia Valent. «Hanno apprezzato la totale assenza di ideologia nella sua dichiarazione, il completo distacco dalle logiche elettoralistiche ad ogni costo dimostrato da Gianfranco Fini. Altra cosa sono i suoi ascarì, l'astinenza da auto blu e scorta sta cominciando a farsi sentire», sottolinea in una nota la Valent. «La Islamic Anti-Defamation League aveva chiesto al ministro Rutelli di rivedere il rating assegnato alla pellicola di Renzo Martinelli, che oggi non è vietato ai minori, non solo per la crudezza delle immagini, ma anche per il messaggio che trasmetteva: sia il regista, sia la Medusa distribuzione, hanno tentato di sfruttare la campagna contro le musulmane e i musulmani per vendere un prodotto francamente inguardabile. Ci aspettavamo che anche il ministro Rutelli, al quale abbiamo scritto in proposito, avrebbe manifestato un analogo sentimento di orrore di fronte ad una pellicola degna più del Minculpop e dell'Istituto Luce nell'epoca delle persecuzioni contro gli ebrei che di un'Italia che si vuole democratica e rispettosa delle minoranze religiose ed etniche. Si vede -conclude la nota- che il vice presidente Rutelli ha altre priorità. Come al solito.»
(Forum di Magdi Allam) - "Caro Vincenzo, sostengo senza il minimo dubbio il diritto di Martinelli di esprimere tramite il suo film, che ho visto e apprezzato, la propria visione dell'estremismo islamico contemporaneo. Ho registrato anch'io con sorpresa e preoccupazione la reazione estrema di Fini, che è di per se legittima, ma che tuttavia finisce per portare acqua al mulino dei non pochi nemici dei nostri valori e della comune civiltà dell'uomo. Basti considerare l'offerta, prontamente fatta, dalla Iadl (Islamic anti-defamation league-Italia), di attribuire a Fini il premio la "Mezzaluna d'oro". Fini ha sbagliato perchè non ha tenuto conto del contesto in cui viviamo e che si caratterizza, piaccia o meno, dalla guerra scatenata dall'estremismo e dal terrorismo islamico contro l'insieme del mondo libero. Pertanto io sto con il legittimo diritto alla libertà d'espressione di Martinelli, Redeker, Benedetto XVI, Theo van Gogh, Ayaan Hirsi Ali, Salman Rushdie e i molti intellettuali musulmani vittime delle condanne a morte dei terroristi islamici. Cordiali saluti e i miei auguri di verità, vita, libertà e pace". Magdi Allam
(La Padania) - "E chissà come ci sono rimasti dall’altra parte, cioè nell’entourage del leader annino, che sembra divertirsi a spiazzare i “camerati” con uscite imprevedibili quanto improvvide. E che gli regalano consensi inimmaginabili: è già pronta la sua candidatura «fra i papabili» alla Mezzaluna d’Oro, il premio istituito un anno fa dalla Islamic Anti-Defamation League, come dichiarato dalla portavoce nazionale della Iadl, Dacia Valent".
(Repubblica) - Martinelli commenta l'eventuale nomina di Fini per il premio Mezzaluna d'Oro in un'intervista: "Beato lui, io non lo accetterei"
Commento:
Forse è vero che "l'astinenza da auto blu e scorta sta cominciando a farsi sentire". Per Magdi Allam, ad esempio, Martinelli - che non è stato c*****o da nessuno, ma proprio da nessuno - a cominciare da Fini - è come il Papa, Redeker, Ayaan Hirsi Ali e addirittura Salman Rushdie, minacciati di morte da estremisti e fondamentalisti. Stendiamo un velo pietoso invece sulla qualifica di "nemici dei nostri valori e della comune civiltà dell'uomo", legata ad un semplice premio, come la "Mezzaluna d'Oro": per Allam quindi, in questa categoria rientrano - oltre che il sottoscritto - anche il sindaco di Firenze e il giudice Forleo. Allam ha detto una volta che se la sua opinione coincidesse con quella di Ahmadinejad per esempio, significherà che si è schierato dalla parte dei nemici della vita. Io gli dico di rimando che se un giorno la mia opinione coincidesse con quella de La Padania, significherà che mi sono schierato anche dalla parte dei nemici della tolleranza. Mi meraviglia però che il consulente del film sia diventato ora - dopo la considerazione di Fini - il più feroce critico dell'opera che si è avvalsa della sua consulenza. E' vero, criticò la produzione poco tempo fa ma lo fece in modo blando, all'acqua di rose, e solo dopo lo scoppio delle polemiche. Quando poi dovette confrontarsi durante la puntata de L'Antipatico con l'On. Valent e lo stesso Martinelli, praticamente lo difese a spada tratta. Altro che consulente cinematografico: Shuetz dovrebbe fare il venditore di tappeti nel bazar di Istanbul.

giovedì 19 ottobre 2006

Mezzaluna d'Oro per l'On. Fini!

Il gruppo alla Camera di An, presieduto da Ignazio La Russa, ha «adottato» il "film" (sic) di Renzo Martinelli (ne abbiamo parlato anche qui) organizzando una visione privata riservata ai giornalisti al cinema Rivoli, a due passi da Via Veneto, subito dopo pranzo. Puntuale arriva anche Gianfranco Fini. È di buon umore e scherza con i giornalisti sull'opportunità offerta loro di andare al cinema gratis. La sala è vuota, presenti solo pochi cronisti e alcuni dirigenti di Via della Scrofa. L'invito prevede dopo la «proiezione» il tradizionale «dibattito», ma le cose non vanno così lisce. La narrazione del film, a tratti zoppicante, provoca anche qualche ilarità. E anche Fini, seduto tra i cronisti, non si trattiene da qualche commento sapido, come quando sullo schermo si consuma l'adulterio della moglie del professore con il terrorista. Quando si riaccendono le luci in sala, il dibattito annunciato dall'invito non decolla. Anzi, in un clima di evidente tensione Fini cerca di sgusciare fuori dalla sala. Dietro di lui, Ignazio La Russa, in qualità di padrone di casa, cerca di smorzare il suo malumore. «Certamente - mormora a Fini - è un pò forte, un pò troppo di propaganda, ma il messaggio c'è...». Ma il leader lo gela: «È un film di propaganda becera». Allora, chiede un cronista, niente dibattito? «No, mica siamo in un cineforum», risponde Fini accennando un timido sorriso mentre lascia frettolosamente la sala. L'imbarazzo tra chi resta è evidente. Sempre La Russa cerca di stemperare il clima: «Fini sarebbe dovuto andare vià già alla fine del primo tempo, sono contento - spiega - che sia rimasto sino alla fine, ma aveva un emergenza alla Camera. Se il film gli sia piaciuto o no francamente non lo so...». Poì, uno dopo l'altro i dirigenti presenti spiegano il senso dell'iniziativa. «Si tratta di un film che non sta ottenendo il successo che merita. È coraggioso, parla di un tema vero, molto sentito da tutti. Solleverà discussione anzi - incalza Gasparri entusiasta - mi meraviglio che stia passando sotto silenzio. È distribuito dalla Medusa ma sta soffrendo di un conflitto d'interessi al contrario. La sua distribuzione è sacrificata visto che è in programmazione solo in due sale». Daniela Santanchè dà manforte: «In modo forte ricalca la realtà dell'Islam, penso alla condizione della donna. La verità - afferma determinata - è che noi occidentali non vogliamo vedere ciò che accade in quelle realtà». Entusiasta anche Roberto Menia: «È un film bellissimo che racconta problemi presenti già da noi, penso alle scuola islamica di Milano che va chiusa subito. In fondo il protagonista dice le cose che scrive Magdi Allam». Anche Carmelo Briguglio, vicino a Francesco Storace loda la pellicola: «È un film molto bello perchè esprime la paura dell'Occidente incapace di guardare la realtà. La sua scarsa diffusione è un segnale preoccupante». Commenti in contrasto con la reazione di Fini. La Russa cerca di sedare in anticipo ogni possibile polemica: «È un film contro il politically correct, un pò forte, forse troppo. Senza zone d'ombra, e questo può dare fastidio, ma è l'unico a dire certe cose di fronte a migliaia di messaggi di senso contrario. Si può ovviamente criticare, ma è un pugno nello stomaco. Se non siamo d'accordo con il nesso Islam-terrorismo, condividiamo però che il terrorismo è un problema dell'Occidente. Merita comunque di essere visto e discusso e questo è lo scopo della nostra iniziativa». Nel frattempo Gianfranco Fini giunge a Montecitorio, e fumando una sigaretta nel cortile interno sente di dover dare un consiglio ai giornalisti che chiacchierano con lui: «Non andate a vederlo, è una schifezza di film... una storia che non sta in piedi». Che dire? Non mi meraviglia che Alleanza Nazionale non riesca a riscuotere, in termini di voti, l'equivalente del carisma del proprio leader: se quello è il suo gruppo dirigente, stiamo freschi. Al posto di discutere di cose serie, tipo la finanziaria, lorsignori organizzano visioni gratuite di film di propaganda e ne prendono pure le difese. E' decisamente confortante però vedere il leader di Alleanza Nazionale in persona condividere la mia analisi su quella produzione neonazista. Ed è ancora più interessante sentirlo qualificare come "propaganda becera" quello che Roberto Menia (AN) ha giustamente definito come uguale alle "cose che scrive Magdi Allam". Confortante e interessante si, ma c'è una cosa che non sapete e che Allam ci rivelerà nel suo prossimo libro: Anche Fini è un Fratello musulmano. Nessuno se n'è accorto perché ha sempre fatto taqiyyah!

mercoledì 18 ottobre 2006

Don't cry for me Argentina

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Pochi giorni fa, a Torino, si è conclusa una mostra-mercato di antiquariato. L'appellativo di mostra se lo merita senz'altro, quello di "mercato", invece, forse un po' meno. Da buon appassionato di arte e di antiquariato, mi sono ovviamente recato sul posto e l'ho visitata: non c'è che dire, ottima cornice (Palazzina di caccia di Stupinigi), ottimo allestimento, bellissimi articoli in esposizione. Bastava un'occhiata superficiale, però, per capire che si trattava di oggetti di altissima qualità, e di conseguenza, di altissimo prezzo (forse a volte esagerando un po'). Per due statuine di avorio dell'800, alte non più di 10 cm, il venditore chiedeva 32.000 euro. Per un paio di orecchini con brillanti e due rarissime perle, un altro ne chiedeva 160.000. Per una scrivania del Prinotto, si partiva da una base di 600.000 euro. Per carità, ai comuni mortali simili cifre per tali oggetti, per quanto belli e appetibili, sono semplicemente inconcepibili. Ma dal momento che questi sono i prezzi, evidentemente, qualcuno - da qualche parte - questi oggetti li compra. Ovviamente non contesto il diritto, di chi ha i mezzi, di acquistarli. Anche se, personalmente, avrei preferito che fosse un museo ad acquistare simili capolavori.
Il punto, invece, è un altro. Ieri, tornando a casa, mi ha fermato un signore che aveva circa sessant'anni. Era italiano, ben vestito, educato e posato e non sembrava affatto un tossicodipendente o uno squilibrato. Si è scusato per un bel po' per avermi fermato mentre camminavo speditamente, proseguendo "So di sembrare patetico, essere ridotto a chiedere soldi per strada a sessant'anni...". Non è la prima volta che mi capita qualcosa di simile: spesso e volentieri ho visto persino anziani aggirarsi per le strade e frugare nei bidoni della spazzatura alla ricerca di oggetti da rivendere o resti di cibo. Passando vicino al mercato di Porta Palazzo, dopo che vengono smontate le bancarelle e se ne vanno tutti, si possono vedere anziane e anziani - italianissimi - che rovistano nelle casse buttate e in mezzo ai rifiuti alla ricerca di frutta e verdura di cui i commercianti si sono sbrazzati perché mezzo marcia o scivolata durante il trasporto. Credevo che fosse impossibile vedere qualcosa di simile in Europa, e invece mi sbagliavo: con la pensione non si campa, anche se in Italia. E se non ci fossero le chiese, le missioni e le suore, probabilmente molti sarebbero già morti di fame o di freddo.
Ciò che mi preoccupa, quindi, non è il fatto che qualcuno si comperi orecchini da 160.000 euro - è un suo diritto, con l'augurio che investa somme simili anche in beneficienza - ma che, nello stesso momento magari, un anziano si metta a cercare da mangiare nella spazzatura. In Europa, poi, non in un paese arabo. Se è "normale", infatti, che nel mondo arabo ci siano 50 miliardari i cui patrimoni si aggirano intorno ai 244 miliardi di dollari mentre un cittadino medio fa festa quando riesce a comprarsi la carne (i cui prezzi aumentano esponenzialmente), trovo un pò meno "normale" che in Europa ci sia questo divario tra ricchi e poveri. Ripeto, non voglio fare il sovietico, ma è evidente che c'è qualcosa che non quadra, se i ricchi diventano sempre più ricchi mentre i poveri diventano sempre più poveri. E se da una parte c'è un antiquario che propone orecchini a quei prezzi, e dall'altra un pensionato che mendica, qualcosa decisamente non quadra. Ciò che è ancor più sconvolgente è che ampie fascie lavorative in questo paese siano quotidianamente spinte sulla soglia della povertà. Penso agli insegnanti, gran parte dei quali sono precari dopo oltre vent'anni di insegnamento e che devono campare con 1200 euro al mese. Pare che il governo, che della scuola e della figura dell'insegnante ha fatto un cavallo di battaglia elettorale, sia addirittura intenzionato a tagliare migliaia di posti.
Alcuni giorni fa è stato assegnato il premio Nobel per la Pace a Mohammed Yunus, padre del Microcredito. Il Senatore Giuseppe Leoni si sfoga su La Padania dicendo di non riuscire a comprendere perché l'Accademia svedese abbia assegnato a Yunus il premio per la pace e non quello per l'economia: "La pace è un'altra cosa, con la sua organizzazione Yunus è riuscito ad approntare tecniche efficienti in grado di soddisfare i bisogni - economici - delle persone". Sembra che il senatore non riesca a cogliere il nesso fra la soddisfazione dei bisogni economici delle persone e la pace sociale e mondiale. Eppure fin quando per le strade non solo dell'Asia, dell'Africa o del Medio Oriente ma anche quelle dell'Italia, continueranno ad esserci persone che cercano da mangiare nella spazzatura, nessuno sarà al sicuro. Perché se oggi ad aggirarsi affamati per le strade italiane sono anziani, domani saranno gli insegnanti e i giovani precari. E prima o poi la massa penserà di adottare una di due strade, da sempre adottate in questi casi. O quella di rimontare le ghigliottine nelle piazze, o quella di ripristinare i ghetti per una minoranza su cui scaricare le proprie frustrazioni. A proposito di minoranze: al posto di illuminarci e dispensare consigli sulle moschee, sul velo, sulla libertà di espressione nei paesi islamici e via discorrendo, perché non ci si occupa un pò di più dell'emergenza terzomondista in cui sta per sprofondare l'Italia?
PS: qualcuno, commentando ieri, mi ha scritto: "perchè criticare una classe politica che non ti ha certo costretto a venire qui? Se a me non piace la classe politica egiziana non vado certo in egitto, me ne sto a casa mia!". Beh, forse perché - per mia scelta appunto - io in Italia ci vivo, ci lavoro e ci pago le tasse, tanto per incominciare. Forse perché le decisioni di questa classe politica influenzano la mia vita attuale: se vivessi altrove di certo non me ne preoccuperei. O forse, più semplicemente, perché sembra che a tutti sia concesso occuparsi dei governi altrui, della politica altrui, della civiltà altrui, della religione altrui, della cultura altrui, tra l'altro intervenendo militarmente o come minimo con le offese e gli insulti per tentare di cambiarle, senza che a questo prezioso "diritto alla libertà di espressione" venga applicato il principio della tanto declamata reciprocità. Facciamo quindi un patto: quando i neocon smetteranno non di criticare, ma di insultare e di chiedere il rovesciamento delle classi politiche di paesi in cui non ci vivono nemmeno e che forse non hanno mai visto in vita loro, io - forse - smetterò di criticare quella italiana.

martedì 17 ottobre 2006

Allarme, allarme

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Sono cinque anni ormai che i media italiani favoleggiano di attentati spettacolari e orribili a Roma, a Milano, a Torino, a Bologna, a Cremona ecc ecc. E fra gli obiettivi prediletti dai media, tra quei due o tre duomi - sempre gli stessi, tra l'altro - spiccavano soprattutto le metropolitane di Roma e di Milano. Oggi, a Roma, ci sono state due vittime, 50 feriti gravi e 250 contusi. Alqaida? Macché...Un conducente non ha rispettato il semaforo rosso.
Sono cinque anni che le Oriana Fallaci, i Magdi Allam, i Renzo Martinelli, e compagnia cantante e salmodiante ci avvertono dell' "Eurabia" che avanza (sic), della censura che si abbatte sulle menti libere e creative dell'Occidente, sul diritto alla parola e alla libera espressione messi in pericolo. Oggi, sempre a Roma, è stata sequestrata una trasmissione, tra l'altro bloccata preventivamente dal garante, e non si esclude che vengano sentiti i responsabili della rete e del programma.
A Reggio Emilia, è stato impedito ad un autore di presentare il suo libro da un gruppo di giovani che ha fatto irruzione invitando i partecipanti a sgomberare la sala dove si svolgeva l'evento. A Catania, infine, l'autore di un libro è stato messo sotto scorta e sono state attivate misure eccezionali per garantire la sua incolumità: ha dovuto persino rinunciare alla presentazione pubblica del suo libro. Islamofascisti alle prese con la libertà di espressione in Italia?
Macché: è la trasmissione de Le Iene, già censurata dal garante, sui deputati drogati che ora viene sequestrata dai procuratori per "violazione della privacy", lo scrittore Giampolo Pansa alle prese con i centri sociali e Roberto Saviano, autore di Gomorra, costretto alla semi-clandestinità dai clan mafiosi. Altro che islamofascisti...in Italia, per ciò che riguarda la libertà di espressione, non c'è bisogno di barbuti imam e intolleranti Ayatollah: se la cantano e se la suonano da soli.

lunedì 16 ottobre 2006

Classifica e lettori

Da alcuni anni ormai, Salamelik è incluso nella classifica Blogbabel, dove occupa una posizione di riguardo fra i 500 blog più letti in Italia. Eppure tratta tematiche di nicchia, quelle riguardanti l'Islam, il Medio Oriente e l'immigrazione. Per un migliore monitoraggio degli accessi, è stato installato "Google Analytics", un sistema che monitora gli utenti e il loro comportamento: numero di visitatori, sistemi operativi usati, parole chiave e via dicendo. Alla luce dei dati rilevati, posso dirmi felice di constatare che il numero dei visitatori è in regolare aumento, e che è sempre più elevata la percentuale di "fedeltà": oltre il 70% ritorna dopo la prima visita. Il 90 - 80% delle visite proviene dall'Italia, il resto dall’estero (Stati Uniti, Canada, America Latina, Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, ma anche Egitto, Libia, Siria, Tunisia, Marocco e Israele): niente male, per un blog scritto prettamente in italiano.

Uno sguardo veloce alle reti da cui provengono gli accessi quotidiani sembra indicare che buona parte di chi si occupa di rapporti internazionali e politiche migratorie in Europa sia sintonizzata su queste pagine, e la cosa non può che lusingarmi: dallo U.S. Department of State all' European Court of Justice, dalla Commission Europenne al Ministero Difesa-Stato Maggiore passando per la Direzione Generale del Ministero della Difesa, l' Italian Army, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell'Interno, Ministero degli Esteri, Ministero dell'Istruzione, Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Arma dei Carabinieri, Vaticano e tante amministrazioni regionali e comunali che non mi metto di certo ad elencare. Non mancano i media: RAI, Mediaset, SKY, ADNKronos, Mondadori Editore, Rcs editori, Gruppo Editoriale L'Espresso S.P.A, solo per fare qualche esempio. Poi, ovviamente, ci sono le università e gli istituti di ricerca: fra questi figurano, a titolo esemplificativo, l'Università degli Studi di Genova, Università degli Studi di Milano, Università degli Studi di Firenze, Università di Bologna, Università di Urbino, Università di Pisa, Cambridge University, Universitaet Duisburg-Essen, London School of Economics and Political Science e altre ancora.

So quindi per certo che migliaia di persone transitano su queste pagine. Eppure i commenti sono pochissimi. Mi interessano relativamente, anche se mi fanno piacere: mi interessa di più invece conoscere chi mi legge. Vi invito quindi a scrivermi, anche in privato. Mi piacerebbe stabilire un dialogo con voi, ricevere i vostri suggerimenti, condividere i vostri pensieri, le vostre considerazioni. La vostra privacy è ovviamente garantita. A meno che non siate dei "moderati", ça va sans dire. Per concludere: se avete un profilo facebook, un blog, un sito e leggete queste pagine, segnalate questo blog e i suoi articoli!

Classifica e Lettori

Da alcuni anni ormai, Salamelik è incluso nella classifica Blogbabel, dove occupa una posizione di riguardo fra i 500 blog più letti in Italia. Eppure tratta tematiche di nicchia, quelle riguardanti l'Islam, il Medio Oriente e l'immigrazione. Per un migliore monitoraggio degli accessi, è stato installato "Google Analytics", un sistema che monitora gli utenti e il loro comportamento: numero di visitatori, sistemi operativi usati, parole chiave e via dicendo. Alla luce dei dati rilevati, posso dirmi felice di constatare che il numero dei visitatori è in regolare aumento, e che è sempre più elevata la percentuale di "fedeltà": oltre il 70% ritorna dopo la prima visita. Il 90 - 80% delle visite proviene dall'Italia, il resto dall’estero (Stati Uniti, Canada, America Latina, Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, ma anche Egitto, Libia, Siria, Tunisia, Marocco e Israele): niente male, per un blog scritto prettamente in italiano.
Uno sguardo veloce alle reti da cui provengono gli accessi quotidiani sembra indicare che buona parte di chi si occupa di rapporti internazionali e politiche migratorie in questo paese sia sintonizzata su queste pagine, e la cosa non può che lusingarmi: U.S. Department of State, European Court of Justice, Commission Europenne, Ministero Difesa-Stato Maggiore, Ministero Difesa-Direzione Generale, Italian Army, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell'Interno, Ministero degli Esteri, Ministero dell'Istruzione, Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Arma dei Carabinieri, Vatican City State, tante amministrazioni regionali e comunali che non mi metto di certo ad elencare, altrimenti riprodurrei la mappa politica dell'Italia. Non mancano ovviamente i media: RAI SpA, SKY ITALIA, ADNKronos, Arnoldo Mondadori Editore, Rcs editori, Gruppo Editoriale L'Espresso S.P.A, solo per fare qualche esempio. Poi ci sono le università e gli istituti di ricerca: fra questi figurano, a titolo esemplificativo, l'Universita' degli Studi di Genova, Universita' degli Studi di Milano, Universita' degli Studi di Firenze, Universita' di Bologna, Universita' di Urbino, Universita' di Pisa, Cambridge University, Universitaet Duisburg-Essen, London School of Economics and Political Science e altre ancora.
So quindi per certo che migliaia di persone transitano su queste pagine. Eppure i commenti sono pochissimi. Mi interessano relativamente, anche se mi fanno piacere: mi interessa di più invece conoscere chi mi legge. Vi invito quindi a scrivermi, anche in privato. Mi piacerebbe stabilire un dialogo con voi, ricevere i vostri suggerimenti, condividere i vostri pensieri, le vostre considerazioni. La vostra privacy è ovviamente garantita. A meno che non siate dei "moderati", ça va sans dire. Per concludere: se avete un profilo facebook, un blog e leggete queste pagine, aggiungete un link!

domenica 15 ottobre 2006

Uccidere l'umanità intera

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"Il terrorismo non appartiene a nessuna religione"

In questi giorni su Al Arabiya, LBC (Libanese Broadcasting Corporation) e altre reti irachene e arabe, è andato in onda uno spot contro il terrorismo: un uomo scambia uno sguardo con un bambino, si confonde tra la folla vociante e gioiosa di un mercato, poi improvvisamente si fa esplodere: corpi scaraventati a decine di metri, vetrate in frantumi, auto sventrate, urla, lacrime, fiamme. Infine, un versetto coranico: "Chiunque ucciderà una persona senza che questa abbia ucciso un'altra o portato la corruzione sulla terra, è come se avesse ucciso l'umanità intera" e poi una scritta: "il terrorismo non appartiene a nessuna religione". (sull'articolo del Corriere il versetto coranico, misteriosamente, non viene riferito: non sia mai che un lettore si accorga che nel Corano ci sono versetti simili). Il filmato che si può vedere sul sito Noterror è chiaramente di produzione hollywoodiana: immagini ricche di effetti speciali, alla Matrix. La scena dell'esplosione ricorda quella del film "Codice Swordfish", con John Travolta. Si sa che è stato girato in California, e che è costato un milione di dollari. Eppure non si sa nulla dei committenti: sarebbe una Ong sostenuta da anonimi "militanti iracheni emigrati, studiosi e donatori privati" che si autodefiniscono come l’«Assemblea per l'Iraq del Futuro». Secondo il noto giornalista americano Lawrence Pintak, si tratta di un’azione promossa da Washington - cosa più che probabile - ma Washington nega. Robert Satloff, direttore esecutivo del Washington Insitute for Near East Policy, invece boccia l’iniziativa se dietro ci fossero gli Stati Uniti: "gli americani non possono utilizzare la religione per combattere il terrorismo. Spetta ai musulmani farlo".
"Gli americani non possono usare la religione per combattere il terrorismo" ? Ora, facciamo finta che Bush, "cristiano rinato", non si rifaccia alla terminologia dei telepredicatori protestanti convinti di combattere una nuova crociata, che la sua leadership non sia sostenuta dalla destra religiosa fondamentalista, che i suoi generali non siano quelli che dichiarano in chiesa di essere in lotta contro Satana, strappando gli applausi dei cristianosionisti più esaltati e che i suoi soldati non siano quelli che appendono i crocefissi ai cannoni dei carri armati. Facciamo finta, appunto, che gli americani non stiano già usando la religione - in questo caso cristiana - per "combattere il terrorismo" (sic). Quali sono i modi concessi all'amministrazione statunitense, allora, affinché lo faccia? Gli aerei fantom? I missili e le clusterbombs? L'occupazione armata? L'embargo sulle medicine? La bomba atomica? Per una volta l'amministrazione americana - forse - fa una cosa sensata, e cosa ti dicono gli esperti alla Robert Satloff? "Gli americani non possono usare la religione - in questo caso islamica - per combattere il terrorismo". Queste brutte cose non si fanno. Iniziativa bocciata. L'amministrazione americana non deve aiutare l'opinione pubblica musulmana con gli efficienti e influenti mezzi mediatici, culturali ed economici di cui dispone, non deve far riferimento all'anima nobile della religione islamica. Deve proseguire a buttare le bombe, a lanciare i missili, a distruggere le infrastrutture, a gestire le Guantanamo e gli Abu Ghraib, a concedere l'immunità a soldati che si macchiano di ogni efferratezza, a mandare giovani adolescenti a saltare sulle mine, ad occupare l'Iraq, a sostenere il bombardamento del Libano, a minacciare l'Iran e la Siria.
In effetti, non è poi così strano che sia proprio il direttore del Washington Insitute for Near East Policy a bocciare l'intelligente e pacifica mossa mediatica "anti-terrorismo" statunitense. Fondato nel 1985, il Washington Institute for Near East Policy (Winep) è rapidamente diventato il think tank più infuente presso le autorità americane e i mass media per le tematiche relative al Medioriente. Una ricerca di Le Monde Diplomatique ci fornisce alcune informazioni interessanti al riguardo: il suo fondatore, Martin Indyk, in passato era responsabile delle ricerche presso l'American Israel Public Affairs Committee (Aipac), la potente lobby filo-israeliana negli Stati uniti. Uno dei suoi analisti esperti è il direttore del Middle East Forum, Daniel Pipes: una delle voci americane più ostili agli arabi e ai musulmani. Il primo successo importante del Winep è stato la pubblicazione nel 1988 di un rapporto intitolato Costruire la pace: una strategia americana per il Medioriente, dove esortava il successore di Ronald Reagan a «resistere alle pressioni che miravano a far progredire rapidamente le trattative israelo-palestinesi, finché non fossero maturate le condizioni propizie». Sei membri del gruppo di lavoro che aveva elaborato questo rapporto integrarono l'amministrazione Bush (padre), che si allineò al loro consiglio e decise di non fare nulla se non vi era assolutamente costretta. E così, gli Stati uniti hanno sostenuto il rifiuto da parte israeliana di negoziare con l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) durante la conferenza di Madrid nel 1991, nonostante che l'Olp avesse riconosciuto l'esistenza di Israele fin dalla sessione del suo Consiglio nazionale del novembre 1988. Sempre nel 1992, il simposio del Winep riflette sul pericolo che può rappresentare l'islam per la politica estera americana e si addotta una strategia che indurrà i movimenti islamici ad abbandonare la lotta politica e a puntare sull'azione armata.
Dopo gli attentati di Londra, ebbi modo di scrivere: "Sarebbe bastato, eventualmente, impegnare i 750.000 dollari (costo di un solo missile Tomahawk) e i 400.000 dollari (costo della sua manutenzione e trasporto) per costruire non una, ma decine di scuole, per cancellare l'analfabetismo e la mancanza di cultura (il fatto che alcuni terroristi siano laureati è, appunto, indice di mancanza di cultura. La laurea, infatti, non implica l'acculturamento e tanto meno un posto di lavoro). Moltiplicate queste cifre per dieci, cento, mille... quante scuole, quante micro attività imprenditoriali, quante borse di studio avrebbero potuto finanziare? Quante nuove generazioni, colte, benestanti e con prospettive aperte nei confronti della vita e del futuro avrebbero potuto dare alle luce? Non sarebbe valsa la pena provare?". Per una volta, qualcuno - nell'amministrazione americana - ci prova, e al posto di pagare un milione di dollari per buttare un missile, produce un filmato con un forte impatto emozionale sui giovani del mondo arabo, che guardano la TV e sono influenzati dai film americani tanto quanto i giovani italiani o indiani. Forse in futuro quel responsabile avrebbe pensato di destinare altri milioni a finanziare micro-crediti (è dell'altro giorno la notizia dell'assegnazione del Nobel a Mohammed Yunus, padre del Microcredito). Forse sarebbe stato l'inizio di una nuova era, dove la lotta al terrorismo si porta avanti con la cultura e con il risanamento dell'economia dei paesi arabi. E invece no: "Gli americani non possono usare la religione per combattere il terrorismo". Devono usarla solo per combattere le guerre.
"E chiunque avrà vivificato una persona sarà come se avesse dato vita all'umanità intera".
Corano, Sura della Mensa.

venerdì 13 ottobre 2006

Il Dalai Lama e l'Islam

Il Dalai Lama in visita a Roma si è espresso durante una conferenza stampa commentando l'ondata di azioni terroristiche di matrice islamica in questo modo: «Non è giusto generalizzare sui comportamenti, le azioni di pochi. Non tutti i musulmani sono terroristi. Poche persone che agiscono male, con cattiveria non possono essere considerate rappresentanti di alcuna comunità: cattolica, ebrea, musulmana o altra».

Un moderato mi scrive

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Caro Sherif, rappresenti l'esatto opposto di ciò che secondo me è una persona seria, perbene, intellettualmente onesta e coerente, libera e liberale, civile, colta e trasparente. Sei un sinistroide musulmano, quanto di peggio e pericoloso si possa trovare in una società civile, democratica e libera (limitatamente alla realtà italiana in questo caso). E' anche, e soprattutto, a causa di gente come te e come i vari rifondaroli e noglobal o pseudosinistri, i vari GUP Forleo, che non c'è non ci potrà mai essere stando così le cose una vera società civile giusta. Come puoi pensare che crediamo alle tue dolci e melliflue parole quando per giustificare atti osceni - vedi jihad e kamikaze - usi risvolti dialettici per avere sempre e comunque ragione? Quello che tu e tuoi simili state tentando di fare senza neanche troppo nascondervi è conquistare l'Europa, proprio grazie alla condizione di civiltà, democrazia che nei secoli noi europei abbiamo raggiunto attraverso dolori e lotte. So che non mi capisci, non sei un figlio dell'Illuminismo e della Libertà. sei un islamico comunista, colui che raccoglie le ideologie più assine mai concepite da umana mente. se poi arrivi addirittura a fare paragoni tra Weimar e l'Italia...tra i musulmani e gli ebrei...sei ridicolo, indegno, ignorante e demagogico, come tutti i tuoi simili. hai tutto il mio disprezzo umano.

giovedì 12 ottobre 2006

Cu di sceccu fa cavaddu...

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Pensavo che Magdi Allam - "il più grande esperto di cose islamiche in Italia" che non segue Aljazeera poiché gliel'ha "prescritto il buonsenso che è la regola d'oro per sopravvivere alle mille insidie della vita" - fosse una curiosa eccezione nel panorama mediatico italiano. E invece mi sbagliavo: anche in questo caso, il buon Magdi dimostra di essersi perfettamente integrato, fino a mimetizzarsi totalmente nell'ambiente circostante. Una ricerca condotta dall'istituto specializzato Tns Infratest per conto dell'Unione cattolica stampa italiana (Ucsi) afferma che i giornalisti lombardi sono poco ferrati in materia religiosa. I giornalisti che hanno accettato di rispondere al sondaggio sulle tre principali religioni monoteiste del bacino mediterraneo sono stati 200 su 1.200 contatti. I primi problemi vengono mostrati già sul cristianesimo: solo il 7% degli intervistati individua i corretti autori del Vecchio testamento: c'è chi parla di Mosè e di alcuni profeti (il 14%) o anche degli apostoli (il 5%). Non va molto meglio nella conoscenza dell'Islam: non raggiunge la maggioranza degli intervistati (il 44%) la parte che afferma che le donne pregano in moschea separate dagli uomini. Sul fronte dell'ebraismo solo un ridottissimo 15% conosce la ragione per la quale per pregare viene indossata la Kippah. Sul fronte politico, invece, è ancora peggio: interrogato da un inviato de Le Iene sul Darfur, un deputato ha risposto «è uno stile di vita, è andare in fretta». Altra domanda: chi sia e di dove sia originario Nelson Mandela: «È sudamericano», la risposta di un altro ancora che poi, di fronte alla sorpresa dell'intervistatrice che replicava «Sudamerica?», di rimando ha detto: «Allora è brasiliano»! Un'altra parlamentare non sapeva per cosa sia stato assegnato il Nobel a Mandela. Un altro non ha saputo dire cos'era Guantanamo. Lo stesso parlamentare poi, quando gli è stato detto di che si trattava e gli è stato chiesto dove si trovi questa località, ha risposto «sì, le prigioni di guerra. Penso in Iraq o in Afanistan», per dire alla fine che Guantanamo «è in Afanistan», e l'ha ripetuto più volte, con convinzione: A-f-a-n-i-s-t-a-n. E poi ci si lamenta perché qualche deputato si fa pure le canne. Ma per favore...

martedì 10 ottobre 2006

Riapre la scuola araba

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E ricomincia il circo mediatico della Destra sulla "scuola islamica" e l'insegnamento dell' "Islam violento". Ricordo quindi quanto scrissi a suo tempo su Il Giorno, mentre sottolineo qui in grassetto i motivi per cui questa scuola risulterebbe - mosse burocratiche e mediatiche sleali a parte - inattaccabile.

MILANO - La Repubblica. Senza aspettare l'autorizzazione della Direzione scolastica provinciale, ma formalmente nel rispetto della legge, hanno preso il via oggi a Milano le lezioni della nuova scuola araba aperta dall'associazione "Insieme". Si tratta di un istituto che ospita circa cento alunni di elementari e medie divisi in classi miste. La maggior parte sono figli di immigrati egiziani o di famiglie miste italo egiziane che in passato frequentavano la scuola di via Quaranta, poi chiusa ufficialmente per problemi igienico sanitari e di inagibilità dell'edificio. La nuova struttura è invece perfettamente efficiente e a norma con tutti i requisiti edilizi. Realizzata in un edificio di via Ventura 4 con il patrocinio del consolato egiziano, la scuola è dedicata al filosofo arabo Nagib Mahfuz ed è stata finanziata con i fondi raccolti privatamente dall'associazione "Insieme". A insegnare sono stati chiamati sia docenti italiani che di madre lingua araba. A dare il via libera definitivo alle attività didattiche dovrà essere la Direzione scolastica di Milano, che ha circa 60 giorni di tempo per decidere se concedere o meno le autorizzazioni necessarie. I promotori dell'iniziativa sono comunque convinti di avere tutte le carte in regola per portare avanti il progetto. Certezza che non è bastata naturalmente ad evitare le polemiche politiche. "Non vedo la necessità di aprire una scuola islamica a Milano, quindi auspico non ci sia alcuna autorizzazione per l'istituto di via Ventura", ha commentato l'assessore al commercio Tiziana Maiolo (Forza Italia). Da Palazzo Marino fanno inoltre notare che l'apertura, prima della concessione delle autorizzazioni, è "uno strappo" che non fa certo bene alla soluzione della situazione. Ancora più dura l'opposizione della Lega Nord che ha annunciato per domani alle 12 un presidio di protesta davanti alla scuola araba. "Sarebbe pericoloso - ha affermato il capogruppo del Carroccio in consiglio comunale Matteo Salvini - avere un istituto in cui a bambini di 7-8 anni venga insegnato un islam violento".

lunedì 9 ottobre 2006

Tu quoque Brute fili mi

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Niente Afghanistan per il giovane Harry. Troppo rischioso per il principino britannico partecipare a qualsivoglia operazione in una zona eccessivamente calda come quella (sono morti 41 soldati del Regno in cinque mesi). Così, dopo aver ricevuto un netto "no" anche all'ipotesi di partire per l'Iraq, il figlio più giovane di Carlo d'Inghilterra ha incassato un off limits anche per il Paese dei talebani. In passato si era parlato della possibilità che Harry potesse essere mandato in servizio nel Paese asiatico accompagnato da guardie del corpo (sic). Ma evidentemente anche questa ipotesi è stata scartata. Il bando vale anche per il fratello maggiore William, 24 anni, che in dicembre dovrebbe entrare a far parte dello stesso reggimento. Probabilmente li manderanno a prestare servizio militare su una spiaggia delle Caraibi, sotto la stretta sorverglianza di un reggimento di conigliette playboy.
Che dire? Alcuni millenni fa, quando i governanti decidevano di muovere guerra a qualcuno, indossavano l'armatura, impugnavano la spada e cavalcavano alla testa dell'esercito. E si facevano accompagnare pure dall'erede al trono, per consacrarlo sul terreno di battaglia. Gli imperatori romani più amati e rispettati, quantomeno quando venivano nominati, erano i comandanti che si erano distinti per coraggio e intelligenza sul campo, che avevano condiviso la vita difficile e i pericoli affrontati dai soldati che comandavano. Quando si voleva scongiurare il conflitto, o prima di iniziarlo, gli eroi di entrambi gli schieramenti si scontravano fino alla morte, e l'esito del duello determinava la vittoria o la sconfitta, incoraggiava o demoralizzava gli eserciti di ambo le parti.
Ad un certo punto però, la classe politica si fece più furba. I comandanti hanno deciso di stare sulla collina, a godersi lo spettacolo della battaglia, assistiti e difesi dai loro pretoriani, con bacinelle d'oro e morbidi cuscini ad attenderli nelle tende di seta dove riposare per meglio concentrarsi sulle "strategie", lontano dalla zona dove si combatteva. Con l'invenzione delle armi a fuoco, dell'artiglieria e delle lenti, la situazione è degenerata: i comandanti se ne stavano sulle alture a seguire con il binocolo il massacro dei propri soldati e quelli dell'esercito nemico, e - a seconda dell'esito del bombardamento - si congratulavano con i loro generali o scappavano a gambe levate.
Nell'era moderna, invece, siamo arrivati alla frutta: agili mani battono codici e manipolano joystick, sganciano bombe a migliaia di chilometri di distanza e degli effetti dei loro bombardamenti non vedono quasi nulla. La guerra è diventata un gioco elettronico, e nemmeno le opinioni pubbliche dei paesi che attaccano si rendono pienamente conto degli effetti micidiali delle proprie armi: solerti direttori dei telegiornali risparmiano loro le immagini diffuse dalla "poderosa armata del fondamentalismo", che potrebbero rovinare loro la cena o il buon umore con cui si guarderà "La Pupa e il Secchione". Nel frattempo, alcuni poveri immigrati sudamericani reclutati con la speranza di ottenere la cittadinanza statunitense o dei ragazzi che non trovano lavori più tranquilli e decenti nei propri paesi, combattono la guerra sul campo e ogni tanto saltano sulle mine piazzate per le strade dei paesi "liberati".
E cosa fanno, invece, quelli che la guerra l'hanno voluta, progettata, ordinata, sostenuta, propagandata? Stanno sulle loro comode poltrone, pontificano, sentenziano, e soprattutto ci informano. Come Magdi Allam, che non si è nemmeno vergognato di raccontare, nel suo libro "Io amo l'Italia", che ai tempi della guerra all'Iraq - che lui ha seguito dal fronte di "Porta a Porta" -"un gruppo di colleghi italiani, a proprio rischio e pericolo, penetrarono ugualmente nella zona militare interdetta, attraversarono la frontiera e una volta raggiunta Bassora, furono fatti prigionieri dall'esercito iracheno. Personalmente non ho mai avuto la smania di realizzare degli scoop mettendo a repentaglio la mia vita. Né ritengo che sia sensato farlo. Per me la salvaguardia della vita è al primo posto. E' un atto di fede, una responsabilità nei confronti di sé stessi, dei propri cari e delle tante persone che, consapevolmente oppure no, finiamo comunque per coinvolgere nella nostra azione scellerata" (p.101)
Azione scellerata? Andare sul fronte per informare le opinioni pubbliche di ciò che sta accadendo non solo ai civili bombardati ma anche ai propri figli mandati al fronte è diventato un'azione scellerata? E il giorno in cui Magdi Allam ha deciso di andare "in Farmacia e acquistai una confezione di un sedativo abbastanza potente. Salii all'ufficio culturale austriaco e dopo un po' mi diressi in bagno. Senza chiudere a chiave la porta. La mia intenzione non era di suicidarmi, bensì lanciare un disperato grido d'aiuto. Ingerri l'intero contenuto della confezione.Quando mi svegliai era su un letto d'ospedale" (p.48) solo per costringere sua madre a lasciarlo venire in Italia, ebbene, quella non era un'azione scellerata? E se nessuno si fosse accorto della messinscena del suo suicidio, che fine faceva "la responsabilità nei confronti di sé stessi, dei propri cari e delle tante persone che, consapevolmente oppure no, finiamo comunque per coinvolgere"? Sorge spontanea una domanda: se personalmente non ha mai avuto "la smania di realizzare degli scoop mettendo a repentaglio la sua vita", come mai ci ricorda ad ogni pié sospinto che la sta rischiando con i suoi "scoop" attuali (tipo quello sull'iftar del Viminale)? Perché non va a combattere in Iraq, magari con la scorta pure lui? Forse al suo ritorno i senatori lo acclameranno non più ministro dell'immigrazione - come avrebbe voluto - ma Dittatore di tutta l'Italia!

domenica 8 ottobre 2006

Standing ovation

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L'intervista sull'immigrazione rilasciata al Corriere dal Ministro degli Interni Amato è, senza ombra di dubbio, una delle pochissime interviste sensate rilasciate da un'autorità politica sulla materia in questi ultimi anni. Una sinfonia di buonsenso, musica per le mie orecchie, leggetevela tutta, ne vale la pena...

sabato 7 ottobre 2006

Le polemiche fuori luogo sull'Islam

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Il pasto di rottura del digiuno offerto al Viminale
(Visto da Magdi Allam)
"Il buon senso ha prevalso e il Viminale non ha insistito sull'idea pericolosa di far sottoscrivere ai soli musulmani una Carta dei valori che deve invece riguardare tutti quanti i nuovi cittadini italiani. Senza dividerli in anticipo sulla base di pregiudiziali di provenienza.

Meno male che Giuliano Amato ha sottratto questa carta laica dal mazzo dell'Ucoii, già pronta a lanciare una legittima campagna anti-discriminazione. Capisco davvero poco, invece, la protesta di Magdi Allam sul "Corriere" di oggi: perché mai il ministro doveva evitare che al termine della riunione i presenti rompessero insieme il digiuno del Ramadan? La motivazione che porta Allam è singolare. Per rispetto dei musulmani che non digiunano, dice. Temo si sia fatto prendere un po' la mano dalla polemica con l'Ucoii.

Forse Magdi Allam dimentica che tutti gli anni all'inizio della festa ebraica di Channukà i sindaci di Milano e di Roma partecipano con un rabbino all'accensione di un lume in piazza. Mica per questo vanno considerati dei clericali subalterni al diktat integralista giudaico…"

venerdì 6 ottobre 2006

La malattia senile della Sinistra

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Due settimane fa, Pietrangelo Buttafuoco ha fatto, su Panorama, un'osservazione sacrosanta: "Oriana Fallaci ne resterà l'emblema: il simbolo appunto di quella destra che altro non è che una malattia senile della sinistra. Sono infatti tutti di sinistra quelli di destra, lei la prima. Sono di sinistra i Marcello Pera, i Paolo Guzzanti e anche i Magdi Allam. È così di sinistra la destra che il capofila dei teocon italiani, Christian Rocca, forse il più caro amico di Fallaci, dal Foglio la celebra in nome dell'antifascismo, della democrazia e del libertarismo fabbricando però il fronte politico con Forza Italia, con Alleanza nazionale e con la Lega, non certo col nascente partito democratico. Perfino Daniela Santanché è a destra perché è di sinistra; la destra di Berlusconi, George Bush, e dell'esportazione della democrazia garantisce la libertà di fare ancora più cinico il nostro Occidente (cito Benedetto XVI, non il Muftì)".
Ora, devo ammettere che sono estremamente preoccupato. Ho paura di essere colpito anch'io, un giorno, dalla malattia senile della sinistra, visto che sono di sinistra. E il fatto che non riesca ancora a spiegarmi cosa accade ai collaboratori de "Il Manifesto" ad un certo punto della loro carriera professionale, non mi fa stare di certo tranquillo. Prendiamo come esempio Magdi Allam, attuale Vicedirettore onorario de Il Corriere della Sera. Nel suo libro "Io amo l'Italia", ci informa che "Nel giugno 1977 pubblicai il mio primo articolo firmato su un quotidiano nazionale: "Il Manifesto" (p.70). Ebbene, nonostante Il Manifesto non sia esattamente un giornale che decanta la politica israeliana a prescindere, ritroviamo lo stesso Magdi Allam - circa 30 anni dopo - affermare sul Corriere del 29 maggio 2006 che "Piaccia o meno, ma il tanto diffamato «muro» (quello di Israele, ndr) non solo ha salvato tante vite umane, ma rappresenta la base certa di un'identità nazionale, per gli israeliani e per i palestinesi". Un'opinione che potrebbe anche sembrare sensata, se non fosse per l'enorme mole di materiale prodotta da decine e decine di organizzazioni internazionali ed umanitarie che lo condannano e che invitano al suo smantellamento (incluso l'ONU) e il fatto che tale affermazione viene pronunciata da uno che appena qualche giorno prima, ha concluso il suo discorso di ringraziamento per il premio Dan David di Tel Aviv assegnatogli (circa 250.000 dollari) con le seguenti parole: "noi vincitori del Premio Dan David vi diciamo “Grazie Israele”, vi diciamo “Noi amiamo Israele”, vi diciamo “Siamo tutti israeliani”, vi diciamo “Viva Israele”, vi diciamo "Am Israel hay"!".
L'altro esempio invece è Gianni Riotta: anche lui ha esordito nel campo del giornalismo a 17 anni come corrispondente de "Il Manifesto". Alcuni decenni dopo, sempre sul Corriere, lo troviamo che punta il suo dito accusatore contro "chi diffonde su Internet le foto dei bambini libanesi dilaniati" in quanto parte della "poderosa armata della propaganda fondamentalista sul web" che arruola "quei volti strappati alla vita nella campagna di odio contro «gli ebrei e il Satana americano»". E' stato nominato Direttore del TG1. Ora, pongo una domanda da attuale collaboratore de Il Manifesto, senza nessun intento provocatorio: quanto pesa l'essere acritico nei confronti di Israele sulla propria carriera professionale? Quanto può essere ritenuta obiettiva l'informazione fornita su Israele quando viene espressa da posizioni così schierate? Messo da parte Magdi Allam, che non è mai stato obiettivo da quando è approdato al Corriere, possiamo davvero aspettarci da Riotta un servizio onesto del TG1 sulla prossima campagna di bombardamenti effettuata da Israele, oppure continuerà a ritenere che le immagini dei bambini dilaniati dalle bombe, riportate per dovere di cronaca ed informazione, siano "strumenti della poderosa armata della propaganda fondamentalista sul web" e in quanto tali risparmiate ai telespettatori italiani, costretti a rivolgersi ad un canale estero per tenersi informati?

giovedì 5 ottobre 2006

Io ho scelto

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In queste ultime settimane, forse a causa del post dedicato alle seconde generazioni e allo scontro a volte inevitabile con i propri genitori, ho ricevuto molte email da giovani italiani ed immigrati. Storie di vita, esperienze d'amore, drammi e tragedie. Alcune lettere sono molto personali, e non mi sono nemmeno sognato di chiedere il permesso di pubblicarle. Altre sono così belle che mi permetto di farlo, sperando di poter condividere con tutti i lettori di questo blog l'esperienza di qualcuno, espressa con parole mirabili. A volte, per fortuna, gli autori acconsentono...Vi auguro una buona lettura
Sherif
Ciao, mi chiamo **********, ho 28 anni, lavoro e abito a ******. Sono venuta a conoscenza del tuo blog tramite amici in comune.
Complimenti.
Non mi riferisco solo alla forma, ma anche al contenuto interessante - sia che si condivida o meno il tuo punto di vista - per tutti quelli che vogliono avvicinarsi al mondo islamico e che si pongono delle domande, non solo giudizi insindacabili, frutti mediatici superficiali dovuti a una cultura - quella italiana - spesso pigra che preferisce delegare agli altri lo sforzo di capire.
Io sono italiana, orgogliosa di esserlo, ma delusa; immigrata - a ****** - forse per paura di non avere la forza di risolvere, nel mio piccolo mondo quotidiano, problemi che con il passare degli anni sono diventati sempre più grandi ed esclusivi...Esclusivi nel senso che ruotano intorno ad un unico nocciolo: l'Islam.
Ci tengo a dire una cosa, non sono né un intellettuale di sinistra che gioca alla pace nel mondo e all'interculturalità, né una xenofoba di destra che vuol conservare il Paese da qualsiasi mutamento socio-culturale... sono una semplice ignorante (nel senso di ignorare, non conoscere) del mondo che ha avuto una strana idea, un bel giorno d'estate, di innamorarsi. Questa è stata l'idea geniale, la più grande che io abbia mai avuto: si chiama *******, è mussulmano.
Un mussulmano che si è fatto in quattro per mantenersi e poter studiare, per essere onesto e non cadere nella rete della delinquenza, per essere tollerato e tollerante, per dare e ricevere. Una persona ai miei occhi straordinaria (n.d.t. affermazione non oggettiva!) ma rispetto a me chiusa per quanto riguarda la maniera di vivere oggi il sentimento religioso, in un paese che di certo non lo aiuta ad aprirsi, ma che spesso lo mette nelle condizioni di dover fare delle scelte immature, per poter vivere con dignità e libertà.
Scelte importanti, come per esempio quella del matrimonio come soluzione ad un permesso di soggiorno che, nonostante 6 anni di regolare permanenza in Italia, non è ancora un diritto automatico; matrimonio che non è più un gesto simbolico, prova di amore e fedeltà ai quei pochi valori che ancora abbiamo noi 2, ma un azione di fuga da una legislazione lenta che favorisce lo sfruttamento e premia più i delinquenti che gli onesti. Lui a tutto questo dice NO.
E in tutto ciò si fa sempre più forte una chiusura anche religiosa, verso una cultura, la mia, che sembra guardare in faccia solo l'interesse economico dei ricchi; paese, l'Italia, in cui ci sono individui che ancora credono in Dio, che ancora credono ai valori della famiglia, che vogliono dei figli (al plurale), ma che non sono la maggioranza...E così l'islam del mio compagno diventa ostacolo quasi insormontabile per continuare una relazione basata sul reciproco rispetto delle nostre origini.
Io credo in Dio, prego, non pratico; il rispetto della vita e degli altri è un principio dal quale non posso prescindere. Ma non ho mai pensato di convertirmi, almeno fino al giorno in cui non lo sentirò veramente. Non ho mai escluso di poter vivere con lui in serenità, consapevole delle differenze religiose, culturali, ecc. La consapevolezza non nasce dal nulla, sia chiaro. Non sono certo i telegiornali e i quotidiani che mi "spiegano" cosa sia l'Islam, la cultura e le tradizioni mussulmane.
Sono stati invece la lettura del Corano, lo studio della lingua araba, la letteratura araba, il cibo arabo, il Ramadan - unica cosa che amo fare sia per rispetto al mio compagno, sia perché ne condivido il principio - i paragoni tra le immagini di Al-Jazira e del TG1, ma soprattutto lunghe notti a chiacchierare: sul perché delle nostre differenze, sul come contaminarci pur rimanendo ognuno se stesso, su cosa sia halal e haraam, su quanto sia buono un bicchiere di vino, sulla circoncisione dei figli, sul velo, sulla gelosia, sulla divisione dei compiti, sulla condivisione dei compiti, su mia madre, su sua madre, sull'amore per me prioritario e per lui secondario, sul'istante della vita e l'eternità del paradiso...
Ma dentro di me, pur fedele, pur devota, Dio è un amico, non un padrone, Dio mi aiuta, mi mette alla prova e mi rende più forte, ma ... c'è sempre un ma. Colpa di queste differenze inspiegabili, che per me sono state create dall'uomo non da Dio. Esseri umani tutti morfologicamente uguali e con gli stessi potenziali e - alla base - gli stessi principi e valori. Allora perché sono 4 anni che combatto una guerra personale per capire, condividere, assimilare, avendo l'impressione di giocare da sola? Tu ti chiederai: ma cosa vuole questa? Poteva chiamare la sua amica del cuore per sfogarsi... Hai ragione, ma non avrebbe capito. Per lei il mio compagno è solo un uomo abbronzato come lei ma che non si fa le lampade.
Il motivo che mi ha spinta a rivolgere a te questi miei pensieri è che: primo sei un uomo anche tu, intelligente da quello che leggo, musulmano che vive in Italia; secondo motivo, è che, accanto alle grandi discussioni storico-politiche e parallelamente alle GUERRE tra cristiani - ebrei - mussulmani, a cui io non potrei dare il minimo contributo, data la mia superficiale conoscenza dei fatti, c'è tutta una rete di contatti tra occidente e oriente che è fatta di semplici persone che fanno l'AMORE, un tipo di guerra anche questo che apparentemente sembra essere vittoriosa, ma che, sbagliando, in nome di Dio, spesso diventa perdente...E questo è un problema che mi piacerebbe veder affrontato da gente competente e sveglia, gente curiosa che si pone delle domande perché non sa le risposte, gente che provoca e reagisce, piuttosto che vedere nei talk show della tv italiana emergere sempre le solite banalità, dove alla fine ognuno resta con la stessa idea iniziale, quasi sempre separatista, perché in realtà non ha capito nulla se non che un giorno l'Uomo Nero potrebbe portare via il suo bambino...
C'è una canzone in Italia, che si canta ai bambini fin da piccoli e che in una frase dice: "... Ti darò all'uomo nero, che ti tiene un anno intero, ti darò alla befana che ti tiene una settimana ...". Ovvio che per l'italiano medio, cresciuto al ritmo di questa canzonetta, l'Epifania (festa che noi cristiano-cattolici adoriamo), nonostante faccia paura e sia una specie di strega, porta i regali, quindi il sacrificio di starci sette giorni ci sta tutto...
Io ho scelto di stare con l'Uomo Nero, non un anno, ma tutta la vita - incha'allah - forse perché, avendo avuto un padre ateo che non faceva distinzioni religiose, ho imparato che di fronte a Dio siamo tutti uguali...Spero a presto e di non averti annoiato.