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giovedì 30 novembre 2006

Dietro lo "Scontro delle Civiltà"

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In un editoriale pubblicato sulla prima pagina di Repubblica, Guido Rampoldi si chiede: "Si inginocchierà (Il Papa, ndr), si farà il segno della Croce? Profitterà dell'occasione per benedire i mosaici cristiani e le volte grandiose che per un millennio fecero da fondale alle incoronazioni degli imperatori bizantini? Riconsacrerà in segreto ciò che lo Stato Turco ha sconsacrato? Il viaggio pontificio è cominciato sotto i migliori auspici ma davanti al Papa resta la tappa più insidiosa, la visita a Santa Sofia". Personalmente mi auguro che il Papa, in quell'occasione, non si inginocchi, ne tantomeno si faccia il segno della Croce. E vi assicuro che per augurarselo non è necessario fare parte di quella che Rampoldi definisce una "platea mondiale che attende un pretesto anche minimo per attribuire al Papa piani di rivincita. Tutti i professionisti del vittimismo islamico griderebbero in coro: la maschera è caduta! Questo non è un uomo di pace ma un crociato!". Il motivo, infatti, va ben al di là della riconsacrazione "in segreto" a cui lo stesso Rampoldi fa riferimento, quasi a voler dare ragione agli integralisti attribuendo il valore di un vero e proprio atto di consacrazione, per di più "dissimulata", ad un eventuale gesto di rispetto - seppur non adatto al momento storico o al luogo - da parte del Papa.
Il motivo vero risiede in ciò che Rampoldi stesso, ancora una volta, ha giustamente menzionato: la basilica di Santa Sofia, consacrata moschea dopo la conquista della città da parte del Sultano Mehemet il Conquistatore, è stata sconsacrata dallo Stato turco, che - ricordiamolo ancora una volta - è uno stato laico. E' stata addirittura adibita a museo nel 1934, su decisione del primo Presidente della Repubblica turca Mustafa Kemal Atatürk, in nome del quale la laicità viene difesa persino con le armi da parte dell'Esercito. Che senso avrebbe "consacrare in segreto" un edificio che è stato sconsacrato da uno stato laico proprio per evitare che la sua complicata storia diventasse, prima o poi, un pretesto per uno scontro interconfessionale? L'atto ipotetico del Papa non farebbe un torto agli integralisti islamici quanto allo Stato Turco. Non dimentichiamoci poi dei cristiani ortodossi, vero obiettivo del viaggio pontificio in Turchia: siamo sicuri che gradiranno la "consacrazione dissimulata" di una basilica ortodossa, la più grande e importante tra l'altro, da parte del Papa dei Cattolici? L'ultimo ricordo che dei Cattolici hanno lasciato in quella basilica era quello dei Crociati mentre consumavano sull'altare un orgia con una prostituta vestita con i paramenti del Patriarca. Non credo, quindi, che apprezzerebbero un atto di "riconsacrazione" attuato da qualcuno diverso dal prete che celebrava l'ultima messa mentre le truppe ottomane irrompevano nella città, e che - secondo una leggenda greca - dovrebbe riapparire dall' interno della colonna in cui è scomparso per riprendere la messa nel punto in cui è stata interrotta.
Tutto sommato quindi, mi sembra più proficuo - sul piano politico e religioso - che il Santo Padre si limiti a visitare Aghia Sophia come si visita un museo qualsiasi, evitando di vanificare gli sforzi profusi nell'avvicinare il Vaticano allo Stato Turco e al Patriarcato Ortodosso. In riferimento a quest'ultimo poi, è d'obbligo sottolineare il modo - del tutto fuorviante - con cui i media trattano il viaggio del Papa in Turchia: sembra che il problema sia essenzialmente con l'Islam, e non con i "fratelli in Cristo" che, nonostante i timidi passi di apertura (tipo la revoca delle rispettive scomuniche), non vedono di buon occhio né il proselitismo cattolico nelle repubbliche ex-sovietiche o dal passato comunista (il riferimento qui è al Patriarcato Russo), né tantomeno i continui appelli alla "libertà religiosa" e "reciprocità" in Medio Oriente (dove lo spazio per il proselitismo cattolico è ben ridotto per tutta una serie di motivi), lanciati da una gerarchia ecclesiastica che rappresenta, in fin dei conti, una percentuale infima dei cristiani in Medio Oriente. Molti, tra il clero e i fedeli ortodossi pensano infatti che gli unici demandati ad avanzare eventuali richieste nei confronti della maggioranza islamica e dei suoi governi, siano i rappresentanti della maggioranza dei cristiani in Medio Oriente, ovvero i patriarchi ortodossi. Questi ultimi, tra l'altro, preferiscono un approccio meno polemico e decisamente più diplomatico nel rapportarsi con l'Islam. Non a caso il Cristianesimo ortodosso è sopravvissuto in seno al mondo islamico per secoli, nonostante le difficoltà che presenta lo status di minoranza, salvo vedere le proprie chiese attaccate da fondamentalisti ed estremisti vari ultimamente, proprio in seguito alle polemiche suscitate da ambienti cattolici o protestanti. Non è casuale, dopottutto, che nel suo saggio "Lo scontro delle civiltà" Samuel Huntington dica che «Per 45 anni la Cortina di ferro è stata la principale linea di confine in Europa. Quella linea si è spostata a Est di parecchie centinaia di chilometri. Ora, il confine è la linea che separa i popoli cristiani e occidentali da quelli musulmani e ortodossi». A furia di sottolineare lo "scontro" tra popoli cristiani occidentali (cattolici) e quelli islamici, ci si dimentica di parlare di quello sussistente fra cristiani cattolici e ortodossi, che è ben più profondo e che non promette per nulla bene, nonostante le apparenze.

mercoledì 29 novembre 2006

La moschea s’ha da fare!

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Intervento di Claudio Martini, presidente Regione Toscana

La moschea di Colle Val d’Elsa, i cui lavori sono appena iniziati, non è una scelta imposta ai cittadini contro la loro volontà; non è un regalo ad un’organizzazione estremista islamica; non è finanziata con denaro pubblico. Non è stato imposto ai cittadini. Sono state presentate due richieste di referendum, uno della Lega, l’altro di una lista civica. Respinti dal Comune e dal Tribunale ordinario. In realtà un referendum c’è stato. Anzi c’è stato qualcosa di più: nel 2004 si è votato per l’elezione del sindaco. Faccio presente che la concessione del diritto di superficie su cui costruire la moschea è stato concesso nel dicembre 2003, quindi prima delle elezioni. Gli esiti del voto parlano chiaro: su circa 13mila elettori ben 8.103 (pari al 64,3%) hanno scelto Paolo Brogioni che sosteneva la scelta di costruire il centro culturale islamico. Mentre i due candidati che si opponevano hanno raccolto: 2.100 voti quello della CDL e 1.500 quello della lista civica. Mi sembra quindi una forzatura bella e buona affermare che il Comune ha imposto ai cittadini la scelta di costruire centro culturale islamico. Non è un regalo ai terroristi. E’ vero, la locale Comunità islamica è iscritta all’Ucoii. Ma si dimentica di dire che “ciò non comporta alcuna dipendenza gerarchica, né di subordinazione” come afferma la stessa Comunità. E che l’imam Jabareen non è mai stato iscritto all’Ucoii. Che anzi, come accaduto lo scorso 23 agosto a seguito del manifesto dell’Ucoii che disconosce il diritto di Israele all’esistenza, ha affermato “Non sono un frequentatore dell’Ucoii. Da palestinese ho sempre condannato il terrorismo, come gli israeliani condannano la guerra. La comunità islamica e quella israeliana si devono incontrare, insieme a quella cristiana, per parlare, per dialogare. La guerra è una grande minaccia, noi dobbiamo muoverci per la pace”. La Comunità islamica si è più volte spesa pubblicamente contro il terrorismo, promovendo manifestazioni e incontri di dialogo interreligioso, ospitando visite di scolaresche, consentendo alle donne di accedere al Centro senza indossare il tradizionale velo, promovendo, insieme al consolato Usa di Firenze, concerti di musica fusion araba-americana. Il percorso, unico esempio in Italia. La Comunità musulmana ha sottoscritto un protocollo con il Comune per la gestione del Centro. Vi è stabilito l’uso esclusivo della lingua italiana e l’istituzione di un comitato di garanzia composto da 8 membri: 4 nominati dal Comune e 4 dalla Comunità dei musulmani. E’ quindi un Centro aperto al dialogo, che propone una visione moderata dell’Islam con un’esperienza di integrazione positiva. Un esempio di civiltà da estendere anche in altre realtà, apprezzato anche dall’attuale Ministro dell’Interno e dal suo predecessore Giuseppe Pisanu.Il Centro non è finanziato con denaro pubblico. Solo il suolo, su cui verrà costruito il Centro, è pubblico ed è stato concesso alla Comunità islamica per 99 anni al prezzo di 11mila euro all’anno di affitto. I finanziamenti per la costruzione sono arrivati per 300mila euro dalla Fondazione Monte dei Paschi mentre altri 300mila euro sono a carico della Comunità dei musulmani di Siena. Un dialogo che paga. Abbiamo scelto di dialogare con l’Islam moderato che vive in Italia (in questo caso in Toscana) ma accettando le nostre regole. Nel 2005 abbiamo promosso la “Consulta toscana per il dialogo interreligioso”, a cui hanno aderito tutte le confessioni religiose presenti nella nostra regione, con rappresentanti da loro nominati. Lo scorso 4 ottobre 2006, giornata della pace e del dialogo interreligioso, la Consulta ha approvato una “Dichiarazione per la pace tra le culture” assai impegnativa, in cui - tra le altre cose - si afferma che:"La libertà religiosa è un valore primario della Costituzione italiana che si intende rispettare e realizzare come uno dei fondamenti della nostra vita comune, là dove sono affermati i diritti di tutti e i doveri di ciascuno."

domenica 26 novembre 2006

La regola e l'eccezione

Una ricerca condotta da Letitfly - organismo che si occupa delle ricerche sulla formazione linguistica degli italiani per conto del ministero del Lavoro - e dal Censis ha fatto emergere che sebbene il 97,7% della popolazione e il 96% delle imprese ritenga molto utile la conoscenza delle lingue straniere, il 78,1% degli italiani non ha "alcuna intenzione di apprenderne una nuova" e il 95,4% delle aziende non intende organizzare corsi di formazione. Che vuol dire che in Italia esiste un clima che si può definire di scarso multilinguismo, visto che il 66,2% di chi afferma di possedere una qualche competenza linguistica valuta le proprie abilità scarse nel 50% dei casi e appena sufficienti nel 19%. Del resto quando viene chiesto a cosa serva la lingua straniera, risulta che il principale utilizzo è rappresentato dai viaggi (59,6%), seguito dalle comunicazioni con familiari, amici e conoscenti (38,9%), dalla lettura di libri (30,9%), dalla navigazione in internet (29,3%), dalla visione di film e programmi tv (28,65). Solo una minoranza ne fa uso in ambito lavorativo (35,5%) perché il 60,7% di coloro che lavorano non ha mai avuto modo di esercitare le proprie competenze linguistiche, soprattutto al Centro (66%) e al Sud (69,7%). Dal rapporto emerge poi un dato sorprendente: gli unici a ritenere essenziale l'apprendimento di una lingua sono gli immigrati. Il 71% ha infatti intenzione di migliorare la conoscenza della lingua italiana, ritenuta fondamentale nel percorso dell'integrazione sociale e lavorativa. Più dell'80% ha dichiarato inoltre che l'integrazione sarebbe più facile se gli italiani avessero dimestichezza con altre lingue.

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sabato 25 novembre 2006

Siamo ben messi...sul Colle

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Feras Jabareen, presidente della Comunità dei musulmani di Siena e provincia, e imam di Colle Val D' Elsa, paese della provincia senese al centro di polemiche nazionali per la progettata costruzione di un centro islamico e di una moschea, ha annunciato di aver avviato un' azione legale a seguito delle affermazioni contenute nel libro "Io amo l'Italia", di Magdi Allam. L' imam ha spiegato, in una nota, che nel libro in questione sono riportate frasi "che dipingono un quadro a tinte fosche che lede la mia dignità personale e la mia onorabilità". In particolare l'Imam ha fatto riferimento ad alcune frasi che l' autore del libro attribuisce al signor Yassine Belkassem: "Fai attenzione. Feras è double-face" e poi "Mi ha minacciato al punto tale che mi è diventato difficile recarmi in moschea a pregare". "Alcune affermazioni contenute nel libro sono di una gravità tale - ha concluso Jabareen - da spingermi ad interessare la magistratura affinchè sia fatta piena luce su questa spiacevole vicenda". Allam, a Colle Val d'Elsa proprio per la presentazione del libro, replica "Quello che ho detto e scritto è documentato in atti depositati presso notai, se l' imam Feras Jabareen farà un'azione legale contro di me, significa che dovrà smentire l'evidenza" poi ha aggiunto: "L'Italia è un Paese libero. L'imam ha la facoltà di andare alla magistratura, ma io saprò come difendermi".
Allam dimentica però di dire che nei registri dei notai non c'è scritto che l'Imam Feras è un "esponente dei fratelli musulmani che usa la tecnica della dissimulazione. In moschea fa sermoni infuocati ed estremisti, quando parla con i giornalisti italiani assume invece un altro tono e dice altre cose". Però Allam è anche furbo, e non mi meraviglierebbe se venissimo a sapere, un giorno, che prima di mandare i suoi libri in stampa non li sottoponga al parere di un bravo avvocato. In effetti non è Allam a proferire quelle parole sul conto di Jabareen, ma il "suo amico" (di Allam, ndr) Yassin Belkassem, membro della consulta provinciale di Poggibonsi e vice presidente della Confederazione delle associazioni marocchine in Italia. Obiettivamente, quindi, la responsabilità civile e penale delle dichiarazioni non è di Allam che le ha semplicemente "riportate", ma di Belkassem. Starà comunque ai giudici stabilire se Belkassem ha veramente proferito quelle parole, e se esse risultano fondate. Ad ogni modo, è disarmante il modo in cui Allam sta affrontando il problema diplomatico scaturito da una mia intervista all'imam Feras sul Manifesto. Per Allam, la presa di posizione di Jabarenn nei confronti del parere leghista da lui espresso sulle pagine del Corriere (no alla costruzione di moschee, inclusa quella del Colle) era un affronto imperdonabile. Anche perché Feras è stato portato alla notorietà e candidato alla Consulta islamica proprio da Allam che per due-tre anni circa l'ha definito in termini più che elogiativi in numerosi editoriali.
Evidentemente Allam non sa che pesci pigliare per spiegare l'ennesimo scivolone, dopo aver definito in passato anche Hamza Piccardo, segretario dell'UCOII, in termini altrettanto elogiativi sul suo primo libro, salvo " scoprire" dopo che era un "fratello musulmano integralista". Se la storia della moschea di Colle Val D'Elsa insegna qualcosa, ebbene, quella è che Allam è privo di capacità giornalistiche, pur essendo miracolosamente arrivato ai vertici (seppur semplicemente onorari) del Corriere. Leggete questo estratto dal libro di Allam e giudicate: "La mia fiducia in Feras non si incrinò neppure di fronte ad un dato apparentemente oggettivo, riferitomi sempre da Yassine. "Il numero due e tesoriere della cosiddetta comunità dei musulmani di Siena e Provincia, la sigla che ha firmato il protocollo d'intesa con il comune, presieduta da Feras, è il tesoriere dell'UCOII". Andai a controllare. Nel sito ufficiale dell'UCOII, il tesoriere risulta essere Sami el Shami. Invece il Vice di Feras compare come Sadek El-Shami sull'elenco telefonico di Colle Val D'Elsa e come Sadek Elshami nell'atto costitutivo della Comunità dei musulmani di Siena e Provincia. Quindi due nomi diversi e un cognome simile ma scritto in tre modi diversi. A rigore non dovrebbero essere la stessa persona. Certamente per la legge sono tre individui diversi. Stupisce tuttavia il fatto che il numero di telefono dell'abitazione risulti essere lo stesso sia di Sami el Shami, così come riportava il vecchio sito dell'UCOII, sia di Sadek El-Shami, cosi come riporta l'elenco telefonico di Colle Val D'Elsa. In ogni caso io volli credere a Feras".
Ora, fatemi capire: il "più grande esperto di cose islamiche in Italia", che si presuppone sappia almeno l'arabo, crede che "el Shami, El-Shami, Elshami" siano tre cognomi "simili" ma "scritti in tre modi diversi". Solo uno come Allam, che ha scritto una biografia di Saddam Hussein basata su un articolo del settimanale Gente e i pareri del mago Otelma può affermare una cosa simile. Chiunque sappia non dico l'arabo, ma almeno le regole della trascrizione fonetica dei nomi stranieri, sa che i nomi arabi se non vengono riprodotti secondo le regole della trascrizione scientifica possono assumere svariate forme che però sono sostanzialmente corrispondenti. E' il caso di Mohamed che può essere scritto "Mohammed", o "Muhamad" o ancora "Muhamed" e via dicendo. L'affermazione qualunquista che fa Allam sul fatto che "per la legge sono tre individui diversi" basta e avanza per farci capire quali sono le consulenze qualificate attualmente disponibili in Italia per scongiurare un eventuale pericolo terrorista. Immaginate che fine farebbe la sicurezza del paese se presso la questura o la Digos lavorasse un interprete del calibro di Allam: il semplice fatto che l'articolo determinativo "El" contenuto nel cognome del presunto "indagato" sia scritto con la maiuscola o minuscola, separato o meno da un trattino, sembra bastare al nostro esperto per stabilire che "per la legge sono tre persone diverse". Stendiamo un velo pietoso invece sulla capacità "investigative" del soggetto. Abbiamo di fronte il caso di un giornalista che vede con i propri occhi che il numero telefonico indicato sia sul sito che sull'elenco è identico e non gli viene nemmeno in mente di alzare la cornetta e fare "Pronto? Qui abita il tale dei tali o quell'altro?". Quantomeno per capire se sono fratelli. No: Allam si "stupisce" poi si fida sulla parola, ed è a costui che un branco di ebeti si dovrebbe affidare per "salvare" l'Italia dall' "invasione islamica". Ma per favore!

giovedì 23 novembre 2006

Un minareto svetterà sul Colle

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Un minareto di 8.30 metri, una cupola alta 6, 3.200 metri quadrati di terreno, 600 di costruzioni, 500 mila euro stanziati per la moschea di Colle Val D'Elsa, forse quella più discussa in assoluto, ancor prima di quella di Genova. L'edificio che sorgerà - ne ha dato notizia la comunità islamica guidata dall' imam Feras Jabareen, con una nota in cui ha spiegato che «hanno avuto inizio i lavori per la cantierizzazione dell' area in cui sorgerà il nuovo centro islamico con annesso luogo di culto» - sarà il più imponente edificio di culto islamico dopo la Moschea di Roma. Sta di fatto che non si tratta di un semplice edificio di culto. Lo si capisce dalle parole dello stesso Jabareen: «nuovo centro islamico con annesso luogo di culto» e non un «luogo di culto con annesso centro islamico». Questo spiega la grandiosità del progetto: non si tratta tanto di una moschea quanto di un centro culturale, che tra l'altro si propone di diffondere un messaggio di dialogo e tolleranza che non è estraneo all'Imam Jabareen, già descritto da Magdi Allam come "L'Imam italiano" proprio per questo suo impegno. In effetti Jabareen aggiunge «Al più presto sarà al lavoro il comitato scientifico di garanzia che porterà un contributo qualificato e determinante all' elaborazione di un progetto culturale di alto livello, aperto a tutti coloro che si riconoscono nei valori della pace e del dialogo».
Questo spiega anche la decisione da parte della Fondazione bancaria e del Comune di stanziare quei soldi per il progetto. Si tratta essenzialmente di un progetto culturale e non di una semplice moschea. Poi, se c'è pure la moschea, ben venga. Per un laico, la costruzione o mancata costruzione di una moschea non è proprio la prima preoccupazione: ci sono ben altri problemi a cui pensare, tipo lo sfruttamento in nero degli immigrati, i permessi di soggiorno, la legge sulla cittadinanza. E anche per un musulmano praticante, la presenza o assenza di una moschea non dovrebbe costituire un problema: un musulmano può pregare ovunque, anche sul marciapiede o in piazza Duomo. Ma come laici si deve essere i primi a sostenere l'uguaglianza delle fedi: se i cristiani pregano in chiese e gli ebrei in sinagoghe, anche i musulmani hanno il diritto di pregare in moschee. In moschee: non in garage, scantinati, sottoscale e cortili, come lo sono tutte le "moschee" odierne in Italia, ad eccezione di quella di Roma, costruita con fondi sauditi. E se l'obiezione è che questa volta si usano soldi pubblici, basta permettere ai musulmani di usufruire dell'8 per mille, come i loro fratelli di altre fedi. Cosa sono 500.000 euro di fronte ai milioni che fluiscono nelle casse altrui, spesso d'ufficio, e ai milioni che molti musulmani pagano di tasse e contributi vari? E poi bisogna decidersi per una volta: se i musulmani la costruiscono con fondi pubblici (Colle) non va bene, se la costruiscono con fondi propri (Genova) non va bene lo stesso, ci sono alternative almeno? Come italiani, invece, si deve essere i primi a voler che i musulmani preghino in luoghi di culto rispettabili, sia per dare un segnale di accoglienza che per poter pretendere a voce alta una reciprocità (che comunque c'è già), ma soprattutto per evitare di dover camminare per il centro e trovare decine di musulmani che pregano in mezzo alla strada, ostruendo intere vie o accessi ai palazzi.
Molti islamofobi temono che le moschee si trasformino in luoghi di indottrinamento integralista. Ma è proprio la loro costruzione ad impedire la diffusione di un messaggio fondamentalisa fra i fedeli islamici. Mi ha colpito, quando ero in Francia recentemente, sentire in taxi un'intera predica religiosa in arabo. Era di venerdi, e l'autista mi spiegò che si trattava della predica delll'Imam della moschea di Parigi. In diretta. E in arabo. In Francia. Quale sistema migliore per sentire quello che si dice in una moschea se non quello di trasmetterlo all'intero paese? Oggi invece le moschee possono essere scantinati invisibili, e persino appartamenti privati. Chi controlla quello che si dice in quei luoghi? Come si giustifica questa disparità di trattamento? Mi si fa notare che la comunità islamica del Colle è affiliata ad un'organizzazione descritta come estremista. Sta di fatto che la comunità islamica del Colle è totalmente indipendente lo stesso: l'UCOII infatti, mi sembra di capire, è una specie di sindacato. E il motivo per cui la comunità del colle si è affiliata a quel sindacato è molto semplice, ed è sotto gli occhi di tutti. Mettetevi nei panni dell'Imam Jabareen: per anni è stato presentato come l'Imam buono, l'imam integrato, addirittura sulla copertina del Corriere Magazine come "l'Imam italiano". Da Magdi Allam, mica da Babbo Natale. Ma per quanto tempo poteva reggere la sintonia fra un uomo di fede che aveva in corso il progetto di costruzione di una moschea e un giornalista che fa carriera alimentando la paura nei confronti dei musulmani e dei loro luoghi di culto? Allo stato attuale delle cose, i musulmani praticanti non hanno nessun'altra scelta che quella di aderire a chi difende i loro interessi, e appoggia i progetti di costruzione delle moschee, chiunque esso sia. E l'UCOII, finora, è l'unico a farlo: è membro della Consulta islamica, siede direttamente nel Ministero degli Interni. E' stata oggetto di critiche feroci, ma non sembra che lo stato la ritenga un'organizzazione pericolosa, se non solo non è stata espulsa dalla Consulta, ma addirittura vi è entrata sotto un governo di destra, che di espulsioni se ne intendeva eccome.
Alla luce di questo, sembra che il motivo per cui Magdi Allam ce l'ha con loro sia personale: tra lui e Piccardo, segretario dell'UCOII. E lo si intuisce anche dal modo benevolo in cui lo descriveva nel suo primo libro. La comunità islamica del Colle non poteva di certo schierarsi dalla parte di chi caldeggiava il divieto di costruire le moschee, con un progetto in corso. Sarebbe stato controproducente e non avrebbe avuto senso. Non si può pretendere di avere dalla propria parte chi sta costruendo una moschea, quando si è i primi a volerlo impedire. Considerato però che leghisti e affini promettono barricate, guidati dal "piromane verde" già condannato definitivamente per aver appiccato un incendio in un dormitorio di immigrati (Borghezio), e ispirato dalla fu Fallaci, che Dio non l'abbia in misericordia (che prometteva di far saltare in aria la moschea), mi auguro che le forze dell'ordine garantiscano la sicurezza del cantiere e del luogo di culto che vi sorgerà nonché di chi lo frequenta. Altrimenti consiglio ai musulmani di difendersi nei limiti della legge (legittima difesa delle persone e delle proprietà, legge voluta tra l'altro dalla Lega). A chi invece si indigna per "la deturpazione del paesaggio di Giotto", consiglio di indignarsi per i miliardi destinati dai cittadini ai beni culturali e finiti invece a finanziare la guerra in Iraq.

mercoledì 22 novembre 2006

Il Velo e il Ministro

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Una settimana fa, Faruk Hosni - 68 anni - ministro della Cultura in Egitto, amico da anni della first lady Suzanne Mubarak, ma anche pittore conosciuto in Italia dove ha fatto diverse mostre, ha dichiarato che il velo «è un passo indietro». Apriti cielo: il parlamento è in subbuglio, le moschee si indignano, la stampa non parla d'altro. La disputa sovrasta ogni altro argomento, Medio Oriente, Iraq, Israele: tutto passa in secondo piano. Alcuni deputati hanno chiesto le dimissioni del ministro, altri che gli sia levata l'immunità parlamentare. Il presidente del parlamento Fathi Sorur ha deciso di costituire una commissione parlamentare. «Il ministro è responsabile delle sue dichiarazioni, nulla può essere considerato come un'opinione personale», come Hosni aveva precisato, dicendosi pronto alle dimissioni ma non a fare delle scuse per le sue dichiarazioni. Anzi... in trasmissioni televisive, dove la vicenda ha assunto un rilievo spropositato, Hosni ha nuovamente criticato chi obbliga le bambine a mettersi il velo. Il ministro per gli affari parlamentari Mufid Shehab ha detto che «non sono accettabili violazioni della sharia e oltraggi alla religione islamica». Un altro deputato tuona: «La sua opinione non rappresenta quella del governo, e le mogli di tutti i ministri sono velate». «Per la prima volta unione al parlamento di Fratelli musulmani e deputati del Partito nazional democratico (Pnd, al potere)», titola il quotidiano indipendente Al Masri el Yom. «Il Pnd ha venduto Farouk Hosni ai Fratelli musulmani», scrive il giornale d'opposizione Nahdet Masr. Il governo ha preso le distanze da Hosni ma 230 intellettuali e artisti, fra cui il cineasta Youssef Chahine, gli hanno manifestato la loro solidarietà, denunciando con una petizione il clima di «terrorismo culturale». I firmatari accusano i Fratelli musulmani, il 20 percento dei deputati, di «usare la religione» a fini politici e criticano i parlamentari del Pnd per questa «crisi artificiale» in cui esiste una «profonda collusione fra corruzione e fondamentalismo». Farouk Hosni incalza: «Me ne starò chiuso in casa fino a quando non mi avranno fatto le scuse per gli insulti», annunciando che non andrà a rispondere davanti a nessuna commissione parlamentare. «Ma qualsiasi cosa succeda, il problema non è Farouk Hosni, bensì il futuro dell'Egitto». «Le dottrine religiose si sono impossessate dei cervelli egiziani e li hanno fatti arretrare ai tempi di Mohammed Ali (fine Ottocento, ndr) ma bisogna capire che le nazioni progrediscono con spiriti aperti e non con la lapidazione degli oppositori», scrive Nabil Omar, sul quotidiano governativo al Ahram. Uno dei pochi articoli sulla stampa ufficiale in difesa di Hosni. «Un uomo coraggioso», dice ammirata una donna musulmana di mezza età. Non porta il velo e, per questo, i vicini non le rivolgono più la parola. «Meglio che pensino che sono copta, piuttosto che una musulmana ribelle - dice, sospirando - Questo non è più l'Egitto di una volta». Un Egitto che teme i Fratelli musulmani, ma non può esprimere la sua laicità, perchè rischierebbe una rivolta.

martedì 21 novembre 2006

Il leghista d'importazione

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Già in passato ebbi modo di meravigliarmi del comportamento di alcuni miei connazionali residenti a Torino quando, nella furia di compiacere alcuni loro intolleranti interlocutori italiani, esclamavano "Avete proprio ragione. Sono andato a Porta Palazzo e sono scappato! E' una vera e propria casbah!". Il sottoscritto infatti non ha mai considerato Porta Palazzo una "casbah", nel senso dispregiativo del termine, bensi un mercato multietnico che ha avuto e che potrebbe ancora avere in futuro un' importantissima funzione culturale che vada al di là del fatto che è uno dei più grandi e convenienti mercati d'Europa. A Porta Palazzo ho visto mercanti italiani e mercanti maghrebini darsi la mano, abbracciarsi e farsi gli auguri prima delle rispettive festività. A Porta Palazzo è sorto il primo centro culturale italo-arabo, quello fondato e diretto dall'intellettuale iracheno e Premio Grinzane, nonché membro della Consulta Islamica, Younis Tawfik. Insomma: Porta Palazzo ha tutti i titoli per essere un vero e proprio laboratorio d'integrazione, dal momento che è storicamente un quartiere d'immigrazione, che ha già avuto modo di accogliere la prima ondata migratoria proveniente dal sud Italia, riproponendo tra l'altro gli stessi problemi di oggi: dai "meridionali che piantavano le patate nelle vasche da bagno" (cosi racconta qualcuno ancora oggi) alla "puzza che emana dalle loro cucine". Ma la mia meraviglia più grande derivava dal fatto che spesso e volentieri quei connazionali erano persone normalissime, vissute in quartieri e capitali ben più caotiche - per usare un eufemismo - di Porta Palazzo. Cosa è successo? Sono approdati in Europa e sono diventati tutti aristocratici con la puzza sotto il naso? Non hanno mai frequentato un mercato o una casbah al paese loro, prima di venire in Italia?
Proprio per questo mi è venuto da sorridere leggendo l'ennesima sparata di Magdi Allam sul Corriere: "Una moschea non ha un interesse generale? Che andassero a chiederlo alle migliaia di torinesi che sono stati costretti a evacuare Porta Palazzo dopo la penetrazione e conquista da parte di tre moschee e un esercito di musulmani che hanno fatto precipitare il costo degli immobili, ridotto il centro cittadino in una casbah degradata, imposto regole e valori in aperto contrasto con quelli condivisi dagli italiani". Sembra che Allam non sia mai vissuto in mezzo a musulmani, prima di arrivare in Italia: ormai guarda il loro arrivo con la stessa diffidenza di un isterica vecchietta piemontese che milita nella Lega. O forse non ha mai visto una moschea e una casbah, se non sulle cartoline di viaggio mandate da lontane ed esotiche località. Ma ciò che colpisce sul serio, ciò che dovrebbe sconvolgere chiunque, è il lessico adottato. Ormai Magdi Allam non parla dei musulmani come di "immigrati", anche se magari un po' "problematici". No, ne parla in termini militari: "Evacuare", "Penetrazione", "Conquista", "Esercito", roba da manuale della Seconda Guerra Mondiale. Sembrava di leggere di una conquista da parte degli Unni e non di processo immigratorio con i suoi vantaggi e i suoi difetti. Dalle "migliaia di torinesi costretti ad evacuare" alle "Leggi speciali" nei confronti dei musulmani invocate dal nostro, il passo è quindi breve.
E così, secondo Allam, sono i musulmani che "hanno fatto precipitare i costi degli immobili". Non gli avidi proprietari che li stipano in quaranta a qualche centinaio di euro l'uno in nero in una camera di 4 metri quadri, ma i musulmani. Avete capito bene: non affittate a musulmani che altrimenti rischiate di far precipitare i costi del vostro immobile. Come se non bastasse, i musulmani sono pure responsabili del degrado. Non i proprietari che si intascano i soldi e poi se ne infischiano della ristrutturazione degli appartamenti, ma i musulmani. Avete capito benissimo: non affitate ai musulmani che altrimenti vi trasformano l'appartamento in un porcile, con tutto il rispetto ovviamente per le credenze religiose di ognuno. Certo che di strada se n’è fatta davvero tanta, in Italia, dai tempi dei cartelli "Non si affitta ai meridionali". Oggi non si fanno più i cartelli: il "Non si affitta a musulmani" lo scrive sul Corriere "l'immigrato buono", o forse sarebbe corretto dire "Il leghista d'importazione". Ora, il ragionamento del leghista d'importazione non farebbe una grinza, se a pronunciarlo fosse - che ne so - l'On. Borghezio, un leghista, appunto. Ma è invece Magdi Allam a dire quelle cose, e ciò è decisamente preoccupante. Perché quando le strunzate le dice Magdi Allam va tutto bene, è "politically correct" e hanno la dignità di un editoriale. Credo che l'Italia sia l'unico paese europeo che possa vantare di avere come vicedirettore, seppur onorario, del quotidiano più venduto uno che alimenta la paura nei confronti dei musulmani, che spinge la società allo scontro con gli immigrati, che soffia sul fuoco del razzismo e dell'intolleranza mistificando la realtà, con la scusa che è stato pure lui un immigrato. Un vero e proprio pericolo pubblico, che terrorizza persino le comunità islamiche che vengono a sapere di una sua prossima visita dalle loro parti. Fino a quando durerà questa vergogna?

lunedì 20 novembre 2006

A quando i ghetti?

Il titolare di un bar nella zona portuale di Ancona ha apostrofato un giovane italiano di 22 anni, di origini maghrebine, che aveva chiesto una consumazione dicendo "Io non servo musulmani". Il cliente rifiutato si è rivolto così ai carabinieri del Nucleo Radiomobile, che ora denunceranno il gestore dell'esercizio, un sessantenne del luogo, per atti di discriminazione razziale. All'arrivo dei militari, l'uomo si è mantenuto assolutamente fermo sulle sue posizioni: «Il bar è mio e faccio quello che mi pare». Ai carabinieri è apparso «irremovibile» e per nulla intimorito dall'arrivo della pattuglia. Il ventiduenne, d'altra parte, secondo quanto hanno potuto accertare gli investigatori, non aveva avuto atteggiamenti aggressivi, nè era ubriaco, nè risultano precedenti discussioni con il titolare del bar. Oltre alla denuncia, per il sessantenne ci saranno anche sanzioni amministrative, essendosi rifiutato di servire da bere nonostante svolga un'attività di pubblico servizio. La legge, infatti, prevede che il rifiuto può essere opposto solo nel caso di persone ubriache, di minori e di infermi di mente. Ma forse i musulmani vengono considerati tali, ormai: basta vedere come se ne parla sui media.

domenica 19 novembre 2006

Destra e Estrema Destra

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«Abbiamo bisogno di immigrati, che sono un'opportunità, non un rischio».

Gianfranco Fini, la destra moderata.
«L'immigrato viene esaltato come una sorta di salvatore dell'Italia e l'immigrazione viene considerata come un fenomeno automaticamente positivo».
Magdi Allam, il leghista d'importazione.

venerdì 17 novembre 2006

Su La 7

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Salvo imprevisti, il sottoscritto sarà ospite della trasmissione "Le invasioni barbariche" (ore 21:30, La 7) condotta da Daria Bignardi per parlare, assieme a Vittorio Sgarbi e Aminata Fofana di "Poligamia". Il talk di attualità prenderà spunto dal servizio "Tutte le mogli del mondo", realizzato dalla redazione tra i mormoni dello Utah. Esiste ancora la monogamia? Dopo il debutto di Big Love, fiction in onda su Fox Life che racconta la singolare vita di un poligamo americano dei giorni nostri, Le Invasioni Barbariche affronteranno quindi il tema. Per le consuete "interviste barbariche" ci saranno: l'imprenditore e Presidente della BNL, Luigi Abete, l'attore e regista teatrale Franco Branciaroli e la giovane Beatrice Borromeo.

giovedì 16 novembre 2006

Un Turco in casa

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Vi confesso che ho sorriso beffardamente quando ho letto la notizia relativa all'approvazione data dal Parlamento greco alla costruzione di una moschea ad Atene, unica capitale europea a non esserne ancora provvista, con un investimento di ben 15 milioni di euro interamente a carico del governo. "Non vogliamo i Turchi in casa" era in effetti il ritornello con cui, fino a non molto tempo fa, venivano declinate da parte di alcuni solerti impiegati pubblici greci le richieste di cittadinanza avanzate da cittadini di origine greca ma di fede islamica, ove la fede islamica era - appunto - considerata sinonimo di "Turchi". Oggi, i "Turchi" non solo i greci li hanno in casa, ma devono pure sborsare di tasca loro (almeno in parte, visto che se tutti questi musulmani vivono e lavorano in Grecia, le tasse evidentemente le pagano) per dotarli di un luogo di culto. E, fra non molto, "in casa", avranno pure i "Turchi" veri e propri, con tanto di cittadinanza dell'UE.
In questo scherzo del destino si riassume quindi l'inevitabile orizzonte del Vecchio Continente: quello di aprirsi ad una fede "nuova", integrandone pienamente le comunità ad essa appartenenti. Pochi giorni dopo la notizia proveniente dalla Grecia, infatti, venne battuta dalle agenzie quella relativa alla costruzione di una delle moschee più imponenti d'Europa a Mosca, pronta ad accogliere fino a 5.000 fedeli: piaccia o meno, anche Mosca è "Occidente", o lo sta diventando a tutti gli effetti. Tutto questo dimostra in maniera irrefutabile che le posizioni contrarie, incluse quelle espresse in Italia, ad una piena integrazione delle comunità islamiche in Europa sono destinate a finire nella pattumiera della Storia. In un continente che assiste ogni giorno all'apertura di imponenti luoghi di culto islamici anche nelle capitali più restie a farlo e all'aumento demografico delle comunità musulmane in tutti i paesi europei, è del tutto impensabile che l'Italia rimanga un eccezione isolata.
Tra l'altro, alcuni dati parlano molto chiaro del futuro: se è vero che in un sondaggio realizzato per "Metropoli", un italiano su due è contrario al fatto che le donne musulmane indossino il velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro (il 52% degli intervistati si è detto favorevole all'uso del velo nelle scuole e nei luoghi di lavoro, il 45% si è detto contrario e il restante 3% ha detto di non avere un'opinione in merito) è altrettanto vero che chi dice no al velo sono per la maggior parte persone anziane (il 54%), che abitano nel nord est del paese (51%) e che alle ultime elezioni hanno votato un partito della coalizione di centrodestra (55%). In base al genere, i contrari sono soprattutto uomini (47% contro il 43% delle donne), mentre i favorevoli prevalgono tra i giovani (quasi il 70% lo accetta e il 30% lo rifiuta). Mi sembra un quadro molto chiaro: le nuove generazioni sono più aperte alla convivenza delle fedi, accettandone pienamente anche i segni esteriori: man mano che la società si rinnova generazionalmente, verranno a cadere uno dopo l'altra tutte le obiezioni sollevate in questi anni sui luoghi di culto islamici, sul velo e sulla concessione della cittadinanza a immigrati di fede islamica.
Se poi, come è assai evidente che accadrà, anche grazie alle pressioni degli Usa, la Turchia entrerà nell'Unione Europea, verrà dato il colpo di grazia a ogni manifestazione residua di islamofobia in Europa: è del tutto impensabile, infatti, che si continui a criminalizzare e a demonizzare i musulmani come si fa oggi sui media con circa 68 milioni di turchi, al 98% musulmani (sempre più osservanti nonostante le restrizioni laiciste imposte dall'apparato militare) "in casa". Forse è il caso cominciare a entrare in quest'ottica sin da ora: chi si è opposto alla Storia è sempre stato da essa travolto, irremediabilmente. Piaccia o meno, i "Turchi" sono già in casa: basta bussare la loro porta e scambiarsi dolciumi di benvenuto.

mercoledì 15 novembre 2006

In Egitto scuole italiane

Dopo la polemica sull'apertura della scuola islamica a Milano
In Egitto ben 9 scuole italiane
Sono considerate come un grande arricchimento culturale alternativo a quello arabo
di Massimiliano Pace
Quanti italiani sono sparsi per il mondo, dispersi nei cinque continenti, insediati e radicati in altre culture? Circa 60 milioni, compresi di figli e pronipoti nati da matrimoni misti e dunque di origini italiane. È chiaro che si tratta di una emigrazione composita avvenuta nel corso di oltre un secolo e dunque di un processo migratorio vecchio e in forte attenuazione. Oggi il pronipote del trisavolo italiano emigrato ai primi del ’900 si trova in una realtà naturale, in una patria diversa da quella degli antenati ma pur sempre patria che dà formazione, cittadinanza, tradizioni. Sembra scontato immaginare l’italiano emigrato in Europa, negli Stati Uniti, in Australia, in Venezuela, nell’America Latina, ma pensare all’italiano in Egitto forse non è fra le associazioni prioritarie del nostro cervello. Specie se tra i dibattiti più accesi di questi giorni figura quello sull’apertura di una scuola araba voluta da egiziani a Milano. Allora ci si chiede: possiamo fare tanta polemica di massa ma anche politica quando gli italiani in Egitto e gli egiziani hanno a disposizione ben nove istituti scolastici dislocati nella capitale e ad Alessandria d’Egitto? Scuole libere, legalmente riconosciute che hanno origine nel periodo in cui in Egitto viveva una numerosa ed attiva comunità italiana nata nel lontano 1821 e cresciuta seguendo varie tappe rilevanti. Nel corso di un secolo e mezzo infatti, da un esile gruppo di italiani si è arrivati ad una comunità di circa 55.000 persone, formata in moltissimi casi da imprenditori e capi d'azienda di ricche imprese di costruzioni. Dallo scoppio della seconda guerra mondiale iniziano però gli scontri con gli inglesi, nemici dell’Italia, e con il colpo di stato del 1952 seguito dal divieto alle società pubbliche e private di dar lavoro agli europei inizia un vero e proprio rimpatrio della comunità italiana d’Egitto. È bene ricordare che gli italiani in Egitto non erano visti dagli stessi egiziani come colonizzatori, proprio perché gli stretti rapporti di amicizia avevano reso la comunità partecipe alla vita sociale, considerando che sono stati molti gli italiani ad essersi resi celebri, come Ungaretti, per attività svolte in Egitto. Ma soprattutto gli italiani hanno portato la loro cultura e la loro lingua che ancora oggi affascina profondamente gli egiziani che scelgono di studiarla e di approfondirla nelle varie scuole italiane rimaste nei due centri maggiori. Di notevole importanza è la scuola di lingua italiana presente ad Alessandria e intitolata a Dante Alighieri. Questa viene frequentata per la maggioranza da studenti universitari, ma anche da insegnanti, medici, avvocati, guidati da docenti donne fra cui due italiane. Da parte degli egiziani vi è dunque un grande interessamento non solo per la lingua, ma anche per i costumi, gli usi, la cucina, la musica, la moda. Su un blog interessante troviamo la testimonianza di un egiziano cresciuto in Egitto che ha frequentato una scuola religiosa cattolica italiana. Sherif El Sebaie si è diplomato in questa scuola gestita dai Salesiani, studiando su libri e programmi italiani, con docenti italiani, pur essendo musulmano. Ed è contento di questo grande arricchimento culturale alternativo a quello arabo. Altri istituti italiani presenti nel mondo arabo li possiamo individuare in Arabia Saudita, dove ci sono tre istituti legalmente riconosciuti; in Libia ve ne sono 4 come pure in Iran e in Tunisia; ben 6 in Marocco e 2 in Pakistan.
Articolo pubblicato su 7Magazine
(Ringrazio Massimiliano Pace e 7Magazine per la segnalazione)

Una moschea a Mosca

E' prevista per il settembre del 2008 l' inaugurazione di una grande moschea a Mosca, la maggiore nella capitale russa e una delle più imponenti d'Europa, pronta ad accogliere fino a 5.000 fedeli. L'edificio, assieme a quello a suo tempo costruito a Kazan, capitale della repubblica degli tartari, e a quella di Makhachkala, capitale del Daghestan (due regioni a prevalenza islamica), sarà tra i più grandi luoghi di culto musulmano in Russia e nel Vecchio continente. Secondo l'ufficio del gran mufti russo, a Mosca risiedono circa due milioni di musulmani, più di quanti ve ne siano nelle altre città europee. Agli islamici che provengono dal Tatarstan, dal Daghestan e dalla Cecenia, si aggiungono quelli che emigrano dalle ex repubbliche sovietiche. Gulnur Gaziyeva, portavoce del gran mufti, rivela che in questi anni è in crescita il numero di osservanti che frequentano assiduamente le moschee, e si assiste ad una rinascita della spiritualità, in gran parte soffocata nei tempi passati dal potere sovietico, soprattutto nel periodo staliniano, quando anche solo il fatto di avere in casa un libro religioso scritto in arabo poteva diventare causa di lunghe condanne ai lavori forzati. Col crollo dell'Urss, Mosca è sempre più preparata a rispondere alle esigenze pratiche dei suoi cittadini musulmani.

martedì 14 novembre 2006

Troppo odio, troppo "amore"

Ogni tanto, mi tornano in mente le affermazioni dell'Assessore milanese Tiziana Maiolo (Forza Italia) sulla scuola araba ("Voglio vedere le regolarità e anche vedere con i miei occhi la vergogna delle bambine con il velo", ndr) e mi metto a ridere. Rido per non piangere, e non potrei fare altrimenti per celare la mia indignazione di fronte a simili manifestazioni di quella che Pietrangelo Buttafuoco definì su Panorama quella "destra che è la malattia senile della sinistra" (L'Assessore Maiolo era un' esponente di Rifondazione, nonché giornalista del Manifesto. Che Dio mi salvi!). Rido per non piangere di fronte ad esponenti politici talmente solerti nel controllare la regolarità della scuola araba da non accorgersi che le scuole italiane al Nord che possono vantare un certificato di agibilità statica sono solamente il 55,12%, quello di agibilità igienico-sanitaria solo il 32,20% e quello di prevenzione incendi appena il 28,18%. Rido di fronte allo spettacolo patetico di esponenti politici talmente indaffarati a denunciare la "vergogna" delle bambine con il velo, da non accorgersi che i 191 secondi in cui dei ragazzi sbeffeggiano il loro compagno down, prendendolo a sberle e calci, lanciandogli addosso dei libri, il tutto condito da saluti e scritte naziste, erano arrivati al ventinovesimo posto tra i video più scaricati su Google o che un'insegnante di matematica fu sorpresa completamente nuda in compagnia di ben cinque studenti, tutti tredicenni e con i pantaloni abbassati.
Ora, per carità, nessuno vuole fare di questo spettacolo desolante di decadimento e malcostume un modello generale della scuola italiana. Ma non possiamo negare che quella stessa scuola abbia tantissimi problemi ben più profondi e strutturali delle porno-prof. Solo uno con le fette di salamino piccante sugli occhi può non accorgersene: cosi come è messa attualemente, e nonostante tutta la buona volontà degli insegnanti seri che vi lavorano - e sono tanti - la scuola italiana fatica moltissimo a fornire ai ragazzi un modello alternativo a quello propagandato dal mondo che li circonda. Ogni giorno sento da amici insegnanti storie allucinanti sul comportamento dei ragazzi e delle ragazze che hanno in classe, sull'impossibilità di metterli in riga per mancanza di strumenti e mezzi adeguati, sull'indifferenza mostrata dai genitori, che spesso e volentieri difendono pure il comportamento dei propri figli. E al posto di fare autocritia, al posto di escogitare soluzioni e trovare fondi, al posto di ragionare su come salvare le future generazioni, tutti i politici stanno lì con gli occhi puntati sulla scuola araba e sui suoi certificati di agibilità. Mi chiedo quindi con quale faccia si può non solo chiedere, ma addirittura imporre, a dei genitori nati e cresciuti in un'ambiente in cui c'è un proverbio che recita "Alzati e tributa all'insegnante rispetto, che un insegnante è quasi un Profeta" di mandare i propri figli a studiare in scuole che abituano e aiutano gli studenti a disprezzare l'insegnante, che a quarant'anni è ancora un precario con 1200 euro al mese? Scuole in cui si vede di tutto: dalle ragazzine che si picchiano selvaggiamente per un fidanzatino a quelli che rincorrono la bambina marocchina per tracciarle una svastica sul braccio, passando da quelli che picchiano con i manganelli il compagno romeno nei bagni.
Certo, questa non è la realtà quotidiana delle migliaia di scuole che ci sono in Italia: ma non possiamo negare che di fronte a certe notizie alcuni genitori immigrati si spaventino e decidino di optare per un modello alternativo di scuola, nella speranza che quella stessa scuola che nei propri paesi funziona male se non per nulla, all'estero si trasformi invece in un'efficiente struttura ove, accanto ai mezzi mancanti nei propri paesi di origine (tipo la possibilità di inserire ragazzi down, o a fare a meno delle "lezioni private"), recuperare o conservare la formazione di una volta che la scuola italiana non riesce più a garantire. La cosa che più mi rattrista è che sia proprio Magdi Allam - che è stato cresciuto ed educato in un istituto salesiano trapiantato in Egitto, e che ancora oggi conserva la sua fama di struttura formatrice ed educatrice di prim'ordine - a sostenere la necessità di imporre ai genitori arabi di iscrivere i propri figli alla scuola pubblica italiana, avendo ben cura di demonizzare con ogni espediente possibile l'alternativa della scuola privata egiziana e denunciando continuamente la classe di "politicanti di destra e di sinistra" che governa il paese (e che non gli ha permesso di diventare ministro dell'immigrazione, come avrebbe voluto: questo si scorda sempre di dirlo) solo in quanto favorevoli a concedere loro questo diritto, sancito dalla legge. Allam, e tutti coloro che sbraitano per imporre ai genitori arabi di iscrivere i propri figli nella scuola pubblica, dovrebbero innanzittutto denunciare con forza la cultura dell'odio che imperversa al suo interno, spesso con l'avallo di genitori intolleranti. Coloro che schiamazzano istericamente per l'agibilità della scuola araba, dovrebbero occuparsi innanzitutto delle scuole italiane dove i tetti crollano sulle teste dei bambini. Il riscatto delle scuole italiane alla piena legalità ed agibilità e l'aumento delle risorse ad esse destinate dovrebbe essere la prima preoccupazione dei politici italiani impegnati invece a combattere una realtà, come quella della scuola araba, che potrebbe persino diventare una valida alternativa alla scuola italiana in Italia, esattamente come ques'ultima è una valida alternativa a quella araba in Egitto.

lunedì 13 novembre 2006

Intervista sul Velo

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Pubblicata su Metropoli, l'inserto domenicale di Repubblica dedicato all'immigrazione.

sabato 11 novembre 2006

Una moschea ad Atene

Il Parlamento greco ha approvato una proposta di legge in base alla quale si costruirà un luogo di culto ufficiale per i musulmani nell'unica capitale dell'Ue a non esserne ancora provvista. La proposta, presentata dal ministro per l'Educazione e gli Affari religiosi Marietta Yannakou, prevede che la moschea sia costruita nel quartiere di Votanikos, con un investimento di 15 milioni di euro interamente a carico del governo. La moschea cadrà sotto l'amministrazione del ministero e sarà gestita da un comitato di sette membri, costituito a cura dell'amministrazione comunale, di cui faranno parte esponenti del governo, rappresentanti del comune, un professore universitario e due rappresentanti della comunità musulmana. L'imam della moschea sarà nominato dal governo. I lavori dovrebbero essere portati a termine nel 2010, quando la sempre più nutrita comunità musulmana che vive nella capitale greca e che pratica i propri riti religiosi all'interno di strutture improvvisate, avrà per la prima volta un luogo di culto espressamente costruito a questo scopo. Intanto la comunità ha già annunciato una nuova iniziativa per chiedere al ministero degli Affari interni la costruzione di un cimitero islamico ad Atene.

venerdì 10 novembre 2006

Una preghiera per Magdi

È confermato per venerdì, alle ore 21, al Cinema President, la serata "Gli italiani che saremo: l'Occidente, Dio e l'Islam". Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera, non potrà partecipare per motivi di salute. La disdetta è stata comunicata a don Davide Maloberti, direttore de Il Nuovo Giornale pochi minuti prima dell'inizio della conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa.

Un grazie agli immigrati

L'Italia è il Paese più vecchio d'Europa: cioè quello con il più alto rapporto tra abitanti con più di 65 anni e sotto i 15 anni (140,4) e il 5% della popolazione ha più di 80 anni. Il numero dei residenti ha raggiunto quasi i 59 milioni, ma è cresciuto solo grazie all'immigrazione. Lo rende noto l'Istat, che ha pubblicato oggi l'Annuario statistico 2006 (26 capitoli e 800 pagine). Alla fine del 2005 i residenti in Italia erano 58.751.711, cioè 290 mila in più rispetto all'anno precedente. Il saldo attivo viene del movimento migratorio (+302.618 unità), mentre il cosiddetto movimento naturale (saldo tra le nascite e le morti) è in negativo di 13.282 unità, dopo che l'anno precedente aveva fatto registrare, per la prima volta dal 1992.
Sono curioso di vedere fin quando reggerà la logica tribale della cittadinanza basata su sangue, lingua e religione...

giovedì 9 novembre 2006

Devo chiedere la scorta?

Messaggio ricevuto dall'IP 80.104.156.5, firmato "Il Punitore".

Coglione di merda, ti lamenti tanto ma ti paice stare qua, publicare i tuoi libri di merda, farti pagare e fare la belal vita in occidente, quello stesso che disprezzi. ma tornatene a amngiare emrda, porco! ah, smettila di fare apragoni del cazzo, ps, mussolini, ma falla finita! voi avete dittature fondamentaliste vergognose, tu sei uno scarafaggio, e gli scarafaggi non possono parlare, nemmeno di altri suoi simili... crepa! Brutto coglione di merda, te e tutti i terroristi come te che difendete Saddam e co. come OSATE paragonarlo a noi occidentali? A Blair, Chirac o Bush? Voi siete la feccia del mondo, se nonvi piace starwe da noi, perch?azzo non ve en tornate nelle fogne da dove venite? fate4 sempre le vittime, parlate di corciate, ma mai condanante i vili atti terroristici dei vostri fratelli di merda.... state sempre a pinagervi addosso ma la verità una sola: siete una razza di merda, di fanatici, di assassini vigliacchi, buoni solo a piangere e a colpire alle spalle. uomini di merda, che possiate sparire dalla terra una volta per tutte. ah, le vittime in Iraq sono causate da quelli che voi chiamate partigiani, vili terroristi che ammazzano donne e bambini nei mercati in nome di quel porco di Allah e della vostra storica ignoranza. ammazzatevi fra di voi bestie! ATTENTO, PRIMA O POI TI BECCO PER STRADA, MUSULMANO DI MERDA, APPESTATO, BASTARDO
Credo di aver sempre avuto una pazienza infinita nei confronti di simili fenomeni. Ma ho la netta sensazione che il signore che ha lasciato il messaggio sopra riportato in particolare dovrà vedersela con la Polizia Postale molto presto.

mercoledì 8 novembre 2006

Democrazia export, Dittatura import

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Per risollevare questo paese servono due anni di dittatura. Non lo afferma uno di quegli scalmanati imam che farebbero la gioia di un conduttore televisivo invoncando il regime teocratico in Italia sempre paventato da Magdi Allam, ma il Commendator Licio Gelli, Maestro Venerabile della Loggia massonica P2, l'uomo che secondo i 100 magistrati che ha incontrato sarebbe stato il vero dominus delle strategie parallele dello Stato. Anzi, non una dittatura: un "regime intransigente", parole testuali. Elencando una serie di modifiche necessarie all'attuale assetto politico del paese, in un'intervista esclusiva rilasciata all'inserto settimanale "Specchio" de La Stampa di questo weekend, il Maestro descrive la sua formula per la Rinascita del Bel Paese: "Controllo dell'informazione, obbligo del crocefisso a scuola, stop all'immigrazione facile e alla tolleranza: in Italia ci sono 350 moschee. Quante chiese ci sono in Arabia Saudita? E' assurdo. Per un po', per due anni...".
Al di là del riferimento, scontato e ormai passato di moda, all'Arabia Saudita - unico paese nel mondo arabo che non permette la costruzione di chiese ma ciononostante etichettato "paese moderato" dagli Stati Uniti - è assai indicativo che alcune delle richieste espresse da Gelli, che si definisce "ultimo gerarca fascista in servizio permanente effettivo in vita" e con un passato di ufficiale di collegamento fra la Repubblica di Salò e il regime Nazista siano, sostanzialmente, quelle invocate da alcuni dei politici e giornalisti islamofobi nostrani. La "reciprocità" invocata (e meno male che il Vaticano ha preteso l'abbassamento del minareto della moschea di Roma), la meraviglia per la presenza di 350 "moschee" in Italia (ovvero garage e sottoscala adibiti a tal uso perché qualche benpensante si scatena non appena si parla della costruzione di una vera e propria moschea, al di fuori di quella saudita dal minareto abbassato a Roma), l'obbligo del crocefisso a scuola (e pensate che la scuola araba non ci deve essere perché questo è un paese laico), lo stop all'immigrazione e la fine...pensate un po'... della tolleranza tout court, sono esattamente le richieste espresse da politici, giornalisti sedicenti esperti, parlamentari nullafacenti e casalinghe di Voghera.
Questo cosa significa? Significa che chiunque appoggi questa linea di pensiero (anti-immigrati, anti-islamici, anti-moschee, anti-tolleranza) altro non è che uno che caldeggia il ritorno della dittatura in Italia. Ma non vi preoccupate: solo per due anni, l'ha promesso il Maestro. Anche se non mi risulta che si sia mai vista una dittatura co.co.co. Solitamente chi agguanta il potere in modo dittatoriale lo conserva per qualche decennio: Mussolini docet. La cosa preoccupante è che Gelli non è uno che parla a vanvera. Tempo fa dichiarò, e a ragione, su Repubblica: "Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo. Forse sì, dovrei avere i diritti d'autore. La giustizia, la tv, l'ordine pubblico. Ho scritto tutto trent'anni fa". A quando la dittatura, allora? Si conferma quanto dissi alcuni giorni fa: quando l'attenzione mediatica viene concentrata su una minoranza, come nel caso del Reich tedesco e la minoranza ebraica, ciò significa che c'è qualcosa che non quadra nel sistema. E gli scandali che hanno scosso, ma neanche poi tanto, questo paese negli ultimi tempi dimostrano che, appunto, c'è qualcosa che non va.
Spesso mi, ci, si rinfaccia che nel mondo arabo ci sono le dittature. Ma costoro non hanno mai pensato di guardarsi allo specchio? Quanti anni è rimasto al potere Mussolini? Quanti sono i politici italiani, sempre gli stessi, che da cinquant'anni reggono le sorti di questo paese da dietro le quinte? Quanti erano gli iscritti alla P2 di cui non conosciamo nemmeno i nomi e che avevano in serbo un piano di "Rinascita" per questo paese? Ancora oggi ci sono i Servizi che confezionano dossier sui candidati alle politiche. I finanzieri che controllano abusivamente le loro dichiarazioni dei redditi. Gli investigatori privati assoldati da non si sa chi per forzare i sistemi informatici delle anagrafi. I dipendenti della Telecom che intercettano e registrano abusivamente le chiamate. E poi venite a parlarmi di dittatura nel mondo arabo? Vuoi vedere che a forza di esportare la democrazia, non ne rimane neanche un briciolo da queste parti?

martedì 7 novembre 2006

Reciprocità scolastica

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Al-Ghazaly Muslim elementary school
Jersey City, New Jersey, Stati Uniti
L'altro giorno ha riaperto, tra le solite polemiche della Destra e le manifestazioni della Lega, la scuola araba di Milano. Anzi, con una novità: l'assessore Tiziana Maiolo, invitata alla ripresa delle lezioni, ha definito la scuola "una piaga nel cuore di Milano" commentando: "Voglio vedere le regolarità e anche vedere con i miei occhi la vergogna delle bambine con il velo". Forse le sfugge la vergogna degli, sempre più numerosi tra l'altro, stupri commessi da minorenni a danno di minorenni, o l'ultima trasmissione de Le Iene in cui nessuno dei preti interpellati nell'hinterland lombardo consiglia alla finta mamma inviata di rivolgersi alla polizia e o di dire qualcosa al marito a proposito del bimbo molestato da parte di sacerdoti di parrocchie vicine. Matteo Salvini, capogruppo della Lega al Consiglio comunale, indossa l'armatura da Crociato: "E' in corso un tentativo di invasione islamica e la Lega scende in piazza per dire no. Qualcuno sta usando i bambini per una battaglia politica e culturale". Evidentemente parla per sé e per il suo movimento. Stavolta la scuola ha anche il nulla-osta della Direzione scolastica e del Prefetto, manca solo un'autorizzazione del Comune che però non le impedisce di riprendere le lezioni. Ma se l'opinione del Comune è quella dell'Assessore Marini, dubito che abbiano voglia di concederla. Anzi, ormai è evidente che tutta questa polemica non c'entra nulla con l'agibilità ma molto con i pregiudizi e l'intolleranza.
"Iniziative di questo tipo" commenta Gianfranco Fini "tendono a creare una barriera tra ragazzi di religione diversa. Credo che, invece, dobbiamo lavorare a una integrazione che superi i ghetti. La difesa dell'identità è un valore importante ma senza iniziative segregazioniste". Perfetto, ha ragione. Gli italiani dovrebbero cominciare a iscrivere i loro figli nella scuola araba. Basta segregarsi nelle scuole italiane. Non mi risulta infatti che la scuola di Milano, con un direttore e metà del corpo docente di origine e cittadinanza italiana, impedisca ai cittadini italiani autoctoni di iscrivere i loro figli alla scuola araba. Né mi risulta che la scuola in questione abbia affisso sulla porta un cartello "Fuori gli italiani". Vogliamo lavorare per un'integrazione che superi i ghetti? Le porte della scuola sono aperte a tutti: chi vuole la visiti, chi vuole iscrivi pure i propri figli. Almeno impareranno una lingua nuova: l'arabo. Mariastella Gelmini, coordinatrice lombarda di Forza Italia completa: «Via Ventura è l'esempio di come alcune comunità musulmane vogliono ghettizzarsi rifiutando il contatto con le persone del nostro Paese e con la cultura occidentale». Non ci stiamo proprio: Via Ventura è l'esempio di come alcuni settori della società italiana non vogliano aprirsi all'altro, rifiutando il contatto con le persone che vengono nel "nostro paese". Perché nessun genitore italiano pensa di iscrivere i propri figli alla scuola araba, che offre un programma bilingue e quindi anche in Italiano?
E' una proposta provocatoria, la mia? Io ho studiato in una scuola salesiana. In Egitto ci sono scuole cristiane di tutti i tipi: frati, suore, preti, gesuiti, salesiani, francescane. Ci sono scuole italiane, greche, tedesche, francesi e persino un'università americana. E gli egiziani musulmani autoctoni iscrivono i loro figli tranquillamente in quelle scuole, accettano che siano religiosi e cittadini stranieri ad insegnare ai loro figli una lingua e una cultura occidentale. Io ho studiato sui libri di programma francese sin dall'asilo. E su quelli italiani alle superiori. Una realtà distaccata completamente dal mondo che mi circondava: vedevo foto di festeggiamenti del Natale in mezzo alla neve. E non è che non si festeggiasse il Natale in Egitto o in quelle scuole. Non c'era la neve. Veniva l'ambasciatore francese a premiarci, o il console e l'ambasciatore italiano a farci gli auguri. Come mai in Egitto non si chiede la chiusura di quelle scuole, "per reciprocità"? Se in Italia non permettono che nasca una scuola egiziana, in cui si insegna anche l'arabo e la religione islamica, perché si permette che in Egitto ci siano scuole italiane, che insegnano quasi esclusivamente l'Italiano e in Italiano nonché la religione cattolica? O forse di reciprocità si parla solo quando si tratta di chiese e moschee, e cioè quando conviene tirare in ballo l'unico esempio di paese arabo che non permette la costruzione di chiese - l'Arabia Saudita - per impedire a egiziani, giordani, siriani, iracheni, palestinesi, libici e chi più ne ha più ne metta di praticare in modo decente il proprio culto, come lo praticano i loro concittadini cristiani nei paesi di origine?

Come volevasi dimostrare

Secondo il presidente Bush, la tradizionale sorpresa di ottobre (la sentenza di condanna di Saddam Hussein, ndr) è giunta ancora in tempo per determinare l'esito del voto di oggi per la Camera e il Senato: «La sentenza», martella il presidente rivolto alla maggioranza silenziosa americana che appoggia la pena capitale, «segna uno spartiacque nella storia dell'Iraq e nell'andamento della guerra». I sondaggi sembrano dargli ragione: il vantaggio dei democratici si è dimezzato, scendendo a 7 punti per Gallup e a 4 per il Pew.

lunedì 6 novembre 2006

L'affare vergognoso e la perversione etica

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Leggo ora sul forum di Magdi Allam un messaggio in cui "l'Esperto" che si è basato su Gente e sulle diviniazioni astrologiche per scrivere la biografia di Saddam Hussein afferma che il processo al dittatore è stato "un processo regolare e pubblico, con un collegio di avvocati della difesa di cui hanno fatto parte legali da tutto il mondo, celebrato sulla base della legge irachena vigente". Evidentemente Allam non è ben informato, o fa finta di non esserlo. Non c'è stato nulla di regolare in quel processo e Amnesty International l'ha definito, giustamente, un "affare vergognoso". O forse le denunce di Amnesty vanno bene solo quando mettono sotto i riflettori la violazione dei diritti umani in paesi ostili agli Stati Uniti? Gli stessi avvocati, e ho avuto l'opportunità di parlare con uno di loro, si sono lamentati delle procedure inique a cui sono stati sottoposti. Quanto alla "Legge irachena vigente" in base alla quale Saddam sarebbe stato giudicato, credo che Allam debba aggiornarsi: il tribunale incaricato di giudicare l'Ex-presidente è stato istituito dal Consiglio Provvisorio Iracheno che a sua volta è stato istituito dall’Autorità provvisoria della coalizione che amministra(va) l'Iraq in veste di forza occupante, un potere conquistato con la forza violando sia la Carta delle Nazioni Unite, sia il diritto internazionale e assolutamente non "ripulito" dalle successive risoluzione ONU. Lo Statuto in questione ha introdotto, accanto alla legislazione penale irachena, una grande quantità di figure di reato (relativi ai crimini di genocidio, ai crimini contro l'umanità e ai crimini di guerra) una parte dei quali non erano previste dalla legislazione penale irachena (che Allam invece tira in ballo): furono introdotte proprio per incriminare e condannare l'ex-dittatore e i suoi collaboratori. Nonostante presenti in modo evidente le impronte normative della cultura giuridica occidentale, lo Statuto viola alcuni principi fondamentali praticati e adottati dallo Statuto della Corte penale internazionale dell'Aja (su cui non mi dilungo in questa sede) e autorizza i giudici del Tribunale, tutte le volte in cui un crimine non trovi alcuna corrispondenza nell'ordinamento penale iracheno, a determinare per proprio conto l'entità della pena. Viene quindi concesso ai giudici un vero e proprio potere normativo, sostanzialmente insindacabile e, come tale, illegittimo. Per dirla in due parole: il tribunale e la stessa legge in base alla quale Saddam è stato giudicato non avevano nulla di "iracheno".
Ma indipendentemente dalle considerazioni legali e dall'evidente strumentalizzazione di questo processo (il cui esito arriva guarda caso due giorni prima delle elezioni di Mid-term in cui i Repubblicani sono travolti dagli scandali sessuali. Pensate che per la prima volta dopo un anno di udienze in cui si è regolarmente fatto vacanza di domenica, stavolta si è deciso di fare a meno del "weekend"), tengo a precisare una cosa: nessuno è rattristato per Saddam, il nostro cordoglio è tutto per la Democrazia e i diritti civili in tutto il mondo. Il vergognoso esito del processo a Saddam è il frutto di un clima di illegalità e di svendita dei diritti civili che si sta affermando nello stesso Occidente: dalle notizie false diffuse per screditare avversari politici alle intercettazioni abusive, dalle prigioni segrete all'abolizione dell' habeas corpus negli Usa, dai pedinamenti illegali ai rapimenti sottobanco. Il processo a Saddam avrebbe potuto avere lo stesso esito partendo da presupposti legali, e invece così non è accaduto. Lo stesso, solito discorso, che facevamo anche ai tempi delle espulsioni del Ministro Pisanu: Si vuole espellere qualcuno? Non ne sentiremo di certo la mancanza. Ma ciò deve avvenire dopo un processo regolare. Ma per Magdi Allam non importa tutto questo: questa sentenza "fa avanzare la democrazia osteggiata dai terroristi nostalgici di Saddam e i terroristi islamici di Bin Laden" e "Questo terrorismo non è la conseguenza della guerra di Bush, così come sostengono coloro che hanno fatto dell’antiamericanismo un’ideologia, bensì una strategia aggressiva presente prima della guerra e che avrebbe continuato a manifestare la sua virulenza a prescindere dalla guerra. In Iraq o altrove". Forse Allam vive su un altro pianeta: la democrazia non avanza. Arretra. E non mi risulta che in Iraq, ai tempi di Saddam, venissero uccise più o meno cento persone al giorno in disordini settari e attacchi vari, o che esplodessero quotidianamente autobombe nel bel mezzo delle piazze. Se c'è un paeseche può dirsi oggi un campo di addestramento aperto per terroristi quello è l'Iraq.
Ma Allam prosegue imperterrito "vorrei aggiungere il mio sgomento e la mia riprovazione di quanti anche in Occidente sembrano essere rattristati per la condanna a morte di Saddam. Anche al di là della disapprovazione, per principio, della condanna a morte. Mi riferisco al partito di coloro che sostengono che gli iracheni, tutto sommato, stavano meglio ai tempi di Saddam. E che la guerra di Bush sarebbe stata, di per sé e non per come è stata gestita, un errore catastrofico". Eppure sono gli iracheni stessi a dire che stavano meglio quando stavano peggio. Vada a farsi un giro sui canali arabi per sentire le opinioni della strada araba, che dovrebbe trarre "morali" da questo processo, poi ne parliamo. Se c'è qualcuno che crede di essere "più iracheno degli iracheni", costui è proprio Allam che vuole convincerci che l'impiccagione del dittatore farà dimenticare agli iracheni, che fuggono attualmente dal loro paese al ritmo di centomila al mese, la mancanza di sicurezza. Pensate che Allam ci dice che ai tempi di Saddam una "stragrande maggioranza di sciiti e curdi venivano massacrati per il fatto di essere sciiti e curdi". Da uno che la storia dell'Iraq la studia guardando gli astri, un'affermazione simile non mi meraviglia. Sembra che gli scitti oggi stiano bene: vengono infatti eliminati dai sunniti sulle autostrade. E non è che i sunniti stiano meglio: gli scitti li fanno fuori nelle loro case. Solo perché sciiti o sunniti. E come se non bastasse, la gente rischia la pelle ogni volta che attraversa un checkpoint statunitense, non si può andare al mercato perché si rischia di saltare in aria, gli ospedali non funzionano, non c'è nemmeno l'elettricità. Quella si che è Democrazia! Infine, Allam declama "Io non ci sto a questa mistificazione della realtà e perversione etica". Mistificazione della realtà? E come la chiamiamo la balla delle "armi di distruzione di massa"? O il collegamento tra Saddam e Alqaida? E l'Uranio che l'Iraq avrebbe cercato di acquistare? O la mole di dossier e informazioni false e tendenziose messe in circolazione dai Servizi e dai giornalisti prezzolati al loro soldo per giustificare la guerra? Quella non è misitificazione? Non è perversione etica?

domenica 5 novembre 2006

Addio da Saddam

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Stamattina l'Ex-presidente Saddam Hussein è stato condannato a morte, per impiccagione. Non appena il giudice ha finito di leggere la sentenza per gli imputati del processo di Dujail, nell'aula dell'Alta corte di Baghdad si è levato il grido di Saddam: "Lunga vita all'Iraq, lunga vita al popolo iracheno" prima che quattro guardie lo trascinassero via con le mani dietro la schiena. Una sentenza già scritta, e che - miracolosamente - viene emessa pochissimi giorni prima delle elezioni di mid-term negli Stati Uniti che si prospettano disastrose per Bush e i suoi. E un comportamento, quello di Saddam, che conferma quanto dissi nella conclusione della mia relazione al FestivalStoria: "La sua condanna a morte lo trasformerà in un martire. E lui, sapendo già la fine che farà, ne è consapevole".
Uno sguardo veloce ai commenti lasciati dai lettori sui siti delle principali reti satellitari arabe, lo conferma: decine di messaggi di solidarietà, slogan e poemi a favore dell'Ex-rais, nonostante la ferocia della sua dittatura. Ma la domanda sorge spontanea: Se Saddam è stato condannato a morte per aver mandato al patibolo circa 140 sciiti colpevoli di aver ordito un attentato alla sua vita a Dujail (una cifra esagerata, certo, ma "comprensibile", secondo gli standard di chi si è trovato a governare quel paese, se si considera la struttura tribale che sta alla base della società irachena, che rende necessario non solo punire il "singolo" ma l'intera struttura di "sostegno famigliare" da cui potrebbe scattare la vendetta) chi sarà processato per gli oltre 200 morti che si sono verificate nella stessa Dujail da quando è stata "liberata"?
E chi sarà processato per le decine, centinaia di morti quotidiane in Iraq, per violenze settarie o attentati di guerriglia? E chi sarà processato per i cento soldati americani morti nel solo mese di ottobre, convinti di trovare "armi di distruzione di massa" e di sconfiggere "Alqaida"? E chi sarà processato per le centinaia di migliaia di morti che la "liberazione" del'Iraq ha comportato, tra embargo, bombardamenti, e barbarie della soldataglia che si è macchiata di ogni sorta di crimine dallo stupro alle torture? Mi sembra superfluo sottolineare quanto il processo a Saddam sia stato una barzelletta. Ai suoi avvocati non è stato nemmeno permesso presentare la loro difesa finale o comunicare tra di loro. Un membro del collegio di difesa è stato allontanato per aver osato mostrare le foto di Abu Ghraib in aula, e non è stato nemmeno l'unico. Tre avvocati sono stati fatti fuori. Un presidente del tribunale si è dimesso denunciandone l'imparzialità. Un processo farsa, un teatrino in cui Saddam viene brandito come un coniglietto per operare a distanza il miracolo della vittoria elettorale dei Repubblicani. E questo sarebbe il modello di democrazia e di diritti civili che si vuole esportare nel mondo arabo?

sabato 4 novembre 2006

Kamikaze

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Tre giorni fa, ad Erfurt, nella Germania orientale, un pastore protestante si è tolto la vita col fuoco, a quanto sembra ossessionato dalla paura dell'islam. Il religioso di 73 anni, che era in pensione dal 1989, prima di versarsi addosso la benzina e darsi fuoco davanti al monastero agostiniano di Erfurt ha gridato «Gesù e Oskar», che altro non è che il pastore protestante Oskar Bruesewitz, che il 18 agosto 1976 si era bruciato vivo sulla piazza del mercato della cittadina orientale di Zeitz per protestare contro il regime repressivo della Germania Est. Il suicidio è avvenuto mentre all'interno del convento degli agostiniani si stava svolgendo una funzione religiosa in commemorazione dell'anniversario dell'avvio della Riforma. Il responsabile del monastero, Lothar Schmelz, non ha escluso che il pastore intendesse darsi fuoco all'interno della chiesa durante la cerimonia religiosa, a cui non ha potuto assistere in quanto il portale era rimasto chiuso agli estranei. Il prevosto del convento, Elfriede Begrich, ha spiegato che il suicida da anni esprimeva la sua preoccupazione per il diffondersi dell'Islam.
Che dire? La mamma degli islamofobi è sempre incinta. Quanto sopra riportato dimostra quanto costoro, indipendentemente dal fatto che siano sacerdoti o meno, siano - a tutti gli effetti - mentalmente instabili. Non solo capaci di suicidarsi per "protesta" ma addirittura disposti a farlo nel bel mezzo di una cerimonia e di una chiesa. Talmente preoccupati per la "diffusione" dell'Islam che si eliminano da soli. Chissà... forse lo fanno con l'intenzione di buttare benzina sul fuoco della "guerra tra le civiltà", sperando che almeno all'inizio si favoleggi sui media dell'estremista musulmano di turno. Fortunatamente, il vescovo protestante della Sassonia, Axel Noack, ha espresso il suo sgomento per il gesto, ma ha ammonito i cristiani a non farsi coinvolgere dalla cosiddetta «lotta delle culture».

venerdì 3 novembre 2006

Su Rai Futura

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Ieri il sottoscritto è stato ospite della trasmissione "Narghilé", condotta da Bibi David su Rai Futura (ore 18:30). Si è parlato della Giordania: la regina Rania, i giovani e il romanzo-truffa di Norma Khuri. La puntata verrà replicata Martedì prossimo.

giovedì 2 novembre 2006

Anche un blog dà soddisfazioni

Lei non commenta gli insulti che Le arrivano dai “moderati” però non si astiene dal denunciare il cancro che ha colpito una società ricca ma egoista, dotata di buona vista ma cieca davanti alle ingiustizie. Lei che in questo paese è arrivato e non nato né cresciuto, vorrei che solo per un attimo potesse intuire il dolore che prova un italiana come me, una figlia del Cavour, entusiasta del sogno italiano che abbracciò nella sua terra tutte le differenze. E’ un dolore indescrivibile scavato nell’anima da chi ha sempre remato contro l’evoluzione sacrificando i suoi fratelli perché meschino, avido, ignorante, infedele, venduto. (...) Mentre si parla di liberalizzazione si monopolizzano l’agricoltura, l’industria, i canali di distribuzione, il sesso, i gusti, le opinioni, la fame, la malattia…la vita e la morte. La sconfitta umana sta nel permettere un numero di perdite indescrivibile sotto tutti i profili…sta nel dover ascoltare un "moderato" dalle tasche sempre più vuote che se la prende con chi può vantare un grande passato cancellato dallo stesso sistema che sta mettendo in ginocchio noi. Abbiamo un vantaggio su questi strozzini perché alla fine non fanno altro che replicare le loro mosse : dividono per imperare, negano l’istruzione, alimentano la miseria, diffondono ciò che è vietato, indebitano i governi e fomentano gli animi attraverso guerre di religione (altro che cristiani e musulmani….quella che temo di più è quella fra sciiti e sunniti) ...strategia logica bipolare dell’occupazione (si applica anche nel Business).

Mi piacerebbe che Lei raccontasse un po’ d’Egitto... per quel che ritiene opportuno naturalmente, si dirà: ma perché non se lo scopre per fatti suoi (?). Beh! È solo un’idea la mia, gratuita peraltro, perché io l’Egitto l’ho incontrato, l’Egitto di tanti giovani che non hanno nulla a che fare con i fanatismi, giovani colti, curiosi, modesti e dignitosi…giovani pensanti, forti, attenti, con la voglia di fare di tutti i giovani del mondo, giovani che rispettano la famiglia pur contestandone vizi e virtù, giovani che soffrono la corruzione e che sentono quel che sentiamo noi perché vedono e sono in grado di analizzare, giovani che sognano l’Italia perché dalle loro parti è dura…più dura. Quando si lascia la propria terra in cerca di fortuna c’è sempre una nota di dolore che accompagna ed è proprio il profumo stesso della terra, dell’aria, del cibo, dei cari che dovremmo portare sempre con noi non fosse altro per dare un inizio alla fiaba che racconteremo ai nostri figli prima di dormire, non fosse altro per offrirla al paese che ci ospita, non fosse altro per farci amare.

Lo so, mi sono lasciata andare in un sogno tutto al femminile, ma ricordo una spaghettata bellissima dove un giudice contagiato dall’atmosfera si mise a cantare ed un' attrice di teatro a recitare…alla fine ricomponendosi in un tentativo di giustificazione per aver troppo osato mi ringraziarono…un uomo senza gambe, con la sola forza delle braccia, si fermò in mezzo alla strada per farmi attraversare…una signora ricca di religione copta mi annoiò con l’elenco dei suoi beni…una mendicante inviò ad Allah le sue benedizioni per me...

mercoledì 1 novembre 2006

Mistificazioni

di Mario Boccia

Due passaggi in RAI per un episodio che risale alla settimana scorsa, precisamente all’ultimo venerdi’ di preghiera del Ramadan. Giovedi’ mi riconosco su BLOB: sono quel fotografo al quale un fedele musulmano uscito dalla moschea di Roma rivolge insulti pesanti e minaccie irripetibili. Lui ha la faccia oscurata, io no. La troupe era quella de “La vita in diretta”, contenitore pomeridiano di Michele Cucuzza. Venerdi' sera bis, stavolta su “Confonti” di Luigi Moncalvo. In studio Luca Telese e Maria Giovanna Maglie (con una borsa a forma di rospo). “Ti do 40 coltellate in faccia”, diceva il mio aggressore, e naturalmente su questo episodio si e’ acceso un dibattito aspro in studio (facile da immaginare, no?).
Non per fare polemica, ma credo che il nostro lavoro debba rispettare un codice deontologico e quindi devo dire che le cose non sono andate cosi’. Era un venerdi’ di preghiera e avevamo chiesto di poter lavorare all’interno del luogo di culto rispettando le procedure di accredito (fax, documenti etc.). Appena arrivato assieme ad una collega italiana e una libica, siamo stati riconosciuti e invitati ad entrare dagli addetti ai rapporti con la stampa. Successivamente un uomo, evidentemente squilibrato, ci ha aggredito al limite del contatto fisico, farneticando insulti di ogni tipo, dei quali quello della promessa di coltellate e’ solo uno e nemmeno dei piu’ fantasiosi. Nonostante questo la giornata e’ proseguita bene. Dopo avere protestato e chiesto di potere svolgere il nostro lavoro con gli addetti ai rapporti con la stampa (incidentalmente e’ intervenuto anche l’ambasciatore Mario Scialoja che stava entrando in moschea), siamo tornati dentro e abbiamo seguitato a lavorare liberamente.
Il provocatore si e’ di nuovo materializzato all’improvviso, tentando di scippare la macchina fotografica della collega libica (musulmana) ma e’ stato bloccato “fermamente allontanato” da due fedeli che ci hanno protetto. Nel pomeriggio e’ arrivato anche il ministro Ferrero che ha visitato la moschea assieme ad una delegazione di partecipanti ad un incontro interreligioso. Posso mostrare le foto delle suore che entrano in moschea sottobraccio a ragazze con il velo islamico, cosi' come quelle dei fedeli che si inginocchiano verso la Mecca nel momento clou della preghiera. Sicuramente esistono altre immagini video della giornata, come quella di un fedele musulmano (l’operatore RAI in quel momento era al mio fianco e stava riprendendo con la telecamera in spalla) che si scusa con me per l’accaduto, stigmatizza l’aggressore e riafferma la volonta’ di dialogo tra “persone di buona volonta”.
Chi ha scelto cosa mandare in onda? Se un “confronto” su temi cosi’ delicati deve esserci, almeno che sia su tutto quanto e’ successo e non solo su un episodio decontestualizzato. A meno che non si voglia fare “audience” alzando irresponsabilmente i toni, anche quando i fatti non sussistono.