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mercoledì 14 febbraio 2007

Basta che non sia un Napuli

Da alcuni giorni a Torino, grazie all'interesse di varie istituzioni e strutture operanti sul territorio della Regione Piemonte, viene affrontato il tema della presenza islamica in Italia. Il Dipartimento di Studi Politici dell'Università di Torino ha per esempio organizzato, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura della Regione, il Convegno "Le Comunità islamiche: tra domanda di rappresentanza e problemi di rappresentazione" che si è svolto presso il Circolo dei Lettori di Torino mentre il Centro Culturale Italo Arabo Dar Al Hikma, sempre a Torino, ha organizzato un convegno intitolato "L'islam in Italia: lo status delle moschee, la scuola, il velo e l'ambiente del lavoro". A quest'ultima iniziativa hanno partecipato, oltre il sottoscritto, anche il Direttore del Centro nonché membro della Consulta Islamica Younis Tawfik, il consigliere regionale Paola Pozzi, già Assessore al Sistema Educativo del Comune di Torino, Hamza Roberto Piccardo, Segretario Nazionale dell'UCOII (Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia), Abdel Aziz Khounati (Imam della Moschea di Porta Palazzo) e altri rappresentanti o voci del mondo islamico cittadino. In queste giornate sono state dette molte cose interessanti di cui avrò senz'altro modo di parlare prossimamente.

Per ora, però, vorrei fare una considerazione su uno dei temi affrontati durante l'incontro, e a cui ho provocatoriamente accennato nella breve segnalazione di ieri sera: quello della Scuola. Alcuni partecipanti al convegno hanno sottolineato l'importanza dell'insegnamento della lingua italiana e la necessità di far iscrivere i figli degli immigrati alle scuole pubbliche italiane. Di fronte a quest'ultima affermazione, ho dovuto precisare che, personalmente - fermo restando l'osservanza delle leggi in vigore anche per ciò che riguarda le materie insegnate e l'obbligatorietà dell'insegnamento della lingua e cultura italiana necessarie per l'integrazione degli immigrati e dei loro figli nel tessuto sociale - non ci vedo nulla di male nel fatto che ci siano delle scuole private arabe ed islamiche, poste sotto la tutela dei paesi di origine. Sarebbe tra l'altro ipocrita che proprio uno come il sottoscritto - che ha studiato presso una scuola occidentale e religiosa (italiana e cattolica) trapianta da decenni nel proprio paese di origine, prima per servire gli immigrati italiani e poi aperta a tutti, a negare ai propri connazionali e/o correligionari un'iniziativa simile, garantita tra l'altro dalla stessa Costituzione italiana e di cui già usufruiscono altre comunità o confessioni. Non sono mica Magdi Allam, io.

Per essere proprio sincero, ritengo inoltre che l'importazione di un modello diverso di scuola, di formazione e di educazione, e la sua apertura ai figli dei cittadini italiani autoctoni sia altamente salutare per la stessa scuola italiana, così come quest'ultima - almeno nella sua versione privata e religiosa - lo è stata e lo è tuttora per la scuola egiziana. La scuola egiziana ha mille limiti e difetti, ma - al giorno d'oggi almeno - non ho mai sentito nemmeno una leggenda metropolitana che riproponga l'1% di quello che succede nelle scuole italiane: minorenni che consumano atti sessuali sulla cattedra mentre vengono ripresi dai compagni, altri che palpeggiano la loro insegnante, altri ancora che violentano la vicina di banco...per non parlare della porno prof che rivendica il suo "diritto" a continuare ad insegnare, quella che è stata beccata mentre consumava un rapporto con tre minorenni o quest'ultima che si è presentata a scuola con un perizoma che sporgeva dai pantaloni quasi completamente (Per quanto mi riguarda tutti sono liberi di vestirsi come meglio credono, ma non tutti i vestiti vanno bene per tutti gli ambienti lavorativi). Saranno anche casi isolati, ma qualcuno mi dovrà pur spiegare come mai in posti diversi e in momenti diversi si verifichino simili episodi nella scuola italiana. Sono sintomo di un degrado e declino educativo di non poco conto, e la colpa è da ripartire equamente su stato, insegnanti, genitori, società e massmedia. Ed è questa la scuola a cui un immigrato deve iscrivere i propri figli?

Sia detto per inciso che ritengo assolutamente inaccettabile chiedere, pretendere o adddirittura obbligare i genitori immigrati a iscrivere i propri figli alla scuola pubblica italiana, relegando la loro cultura di origine, la loro religione e la loro lingua a mero folclore a cui dedicare il dopo scuola, quando questi stessi figli non sono, né hanno la speranza di diventare cittadini italiani. Burocraticamente infatti, almeno attualmente, sia gli immigrati che i loro figli - inclusi quelli nati in Italia - sono dei precari. Un ragazzo di seconda generazione, a 18 anni, è obbligato a giustificare la sua presenza o con il lavoro o con lo studio. Il raggiungimento dell'età legale non gli conferisce nessun diritto se non quello di essere ammesso a presentare richiesta per la cittadinanza, come fosse l'ultimo degli arrivati o quasi. Un diplomatico o un imprenditore italiano in trasferta, esclusi alcuni casi isolati, non iscrive mai i propri figli ad una scuola locale: li iscrive alla scuola italiana annessa all'ambasciata o consolato italiano locale, ben sapendo che la sua presenza è temporanea. Ebbene, gli immigrati che risiedono in Italia- inclusi quelli che fanno i lavori più umili - sanno benissimo che la loro presenza, volenti o nolenti, è del tutto temporanea: potrebbero essere sbattuti fuori il giorno dopo, per un cavillo burocratico piuttosto che per la perdita del posto del lavoro. Alla luce di questa inaccettabile situazione, non vedo perché un immigrato debba immergere suo figlio completamente in un'ambiente da cui potrebbe benissimo, e in men che si dica, essere sradicato per poi essere reinserito in un'ambiente culturale e valoriale completamente diverso. Datemi un solo buon motivo, allo stato attuale, affinché un immigrato si senta tranquillo nel far crescere un figlio o una figlia "da italiano", con tutti i vantaggi - e i difetti - che ciò comporta, quando di fatti non lo è.

Nel corso dell'incontro, una signora marocchina, sposata con un'italiano, ha preso la parola per segnalare un problema: suo figlio, cittadino italiano (ha ottenuto la cittadinanza per "via paterna"), sta cercando lavoro dopo aver ottenuto il diploma. Parlando al telefono o rispondendo agli annunci, ha imparato a presentarsi con il cognome, affinché l'incontro venga fissato. Una volta giunto all'appuntamento, viene immediatamente ed educatamente respinto con il rituale "La richiameremo". Alla signora è stato risposto che il problema del lavoro riguarda tutti, anche gli italiani. Ancora una volta ho dovuto prendere la parola per dire che non mi sento di dire alla signora che è preda delle sue allucinazioni. Il problema del lavoro c'è e riguarda tutti - è vero - ma non mi si venga a dire che avere un nome o un'origine araba non rappresenti un ostacolo in più, assente nel caso di altri eventuali candidati italiani al 100% per quello stesso posto di lavoro. Le inchieste, anche giornalistiche, sulle case che non vengono affittate agli extracomunitari, anche quando questi vengono accettati telefonicamente per via dell'italiano eccellente con cui si esprimono o del cognome insospettabile ma che poi vengono respinti con scuse che si rivelano, subito dopo, delle vere e proprie bufale, si sprecano. A questo punto, mi si è voluto ricordare che anche con i meridionali succedeva lo stesso. Questo ritornello l'ho sentito decine e decine di volte finora. Ok: di che cosa si vuole convincere l'immigrato quando gli si ricorda questo vergognoso passato? "Che siamo tutti nella stessa barca" o che i meridionali sono stati semplicemente sostituiti con gli immigrati? Se un italiano era capace di affiggere un cartello "Non si affitta ai meridionali" per negare ad un suo connazionale e correligionario la casa, cosa volete che pensi l'immigrato, in particolare quello arabo e musulmano? Sono passati i tempi in cui un partecipante al convegno, palestinese giunto a Torino più di vent'anni fa, ha avuto la fortuna di essere accolto dalla futura suocera italiana con il gioiso sfogo: "Basta che non sia un Napuli"! O sbaglio?