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sabato 17 febbraio 2007

Reso paraplegico dal datore di lavoro

di Alberto Gaino, La Stampa, 14 febbraio 2007
Più di due ore di fronte ai giudici, dopo 4 interventi chirurgici per tentare di arginare i danni di una grave lesione spinale, paralizzato dal tronco in giù e prossimo a una nuova operazione cui seguirà un altro anno di «recupero funzionale». E' dal 12 dicembre 2005 che Abderrahim Belgaid, 45 anni, marocchino e infermiere professionale alla «Medicina d'urgenza» delle Molinette sino a quel giorno, è diventato un paziente a vita e non ha più lasciato l'ospedale. Da 15 anni in Italia, muratore, facchino, operaio Iveco, poi il corso professionale, sostenuto dai volontari della Camminare Insieme, e un posto da infermiere attraverso una coop (la Vita Serena di Giovannone, mancato presidente granata). Ieri, è iniziato il processo per lesioni personali gravissime al factotum di quella coop, Remolo Arcuri. Accusato di aver ridotto in carrozzina Belgaid. E' la prima volta che Belgaid racconta in pubblico le ore in cui la sua vita è stata schiacciata. Poteva essere solo una lite per gli stipendi arretrati non saldati e la tariffa oraria concordata e non rispettata da Arcuri. «Esco dal suo ufficio per chiamare il 112, mi dicono che devo fare il 113, lo faccio, spiego, e torno nell'ufficio». Belgaid pensa che sia finita lì. Prende il giaccone per andarsene. «Arcuri mi afferra per le spalle, mi gira e mi riempie di pugni. Non reagisco, dico basta, per favore, mi sento colpire ai polpacci e cado. All'indietro. Il dolore è fortissimo. Non sento più le gambe, i piedi, una scossa elettrica». Da soccorrere subito e con grande cautela. Invece. «Arcuri mi afferra le braccia, mi trascina verso il centro della stanza. Gli abbraccio i piedi, piango. Gli dico di smetterla. Io sono infermiere, lui dovrebbe essere infermiere. Capisco che la mia vita è finita in quel momento. Non faccio che ripetere "aiuto", "ambulanza"». Belgaid si racconta senza rancore, ma con una dolente pesantezza che le sue semplici parole trasmettono all'aula inchiodata al silenzio. I pm Dionigi Tibone e Stefano Castellani gli fanno ripercorrere il tempo infinito di un'ora (minimo), un'ora e 40 minuti (massimo) perché un'ambulanza intervenga. Nel frattempo Arcuri e un collaboratore cercano di sollevarlo. Poi qualcuno chiamerà la polizia. Intervengono due in divisa: «Io ero per terra, uno fumava e l'altro mi ripeteva di alzarmi e di andarmene. Mi sollevano tutti e quattro e mi mettono su una sedia. Arcuri tira fuori un assegno e lo da a un poliziotto che mi dice "voglio aiutarti, prendilo e vattene". Io mi mordevo le mani dal dolore». Chiamano finalmente il 118 e la storia si ripete con gli infermieri. I pm: «Arcuri diceva a tutti che era un marocchino ubriaco». Di risarcimento nemmeno si parla.