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martedì 13 marzo 2007

L'Islamologo Tuttofare nasconde i fatti? (1/2)

Ho conosciuto Marco Travaglio quando eravamo entrambi ospiti di Festival Storia, che ha dedicato l'edizione 2006 al tema del "Processo". Nello stesso giorno in cui lui ha parlato dei processi alla Mafia, io ho parlato - assieme ad altri relatori - del Processo a Saddam Hussein. Qualche settimana fa, Travaglio era a Torino (lui è di Torino, ma è raro che ci stia a lungo) per presentare il suo ultimo libro, La scomparsa dei fatti. L'avevo comprato prima di intraprendere un lungo viaggio in treno, e vi assicuro che non l'ho mollato prima di averlo interamente divorato. Grazie a quell'interessante lettura, non mi sono nemmeno accorto del tragitto. Il problema era che non sapevo se ridere o piangere, se piangere per non ridere, se piangere dalle risate, se fare tutte queste cose assieme, e - più che altro - come fare senza attirare l'attenzione degli altri passeggeri. Travaglio, con uno stile esilarante ha svelato i meccanismi con cui l'informazione viene manipolata, falsata, mistificata in Italia. Ci sono nomi, cognomi, date, episodi di cronaca, articoli giornalistici, intercettazioni telefoniche e soprattutto una dose massiccia di commenti ironici in grado di far venire le lacrime agli occhi, svenire dalle risate.

Avevo deciso di acquistare il libro leggendo la quarta di copertina: «C’è chi nasconde i fatti perché non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia di studiare, di informarsi, di aggiornarsi. C’è chi nasconde i fatti perché ha paura delle querele, delle cause civili, delle richieste di risarcimento miliardarie, che mettono a rischio lo stipendio e attirano i fulmini dell’editore, stufo di pagare gli avvocati per qualche rompicoglioni in redazione. C’è chi nasconde i fatti perché altrimenti non lo invitano più in certi salotti, dove s’incontrano sempre leader di destra e leader di sinistra, controllori e controllati, guardie e ladri, puttane e cardinali, principi e rivoluzionari, fascisti ed ex lottatori continui, dove tutti sono amici di tutti ed è meglio non scontentare nessuno. C’è chi nasconde i fatti perché contraddicono la linea del giornale. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perché ha paura di dover cambiare opinione. C’è chi nasconde i fatti perché così, poi, magari, ci scappa una consulenza col governo o con la Rai o con la regione o con il comune o con la provincia o con la camera di commercio o con l’unione industriali o col sindacato o con la banca dietro l’angolo. C’è chi nasconde i fatti perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, “c’è gente che pagherebbe per vendersi”». Dopo un simile elenco, poteva mancare Magdi Allam? Me lo stavo chiedendo mentre scorrevo l'indice analitico, giurando di rintracciare Travaglio per "rimproverarlo" nel caso non ci fosse.

E invece c'era. A lui erano dedicate ben due pagine, che riporto di seguito affinché si possa inquadrare meglio il personaggio: "Il 31 maggio 2004 Magdi Allam, islamologo tuttofare, comincia a scrivere sul Corriere della Sera che nel commando dei seguaci di Moktada al-Sadr, responsabili del rapimento in Iraq di quattro bodyguard italiani e dell'assassinio di Fabrizio Quattrocchi, ci sarebbe un terrorista di madrelingua o addirittura di nazionalità italiana. Un basista di bin Laden che addita gli italiani da colpire. Vespa rilancia la notiziona da par suo. E subito in Italia si apre la caccia al putribondo figuro, ovviamente tra le file della «sinistra radicale», notoriamente alleata dei tagliagole islamisti per il sol fatto di chiedere il ritiro delle nostre truppe da Nassiriya. Allam non cita uno straccio di fonte certa per consentire ai lettori, ma anche alla classe politica, di verificarla. Poi, messo alle strette, dice di aver appreso la notizia «dai servizi segreti». Le interrogazioni parlamentari si susseguono. Sandro Bondi è fra i più solerti, seguito a ruota da Franco Servello, senatore di An, che chiede al governo Berlusconi «di quali notizie disponga circa: i collegamenti tra terrorismo islamico e componente italiana del terrorismo internazionale; l'eventuale coinvolgimento e responsabilità di cittadini italiani nell'uccisione di Fabrizio Quattrocchi, nel rapimento degli ostaggi e nell'attacco ai nostri soldati, che è costato la vita al lagunare Marco Vanzan». A questo punto, il gruppo Ds al Senato chiede al governo di «confermare o smentire» l'inquietante scoop (si fa per dire) di Allam, visto che «l'autore dell'articolo sostiene che la notizia della presenza di italiani tra i terroristi islamici sarebbe stata fornita dai nostri servizi segreti», e, in caso di conferma, di spiegare «perché i servizi segreti abbiano reso note informazioni di tale delicatezza». Il governo si guarderà bene dal confermare. I politici molleranno la presa. I giornali, per carità di patria, parleranno d'altro. Magdi Allam abbandonerà ben presto quella pista per batterne altre, con «rivelazioni» ancor più scottanti, sempre in veste di «esperto». Resta da capire come si possano sbattere in prima pagina «notizie» di quella portata senza essere tenuti a fornirne la minima prova o, in alternativa, senza scusarsi per aver pubblicato una bufala politicamente tutt'altro che neutra. La parola magica è «me l'han detto i servizi segreti» (quali? quando? a che titolo? Boh). E morta lì". Leggi la seconda parte