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martedì 15 maggio 2007

Praedicare captivis indulgentiam

La malattia «ti cambia sì, ti obbliga a cambiare. Io prima ero una belva, un motore a scoppio che andava sempre, potevo stare una settimana senza dormire; giravo tutte le piazze del Nord Italia senza mai fermarmi, ero capace di andare a Pordenone e tornare di notte in macchina da solo, in automatico. Quando eravamo sotto elezioni, poi, scrivevo tutto il giornale da solo in due giorni. Queste cose non le posso fare più». Bossi se la prende con il suo corpo che ha ceduto, che l'ha mollato. «Mi arrabbio, sì. Vede, prima io non ero mai stato malato in vita mia. Però so che se esageri può saltare tutto. Fumavo due pacchetti di sigarette al giorno. Adesso fumo il toscano. Alcol no, sono astemio, ho sempre bevuto solo Coca-Cola; zucchero e caffeina ti danno energia». È cambiato anche il suo approccio alla politica. «Mi arrabbio di meno. Prima cadevo in tutte le trappole, ora ho imparato a guardare solo alle cose importanti. Ormai capisco perché si dicono certe cose, perché si fanno certe scelte. Riesco a essere distaccato, a non farmi travolgere».
Umberto Bossi a Vanity Fair.