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mercoledì 27 giugno 2007

Viva Israele. O tempora o mores! (III)

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Torniamo a Viva Israele, l'ultimo libro di Magdi Allam. Al di là del preciso scopo elettorale che anima il suo autore e che lo spinge a tentare di rifarsi una verginità politica - la Clinica Italia è rinomata per questo tipo di operazioni - che cancelli il suo passato di "estremista di sinistra" per collocarlo a destra o comunque in un ambito affine all'area neoconservatrice e teocon della politica italiana, vi è un motivo ben più importante che si cela dietro la pubblicazione in questione. Un'esigenza che affonda le necessità nella geopolitica e negli interessi strategici internazionali, e che va ben al di là di Allam e del suo libro. Questa vitale esigenza viene in parte rivelata da Francesca Paci, corrispondente da Gerusalemme del quotidiano torinese La Stampa, che in un recente articolo ci informa che "Alcuni mesi fa il ministro degli Esteri (israeliani, ndr) Tzipi Livni ha convocato i diplomatici e i migliori specialisti di PR (pubbliche relazioni, ndr) sul mercato per pianificare una strategia mediatica a tappeto che sganciasse l’idea che si ha del Paese dalla questione palestinese, ammettendo che «c’è un problema d’immagine enorme»".
Che Israele soffra di un problema di immagine enorme è un dato di fatto: un sondaggio pubblicato nel 2003 a Bruxelles rivelava che per una buona percentuale di europei Israele "sarebbe più minaccioso dell’Iran e della Corea del Nord". Nel Regno Unito si sta allargando il fronte del boicottaggio, che ha già coinvolto il sindacato di ricercatori inglesi UCU nel “boicottaggio di tutte le istituzioni accademiche israeliane” e la Chiesa anglicana, fino a coinvolgere i giornalisti e il potente sindacato inglese della pubblica amministrazione UNISON. Il Sudafrica, che subì l'embargo ai tempi dell'Apartheid, ha appoggiato immediatamente l'iniziativa inglese: il maggiore sindacato sudafricano ha lanciato una campagna per il boicottaggio dei prodotti israeliani e il ministro Ronnie Kasrils, di religione ebraica, supporta attivamente il boicottaggio. In Italia, Beppe Grillo - autore del blog più seguito in assoluto in Italia, e uno dei primi al mondo - ha confessato che "Israele fa paura. Il suo comportamento è irresponsabile. Ecco, l’ho detto. E non sono neppure ubriaco" e si moltiplicano le voci a favore del boicottaggio, sia in ambito accademico che in ambito economico.
La leadership israeliana è estremamente preoccupata dai segnali provenienti da Londra, per timore che la campagna si estenda al resto dell'Europa. Ed è proprio per questo che il ministro degli esteri Livni ha creato immediatamente una task force governativa, alla quale partecipano politici, accademici e sindacalisti israeliani, il cui scopo è di promuovere le pubbliche relazioni nel Regno Unito e nel resto d'Europa, per evitare che ad Israele venga associata l'immagine dell'Occupazione. La guerra israeliana in Libano non ha fatto che compromettere ulteriormente l'immagine già traballante del paese. All'epoca io stesso ebbi modo di scrivere, anticipando i tempi, in un articolo significativamente intitolato "Il suicidio di Israele", che "Sia ben chiaro che le sconfitte di Israele non sono né militari né strategiche: su questo piano la superiorità di Israele è garantita dall'illimitato appoggio statunitense. Non sono nemmeno diplomatiche, visto che il veto americano è sempre pronto a bloccare qualsiasi risoluzione di condanna e che, come ha fatto sapere il ministro degli Esteri D'Alema ieri, "se Israele vuole fare la guerra noi non abbiamo i mezzi per fermarlo". Non sono nemmeno sconfitte di immagine "istituzionale," visto che alle perdite che Israele subisce e alle sue "ragioni" ci pensano, ed in maniera fortemente parziale, tutti i media ufficiali in Occidente. Le sconfitte di Israele sono invece di simpatia presso i popoli, di credito presso "l'uomo di strada".
E' in questo contesto di campagna pubblicitaria e promozionale che si sta dipanando in tutta Europa, commissionata, guidata e ispirata da una task force governativa israeliana, che si inserisce tutta una serie di pubblicazioni tese a rifare completamente l'immagine di Israele agli occhi dell'uomo di strada anche in Italia. Negli ultimi mesi, il mercato editoriale è stato letteralmente invaso da pubblicazioni dai titoli inequivocabili: "Israele siamo noi" di Fiamma Nirenstein, "Autodafè", di Emanuele Ottolenghi, "L'Eurabia" di Bat Ye'or, e persino un Maxim che sfoggia immagini di sensuali ed improbabili soldatesse israeliane in tanga (originale di Maxim qui. Memorabile il commento di Robecchi su Il Manifesto). L'iniziativa è talmente aggressiva e soverchiante che rischia di vanificarsi in modo del tutto autonomo. Vi renderete conto, a questo punto - soprattutto se lo confrontate con i servizi di Maxim - che "Viva Israele" di Magdi Allam non è altro che un ben misero e insignificante contributo ad una causa ben più ampia di natura strettamente politica ed ideologica. Interessante notare però la concertata discesca in campo di tutti questi amici - sinceri e non - di Israele. Fiamma Nirenstein è sorella di Susanna Nirenstein, ex-collega di Magdi Allam a La Repubblica, la prima ad essere menzionata nella pagina di ringraziamenti dell'autore. Anche Fiamma conoscerà Allam, che a sua volta dirà - nella stessa pagina di ringraziamenti - di condividere con lei "un rapporto intellettuale e umano intenso e un intesa forte sui valori di fondo". Il libro di Ottolenghi, ringraziato anch'esso nelle stesse pagine, è invece prefato da Allam in persona. Ma Ottolenghi è anche membro del Board di relazioni internazionali della Fondazione Magna Charta presieduta dall'On. Marcello Pera. Board di cui fa parte Fiamma Nirenstein. E, guarda caso, anche Magdi Allam. (Leggi la Quarta Puntata)