Notizie

Loading...

lunedì 9 luglio 2007

Chiamiamola pure Invidia

Tutti ricordano, immagino, la famosa diatriba sul Crocifisso, innescata in Italia da un personaggio reso famoso da Porta a Porta & Co., ma addebitata sul conto di tutti i musulmani residenti nella Penisola. Politici, insegnanti, religiosi, media, quando non impegnati a togliere frettolosamente i crocefissi dalle aule scolastiche per non "offendere la sensibilità degli islamici", erano tutti impegnati a strillare: "Nessuno tocchi il crocifisso! Il crocifisso rimanga dov'è! Guai se provano a toglierci il crocifisso! Se togliamo il crocifisso, ci ritroviamo con la mezzaluna!", e via dicendo. Un gran caos che, nel corso degli anni, ha diffuso la leggenda metropolitana secondo cui "gli islamici vorrebbero toglierci il crocifisso". A giudicare dalla sollevazione generale, uno era persino propenso a credere che il crocifisso fosse altamente tenuto in considerazione negli ambienti scolastici. Ora, invece, abbiamo finalmente capito perché tutti si sono ampiamente spesi per conservare il crocifisso nelle classi: per permettere agli studenti di prenderlo a bastonate. A Rovigo, un’intera classe, o quasi, dell’Istituto per geometri di corso del Popolo, ha incitato un gruppetto di compagni che, dopo aver staccato il crocifisso dal muro lasciando attaccato un biglietto con la scritta «Torno subito», hanno infierito sull’effigie del Cristo con un bastone di legno fino a farla a pezzi. «Finiscilo, forza finiscilo». Il tutto, ovviamente, filmato dagli immancabili videofonini per mostrare la «grande impresa».
Come succede spesso in questi casi, molti sono pronti a liquidare il fatto come un "episodio isolato". Cosi come lo erano i casi del ragazzo rumeno manganellato dai compagni italiani nel bagno, quello del ragazzo down aggredito in classe sotto gli occhi dell'insegnante, o le violenze di gruppo - anche di natura sessuale - sui compagni/e o con gli insegnanti, e via dicendo. Tanti, troppi, casi "isolati" che però denotano una realtà inequivocabile: la seconda generazione di italiani è completamente allo sbando. Il rispetto per il docente, il concetto di assunzione di responsabilità, l'idea di poter essere bocciati - solo per fare qualche esempio- sono per loro totalmente inconcepibili. Contano le griffe, la ricarica del cellulare, il Grande Fratello, le veline e il futuro da calciatori. Sono sicuro che ora nei commenti si alzerà il coro di italioti che negano spudoratamente l'evidenza: "Non-è-vero-i-nostri-giovani-sono-tutti-puliti-bravi-educati-e-fanno-volontariato-guarda-piuttosto-gli-spacciatori-per-strada". Peccato che proprio quei giovani siano, spesso e volentieri, i loro principali clienti. E a sentire gli insegnati - e ne ho sentito parecchi in questi anni - il panorama che emerge non è proprio roseo. Sento continuamente parlare di giovani disgustosamente irresponsabili, e di genitori che aggrediscono verbalmente, legalmente e persino fisicamente i docenti che tentano di rimettere in riga i loro figli allo sbando. Poi hanno il coraggio di lamentarsi dell'extracomunitario che non cede il posto alla vecchietta sul pullman.
Quella dell'extracomunitario che non si alza sul pullman, poi, è un'altra delle fisse degli abitanti del Bel paese. L'ha raccontata persino quel Poverino de Sinistra su La Repubblica: "Altro giro sul tram, affollato. Sale una vecchietta, si avvicina ad una ragazza di colore, la più vicina all'entrata e seduta tra altre 2 persone anziane e, gentilmente, le chiede il posto: prima non risponde e poi, all'insistenza dell'anziana biascica un "vaffanc.. vecchia puttana". Il vecchietto seduto si alza per darle il posto: io intervengo per dire che non è giusto, lei è giovane e può benissimo alzarsi per una vecchietta. Quella si alza, mi guarda, dice qualcosa e poi mi sputa la gomma americana che ciancicava: l'ho presa per il colletto e l'ho sbattuta fuori dal tram, alla fermata. Tutti ad applaudire ma io mi sono vergognato come un ladro per la mia reazione ed alla fermata successiva sono sceso". Ebbene, anch'io ho assisitito ad un episodio simile sul pullman. Sale una vecchietta, si avvicina ad una ragazza di colore e le chiede il posto. Peccato che abbia accuratamente evitato di chiederlo ad una fila di baldi giovani seduti prima e dopo la ragazza in questione. La ragazza ha fatto finta di niente e poi, di fronte all'insistenza dell'anziana, le ha chiesto - in un italiano stentato - come mai non lo chiedeva agli altri giovani seduti sul pullman. Mica tutti i mezzi sono come quello su cui è salito il Poverino, con l'intera parrocchia ultra-ottantenne a bordo. A questo punto è scoppiata una specie di sommossa sul mezzo, con tutti che strillavano allo scandalo e al sacrilegio. Come osava, quella lì, a rifiutare il posto alla vecchietta. Il fatto che poteva anche chiederlo a qualcun altro si è perso nel mezzo della baraonda. La ragazza ha borbottato, probabilmente qualche insulto, in inglese. Non mi è mai capitato di vedere immigrati col permesso di soggiorno, spingersi fino al punto di dare della puttana o di sputare la gomma sui cittadini italiani nei pullman. Praticamente è stata costretta con la forza ad alzarsi. Quando è scesa la fermata successiva, si è levato un coro di sollievo. E tutti a commentare liberamente, lodando la vecchietta che ha fatto alzare quella negra che sicuramente non aveva pagato il biglietto. Come si sa, infatti, i negri non possono che vivere di "espedienti".
Ora, io mi chiedo perché tutti questi signori, tanto solerti a condannare e a stigmatizzare la maleducazione degli extracomunitari, tra l'altro spesso e volentieri alimentata proprio dalle loro provocazioni ed atteggiamenti discriminatori, non spendono metà del loro tempo ad educare i propri figli. Magari eviteranno che in futuro la loro prole sia costretta a svolgere i lavori che "gli italiani non vogliono più fare" mentre quelli degli extracomunitari ricoprono incarichi dirigenziali e di primo piano. Perché il rischio è proprio questo: mentre ai giovani italiani non viene negato nulla, tranne la buona educazione, i figli degli extracomunitarti - a cui viene negata persino la cittadinanza del paese in cui sono nati e cresciuti - come minimo parlano due/tre lingue, studiano, si applicano, e vogliono superare e persino risarcire i loro genitori che hanno faticato non poco per permettere loro questa nuova vita. Spesso e volentieri mi viene il sospetto che tanto acrimonia nei confronti degli immigrati e tanta paura nel concedere ai loro figli la cittadinanza derivi proprio da una sensazione di inferiorità degli autoctoni sul piano dell'impegno professionale ed etico. Possiamo chiamarla invidia?