Notizie

Loading...

domenica 8 luglio 2007

Allam allontana Pace e Sicurezza

Leggendo il tuo libro vedo allontanarsi pace e sicurezza
di Amos Luzzatto, Il Riformista del 18 giugno 2007, pag. 1
Caro Magdi,
Ho letto con grande attenzione il tuo recente libro Viva Israele che, come è stato giustamente rilevato da più di una persona, se il titolo deve riassumere il contenuto di un testo, meriterebbe piuttosto il titolo di “Israele viva”, per distinguere il sostegno alla sopravvivenza di questo Stato dal sostegno allo Stato stesso inteso come strumento di difesa della civiltà: a pagina 193, l’affermazione che «Israele, insieme a papa Benedetto XVI, sono la residua speranza di salvezza della civiltà occidentale che, più di altre civiltà, incarna la sacralità della vita e la libertà della persona» mi porta a giustificare il titolo. Al tempo stesso però mi costringe a sollevare alcuni problemi, che ti sottopongo schiettamente, contando sull’amicizia e la stima che mi manifesti in appendice al tuo scritto.
La tua affermazione fa uscire il dibattito dagli scontri personali nei quali era caduto. E questo forse anche in seguito alla tua chiamata in causa di personalità italiane che parrebbero essere, secondo il tuo scritto, ciecamente filoislamiche, mentre mi risulterebbe che siano state portate in giudizio con motivazioni esattamente opposte. Io credo che si tratti invece di un dibattito che investe ampie problematiche culturali e politiche che minacciano di travolgerci e che dobbiamo approfondire finché siamo in tempo.
Permettimi per prima cosa di eccepire sulla tua affermazione che presenta la cosiddetta "civiltà occidentale" come quella che «più di altre civiltà incarna la sacralità della vita e la libertà della persona». Se dobbiamo escludere da questa civiltà lo sterminio delle popolazioni amerinde, le deportazioni di masse di schiavi in condizioni disumane dall’Africa al di là dellAtlantico, se considerassimo le guerre di religione, i roghi dell’Inquisizione, i misfatti dei colonialismi, i totalitarismi e le loro vittime, alla stregua di parentesi oscure, puri incidenti di percorso da non includere fra i fasti di questa civiltà, temo che ne resterebbero solo periodi molto limitati. Certo, ogni gruppo umano, ogni "civiltà", preferisce ricordare ed esaltare le proprie (rare) fasi felici, sottovalutando nel contempo i capitoli degli orrori; facendo poi esattamente l`inverso quando si tratta di valutare la storia degli "altri".
Questa modalità che, a essere generoso, potrei chiamare proprio-centrica, viene particolarmente esaltata quando si tratta di un sistema di giudizio fondato su principi indiscutibili, dati per veri sempre e dovunque, autentici dogmi che si pongono a un livello superiore rispetto a qualsiasi altro enunciato. Modalità che non sono materia di confronto o di reciproche concessioni, dunque nemiche del dialogo. Ai nostri giorni, sono state le ideologie ad essere accusate di tali colpe e siamo felici, spesso orgogliosi (fuori luogo) quando possiamo affermare che oggi le ideologie sono cadute e non sono più determinanti nella nostre società. (Da quanto tempo? E dove, per la precisione?) Ma ben prima delle "ideologie" non sono forse state le religioni ad assumere tale ruolo? (sia pure con la precisazione che le religioni cercavano nella trascendenza il loro punto di partenza, mentre le ideologie lo cercano nei valori dell’uomo, singolo o associato. La differenza però è minore di quanto appaia, perché l’impossibilità del dialogo porta inevitabilmente e comunque alla violenza).
Leggo che tu sei di fede musulmana per quanto non praticante. Io, contrariamente a molti ebrei, cristiani, musulmani, credo che questo non solo sia possibile, ma che sia molto più diffuso di quanto si sia disposti a credere. La "fede", se e quando esiste, interviene quando il raziocinio, nella ricerca della spiegazione della spiegazione, nella sua regressione all’infinito, decide a volte di fermarsi, a volte cedendo allo sconforto, altre volte sconfinando verso la fiducia in ciò che non possiamo dimostrare. Non è detto che si tratti di una operazione sempre e solo individuale né che sia una costante storica: ma è molto diffusa e non può essere scartata scrollando le spalle. La religione privilegia invece le pratiche (le forme di culto, la preghiera, i digiuni, i divieti), che richiedono la presenza di due cose intimamente collegate: una comunità organizzata e le sue guide spirituali. Se la fede confina con la Filosofia, la Religione (sto parlando di tutte le religioni) è un fenomeno strettamente sociale, che però tende a fare della Fede la sua unità di misura.
La prima domanda è dunque questa: "la Religione" deve pervadere di sé tutto il dominio della società organizzata oppure le vengono imposti o si auto-impone determinati limiti? È una domanda che pervade da alcuni secoli il pensiero dell’Europa e degli insediamenti che essa ha figliato. A tutt’oggi non conosciamo una risposta definitiva accettata da tutti. Ma sappiamo che per alcune società (quelle governate dagli integralisti, senza ulteriori aggettivi) la risposta reale è negativa (la religione deve pervadere tutto) anche se qualche volta mimetizzata da una certa retorica; altre società rispondono invece che devono esistere dei limiti e si compiacciono di questa affermazione avanzata. Tranne poi a non riuscire a definire questi limiti, che vuol dire predicare bene e razzolare male; oppure confinare nelle nebulose "radici" cristiane che, quando diventano addirittura "giudaico-cristiane" si avvolgono di una nebbia fitta.
Questa è, secondo me, la sostanza della debolezza con la quale l’Europa affronta le culture e le religioni extra-europee. È una debolezza che per molte generazioni è stata mascherata dalla forza materiale delle armi e della tecnologia; oggi tale maschera sta cadendo. Se le cose stanno così, caro Magdi, io trovo nel tuo libro una dovizia di particolari, preziose citazioni, anche un forte desiderio di pace e di sicurezza con l’angosciante sospetto che l’una e l’altra vadano allontanandosi. Senza conoscere tutti i particolari, lasciami dire che a grandi linee non ho trovato grosse novità.
Ma adesso la domanda cogente è questa: a fronte dello tsunami di odio e di violenza che sta montando attorno a noi, a fronte della tendenza di ciascun gruppo religioso o ideologico di scivolare nell’autoreferenzialità che nega il principio stesso del dialogo, ... che fare? Il lavoro educativo e informativo va fatto ma si tratta di costruzioni a lungo termine. La difesa dalla violenza è una risposta naturale, a breve termine, ma non risolutiva. Sempre meno mi convince quanto mi diceva un caro amico israeliano molti anni fa parlando del conflitto con i palestinesi: «la soluzione è che non ci sia alcuna soluzione». Parrebbe quasi che, tragicamente, al di fuori della guerra, l’umanità non sappia programmare altro. Clausewitz diceva che la guerra era la continuazione della politica con altri mezzi. Io, molto più modestamente, mi sento di affermare che la guerra è la sepoltura della "politica". E allora? Vogliamo allargare il nostro dibattito? Certamente, ma senza attendere le delibere dell'Onu.