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giovedì 19 luglio 2007

Magdi, non mi prenda in giro

Estratto della Lettera aperta di Gerolamo Fazzini a Magdi Allam in occasione della manifestazione del 4 luglio contro la "persecuzione" dei cristiani in Medio Oriente. Gerolamo Fazzini è il segretario della Federazione della stampa missionaria italiana (Fesmi). La Fesmi oggi raggruppa 38 testate missionarie, tra cui l'agenzia Misna. Fazzini è anche condirettore di «Mondo e Missione» (rivista del Pime di cui è stato caporedattore dal 1994 al 1997) ed è editorialista di Avvenire, dove ha lavorato per cinque anni.
Caro Magdi Allam,
(...)
1) Trovo parziale la lettura della situazione che lei propone. “Da circa un milione e mezzo prima dell'inizio della guerra scatenata da Bush il 20 marzo 2003 (i cristiani d’Iraq – ndr) si sono ridotti a circa 25 mila”. Premesso che le cifre in nostro possesso sono assai diverse (e meno catastrofiche, per quanto preoccupanti), non le viene il sospetto che l’esodo massiccio dei cristiani iracheni in Siria, Giordania e altri Paesi sia una conseguenza diretta dell’intervento militare anglo-americano in Iraq? Non credo di essere accusabile di anti-americanismo di bassa lega se cito alcune dichiarazioni di mons. Fouad Twal, vescovo coadiutore latino di Gerusalemme. Nei giorni scorsi a Venezia, all’incontro del Comitato scientifico di Oasis (la rivista promossa dal cardinale Angelo Scola) Twal ha detto che quando è stata scatenata la guerra in Iraq non è stato calcolato chi ne avrebbe pagato il prezzo, ovvero i cristiani. Un personaggio insospettabile, don Gianni Baget Bozzo ha scritto (Tempi, 14 giugno 2007): «L’intervento americano in Iraq ha distrutto il nazionalismo iracheno (…). Ma quel regime, appunto perché autoritario, lasciava ai cristiani una libertà vigilata che ne consentiva l’esistenza». Dicendo ciò non voglio certo allungare le fila di quanti condannano la guerra in Iraq quasi rimpiangendo il tiranno di Baghdad. (*) Dico solo che la mancanza di pace nell’area ha peggiorato – e di molto le condizioni dei cristiani mediorientali, come ha giustamente osservato nei giorni scorsi anche il direttore di Asia News, padre Bernardo Cervellera. Aggiungo che mons. Paul Hinder, vicario apostolico d’Arabia, nel medesimo incontro di Oasis, a precisa domanda di chi scrive, ha risposto che, anche nei Paesi del Golfo persico, in misura diversa, l’onda d’urto della guerra in Iraq si ripercuote sui cristiani (in larga parte asiatici: filippini, srilankesi, indiani…) che vivono lì. Se tutto questo è vero, permetterà che io mi stupisca nel vedere tra le firme in calce al tuo appello quelle di molte persone che, a differenza di quanto fece Giovanni Paolo II, non solo non condannarono ma giustificarono e appoggiarono con forza la guerra in Iraq.
2) Leggo nel suo editoriale del 15 giugno scorso sul "Corriere". “In quasi tutti i paesi musulmani, dall'Algeria al Pakistan, dall'Indonesia alla Nigeria, dall'Arabia Saudita alla Somalia, i cristiani sono vittime di vessazioni e discriminazioni. E si tratta di una catastrofe per tutti: certamente per le vittime cristiane, ma anche per i musulmani che si ritrovano a essere sottomessi all'arbitrio di spietati carnefici e di tiranni che si fanno beffe della libertà religiosa”. Proprio perché sono d’accordo con lei, credo che - se si vuole impostare una battaglia per la libertà religiosa - essa vada fatta su un terreno laico, in quanto diritto umano fondamentale (cfr Giovanni Paolo II, discorso all’Unesco 1980 e recenti interventi di Benedetto XVI). Ben venga, dunque, l’appello a salvare i cristiani. Ma non facciamone una diatriba confessionale (i cristiani che puntano a salvare i cristiani). Oso aggiungere: salviamo (anche) i musulmani laddove essi sono minoranza in difficoltà, preda di altri fondamentalismi (penso all’idologia dell’hindutva, l’integrismo indù molto presente in India).
3) La libertà religiosa è un tema delicatissimo, proprio perché cruciale. Non può essere trattato mai in modo strumentale. Cito solo un esempio illuminante: il rapporto Rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo redatto dal Dipartimento di Stato Usa e presentato al Congresso. Nel 2004 il 6° Rapporto conteneva per la prima volta dure accuse all'Arabia Saudita, dove «non esiste libertà religiosa». Non mi risulta che tra il 2003 e il 2004 la situazione in quel Paese sia precipitata in modo particolare per i cristiani. Forse, più semplicemente, la spiegazione è che i rapporti politici fra Usa e Arabia Saudita (dopo che si è scoperto che 19 attentatori dell’11 settembre erano sauditi) sono diventati di colpo meno idilliaci e, di conseguenza, Washington si è finalmente presa la libertà di criticare il governo saudita su questo fronte.
4) Mi rimane da capire la scelta della data del 4 luglio. Tutti sanno che quel giorno negli Usa si festeggia l’Independence Day. Ma perché una manifestazione come quella che lei propone si tiene proprio lo stesso giorno? Non vorrà suggerire, spero, che dobbiamo affidare agli Stati Uniti (o solo a loro) la salvaguardia dei diritti di libertà religiosa. Mi parrebbe una strumentalizzazione alquanto infelice.
Sono certo che leggerà con interesse queste note. Auguro alla manifestazione del 4 luglio, alla quale hanno aderito anche molte persone amiche e che stimo, il successo che merita. Ma, per i motivi che ho espresso, vi assisterò da lontano.
Gerolamo Fazzini