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sabato 14 luglio 2007

No permesso? No Party! (II)

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In Italia, sono tutti bravi a dire a che gli extracomunitari hanno solo "diritti". Peccato che questi "diritti" si sciolgano come neve al sole al primo vaglio ravvicinato. Ha ragione, il ministro Amato, quando afferma che 70 euro per rinnovare un permesso di soggiorno sono un salasso per gli extracomunitari. Ma, per quanto mi riguarda, i 70 euro sono ingiustificati soprattutto alla luce della qualità del servizio che viene loro offerto in cambio. Perché il rinnovo del permesso di soggiorno, per di più se lautamente pagato in contanti, è innanzittutto un servizio - e quindi un diritto - dell'immigrato, oltre che un suo dovere. L'immigrato è tenuto a rispettare le leggi dello stato, e regolarizzare la sua presenza rinnovando il permesso, ma lo Stato - in cambio - è tenuto ad offrire un servizio adeguato. Questa seconda parte, normalmente, sfugge sia al governo che all'opinione pubblica: il permesso di soggiorno è appunto un "permesso", e quindi qualcosa che viene gentilmente e generosamente concesso come beneficenza. E l'extracomunitario dovrebbe accontentarsi del solo fatto che gli viene concessa questa "beneficenza". Beneficenza un corno! Intanto gli extracomunitari regolari lavorano, e quindi pagano le tasse. In cambio di queste tasse non hanno nessun diritto elettorale, e se proprio vogliamo citare qualcuno, che sia James Otis (1725-1783), politico di Boston che affermava: "La tassazione senza rappresentanza è tirannia". Ma senza ricorrere alla retorica di Otis, basta il famoso solgan "No taxation without representation" per rendersi conto che gli extracomunitari sono pienamente legittimati a chiedere quantomeno un servizio decente per il rinnovo dei permessi.
Se lo scopo della convenzione siglata dal Ministero degli Interni con le Poste italiane era quello di velocizzare le pratiche di rinnovo, e allegerire il carico di lavoro incombente sulle forze dell'ordine, ebbene, questo scopo è miseramente fallito. Il rinnovo del permesso di soggiorno con la nuova modalità comporta ritardi inconcepibili. Anche perché chi ha stilato la convenzione ha disposto che l'extracomunitario mandi la famosa raccomandata con la richiesta all'attenzione del Questore della città dove risiede presso un indirizzo ubicato a Roma. Avete capito bene: il sottoscritto, per esempio, dovrebbe mandare la richiesta di rinnovo al Questore di Torino, ma presso Viale Trastevere, a Roma. A Roma, qualcuno - presumo - riprende la busta, la apre, la guarda, la richiude e la rispedisce a Torino, dove viene materialmente esaminata. Ancora mi sfugge l'utilità di questo passaggio, ma pazienza. L'unica cosa che so è che questo viaggetto ritarda la pratica di alcuni mesi. Qualcuno parla addirittura di un passaggio intermedio a Milano: tutto è possibile. Poi uno pensa che, avendo mandato la richiesta di rinnovo via posta, gli venga risparmiato il pellegrinaggio in Questura. Macché! L'extracomunitario si reca in Questura per due volte: una per farsi prendere le impronte, l'altra per ritirare il permesso. E il personale delle forze dell'ordine è sempre lo stesso. Tanto valeva non cambiare il sistema, allora. Prima, infatti bastava andare in Questura una volta per presentare la richiesta e farsi prendere le impronte, e l'altra per ritirare il permesso. Adesso si è aggiunto anche il pellegrinaggio alle Poste!
E mica tutti gli sportelli delle Poste sono abilitati, all'invio della benedetta raccomandata. Macché! Solo lo "Sportello amico" (Si noti la terminologia) è preposto a questa funzione. Allo sportello amico viene consegnata una busta con la striscia gialla (e meno male che non è una stella, o una mezzaluna) che viene rispedita, dopo averla compilata e integrata con la documentazione, pagando solo ed unicamente in contanti (niente bancomat, assegni o denti d'oro). Ma anche la compilazione non è da poco: affinché la domanda risulti leggibile al lettore ottico del Ministero, è preferibile che venga compilata al computer. Ma non qualsiasi computer: deve essere quello del patronato o di una Acli. E cosi, ai tre viaggi in Questura e alle Poste, si è aggiunto anche quello al Patronato. Ora, inutile sottolineare le lunghissime attese presso i Patronati e le Questure. L'aspetto tragicomico è che l'extracomunitario, per recarsi in Questura, riceve una raccomandata che gli intima di presentarsi alle ore 8:39 o 10:42 (si noti la precisione) per il rilascio delle impronte mentre una volta giunto sul posto gli viene consegnato un numerino (e la convocazione? Boh!), che - se tutto va bene - gli permette di entrare alle 17:30, 18:00. In altre parole, l'extracomunitario è costretto a perdere almeno tre giornate lavorative, ad aspettare sei o più mesi un permesso che dura un anno o due, a non poter uscire dal paese durante questo periodo, e in cambio di tutti questi "diritti" - perché qualcuno ha la faccia tosta di definirli cosi, in questo paese - paga anche 70 euro. Ovviamente protestare è "sputare nel piatto", è comportarsi da "ospiti prepotenti" e "Anche gli italiani sono schiacciati dalla Burocrazia". Ebbene, se così è, propongo di estendere questi "diritti" a tutti cittadini italiani desiderosi di rinnovare le proprie carte d'identità o passaporti. Se nessun protesterà, e solo allora, farò Mea Culpa.