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martedì 17 luglio 2007

Una, nessuna e centomila identità (II)

Leggere la Prima Puntata
Quando Randa Ghazi parla del rischio di rimanere "incastrati nel mezzo di due mondi, col rischio di essere rifiutati da entrambi", parla di un rischio concreto. Fino a quando non ho frequentato l'asilo, a casa - con mia madre, con mia nonna e mia sorella - parlavo solo ed unicamente greco. La mia conoscenza dell'arabo era scarsina, un limite che sarebbe venuto meno frequentando la scuola francese, dove l'arabo si studiava comunque nei progammi ministeriali, giocando con i compagni nel grande cortile alberato, oppure guardando la televisione e leggendo i giornali locali. Non avevo mai visto l'Europa fino all'età di 15 anni, né ho avuto l'opportunità di vivere in quell'Egitto che alcuni decenni fa assomigliava all'Europa e che nel frattempo era completamente scomparso, lasciando nel quartiere dove abitavo la sua eredità di palazzi e ville italiane e belghe, ingiallite dalla sabbia del deserto e dallo smog. Ma l'Europa l'ho vissuta nei ricordi di mia nonna, nei racconti di mia madre e soprattutto sui testi scolastici, dove erano raffigurati paesaggi innevati, raccolte di ciliegie, negozi parigini e piazze viennesi. D'estate, al mare, leggevo Topolino e Paperino rigorosamente in francese. Più avanti sarebbe stato Le Figaro Magazine e, persino le riviste di gossip parigino, come Paris Match. Mi sono sempre sentito "europeo", una sensazione alimentata anche dalle critiche che mia nonna era solita rivolgere alle tradizioni e alle abitudini egiziane. Ma erano delle critiche amorevoli, soprattutto. O divertite. L'Egitto di inizio secolo in cui mia nonna era emigrata era radicalmente diverso, da quello che avrebbe visto in seguito. La sua delusione, per una certa involuzione dei costumi e della mentalità, era tutto sommato comprensibile e persino condivisa da molti egiziani.
Il mio primo viaggio fuori dall'Egitto fu in Francia, il secondo in Grecia e il terzo in Canada. Poco tempo dopo, mi sarei trasferito in Italia. Ma fu solo in Italia che mi accorsi che non ci sono sentimenti che tengano, quando si tratta di pratiche burocratiche, passaporti, visti e quant'altro. Potevo anche sentirmi "europeo" ma di fatti ero esclusivamente egiziano agli occhi dei funzionari dell'aeroporto. Avevo un passaporto egiziano e come tale sarei stato trattato, cioè con quell'atteggiamento di finta superiorità e di sufficienza con cui alcuni funzionari tendono a trattare gli extracomunitari, facendosi scudo delle loro divise. I cittadini europei - o meglio, quelli che avevano cittadinanze europee - potevano varcare le porte in fretta: fui costretto a fare una lunga fila sotto la scritta "Non UE citizens", con funzionari che sbraitavano e davano tranquillamente del "Tu" a tutti. Arrivato allo sportello, però, l'atteggiamento fu radicalmente diverso, non appena ebbi occasione di pronunciare due parole: il funzionario, convinto che mi ero sbagliato, mi indicò l'ingresso riservato ai cittadini italiani. Poi si rese conto del colore del passaporto che gli stavo porgendo. Bastarono quelle due parole, comunque, per costringerlo a chiedermi dove ero vissuto, dove avevo studiato, come mai parlavo l'italiano cosi bene. Forse non ero europeo, sulla carta, anche se ne avrei avuto diritto. Ma di certo avevo tutte le carte in regola per obbligare chi avevo di fronte a trattarmi con dignità. Fu all'aeroporto, che colsi l'aria che tirava in Italia. E mi feci subito una promessa: in questo paese, nessuno si sarebbe permesso di trattarmi con sufficienza solo perché ero cittadino egiziano.
Forse era quella, la mia identità? Quella sancita dai documenti che portavo nel portafogli? Ero tentato a crederlo. Il mio passaporto e il mio nome e cognome mi indicavano come egiziano, come arabo e persino come musulmano. Ma io ero anche a metà greco, avevo studiato da ragazzino in una scuola francese e in seguito ho vissuto cinque intensi anni in una scuola italiana. Tutto questo non concorreva forse a forgiare la mia identità? All'orizzonte si presentava la famosa crisi identitaria, che in realtà non c'è mai stata perché l'ho superata molto in fretta. In teoria avevo due scelte: quella di far finta di essere ciò che non sono e cioè italiano. O quella di tornare indietro e pretendere di essere solo egiziano. E cosi sono giunto alla stessa conclusione a cui è arrivata la protagonista del romanzo di Randa Ghazi, mentre rifletteva sulla sua identità: "Quante volte mi sono sentita fottuta­mente diversa? Quante volte ho avvertito il disagio nelle persone, o il disagio in me, l'incapacità e l'impossibilità di renderli pienamente partecipi di quello che sono? Quante volte mi sono detta "pensa se un giorno mi svegliassi e mi ritrovassi in una bella famiglia italiana, uguale a tutti quel­li che mi stanno intorno. O, nel caso opposto, in una bella famiglia egiziana, in Egitto. Ma almeno uguale agli altri"? E quante volte mia madre mi ha detto di non vergognar­mi di quello che sono? La realtà è che io non me ne vergogno, ma non riesco ad accettarlo pienamente. Sono sempre lì, tesa verso l'integrazione perfetta, l'assi­milazione più totale. Senza rendermi conto che forse alla fine è un miraggio lontano. Tu ti sforzi e fai di tutto per avvicinarti, ma più ti avvicini più perdi qualcosa di te, e anche se sembra sempre più vicino, non ci arrivi mai. E l'unica soluzione, alla fine, rimane tornare indietro. Quando ti rendi conto che non raggiungerai mai la meta, ti volti e torni indietro. Ma quando ti giri di nuovo a guar­darla, non c'è più, perché in realtà forse non c'è mai stata. Non vorrei mai rischiare di correre dietro a un miraggio. Perderei qualcosa di me". (Leggi la Terza Puntata)