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domenica 5 agosto 2007

Lesa Maestà

Allam e Ovadia, il caso non è chiuso
Mauro Fattor e Stefano Fait, L'Espresso
Alcuni giorni fa, il 27 luglio, abbiamo (L'Espresso, ndr) pubblicato una lunga intervista a Moni Ovadia su «Viva Israele», ultima fatica editoriale del vicedirettore del Corriere della Sera, Magdi Allam, ospite a Levico il giorno successivo. Moni Ovadia, intellettuale ebreo tra i più colti e disincantati, ha detto con franchezza quello che pensava. Ha espresso delle riserve sul libro, criticandone l’impostazione di fondo e evidenziando quello che - a suo parere - è un inaccettabile pregiudizio antislamico e antipalestinese. Ora abbiamo deciso di ritornare sull’argomento. Per due motivi. Il primo è che Magdi Allam prosegue il tour promozionale del suo libro in regione e sarà il 2 agosto alla Casa Michael Pacher di Brunico, il 3 agosto al Cinema Bucaneve di San Martino di Castrozza, e il 4 agosto al Palazzo delle Terme di Comano. Il secondo è che, dopo la pubblicazione dell’intervista a Ovadia, abbiamo ricevuto molte lettere (ovviamente grazie all'interessamento di Informazione corretta (sic), ndr) - per lo più assai critiche nei nostri confronti - e il giornale nel suo complesso è stato oggetto in diverse sedi di una forte polemica per la scelta di aver dato spazio a tesi in netto contrasto con quelle sostenute dal vicedirettore del Corriere della Sera. Siamo stati accusati, insomma, di essere antiisraeliani. Dispiace quindi che Allam abbia deciso di privare i nostri lettori della possibilità di sapere come risponde ai puntuali rilievi mossi da Ovadia, rifiutando sdegnosamente di farsi intervistare. Lesa maestà, pare. Ora, si dà il fatto che da parte nostra si stimi Moni Ovadia non meno di Magdi Allam, che pure è giornalista bravo e coraggioso. Non ci risulta però che scriva encicliche, dunque riteniamo di continuare ad esercitare un banalissimo diritto-dovere di critica, come di norma facciamo nei confronti di chiunque, e di farlo tanto più ospitando - come poi è stato - il parere di un intellettuale del livello di Moni Ovadia che su Israele e dintorni non è proprio l’ultimo arrivato. Del resto sarebbe curioso se Magdi Allam che ormai da anni (e con ammirevole presenzialismo) batte assiduamente i salotti estivi del Trentino-Alto Adige per promuovere i suoi prodotti, pensasse di poter affrontare il pubblico senza esporsi al rischio di incassare anche qualche critica. Almeno una tantum. E così torniamo ad occuparci di «Viva Israele» pubblicando un intervento di Stefano Fait, validissimo ricercatore universatario trentino che il libro di Allam l’ha letto tutto. E che ha qualcosa da dire. Piaccia o no al diretto interessato.

Di fronte al fondamentalismo islamico, due sono le reazioni più comuni: cercare di comprenderne la natura per poterlo meglio contrastare e neutralizzare, oppure bollarlo come un indecifrabile male assoluto, legittimando così qualunque azione preventiva o punitiva. Magdi Allam ha scelto questa seconda via e merita la nostra attenzione, perché interpreta e riepiloga le paure e le convinzioni di milioni di persone. Il vicedirettore “ad personam” del Corriere della Sera descrive la sua più recente pubblicazione, “Viva Israele”, come un “inno alla vita di tutti”, perché “quando si nega il diritto alla vita di Israele si innesca un meccanismo che si ritorce contro tutti, cattolici, musulmani ed ebrei”. Prova ne sia che Hamas, un’organizzazione che nega il diritto di esistere di Israele, sta rendendo impossibile la vita agli stessi Palestinesi. Allam parla di una civiltà dell’amore e della vita, incarnata dall’Occidente e da Israele, vero “discrimine tra la civiltà e la barbarie, tra la cultura della vita e la cultura della morte, tra il bene e il male”, che però non esclude l’uso preventivo della forza contro le presunte fucine del terrorismo internazionale. Si scaglia contro il terrorismo dei taglialingua, “quelli che in cambio della nostra sopravvivenza fisica ci impongono un’esistenza da zombie, senza diritto di parola e movimento” e ci impediscono così di essere noi stessi. Per Allam “non si può scendere a compromessi con loro, pena la perdita della nostra dignità e libertà”. Chi lo fa, immedesimandosi nel sentire comune di un Occidente “pavido e spaventato”, si mette nella posizione di chi nutre un coccodrillo nella speranza di essere mangiato per ultimo. A questo punto l’analisi di Allam purtroppo s’interrompe, quasi schiacciata dall’enormità di un’entità imperscrutabile: l’odio. Allam non s’interroga, si barrica dietro all’eterna contrapposizione tra Civiltà della Vita e dell’Amore e Civiltà dell’Odio e della Morte, che assomiglia molto al Misterium Iniquitatis cattolico, l’insondabile mistero sull’origine ed il significato del male nell’uomo. In questo modo sancisce la futilità di ogni tentativo di capire le cause di efferatezze - che lui giustamente condanna senza appello - se non altro per contrastarle e prevenirle. Rifiutandosi di comprendere gli altri, Allam rinuncia anche a comprendere se stesso. La sua autobiografia è infatti una pubblica sconfessione di tutte le sue credenze giovanili, che esclude ogni dialogo con il suo passato, che pure gli ha trasmesso un certo rigidezza intellettuale. Il suo stile tribunizio purtroppo trasmette la sensazione che il mondo intero sia ostaggio di fondamentalismi monoteistici, di dogmi contrapposti, di oscuri complotti internazionali volti all’islamizzazione dell’Europa e che l’unica soluzione sia aggrapparsi ad idee astratte come “umanità”, “amore”, “sacralità della vita”, “libertà, “orgoglio”, “verità”. Nel suo libro egli spiega che “Israele, insieme a papa Benedetto XVI, sono la residua speranza di salvezza della civiltà occidentale”, mentre in un suo recente intervento a Levico ha dichiarato di essere “orgogliosamente fazioso, perché sono sempre dalla parte della vita e della verità. senza accettare alcun compromesso”. Ma storicamente questa via conduce all’inaridimento dell’autonomia di giudizio e della volontà di intendere le ragioni altrui, a rinchiudersi nella propria fortezza di inespugnabili certezze e, non ultimo, allo stravolgimento dei fini e della pratica del giornalismo. Così, Allam, che pure è chiaramente in buona fede (sic, ndr), confonde l’esigenza di comprendere le cause di un fenomeno globale come l’estremismo islamico con l’arrendevolezza e la connivenza. Ma chi tradisce la propria civiltà: chi evidenzia come il fondamentalismo sia più virulento proprio laddove astuti autocrati strappano importanti avvalli politici occidentali in cambio della promessa di tenere a bada il fondamentalismo stesso (es. Musharraf in Pakistan e la famiglia reale saudita) - il classico serpente che si morde la coda - o chi nega il valore della conoscenza? Come si spiega dunque che la “civiltà dell’amore e della vita” finanzia ed appoggia pubblicamente degli spietati tiranni? E come si spiega lo schietto ed a tratti delirante fanatismo di chi scrive quotidianamente al forum di Allam, ambiguamente intitolat "Noi e gli altri"? La maggior preoccupazione di Allam deriva invece dalla sua convinzione che l’Europa sia già “una roccaforte dell’estremismo islamico”, che “nella maggior parte delle moschee italiane si predica l’odio, l’antisemitismo e l’avvento di un califfato globale perché si tratta di centri di indottrinamento ideologico” e che questa minaccia è ancor più terribile in una società italiana malata di sensi di colpa ed autolesionismo, e quindi incapace di reagire. Allam, che pure è a contatto con persone intellettualmente eccezionali, non sembra rendersi conto della falsa semplicità della sua visione del mondo, in tutto e per tutto analoga a quella di alcuni tra i suoi critici meno articolati. Nel testo egli cita autori ed esperti quasi esclusivamente per denigrarli, non acclude una bibliografia, non dà scampo a chi vorrebbe controllare la veridicità e la credibilità delle sue fonti. In pubblico invece reagisce alle osservazioni di chi lo critica, anche garbatamente, come se fosse invariabilmente oggetto di attacchi personali o ideologici. Eppure il dovere di un giornalista dovrebbe essere quello di provare a capire le ragioni degli altri, buone o cattive che siano, per aiutare i lettori a formarsi una propria opinione.George Orwell ammoniva che la cosa peggiore che si può fare con le parole è arrendervisi, lasciare che esse controllino i nostri pensieri. Per questo dobbiamo ascoltare e leggere Allam con grande attenzione: proprio per evitare che slogan come “Viva Israele” divengano mantra capaci di ottundere la nostra capacità di discernimento