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sabato 4 agosto 2007

Ovadia: Allam? Un fazioso!

«Il suo libro, ”Viva Israele”, nega i diritti dei palestinesi ed è intriso di ideologia antislamica»
di Riccardo Gasperina, L'Espresso.
Magdi Allam, vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, è stato più volte minacciato di morte per le sue sparate contro i musulmani, che lo hanno costretto ad avere sette guardie del corpo sempre con sé (Sono diventate quattordici, ultimamente, ndr. Manco la corte di Gengis Khan). Egiziano di origine, Allam ripercorre nel libro la gioventù passata in Egitto, sotto il regime di Nasser, nel quale anche lui credeva fortemente come il resto degli egiziani. Appoggiava la causa dei palestinesi e sfilava contro gli israeliani per una Palestina libera e a favore della resistenza palestinese. Da allora Allam ha modificato moltissimo quella posizione, fino quasi a ripudiarla. Oggi, a detta dell’autore, nel mondo islamico si è insidiata quella civiltà di morte che trova in Israele il principale Nemico da eliminare e da distruggere. Secondo Allam, con la guerra dei 6 giorni del 1967 - quando l’esercito degli egiziani e dei siriani viene distrutto in una notte da Israele, militarmente all’avanguardia grazie alle armi americane - il panarabismo inizia a coincidere con il panislamismo, con una netta prevalenza della componente religiosa su quella storico-culturale che fino ad allora era stato il vero collante del mondo arabo. Ciò comporta la spinta ad annientare il nemico comune, i filoccidentali israeliani, portatori di ciò che l’autore definisce - in contrapposizione con la civilà della morte del radicalismo islamico - la «civiltà della vita». Il mondo raccontato da Allam è dunque un mondo pieno di fanatici religiosi, di nichilisti, di ideologi della morte, di anti israeliani, di antiebrei e di antisionisti. Il suo libro si configura, quindi, come una battaglia senza dialogo contro il fondamentalismo islamico a favore di Israele, perché «oggi più che mai tutti coloro che hanno a cuore una comune civiltà dell’uomo dove trionfi il valore della sacralità della vita di tutti devono sostenere senza se e senza ma il diritto di Israele all’esistenza». Moni Ovadia, cantore del mondo ebraico, intellettuale raffinato, non condivide affatto le posizioni radicali di Magdi Allam. Gli abbiamo chiesto di spiegare perchè.
Senta, Ovadia, cosa le dice il titolo del nuovo libro di Allam?
«Mi sembra uno slogan dedicato ad una squadra di calcio. Uno slogan da presa di posizione e non scaturito da una riflessione critica, qualcosa di fazioso».
Quindi di poco adeguato...
«Non parliamo di una squadra di calcio o di un partito politico. Parliamo naturalmente di un Paese, di una nazione. Se con il titolo si intende che Israele ha diritto all’esistenza, alla stabilità e alla sicurezza, sono d’accordissimo. Ma cosa vuol dire “Viva Israele”? Vuol dire”Abbasso i Palestinesi?”»
Così sembrerebbe...
«Allora non sono d’accordo. Non ho una relazione ad escludendum, viva uno e abbasso l’altro. Io non avrei sicuramente scritto un libro con quel titolo. E non l’avrei scritto men che meno adesso. Fatto salvo il diritto di Israele a vivere e a prosperare in pace e sicurezza».
Ed anche dei palestinesi, ovviamente...
«Beninteso. Al di là della propaganda, delle prese di posizione, delle retoriche di chi come Ahmadinejad, presidente tirannico dell’Iran, trova un ottimo modo di far propaganda con le sue sparate, Israele è uno stato accettato dalla comunità internazionale e anche da molti Paesi arabi. Scrivere però questo libro con un titolo così evidenzia che la condizione dei palestinesi viene messa in subordine. Al diritto di Israele coincide paritariamente il diritto dei palestinesi ad avere un proprio stato con altrettanta sicurezza e dignità».
Allam scrive: «È evidente che il fulcro del male comune all’umanità è il relativismo cognitivo, valoriale e politico, che, non distinguendo tra il vero e il falso, non ci permette di scegliere tra il bene e il male e, quindi, di agire per favorire il nostro interesse anziché per danneggiarci». Che ne pensa?
«Innanzitutto, il dominio assoluto del bene e del male è stato una delle cause delle peggiori catastrofi della storia dell’uomo. Prendiamo, ad esempio, il Cristianesimo. Quando venne proclamato bene assoluto e chiunque non vi avesse voluto aderire era il male, si verificarono massacri spaventosi. E la stessa cosa avviene ora in Islam. C’è chi si sente in diritto di massacrare gli altri, perché sono considerati il «male». Che cosa vuol dire relativismo cognitivo? Esistono aspetti di bene e di male in qualsiasi posizione».
E nella questione israelo -palestinese?
«In questo caso ritengo che sia bene l’identificazione di Israele con un proprio Stato, entro confini sicuri, senza essere colpito dal terrorismo; ma ritengo male che Israele occupi i palestinesi con un esercito e delle colonie a macchia di leopardo. Quindi ritengo sbagliata la colonizzazione dei palestinesi, invece bisognerebbe trovare un’altra soluzione più adeguata per quest’ultimi. Trovo l’affermazione di Allam per lo meno bizzarra, per non dire altro».
Allam sostiene, nel suo libro, che il panarabismo si trasforma in panislamismo durante la guerra dei 6 giorni del’67. Secondo lei è un’affermazione storicamente corretta?
«Premetto di non essere uno storico. A mio avviso, ci sono molti fattori da considerare, come il cambiamento geopolitico in Medio Oriente, la guerra fredda e il trionfo di un’unica potenza (l’America, ndr). Non si può sostenere che tutti i Paesi arabi abbiano sposato la causa antiisraeliana durante la guerra dei 6 giorni. Mi sembra che Allam lavori con l’accetta, dando giudizi troppo perentori».
Insomma Allam vuole essere più realista del re?
«Mah, per Allam tutto ciò che riguarda Israele è buono e giusto. Ciò che riguarda gli arabi è cattivo e sbagliato. Egli considera la politica solo in chiave prettamente ideologica, non considerando nel suo complesso tutte le componenti storiche, intervenute in quel periodo difficile e denso di avvenimentii».
Fassino e D’Alema propongono il dialogo con Hamas, lei è d’accordo?
«Assolutamente d’accordo. È una proposta molto sensata, nonostante gli starnazzamenti che l’hanno circondata. Si può essere d’accordo o dissentire, ma sempre in modo civile. Bisogna intavolare una trattativa di pace, anche con i capi degli estremisti, in modo tale che tutti siano d’accordo, e trovare un accordo, su base ragionevole, di pace che duri molti anni. Ad un tavolo di pace la comunità europea può spingere, insieme ad alcuni paesi arabi, Hamas a mollare e a riconoscere totalmente lo Stato di Israele. Bisogna smetterla con la guerra e trovare la pace. Durante la pace si dovrebbe individuare una soluzione definitiva. Secondo me, le probabilità ci sono perché, democraticamente, tra i palestinesi, in un clima di pace e di prosperità, che la pace potrebbe garantire, potrebbe essere eletta quella parte di palestinesi democratici e laici, intenzionata a trovare una soluzione definitiva con il pieno riconoscimento di Israele, e viceversa con il pieno riconoscimento di uno stato palestinese».
Creare, dunque, una pace duratura.
«Certo, perché nulla crea la pace come la pace stessa. Prendiamo la Francia e la Germania. Si sono scannati per secoli ed oggi sono paesi con relazioni fruttuose. I governi collaborano attivamente. Continuare a mantenere alta il livello di belligeranza non porterà a niente se non ad altra belligeranza. Bisogna prosciugare la palude dell’odio»