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sabato 11 agosto 2007

Silenzio! Ciak! Si Prega!!

La Repubblica, Luca Bolognini
Non si può entrare in una moschea con telecamere nascoste e trasmettere immagini degli imam a colloquio: è lesivo della privacy. Per questo il Garante ha condannato Sky a cancellare un servizio andato in onda a febbraio e poi inserito sul sito dell'emittente. In sovrapprezzo, ha condannato il Corriere della Sera a eliminare dagli archivi un articolo di Magdi Allam che dava conto del contenuto del filmato. Abou Imad (imam di viale Jenner a Milano), Kahchia Brahim (Varese) e Mohamed Ben Mohamed (Centocelle) erano stati avvicinati da due giornalisti di Sky, una somala e un iracheno, che si erano finti marito e moglie, per un consulto religioso sull'uso del velo. E tutti e tre, imam di moschee considerate a rischio di infiltrazioni integraliste, oltre a consigliare l'uso del niqab, il velo integrale «in questa società immorale», si erano lasciati andare a commenti duri verso l'occidente, auspicando la nascita di partiti musulmani che cercassero di imporre la sharia, la legge islamica. II servizio, intitolato "Un velo fra noi", era stato trasmesso la sera del 1° febbraio nella trasmissione "Controcorrente" condotta da Corrado Formigli su SkyTg24, preceduto da un'anticipazione di Magdi Allam sul Corriere. Quindi il filmato era stato messo sul sito www.skylife.it. I tre imam, furibondi, avevano subito fatto ricorso al Garante per la privacy, che gli ha dato ragione. Sky è stata condannata a pagare 800 euro e a levare il filmato dal sito (cosa già avvenuta), Rcs a pagarne 200 e a cancellare l'articolo dall'archivio. «Ma non è una sentenza che limita il diritto all'informazione — dice l'avvocato dei religiosi, Domenico TambascoSemplicemente si sanziona l'uso di immagini prese senza permesso e si ribadisce un principio che spesso ci stiamo dimenticando, che anche le moschee sono luoghi religiosi tutelati dalla legge».
PS: A proposito di prediche "anti-occidentali" e relative traduzioni, si rimanda al significativo precedente della puntata di Anno Zero del 29 marzo scorso. Si ricorda che questa è la seconda condanna inflitta dal Garante della Privacy a Magdi Allam. E meno male che in un articolo pubblicato da La Padania due anni fa, il sottoscritto era indicato - falsamente, of course - come uno che "non ha esistato a pubblicare e-mail private, IP e dati personali delle “vittime”, facendosi beffa della legge sulla privacy e della legalità". Ovviamente mai pubblicato email private, ma solo quelle da me ricevute e contenenti insulti, minacce o velate pressioni. Email, quindi, ufficialmente e legalmente di mia comproprietà. Sono stati pubblicati - tra l'altro raramente - solo gli IP dei dementi che mi hanno promesso violenze sotto casa, o che usano i computer del loro posto di lavoro per mandare impronunciabili insulti. Naturalmente mai pubblicato "dati personali" di nessuno. Non avrei nemmeno i mezzi per intercettarli, per cui se ho mai pubblicato il nome di qualcuno, o qualche altro dato "personale" è solo perché lui stesso l'ha messo a disposizione in giro sulla rete. E, infatti, si dà il caso che il sottoscritto non sia mai stato condannato dal Garante. Magdi Allam, invece, si. Addirittura per ben due volte. Una per aver pubblicato una mail a lui non destinata, e un'altra per aver anticipato un servizio di guardoni di cui appurare l'autenticità. Credo sia lecito, a questo punto, affermare che se qualcuno si fa "beffa della legge sulla privacy e della legalità" in Italia, questi è proprio Magdi Allam.