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domenica 2 settembre 2007

Arabi invisibili

Di seguito, la sacrosanta e dovuta risposta di Paola Caridi* a Magdi Allam, pubblicata sul Riformista e sul portale Lettera22. Come sito "di spiccata simpatia islamica", ovviamente, non potevo che riprenderla.
Se tocca pure replicare
di Paola Caridi
Chi mi conosce, sa bene che non sono una che si arrabbia facilmente. Sono una buona cuoca e un'ospite accogliente, sono una meridionale, incline alla mediazione, ma nello stesso tempo una di quelle ragazze del Novecento che su alcune cose non transige. Sul rispetto degli altri, sui valori sostanziali, sulla dignità, sulla descrizione della realtà. E' allora, quando si toccano questi pilastri, che il mio aplomb ha uno scossone. Dopodiché, questo è un mestiere con il quale si appare, con tutti i pro e i contro. Anche i "contro" che la visibilità porta con sé. Se scrivi su di un giornale, è possibile che ti attacchino. Bisogna, insomma, mettere in conto anche questo. Nessun problema, dunque, ad essere attaccati da Magdi Allam. Io, d'altra parte, avevo nella sostanza svilito la campagna iniziata in Italia sulla conversione di Mohammed Hegazi. Non perché non sappia che ci sono fior di problemi (politici, soprattutto, più che fideistici) tra musulmani e copti in Egitto. Lo so molto bene, avendo amici dell'una e dell'altra fede. Il problema è quando si descrive la realtà sul terreno in maniera diversa (distorta?). Allora, la mia deontologia e la mia curiosità mi impongono una cosa banale: bisogna capire cosa succede, e dare ai lettori (già, esistono ancora i lettori) quello a cui hanno diritto. Una descrizione della realtà che non abbia come puntelli i luoghi comuni, ma "quello che succede"."Quello che è successo" al Cairo l'ho già scritto nel mio articolo sul Riformista del 22 agosto, che Magdi Allam prova a confutare. Senza, invero, riuscirci tanto. Anzi, conferma che la campagna sui giornali italiani è cominciata su di una indiscrezione di stampa che la stessa protagonista, Suad Saleh, mi ha smentito. Cita, poi, qualche studioso radicale di Al Azhar che ha una posizione dura sull'apostasia. Negli stessi giorni, e sempre sui giornali egiziani, sono comparsi giudizi al contrario moderati sulla conversione dall'islam al cristianesimo, da parte di altri studiosi islamici. L'apostasia è un tema delicatissimo dell'islam. Uno di quelli sui quali, in tempi di ossessivo estremismo imperante da tutte le parti (Occidente compreso), è più facile che il radicalismo islamista giochi le sue carte. Non bisogna, però, rinfocolare la fiamma anche là dove la fiamma non c'è. E non è compito di un giornalista farlo. Né è compito di un giornalista partire da una replica sui fatti e arrivare a offendere gli altri, altri con un nome e un cognome, una storia, una vita. Il mondo arabo è ben più complesso, vivace, allegro, bello di come lo descrive Magdi Allam. Ed è un mondo, quello che io conosco, di cui non nascondo né le contraddizioni né i lati negativi. Basta solo che i lati negativi non diventino il ritratto di 200 milioni di persone (gli arabi), un miliardo e 200 milioni di persone (i musulmani), e di decine di milioni di persone (i musulmani che vivono nei paesi occidentali). Sono francamente stanca di vedere sui quotidiani italiani la pletora dello "strano ma vero" in versione islamica, ogni giorno, in grande evidenza, come se il mondo arabo e quello musulmano non producessero altro. Sono stanca di leggere il pressapochismo di molti miei colleghi nel descrivere un mondo che è diventato il ricettacolo di tutte le follie, e di cui spesso non conoscono nulla, né i volti degli uomini né l'abc dei loro comportamenti. E mi chiedo che cosa ci sia dietro questa deriva della stampa italiana, e di molta di quella occidentale. Perché c'è bisogno di questo "guardonismo" verso l'islam e gli arabi, di questo non salutare, voyeristico sguardo dal buco della serratura, che fustiga gli altri e perdona noi? Dobbiamo trasformarli nei nostri nemici, sembra. Perché mai? Forse perché così sarà più facile far digerire al pubblico i prossimi conflitti? La Storia, ho imparato quando mi occupavo di storia, va per conto suo. L'informazione, nell'era contemporanea, è stata spesso usata come uno degli arieti del potere. Ma i percorsi storici hanno svoltato per direzioni sempre diverse dalla propaganda, che non regge alle long durèe.
Ecco la replica, dovuta, a Magdi Allam.
Grazie a Magdi Allam, che mi ha “onorato” di una citazione in prima pagina sul Corriere della Sera. Un risposta piuttosto lenta, ben dieci giorni, per confermarmi che all’origine della campagna per difendere la conversione dell’egiziano Mohammed Hegazi dall’islam al cristianesimo c’era una notizia di rimbalzo del giornale egiziano Ad-Dustour su quanto Suad Saleh, studiosa di Al Azhar, aveva detto in un dibattito riguardo all’apostasia e alla sharia. Grazie, l’avevo già scritto. Una cosa, però, sono le notizie di rimbalzo. Altra, le notizie. Bastava telefonare a Suad Saleh e chiederle di persona se aveva emesso una fatwa di condanna a morte. Io le ho telefonato, e lei ha smentito di aver emesso un responso giuridico. Né mi consta che sull’argomento sia intervenuto il Grand Imam della moschea di Al Azhar, sheykh Sayyed Tantawi. Dunque, cosa c’è di nuovo? La rassegna stampa (piuttosto striminzita) di Magdi Allam conferma che in Egitto, in queste settimane, giornali, tv e blog hanno dedicato ben poco spazio alla vicenda. Si sono occupati d’altro. Per esempio delle torture da parte delle forze dell’ordine, che le opposizioni – laiche e non – denunciano in aumento. Per il resto, di imam radicali, come Allam sa bene, è pieno il mondo. Come di integralisti di tutte le fedi. C’è, però, la gran parte degli arabi che vive normalmente, va a spasso, fa l’amore e lavora. Compresi gli arabi musulmani. Di questi, sul Corsera, non v’è traccia, da molto tempo. Perché mai? Di una cosa non ringrazio Magdi Allam. E cioè della calunnia di negazionismo. Quella se la può tenere. Non ho neanche bisogno di smentirla. La mia storia, passata e presente, è abbastanza solida per difendermi dal maccartismo e dalle accuse infondate.
* Paola Caridi (Roma 1961), giornalista e storica, un dottorato in storia delle relazioni internazionali, vive in Medio Oriente e nel mondo arabo dal 2001. Prima sosta Il Cairo, pochi mesi prima dell’11 settembre. Poi a Gerusalemme, sempre come corrispondente di “Lettera22”, agenzia di stampa specializzata in politica estera di cui è una delle fondatrici. Collabora con “l’Espresso”, “Il Sole24Ore”, “Il Riformista”, “Famiglia Cristiana”, “Diario della Settimana”. Sopra, è riportata la copertina del suo libro: "Arabi invisibili. Catalogo ragionato degli Arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi", Ed. Feltrinelli. Ne consiglio vivamente l'acquisto.