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mercoledì 12 settembre 2007

Un passo indietro, un balzo in avanti

Da tempo vado sostenendo che il futuro dell'Italia multietnica, e in particolare della comunità islamica in essa residente, cambierà nell'istante in cui i giovani decideranno di superare ogni ostacolo e abbattere ogni vincolo - burocratico, famigliare, psicologico - per impegnarsi in prima persona e prendere in mano le redini del proprio futuro. Chiariamoci: i genitori immigrati che vivono in Italia hanno fatto e dato molto, sono emigrati lasciando case e famiglie nel paese di origine, sono arrivati in Europa e hanno lavorato duramente, hanno sopportato pazientemente soprusi e discriminazioni pur di dare ai propri figli una casa, un'istruzione, una vita e un futuro migliore. E in questi ultimi anni, in un contesto a loro particolarmente ostile, si sono sobbarcati anche le problematiche e le esigenze delle proprie comunità, cercando di fare del loro meglio. Ciononostante, questi genitori hanno dei limiti, che sono quelli dell'età ma anche e soprattutto quelli culturali e linguistici. I figli, invece, nati in Italia o ivi arrivati da giovani, no: ecco perché è necessario che i genitori facciano un passo indietro, e diano spazio ai propri figli. E' quello che io chiamo "un passo indietro per un balzo in avanti".
Perché questi giovani, cresciuti tra due mondi, che parlano l'italiano alla perfezione (spesso e volenteri con inflessioni dialettali) che studiano nelle scuole e nelle università italiane, che lavorano nelle aziende e nei negozi italiani e che hanno amici e compagni italiani, sono - a tutti gli effetti - cittadini italiani. Anche se la legge si ostina tuttora a negare loro la cittadinanza giuridica: una situazione innaturale condannata dai dati e dalle statistiche e che prima o poi cambierà. Quei giovani diventeranno cittadini con tanto di passaporto e certificato elettorale: potranno votare, si potranno candidare, ricopriranno incarichi prestigiosi e diventeranno classe dirigente di questo paese, piaccia o meno a chi si considera minacciato. Minacciato da chi, poi? Non certo da chi è emigrato e ha messo radici in questo paese, ma da chi si è impegnato sui banchi scolastici e ha dato il meglio di sè sui luoghi di lavoro per dimostrare che essere straniero non è sinonimo di inferiorità. Da chi ha dovuto vivere sulla propria pelle e superare in piena adolescenza problematiche che i coetanei italiani non si sognerebbero mai di affrontare. Da chi parla più lingue, conosce più culture ed è attrezzato a vivere in un mondo sempre più globalizzato e concorrenziale.
L'altro giorno ho pubblicato su questo blog una lettera in cui un gruppo di giovani, maschi e femmine, "tutti studenti di diverse città d'Italia", prende spunto da uno scritto qui pubblicato per scendere in campo e difendere la propria comunità e soprattutto il proprio futuro in questo paese. Come non rimanere commosso nel vedersi destinatario di un messaggio che si prefigge di mettere in pratica ciò che vado teorizzando e mettendo in pratica io stesso da anni? Come non rimanere entusiasta nel vedersi recapitare una semplice email che però anticipa il vento del cambiamento? Quella lettera - per chi non l'avesse ancora capito - è il segno della svolta epocale che sta per investire questa società e questo paese. Quella lettera è il manifesto di una generazione che per troppo tempo è stata costretta a stare zitta. E' il proclama del "nuovo che avanza", e irrompe, senza che nessuno - ma proprio nessuno - possa fare nulla per rallentarlo o fermarlo. E' la nuova Italia, quella in cui gente diversa potrà costruire qualcosa di grande insieme. E tengo a precisare che non mi sono fatto prendere dall'entusiasmo. Non sto affatto esagerando. Sto parlando di una realtà concreta, di un dato di fatto inequivocabile e fra non molto sarà lo sviluppo degli eventi a darmi pienamente ragione.
Gli amici che mi hanno scritto la lettera chiedono se sia da considerarsi "utile ed efficace, una protesta scritta, come quella intrapresa per "anno zero". Certo che lo è: se il sottoscritto non si fosse mosso, non avesse denunciato su agenzie e giornali la bufala di Santoro sull'Islam torinese, e non avesse messo in guardia e informato dell'accaduto politici, giornalisti, e gente comune con cui è venuto a contatto in ogni occasione, probabilmente la responsabile di quel servizio sarebbe rimasta al suo posto. Invece si è dimessa. Probabilmente ne avrebbe sfornato un altro. Adesso, invece, Santoro ci penserà almeno tre volte, prima di fare una puntata sull'Islam a Torino e non solo. Da Libero a Repubblica, lo scoop di Anno Zero è stato completamente smontato, e assieme ad esso la reputazione di Santoro tra molti elettori di Sinistra. Per quanto mi riguarda, quella era una battaglia vinta. Ma combattere una battaglia è meraviglioso indipendentemente dal risultato conseguito. Ovvio, sarebbe meglio uscirne vittoriosi, ma anche se ciò non accaddesse, un dato rimane fermo: abbiamo provato, fatto ciò che era nel nostro potere e nel novero delle nostre possibilità, e quindi possiamo dormire con la coscienza tranquilla.
Come vincere una battaglia, senza averci nemmeno provato? Rimanere immobili, senza fare niente, mentre viene fatta a pezzi la nostra immagine, la nostra esistenza e il nostro stesso futuro, oltre ad essere profondamente umiliante è foriero di disgrazie peggiori. Ecco perché ha senso fare anche le cose semplici o apparentemente insignificanti: è il segnale che esistiamo, che non moriremo in silenzio. Perché quando arrivano le disgrazie, non c'è tempo per il pentimento, e per l' "avrei potuto fare" e l' "avrei potuto dire". Mi si chiede quindi consiglio, ma è proprio quello che è stato messo in pratica con quella lettera, il primo consiglio che mi sentivo e che mi sento ancora di dare. Quello di essere protagonisti, di impegnarsi in prima persona, di mettersi in gioco. E. Burke diceva: "Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione". Su questo blog è riportato un detto di Goethe che recita: "Il mondo va avanti solo a causa di quelli che si oppongono". Basta tenere a mente queste due massime per andare avanti con sempre maggiore forza e vigore.