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lunedì 22 ottobre 2007

Civis romanus sum. E allora?

"Caro Sherif,

E' ammirevole la passione che ci metti, la cosa strana è che non hai ancora capito molto di come funzionano le cose, come le vorresti tu è diverso. Tu parli di cittadinanza, addirittura! Non lo sai che è quasi impossibile averla? E perchè poi? Con il disprezzo che esprimi nei confronti degli italiani - guardano solo le cose firmate, non vogliono lavorare, sono razzisti, sono dei bamboccioni, carogne e anche sfruttatori -, ora, dico io, è così importante accomunarsi con questa gente? Non è meglio tenersi la propria cittadinanza, la propria religione, deridere gli italiani, disprezzarne le donne e pregare Allah che li fulmini o che li convertisca in massa?
Caro sherif, non hai ancora capito che gli italiani non amano lo straniero in casa, - in vacanza è diverso - non ne capiscono e non vogliono capire la sua cultura, se ne sbattono della sua religione e sono lungi dall'accettarla. Tutti quelli che dicono il contrario se messi alla prova sulla lunga distanza diranno le stesse cose. Gli ci vuole un pò di tempo magari. Insomma, che ve ne fate della cittadinanza se poi state abbarbicati a tutta quella cultura petrosa che non ha prodotto nulla nemmeno negli ultimi 500 anni? Se vi sembra poco...Ciao. Civis romanus sum".

L'inquietante autore di questo delirante commento è intervenuto sotto l'articolo che rendeva nota su questo blog la storia di un immigrato giordano laico, in Italia da 26 anni, sposato con un'italiana, a cui è stata rifiutata la cittadinanza in base alla seguente, bizzarra, motivazione: "è rimasto legato alle tradizioni d'origine e in particolare al mondo islamico". Ho deciso di dare a quel commento la massima visibilità possibile per sottolineare alcuni concetti molto semplici. So benissimo come funzionano le cose, e so altrettanto bene che in Italia è praticamente impossibile ottenere la cittadinanza. Non a caso ho sottolineato negli articoli precedenti che "I dati dell'Istat dicono che le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni". Il motivo per cui sono "poco frequenti" mi sembra evidente, alla luce del caso del signore giordano. Detto questo, ciò non vieta che ci si adoperi per cambiare lo stato delle cose e vedere, finalmente, riconosciuti agli immigrati regolari, residenti in Italia da decenni, un diritto fondamentale: quello alla sicurezza. Spesso e volentieri si parla di immigrazione e sicurezza come se fossero due facce della stessa medaglia, come se l'immigrazione fosse un problema di ordine pubblico e non un fenomeno sociale con i suoi pregi e i suoi difetti. E ancor più spesso si parla di sicurezza facendo riferimento agli abitanti autoctoni del paese d'immigrazione, come se gli immigrati rappresentassero solo una minaccia.

In realtà anche gli immigrati regolari hanno bisogno di sicurezza. E non stiamo parlando di quella contro gli scippi, le rapine, gli stupri, tutti reati che colpiscono pure gli immigrati anche se non viene detto e tanto meno pubblicizzato, specie se a commettere il reato in questione è un italiano. Nè stiamo parlando di quella finalizzata ad evitare a chi è sfuggito da regimi dittatoriali, guerra e fame, di vedersi un giorno rimpatriato con la forza nello stesso contesto da cui è fuggito a costo di grandi sacrifici. Stiamo parlando di una sicurezza intesa come diritto alla stabilità. Chi ha deciso di emigrare in un altro paese, di intrecciare rapporti di solidarietà con i suoi abitanti, di costruirvi un'intera esistenza, di farvi nascere i figli e di contribuire con la sua fatica e le tasse a farlo progredire, ha diritto di sentirsi finalmente tranquillo nel paese che ha scelto. Cosi come trovo assurdo che ai figli degli immigrati nati e cresciuti in Italia venga negata la cittadinanza, non concepisco che si continui a "permettere" ad una persona di risiedere in un paese per trenta, quarant'anni pur continuando a sfruttare la sua forza lavoro e il suo contributo all'economia del paese. Cosa significa, negare la cittadinanza ad una persona che vive da tre o quattro decenni in Italia, in modo continuativo, regolare e pacifico? Significa che non lo si accetta. Che non si vuole che si senta parte di una comunità. Che si ha in mente di sbatterlo, magari una volta diventato anziano, nel suo paese di origine, distruggendo la sua vita, i suoi affetti, privandolo del contesto a cui si è faticosamente abituato. La cittadinanza serve quindi proprio a questo. E' un riconoscimento di accoglienza e di apprezzamento per il contributo offerto al paese. E quindi garanzia di inviolabilità dell'esistenza di una persona.

Detto questo, respingo le deliranti accuse rivoltemi del "disprezzo" che nutrirei nei confronti degli italiani. Solo una persona in malafede può far passare la denuncia del razzismo come fenomeno sempre montante in Italia con una generalizzazione applicabile a tutti gli italiani indistintamente. E solo una persona con cattive intenzioni può scambiare una legittima, rispettosa (e soprattutto per nulla diversa da ciò che pensano molti italiani doc) critica di alcuni aspetti della politica e del costume in Italia, con un un generico auspicio che Allah fulmini chissà chi o chissà cosa. Mentre solo una persona stupida può - nello stesso articolo in cui mi accusa di disprezzo nei confronti degli italiani - dipingere l'Italia e il popolo italiano in termini che di fatto accreditano la stessa visione che mi si accusa falsamente di propagandare. "Gli italiani non amano lo straniero in casa", e quindi sono inospitali, "in vacanza è diverso", quindi superficiali. "Non ne capiscono e non vogliono capire la sua cultura", quindi ignoranti e pure felici di esserlo. "Se ne sbattono della sua religione e sono lungi dall'accettarla", e cioè pure intolleranti. Tutto falso, ovviamente. Perché se così fosse, al Corso di Cultura e Lingua Araba da me tenuto non si sarebbero iscritti a centinaia ogni anno. Non è affatto vero che gli italiani non sono interessati alla cultura e alla religione altrui. Sono i mezzi di informazione che non offrono loro questa possibilità, impegnati come sono a demonizzare, diffamare e distruggere.

Ma soprattutto solo una persona con un infimo livello culturale può concludere un commento in cui si auto-insulta, riportando la locuzione latina "Civis romanus sum", ovvero "sono cittadino romano". L'espressione indicava infatti l'appartenenza all' Impero Romano e sottintende, in senso lato, tutti i diritti e i doveri connessi a tale stato. L'Apostolo San Paolo, nato da una famiglia ebraica in Cilicia e cioè in Asia Minore (attuale Turchia) - e quindi un perfetto extracomunitario secondo i parametri odierni - potè appellarsi a questo principio per essere processato a Roma. Tale cittadinanza veniva concessa, fra l'altro, anche a chi aveva speso una cospicua parte del patrimonio personale per costruire una casa a Roma, a chi aveva portato a Roma frumento per un certo numero di anni e chi aveva macinato grano a Roma per anni. Tutte cose che gli stranieri ripropongono in Italia, seppur in chiave moderna: pagando mutui e lavorando nelle fabbriche e nei campi. La Constitutio Antoniniana del 212, concedeva la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi dell'impero, così da incrementare l'introito proveniente dal pagamento delle tasse, accogliendo nel diritto romano persino tradizioni e istituzioni orientali. Se invece il detto è stato riportato per emulare lo spirito fascista, come sembra emergere dal commento stesso, ricordo che una circolare del 38 considerava gli egiziani "ariani" anche se da valutare "caso per caso". Seppur con la dovuta incertezza relativa agli inconsapevoli egiziani, quindi, e più in generale a tutta questa "imbecille attività mentale che può solo suscitare un sentimento di ironica commiserazione" - come scrive Michele Sarfatti - credo che anche un cittadino egiziano per metà di origini greche, come il sottoscritto, possa dichiarare "Civis romanus sum". E perché no?