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domenica 28 ottobre 2007

Il Sangue e la Rosa

Dalli al Pachistano
di Paola Caridi

La notizia è di quelle tradizionali della cronaca nera. Due ragazzi accoltellati, di notte, a Milano, alla fine di settembre. A leggere i resoconti, si va un po’ oltre, e si capisce subito che si tratta di una storia di “ordinario” razzismo. Un ragazzo che vende le rose, due giovani che – assieme alle loro fidanzate – contrattano per acquistar loro un fiore. E poi due “balordi”, così vengono chiamati dai giornali. Insultano il ragazzo che vende le rose, lo chiamano “pachistano di merda”. I due ragazzi intenti a comprar rose lo difendono, e si beccano le coltellate. Uno di loro è grave.
La storiaccia di cronaca nera è subito archiviata, perché i due sono “balordi”. Uno, addirittura, è un ultra del Milan già diffidato dalle autorità di polizia. Ma è davvero finita qui? Siamo proprio sicuri, almeno noi giornalisti, di non aver avuto nessuna colpa nel costruire – nel corso degli ultimi sei anni – il prototipo perfetto del nostro nemico? Straniero, extracomunitario, clandestino, immigrato. E per giunta col passaporto di un paese a maggioranza musulmana. Con l’aggravante del colore della pelle, che siccome era scuro era sospetto. Che sia vero o meno, che il venditore di rose fosse pachistano, come “pachistano” è stato bollato. E questo dovrebbe almeno far riflettere la mia categoria, dai cronisti ai direttori, dai titolisti a chi decide la priorità e soprattutto il colore da dare alle notizie. Basterebbe una semplice rassegna stampa post-2001 per vedere quanto cronaca italiana e cronaca estera, nei giornali e nei tg, siano insufflati di reportage dal pianeta dello “strano ma vero”, dell’egiziano che picchia la moglie o del pachistano che ammazza la figlia. Come se i nostri delitti passionali e le nostre violenze domestiche – di noi italiani etnici, intendo – non fossero la stessa cosa: versione dolcificata, la nostra, degli stessi delitti d’onore e degli stessi pestaggi. La Carta di Roma, proposta molti mesi fa dalla portavoce dell’Alto Commissario Onu per i Rifugiati, Laura Boldrini, è ancora allo studio, in bozza. Forse nella sua fase più delicata. La Boldrini denuncia da tempo questa stereotipizzazione dell’”altro”, soprattutto se immigrato, e soprattutto se musulmano. I due “balordi” di Milano sembrano aver recepito il messaggio, quello dell’ultimo stereotipo del “cattivo” nato nella nostra contemporaneità.