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venerdì 12 ottobre 2007

La Dignità del Lavoro

L' articolo di due giorni fa sul rapporto tra giovani italiani, cittadini immigrati e mondo del lavoro ha suscitato un dibattito molto vivace, soprattutto dopo la pubblicazione di una lettera/commento che descriveva accuratamente la situazione in molti ristoranti italiani che usfruiscono - e spesso abusano - della manodopera egiziana. Ritengo l'argomento particolarmente interessante, soprattutto se esaminato alla luce dell'indagine Makno che, per conto del Ministero degli Interni, ha fotografato la realtà dei tre milioni di stranieri che vivono in Italia. Stando al noto istituto di ricerche sociali e di mercato, il mondo dei lavoratori immigrati è caratterizzato da un'istruzione medio-alta, conoscenza di due-tre lingue, e tre immigrati su quattro hanno un lavoro. Tra chi ha un'occupazione "la maggior parte" ha un contratto regolare: il 25 per cento è pagato a ore, il 16% svolge un'attività autonoma. La stima dei lavoratori a nero è di circa 76 mila. Le occupazioni più diffuse sono operaio, badanti, colf a ore, cameriere. Tra quelle autonome: negoziante, artigiano e ristoratore. Ieri, in risposta alla lettera sui ristoranti, un commentatore ha affermato che "tutti questi bravi ragazzi (egiziani, ndr) che affollano le cucine per 4 soldi sono più o meno dei crumiri- parola desueta ma valida, ed i crumiri, si sa, non sono mai piaciuti a nessuno". Tale ragionamento ha trovato il favore di molti altri commentatori che sottolineano come "gli egiziani che vengono in Italia a fare i cuochi portano via lavoro agli italiani con la loro concorrenza sleale, visto che sono disposti a fare da "schiavi" per i padroni dei ristoranti, cosa che GIUSTAMENTE tanti italiani non sono più disposti a fare" e qualcuno si chiede persino come "come fa un uomo di sinistra come lei, Sherif, a difendere un atteggiamento che è praticamente lo stesso dei vecchi e vituperati crumiri?".

Osservazioni, queste, a cui l'autrice della lettera sui ristoranti ha risposto ponendo una domanda cruciale: "Perche' dobbiamo SEMPRE criticare l'immigrato che lavora per un prezzo minore e senza regole invece di puntare il dito sui datori di lavoro che sfruttano questa opportunità?". La risposta, secondo me, è molto semplice: perché è molto più conveniente così. O, forse, perché si teme di guardare la realtà in faccia, di indagare a fondo. Per favore, non prendiamoci per i fondelli. Il fatto che un immigrato accetti di fare il pizzaiolo a 1500/2000 euro, mentre un italiano lo farebbe solo a 2500/3000 non è l'unico motivo per cui è difficile trovare un italiano nella cucina di un ristorante. La verità è che in Italia imperversa un clima simile a quello che da anni vige in Arabia Saudita, paese richissimo dove la disoccupazione giovanile è alle stelle solo perché gran parte dei lavori disponibili non sono considerati "all'altezza" degli autoctoni. Spesso e volentieri ricevo su questo blog inviti - in quanto egiziano - ad andare a fare "il pizzaiolo". Presumo lo debba considerare come un insulto, come se questo lavoro fosse un mestiere degradante o infamante. E' questa la cultura che deve essere sradicata dalla mente dei giovani italiani, se vogliono davvero trovare lavoro. Mi ricordo di un sondaggio in cui le mamme italiane- ripeto, le mamme - sognavano per i figli un futuro da "calciatore, velina" o di "presentatore televisivo". Tutte le altre professioni - quelle più comuni ed umili - come appunto la colf a ore, la badante, il cameriere, il ristoratore non erano nemmeno considerate "adatte" al livello di istruzione fornito ai figli e ai loro sogni di veloce arricchimento.

Un commentatore di questo blog individua la soluzione di questo problema affermando che "con un po' più di ignoranza italiana ufficializzata (intendo: gli ignoranti in Italia abbondano, peccato che il pezzo di carta che l'ideologia comunista gli ha voluto l'abbia ufficialmente "cancellata") non avremmo bisogno di negri e muslim per fare quei lavori". Ma il problema non è il pezzo di carta affibbiato ai giovani dall'ideologia comunista (sic). L'istruzione è un diritto, e in quanto tale deve essere garantito a tutti. Ma assieme all'istruzione, anche quella più raffinata, va inculcato anche il principio secondo cui tutti i lavori - inclusi quelli più umili, purché onesti - sono dignitosi. Detto questo, va anche aggiunto che spesso e volentieri le richieste - ma sarebbe il caso dire "pretese" - dei giovani italiani non hanno nulla a che vedere con le lotte sindacali, i diritti dei lavoratori o altri nobili principi ma molto con l'indisponibilità a rinunciare alle cose inutili senza le quali non si è "accettati" dal gregge. Sto parlando delle scarpe firmate, del cellulare ultimo modello e delle mutande griffate da esibire ogni sabato sera in discoteca. Qualsiasi lavoro che non permetta questo standard "minimo" di vita, viene escluso a priori. Agli immigrati tutto questo importa ben poco. Hanno famiglie da mantenere nei paesi di origine. L'indagine Makno afferma che il 40% di loro vorrebbe tornare a casa. E mettere su un' attività con i propri risparmi. Ma chi pensa che l'immigrato sia disposto ai sacrifici solo per questo si sbaglia. Crumiri? Ma per favore...Anche agli immigrati piacerebbe prendere 2000/3000 euro al mese per fare i lavori che gli italiani non farebbero neanche se venissero pagati altrettanto: tornerebbero a casa più in fretta. Ma non lo possono pretendere, nemmeno se regolari. Perché grazie all'attuale legge sull'immigrazione, al "regolare" che viene in mente di pretendere le stesse cose a cui aspirano gli italiani, è garantito solo il licenziamento e la conseguente espulsione. Da uomo di Sinistra, difendo quindi il diritto degli immigrati a pretendre un trattamento equo nel mondo del lavoro. Senza subire spiacevoli conseguenze. Ma non ci sono mica i padroni a ricattarli. Per conto loro, ci pensa la legge dello Stato.