Osservazioni, queste, a cui l'autrice della lettera sui ristoranti ha risposto ponendo una domanda cruciale: "Perche' dobbiamo SEMPRE criticare l'immigrato che lavora per un prezzo minore e senza regole invece di puntare il dito sui datori di lavoro che sfruttano questa opportunità?". La risposta, secondo me, è molto semplice: perché è molto più conveniente così. O, forse, perché si teme di guardare la realtà in faccia, di indagare a fondo. Per favore, non prendiamoci per i fondelli. Il fatto che un immigrato accetti di fare il pizzaiolo a 1500/2000 euro, mentre un italiano lo farebbe solo a 2500/3000 non è l'unico motivo per cui è difficile trovare un italiano nella cucina di un ristorante. La verità è che in Italia imperversa un clima simile a quello che da anni vige in Arabia Saudita, paese richissimo dove la disoccupazione giovanile è alle stelle solo perché gran parte dei lavori disponibili non sono considerati "all'altezza" degli autoctoni. Spesso e volentieri ricevo su questo blog inviti - in quanto egiziano - ad andare a fare "il pizzaiolo". Presumo lo debba considerare come un insulto, come se questo lavoro fosse un mestiere degradante o infamante. E' questa la cultura che deve essere sradicata dalla mente dei giovani italiani, se vogliono davvero trovare lavoro. Mi ricordo di un sondaggio in cui le mamme italiane- ripeto, le mamme - sognavano per i figli un futuro da "calciatore, velina" o di "presentatore televisivo". Tutte le altre professioni - quelle più comuni ed umili - come appunto la colf a ore, la badante, il cameriere, il ristoratore non erano nemmeno considerate "adatte" al livello di istruzione fornito ai figli e ai loro sogni di veloce arricchimento.
Un commentatore di questo blog individua la soluzione di questo problema affermando che "con un po' più di ignoranza italiana ufficializzata (intendo: gli ignoranti in Italia abbondano, peccato che il pezzo di carta che l'ideologia comunista gli ha voluto l'abbia ufficialmente "cancellata") non avremmo bisogno di negri e muslim per fare quei lavori". Ma il problema non è il pezzo di carta affibbiato ai giovani dall'ideologia comunista (sic). L'istruzione è un diritto, e in quanto tale deve essere garantito a tutti. Ma assieme all'istruzione, anche quella più raffinata, va inculcato anche il principio secondo cui tutti i lavori - inclusi quelli più umili, purché onesti - sono dignitosi. Detto questo, va anche aggiunto che spesso e volentieri le richieste - ma sarebbe il caso dire "pretese" - dei giovani italiani non hanno nulla a che vedere con le lotte sindacali, i diritti dei lavoratori o altri nobili principi ma molto con l'indisponibilità a rinunciare alle cose inutili senza le quali non si è "accettati" dal gregge. Sto parlando delle scarpe firmate, del cellulare ultimo modello e delle mutande griffate da esibire ogni sabato sera in discoteca. Qualsiasi lavoro che non permetta questo standard "minimo" di vita, viene escluso a priori. Agli immigrati tutto questo importa ben poco. Hanno famiglie da mantenere nei paesi di origine. L'indagine Makno afferma che il 40% di loro vorrebbe tornare a casa. E mettere su un' attività con i propri risparmi. Ma chi pensa che l'immigrato sia disposto ai sacrifici solo per questo si sbaglia. Crumiri? Ma per favore...Anche agli immigrati piacerebbe prendere 2000/3000 euro al mese per fare i lavori che gli italiani non farebbero neanche se venissero pagati altrettanto: tornerebbero a casa più in fretta. Ma non lo possono pretendere, nemmeno se regolari. Perché grazie all'attuale legge sull'immigrazione, al "regolare" che viene in mente di pretendere le stesse cose a cui aspirano gli italiani, è garantito solo il licenziamento e la conseguente espulsione. Da uomo di Sinistra, difendo quindi il diritto degli immigrati a pretendre un trattamento equo nel mondo del lavoro. Senza subire spiacevoli conseguenze. Ma non ci sono mica i padroni a ricattarli. Per conto loro, ci pensa la legge dello Stato.

