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lunedì 15 ottobre 2007

Nelle catacombe dell'Islam

Ci sono dei musulmani che praticano la Taqiya in Italia? Per rispondere a questa domanda bisogna innanzittutto definire il suddetto termine, traducibile in italiano come "paura, stare in guardia, circospezione, timore di Dio, santità, ambiguità o dissimulazione". Il termine indica la possibilità di rinnegare esteriormente la fede, di dissimulare l'adesione ad un gruppo religioso e praticarne i riti di nascosto per sfuggire ad una persecuzione. La Taqiya è quindi circoscritta all'ambito della fede dichiarata e della sua professione pubblica, ed è esclusivamente finalizzata a preservare la vita del fedele e garantire la sua sopravvivenza in un clima ostile. Secondo i propagandisti dell'odio anti-islamico in Occidente, invece, la Taqiya andrebbe oltre la sfera spirituale, e sarebbe addirittura utilizzata dagli estremisti come strumento di lotta politica per diffondere ed affermare le loro idee nei paesi occidentali. Questo è ovviamente falso, ed è dimostrato dal fatto che a ricorrere a questa pratica - in chiave puramente spirituale - sono stati innanzittutto i primi musulmani, perseguitati violentemente dai meccani politeisti, quindi gli stessi gruppi minoritari islamici - quali gli Sciiti ed i Kharigiti - nei periodi di tensione con il mondo islamico sunnita ed infine dai moriscos spagnoli che, dopo la Reconquista, dovettero confrontarsi con la conversione forzata al Cristianesimo da dimostrare con pratiche come mangiare maiale o non circoncidere i figli. Proprio quest'ultimo periodo storico ricorda che il principio della Taqiya non è un'esclusiva dell'Islam. Nell'Ebraismo, la Halakhah (la legge religiosa) prevede, durante le persecuzioni, la violabilità di tutti i precetti ad eccezione della proibizione dell'idolatria, dell'incesto e dell'assassinio. Infatti, molti ebrei sefarditi - i Marrani - mantennero le loro tradizioni ancestrali, professandosi pubblicamente cattolici, ma restando in privato fedeli al giudaismo. Una volta fuggiti dal clima ostile però, sia i musulmani che gli ebrei che hanno dovuto nascondere la propria fede, hanno ripreso a praticarla in pubblico.

Alcuni affermano che nel Cristianesimo non vi è alcun riferimento alla Taqiya, ma questo è falso. Come dimostrato su questo blog un anno fa, fu Cristo stesso il primo ad insegnare il principio della Taqiya ai propri discepoli quando disse, in Matteo 10, 16: "Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani". Ovviamente Cristo non predicava la dissimulazione a fin di male, bensì la prudenza per conservare la fede e la vita. E infatti il Cristianesimo - tra catacombe, messe segrete, e iscrizioni dal doppio significato - è sostanzialmente sopravissuto ed è persino prevalso proprio grazie alla tanto vituperata dissimulazione, che sarebbe più corretto chiamare "istinto di sopravvivenza". Che la Taqiya fosse legittimata essenzialmente per salvarsi la vita dal rischio di torture intollerabili, è dimostrato dal fatto che viene tramandata in ambito islamico attraverso la storia di uno dei primi convertiti dell'Islam. Il giovane Ammar vide mettere a morte con inaudita crudeltà prima la madre e poi il padre che si rifiutavano di rinnegare la nuova fede e quando toccò a lui essere torturato, egli rinnegò l'Islam. Una volta rilasciato, si è quindi recato piangendo disperato dal Profeta Maometto, il quale lo calmò dopo essersi assicurato della solidità della sua fede nell'intimo della coscienza. Ma quando le persecuzioni si fecero ancora più forti e crudeli, e vennero a mancare le protezioni tribali, Maometto non scelse la strada della Taqiya, né invitò i musulmani a "tramare nell'ombra", bensi li esortò ad emigrare - prima nell'Etiopia cristiana quindi a Medina - dove, seppur in povertà e lontano da casa, erano liberi di professare la loro fede e seguire i dettami della propria religione anche nella quotidianità, senza essere costretti a nascondersi o a mentire.

Una volta chiarito che la Taqiya è un atteggiamento di natura puramente spirituale che non ha niente a che fare con la politica, in quanto circoscritto alla scelta di non professare pubblicamente la propria fede per paura di ritorsioni, rispondiamo al quesito: esistono dei musulmani che praticano la Taqiya in Italia? La risposta è si. Ma, sorprendentemente, a praticarla non sono gli immigrati musulmani che professano la loro fede alla luce del sole (seppure nei garage e nei sottoscala) "desiderosi di trasformare l'Italia in una Repubblica islamica" (sic), ma alcuni cittadini italiani convertiti all'Islam che temono, una volta resa pubblica la loro nuova fede, di ritrovarsi socialmente emarginati, licenziati dal posto di lavoro, denunciati per terrorismo o con un parente morto per lo choc, in un clima che loro - autoctoni - percepiscono come ostile e persecutorio. Mesi fa, uno di loro mi ha scritto per rendermi partecipe del suo dramma interiore: "Lo sa che quando sono diventato musulmano alcuni "amici"(persone che credevo amiche) mi hanno del tutto ignorato? Gente con la quale sono cresciuto e che ha paura di me... Alcuni mi hanno anche sputato in faccia!!! E non porto barba lunga 3 metri o che.. e questo è l'Occidente moderno e pacifista?? Vabbè!! Sarà.. (...) La mia Italia è cambiata, gli italiani sono cambiati...non sono più quelli di una volta!! (...) Sicuramente si prova una sensazione orribile...da un giorno all'altro vieni ignorato, considerato un primitivo, pazzo, maschilista (questo non manca mai..) (...) Sinceramente temo molto di più la reazione dei miei familiari perchè ancora all'oscuro di tutto!!! Mia madre è una persona troppo sensibile...per tale motivo sono costretto a fare un salto in Inghilterra (come per l'Eid) e a non praticare la mia religione in italia al 100%".