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venerdì 19 ottobre 2007

Preferisco i delinquenti

"E' rimasto legato alle tradizioni d'origine e in particolare al mondo islamico". Con questa bizzarra motivazione è stata respinta la richiesta di cittadinanza di un signore giordano residente in Italia da 26 anni, laureato presso un'università italiana, e sposato con una cittadina italiana. Dico "bizzarra" poiché trovo del tutto assurdo che per concedere la cittadinanza ad un immigrato regolarmente soggiornante in Italia da decenni, ed ivi giunto tramite i normali canali dell'immigrazione legale (studio, lavoro ecc) e non come richiedente di asilo politico o religioso, sia necessario accertare prima che egli abbia effettivamente abbandonato le tradizioni d'origine. "Bizzarra" perché il signore in questione continua a risiedere tuttora in Italia, e a rivendicare la cittadinanza promuovendo cause ed appelli, nonostante un secondo parere negativo della Questura l'abbia persino qualificato come "persona pericolosa e non affidabile per la sicurezza della Repubblica", senza fornire ulteriori dettagli o prendere provvedimenti di altra natura. "Bizzara" anche perché l'interessato, per dimostrare l'infondatezza di queste accuse, e in particolare quella secondo cui sarebbe "rimasto legato alle tradizioni d'origine", non solo ha affermato in un appello pubblico che è un "laico che non frequenta le moschee" ma è arrivato al punto di ricordare, nel suo ricorso al Tar (che tra l'altro gli ha dato ragione), che "in data 27 ottobre 2004" ha ottenuto "la licenza inerente la vendita, nel suo ristorante, di bevande alcoliche, il cui consumo non è considerato pratica propria del mondo islamico, ed anzi è in contrasto con alcune prescrizioni religiose dello stesso".

La Questura avrebbe dovuto evitare - a qualsiasi costo - l'uso della formula comunicata all'immigrato richiedente, che cosi come viene riportata rappresenta un gravissimo precedente e una ancora più grave violazione della coscienza individuale e degli stessi diritti umani. Trovo infatti davvero spiacevole che una persona sia costretta a pubblicizzare sui giornali e nei tribunali intime scelte morali, esponendosi magari anche alle critiche e al rimprovero della comunità di origine e dei famigliari nei paesi di provenienza, pur di ottenere ciò che dovrebbe essere un diritto automatico, concesso dopo un accurato controllo amministrativo che di certo non può sconfinare in considerazioni di altra natura. Ai tempi dell' Inquisizione gli Ebrei obbligati a convertirsi al Cristianesimo dovevano esporre la carne di maiale in bella vista affinché gli inquisitori cattolici si convincessero dell' autenticità della loro conversione permettendo loro di continuare a vivere in Spagna. Come non ravvisare quindi gli estremi della violenza e costrizione psicologica nei confronti di chi si trova obbligato a specificare che non frequenta moschee (come se la semplice frequentazione delle moschee fosse indice di pericolosità) o ad affermare che serve alcolici in violazione dei propri precetti religiosi, pur di ottenere una cittadinanza? Fino all'altro giorno pensavo che per accontentare i fautori dell'integrazione all'italiana bastasse risiedervi da tanti anni, sapere perfettamente l'italiano, essere incensurati, versare le imposte ed essere a favore dell'incontro tra fedi ed etnie. Ora invece scopro che è necessario addirittura rescindere ogni legame con le tradizioni d'origine e con il proprio "mondo". Si vuole che arabi, africani e cinesi vadano in giro a dire "noi occidentali", buttando nella pattumiera millenni di storia, cultura e civiltà proprie. Una pura illusione: nessuno - tranne gli approffittatori in malafede - può sradicare le tradizioni insegnate e inculcate sin dall'infanzia. Chi afferma di esserci riuscito e va in giro a dire "noi occidentali" cerca solo di titillare l'orgoglio e la convinzione di superiorità dei propri interlocutori. Le tradizioni di origine - seppur in diversa misura e con diverse gradazioni - fanno intrinsecamente parte della storia personale di ogni essere umano. Possono essere modificate o aggiornate. Possono essere arricchite e integrate con nuove tradizioni, specie quando si immigra. Possono essere criticate o anche abbandonate in parte. Ma è del tutto impossibile cancellarle con una spugna dal profondo della propria coscienza.

Trovo davvero ridicolo che si chieda agli immigrati di "slegarsi" dalle tradizioni d'origine e dai propri riferimenti culturali e religiosi nello stesso momento in cui si fa di tutto pur di far loro capire che non sono i benvenuti in modo definitivo sul territorio della Repubblica, e che la loro permanenza - per quanto lunga - è destinata comunque a concludersi con il ritorno nel paese di origine. Nel Bel Paese è tutto un cianciare di immigrati che "devono avere mente e cuore in Italia e non nei paesi di origine" quando persino i loro figli, nati e cresciuti all'ombra della cultura italiana, non sono e non possono dirsi cittadini italiani a tutti gli effetti, bensi rischiano in qualunque momento di essere deportati nei paesi di origine (che nel migliore dei casi sono stati occasionali mete di vacanze in compagnia dei genitori). L'aleatorietà della condizione dell'immigrato in Italia, che va da un permesso di soggiorno all'altro, da una carta di soggiorno all'altra, favorisce tutto tranne che l'abbandono delle proprie tradizioni culturali e l'adesione totale ad un modello puramente italiano (ammesso che ne esista uno e che sia un bene per l'Italia l'epurazione in toto degli altri aspetti culturali d'importazione). Tale aleatorietà, prima o poi, spinge l'immigrato a cambiare aria. Quanti miei ex-compagni dai Salesiani, studenti splendidi che hanno proseguito gli studi in Italia, con buona padronanza della lingua ed ottime prospettive di lavoro, hanno comunque deciso di trasferirsi in altri paesi, da loro ritenuti più accoglienti? Tanti. Troppi. Diceva Talleyrand “Preferisco i delinquenti ai cretini perché almeno i primi ogni tanto si riposano”. Sembra che l'Italia non voglia immigrati davvero integrati, che possano contribuire allo sviluppo del paese. E siccome gli immigrati per bene non sono cretini, lasciano che l'Italia continui a convivere con i delinquenti, d'importazione e non.