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martedì 16 ottobre 2007

Sicurezza di Stato

Per evitare il gigantismo dell'assemblea comunitaria europea, è stata prevista una riduzione del numero degli eurodeputati. L'Italia è il paese più penalizzato di tutti, con ben sei eurodeputati in meno. Il governo italiano ha definito "molto serio" il problema che cancella la storica parità con altri paesi, come Francia e Gran Bretagna. L'Italia, in particolare, contesta il nuovo sistema di calcolo che è fondato sul numero di residenti in ogni paese, a prescindere dalla loro cittadinanza. Particolarmente privilegiati da questo conteggio sono risultati infatti Francia e Gran Bretagna, che - a parità di popolazione autoctona munita di cittadinanza - hanno un tasso di immigrati più alto dell'Italia. Ecco quindi un'altra dimostrazione della falsità della leggenda metropolitana secondo cui l'Italia sarebbe "satura di immigrati" al punto da far gridare allo scandalo non appena si sussura del disegno di legge predisposto dal Ministro Amato che porta da 10 a 5 anni il tempo necessario per gli stranieri residenti per ottenere la cittadinanza. In realtà si fa tanto rumore per nulla: l'abbassamento della soglia temporale non cambia neanche di una virgola l'esito negativo con cui si concludono puntualmente le richieste di acquisizione di cittadinanza da parte degli immigrati regolarmente residenti nel Bel Paese.

Dal 1996, anno in cui è iniziata la rilevazione delle acquisizioni di cittadinanza nell'ambito della rilevazione sulla popolazione straniera residente, stando al rapporto Istat, esse sono state complessivamente circa 182 mila. Stimando, in base ai dati disponibili di fonte ministero dell'interno, le concessioni fino al 1995 in circa 33mila 600, si ottiene un totale di 215mila cittadini stranieri che, fino al 2006, hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Nel 2006 sono stati registrati solo 35.266 nuovi cittadini italiani, la maggior parte dei quali per matrimonio. Nel 2003, ci sono state addirittura solo 13.000 concessioni, e nell'84% dei casi fu appunto per matrimonio con un italiano. I dati dell'Istat dicono quindi che le concessioni della cittadinanza italiana per naturalizzazione sono ancora poco frequenti, specialmente se confrontate con il bacino degli stranieri potenzialmente in possesso del requisito principale e cioè la residenza continuativa per 10 anni. Eppure più di uno straniero su quattro è regolarmente presente in Italia da oltre un decennio. Un articolo firmato da Antonio Maglietta, giovane militante di Forza Italia, commenta entusiasticamente questi dati: "Il rapporto dell'Istat non rileva nessun difetto legislativo nel processo di naturalizzazione tale da giustificare la proposta governativa di portare il termine della residenza continuativa a 5 anni in sostituzione degli attuali 10. Perché, allora, il governo vuole questa modifica, se la maggior parte degli stessi stranieri (quindi i diretti interessati) decide di non acquistare la cittadinanza italiana nemmeno dopo 10 anni?"

In realtà, il difetto legislativo c'è eccome. Ma fanno tutti finta di non vederlo. Il problema della concessione della cittadinanza in Italia è che si tratta appunto di una concessione e non di un diritto. Uno può vivere anche quarant'anni in Italia, essere un cittadino esemplare, non avere precedenti penali, versare regolarmente le tasse per poi vedere respinta la sua richiesta di cittadinanza senza tanti complimenti. Spesso e volentieri nessun organo competente è disposto ad snocciolare le ragioni che portano a questa decisione. Oppure la si giustifica con fumose "ragioni di sicurezza", senza spiegare al povero immigrato di turno il motivo per cui egli continua a risiedere legalmente sul territorio nonostante sia ritenuto pericoloso. Qualche immigrato volentoroso, a forza di richieste di chiarimenti e di ricorsi, riesce a svelare l'arcano, col rischio di rimanere fortemente mortificato. Leggiamo quest'accorata lettera indirizzata al Presidente della Repubblica e pubblicata sull'inserto multietnico "Metropoli" del quotidiano La Repubblica (14/10/2007). Il suo autore è un cittadino giordano residente da anni a Torino e che combatte per ottenere la cittadinanza. La sua unica colpa, stando al suo racconto, sembra essere quella di aver fondato un'associazione culturale conosciuta a Torino più per i menù a base di cuscus accompagnati da spettacoli di danza del ventre che per i brevi corsi di arabo frequentati da cittadini italiani. Mi auguro che la Questura provveda a chiarire nel dettaglio - per la sua tranquillità e quella dei cittadini italiani e degli immigrati regolari - i motivi per cui ha respinto la sua richiesta.

"Sono nato in Giordania. Ho 46 anni. Da 26 anni risiedo legalmente a Torino. Nel 1981 ho avuto il primo permesso di soggiorno per motivi di studio. Nel 1987 mi sono laureato in architettura presso il Politecnico di Torino. Nel 1996 ho ottenuto la specializzazione in Tecnologia dell'architettura. Nel 1999 ho conseguito il dottorato di ricerca in Pianificazione territoriale e mercato immobiliare presso La Sapienza di Roma. Nel 1997 ho fondato l'associazione culturale italo-araba Petra. Dal 2002 sono proprietario del Ristorante Petra sempre a Torino. Sono sposato con un'italiana che è medico pediatra. Sono un laico, non frequento moschee. Ho chiesto nel 2005 la cittadinanza italiana. L'ho fatto perché mi sento già cittadino italiano, condivido profondamente i valori ai quali è ispirata la costituzione, credo nella democrazia, nella libertà, nella legalità. Nei limiti delle mie forze mi sono sempre battuto per questi valori. E l'ho fatto soprattutto perché amo questo paese che mi ha dato la possibilità di studiare e lavorare, dove ho trovato tanti amici e la compagna della mia vita. La mia domanda è stata rifiutata perché secondo la Questura di Torino sarei "rimasto legato alle tradizioni d'origine e in particolare al mondo islamico". Ho presentato ricorso al Tar che mi ha dato ragione. Dopo due anni, la risposta è stata nuovamente negativa. Perché sempre secondo la questura, "permangono motivi che fanno ritenere il sig. Safran persona pericolosa e non affidabile per la sicurezza della Repubblica". Quali motivi? Mi rivolgo a Lei (al presidente della Repubblica, ndr) perché non è ammissibile che una discriminazione sulla base della sola provenienza geografica e culturale sia operata dalle istituzioni. Credo nel suo intervento".